Restano troppe ombre sul mancato blitz che, nel 1995, avrebbe potuto portare alla cattura del padrino di Corleone, Bernardo Provenzano. Troppi i dubbi sui vertici del Ros dei carabinieri dell’epoca, che decisero di non entrare in azione, nonostante un confidente, ucciso pochi mesi dopo, avesse indicato il covo in cui il latitante si nascondeva. Sarà il tribunale di Palermo a far luce sui tanti misteri che circondano la vicenda. In particolare sul ruolo del prefetto Mario Mori, ex vicecomandante operativo del Ros ed ex capo del Sisde, e del colonnello Mauro Obinu, comandante del reparto criminalità organizzata del Raggruppamento, rinviati a giudizio dal gup Mario Conte per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra.
Una decisione maturata dopo una breve camera di consiglio che segue, però, una complessa vicenda giudiziaria cominciata nel 2001 con le rivelazioni del colonnello dell’Arma Michele Riccio.
In una lettera l’ufficiale, che nel ‘95 era aggregato al reparto criminalità organizzata del Ros, chiede di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”, un capomafia del nisseno che aveva cominciato a collaborare con la giustizia, facendo arrestare latitanti di rilievo e primo a mostrare agli investigatori i “pizzini” del boss di Corleone.
Riccio racconta al pm che il 29 ottobre del 1995 aveva comunicato a Mori e Obinu l’imminente incontro tra Ilardo e Provenzano in un casolare nelle campagne di Mezzojuso, a quaranta chilometri da Palermo. Il summit si sarebbe dovuto tenere dopo due giorni. I carabinieri, però, decidono di non intervenire, si appostano, assistono da lontano e fotografano Ilardo, mentre dopo essere stato prelevato da due mafiosi vicini a Provenzano, va verso il covo. Il blitz non scatta. “Dissero che non eravamo certi che Provenzano fosse lì e che non volevano bruciare la fonte”, racconta Riccio.
Un’occasione unica sfumata. Ilardo, infatti, rientra dall’appuntamento, conferma di avere incontrato il latitante e indica ai carabinieri i nomi degli uomini che l’hanno accompagnato al covo. Ma per un anno, fino ad ottobre del 1996, nessuno terrà d’occhio il casolare, né i favoreggiatori del super latitante. Omissioni inaccettabili, secondo la procura. Decisione imposta dai luoghi, per il Ros: il nascondiglio era in aperta campagna ed eventuali telecamere potevano essere scoperte dai mafiosi.
La procura è costretta a chiedere l’archiviazione dell’indagine. Ma il gip la rigetta e sollecita altri accertamenti. Saranno proprio le nuove investigazioni a ribaltare le conclusioni di Di Matteo che incarica un perito di esaminare i luoghi del mancato blitz. Viene fuori così che dalla caserma dei carabinieri di Campofelice di Fitalia, paese poco distante, il covo era visibilissimo: sarebbe dunque bastato piazzare lì delle telecamere per controllarlo. La perizia non è l’unica attività disposta da Di Matteo che, sentendo l’allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli e altri magistrati, accerta che nonostante le chiare indicazioni del pool antimafia, il Ros fino al 1996 non parlò della vicenda alla Procura.
Il nuovo materiale probatorio e le dichiarazioni di Riccio secondo il gup, che accoglie la richiesta questa volta di rinvio a giudizio del pm, meritano un approfondimento processuale. Dura la reazione dei legali degli imputati, che parlano di “accuse inconsistenti” e che si dicono certi di potere provare in dibattimento l’innocenza dei due ufficiali. Per Mori è già successo. Il prefetto è stato assolto due anni fa dall’accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito il covo della latitanza di Riina.
Con lui fu assolto dalla stessa accusa il capitano Ultimo, che poi catturò Riina. E che ieri a Studio Aperto ha commentato il rinvio a giudizio di Mori: “Lottare contro la mafia con il generale è stato un grande onore. È stato - ed è - un comandante onesto, leale e coraggioso. Un esempio per tutti noi, certamente un nemico di Cosa Nostra e dei corleonesi”.
- Martedì 15 Aprile 2008

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