Caro Walter, addio. Prodi lascia la presidenza del Pd

Il presidente del consiglio uscente, Romano Prodi, in una foto del dicembre 2007 | Ansa
Per “dare l’onore delle armi” a Romano Prodi (come ha detto Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi ai microfoni di SkyTg24) nel giorno del suo addio alla presidenza del Pd (durata meno del suoi governi: solo sei mesi), bisognerebbe ricordare che il professore bolognese è stato l’unico, nello schieramento di centrosinistra, capace di averla vinta su Silvio Berlusconi. Per due volte vittorioso contro il Cavaliere. E per due volte caduto, sgambettato dalla sua stessa maggioranza.
Certo, l’ultima volta, solo due anni fa, fu tutt’altro che un trionfo. “Governo, ci toccherà un Prodino”, titolava efficacemente il Giornale il 12 aprile 2006. Un’istantanea scattata il giorno dopo le elezioni con il futuro premier a stappare champagne con lo stato maggiore dell’Unione in Piazza Santi Apostoli (il loft era di là da venire). Ancora una volta il fattore C aveva aiutato il Professore consegnandogli grazie a 24.755 voti alla Camera e ai senatori eletti all’estero una maggioranza più virtuale che reale.
Ma di fatto, nessuno è riuscito nell’impresa. Non Rutelli nel 2001; non Veltroni lo scorso 13 aprile: entrambi travolti dallo tsunami del Cavaliere. Eppure non è bastato al professore l’invidiabile record per “Resistere, resistere, resistere”.
Nel giorno di Pasqua, secondo la vulgata ufficiale dei Democratici, ha preso carta e penna e ha scritto una lunga lettera al segretario Veltroni: “I ruoli di responsabilità” all’interno del Pd adesso “spettano ad altri”. Quasi sentisse nell’aria lo schiaffone che il Pd avrebbe preso dalle urne, Romano ha preferito farsi da parte, abbandonare la barca, lasciare il posto a qualcun altro.
In qualche modo, lo aveva già fatto qualche mese fa, preferendo non ricandidarsi: una decisione presa durante i momenti difficili della crisi di governo di gennaio. Allora fece una scelta “molto chiara, molto semplice, molto ferma e molto coerente: non mi sono presentato alle elezioni perché ritenevo e ritengo sia necessaria una nuova leva, un nuovo gruppo dirigente per portare avanti la crescita ed il rafforzamento del Pd”. Ora il suo addio è totale: “È chiaro” ha aggiunto Prodi “che il Pd dovrà cercare un altro presidente. Io è vent’anni che tiro. Largo ai giovani”. Frase choc, soprattutto perché pronunciata da chi il Partito democratico l’ha fondato. Frase di invito ai vertici del loft a cambiare registro? E infatti per sostituire il Professore sono due i nomi in lizza: Franco Marini e Rosy Bindi.

Ma siccome sulla lettera inviata all’ex sindaco di Roma le voci circolavano al pari delle smentite, è lo stesso Prodi a confermare, da New York (dove ha in agenda un intervento alle Nazioni Unite), che la missiva è sul tavolo del loft dal 23 marzo scorso. La decisione di comunicare con largo anticipo l’addio, spiega ancora Prodi, è stata presa per evitare che questa potesse essere messa in relazione con l’andamento della campagna elettorale o con il risultato delle elezioni: “Un giorno o l’altro non cambia, ma è chiaro che la decisione avrebbe avuto un significato diverso se fosse stata concretizzata durante la campagna elettorale”. Quello che è certo, comunque, è che il Professore non andrà a fare l’eremita. Continuerà, dice aprendo il volto ad un sorriso, a dare il suo contributo da “padre nobile” che riflette, suggerisce e propone. Anche senza alcun ruolo direttivo. Perché, se è vero che il Pd ha avuto ”una buona performance” alle elezioni, ma ora ”deve rafforzarsi, lavorare sui programmi e consolidarsi come unica alternativa riformista in Italia”.

In ogni caso la questione ha ancora da essere discussa a tu per tu tra Prodi e Veltroni. Che si incontreranno al rientro a Roma del premier, come spiega una (fredda) nota dell’ufficio stampa del Pd che precisa che i due leader “avevano concordemente deciso di riparlare insieme dopo il voto”. E tra le righe non è difficile leggere anche l’irritazione negli ambienti del quartier generale democratico per la tempistica giudicata inopportuna. Come a chiedersi perché Prodi abbia deciso di salutare proprio ora, con la questione ancora aperta alla provincia e al comune di Roma. Forse perché il Professore ha letto i resoconti della stampa sul summit tra Veltroni e i colonnelli democratici che, facendo l’analisi del voto elettorale, hanno preferito “processare” il governo Prodi, piuttosto che fare autocritica.

Buttando sulle spalle del “povero Romano” (quasi) tutto il peso della sconfitta di domenica scorsa. Solo che le spalle del Professore, questa volta, non hanno retto.

Commenti

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Il 16 Aprile 2008 alle 20:24 aurelio123 ha scritto:

Prodi è un gran signore. Non dimendichiamoci che per ben due volte ha mandato a casa Berlusconi. In campo internazionale è rispettato da tutti e non si è mai permesso di fare le corna a chicchessia. Ha sempre rispettato gli avversari politici a differenza di alcuni fascisti moderni che non rispettano ne le persone ne la itituzioni.
La decisione di lasciare il PD è maturata prima di Pasqua e solo ora è stato svelato il contenuto. Il motivo
è che serve un nuovo gruppo dirigente.
Come si vede, non è uno attacato al potere come per esempio Berlusconi.
Grazie Prodi per quello che hai fatto per l’Italia. Grazie ancora.

Il 17 Aprile 2008 alle 8:22 ppx ha scritto:

Spero che non ritorni più a causare altri danni all’Italia e che porti via con se padoaschiAppa.

Il 17 Aprile 2008 alle 8:38 adieuitalie.myblog.it ha scritto:

Sicuro che non tornerà….ma la sua voce temo che continueremo a sentirla.

Il 18 Aprile 2008 alle 10:47 Veltroni sempre più solo. Di Pietro gela l’ex sindaco: Non mi sciolgo del Pd » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Andare solo. Restare solo. C’è differenza. E in mezzo passa il dopo voto del Pd. Prima correre in solitario era l’imperativo di Veltroni. Ora è anche per scelta altrui. Abbandonato, mercoledì 16 da Romano Prodi. Lasciato, giovedì 17 anche dall’alleato Di Pietro. No, certo, nessun tradimento. L’Idv resterà fedele al Pd (che però intanto guarda con interesse all’Udc, e non solo in chiave romana); solo che non confluirà - come ampiamente detto, ridetto e promesso in campagna elettorale - nello stesso gruppo parlamentare. Almeno queste sono le intenzioni del partito di Di Pietro: dar vita a un gruppo autonomo, senza però dare “strappi all’alleanza con il Pd”. A meno che i Democrats, se vogliono fare i gruppi parlamentari unitari con l’Idv (alla Camera e al Senato), non rispettino alcune condizioni. Basilari: spiegare quale sarà la funzione dei parlamentari riuniti e quali programmi dovranno realizzare: l’accordo, dice l’ex ministro, si fa sui “contenuti e non sui contenitori”. Di Pietro assicura che, rispetto al patto di apparentamento siglato con Veltroni prima del 13 e 14 aprile, “nulla è cambiato”: “Vogliamo solo essere sicuri che il programma venga attuato ed è bene che ogni decisione venga presa insieme tra me e Veltroni e che poi, queste decisioni, vengano comunicate insieme e non da soli come è accaduto”. Quindi, in attesa di incontrare il segretario del Pd, Antonio Di Pietro tira dritto e annuncia che, in Parlamento, darà il via a un suo raggruppamento: “Poi” aggiunge “si vedrà”. Il principio, puntualizza il leader dell’Italia dei valori davanti ai giornalisti al termine dell’esecutivo nazionale, vale anche (e soprattutto) per il governo ombra annunciato da Veltroni: “Sull’informazione se il ministro ombra lo fa Follini è diverso se lo fa Giulietti. Sulla giustizia, se lo fa Lumia è diverso se lo fa un condannato in giudicato”. Va giù duro, Di Pietro. Del resto il suo parlar chiaro e forte gli è valso un buon successo alle urne (insieme alla Lega è il partito che dalle votazioni è uscito più grande e robusto - dal 2,3 al 4,3 per cento - proprio grazie a una campagna elettorale ficcante e di critica verso il sistema) e critica Walter Veltroni per aver proposto l’idea di “shadow cabinet” senza averlo informato: “L’abbiamo appreso dai giornali e nessuno ci aveva detto nulla” mentre “un governo, anche se ombra, deve essere condiviso”. Altri nodi da chiaraire, secondo l’ex pm sono il pericolo dell’annessione dei suoi parlamentari da parte del Pd (”43 parlamentari - tanti sono gli eletti dell’Idv, ndr - non possono confluire o disperdere la fiducia dei loro elettori facendosi fagocitare da un altro partito”), nonché i rimborsi elettorali e le prebende destinati ai gruppi autonomi. Per Walter Veltroni, che dell’intesa con Di Pietro si era fatto garante, non è un colpo da poco. Già, la risposta del segretario? Spallucce: non grida al tradimento e butta lì un ragionamento molto doroteo: è vero, ricorda una fonte del Pd, che il segretario ha utilizzato il tema del gruppo unico come uno dei cavalli di battaglia in campagna elettorale, ma è altrettanto vero che la cosa aveva un determinato impatto, una certa forza e ragion d’essere in caso di vittoria e, quindi, di guida del Paese. Altrettanto non vale all’opposizione. Dunque, fermo restando che Idv e Pd hanno sottoscritto il programma e sarà quello la base da cui partire per l’azione comune all’opposizione, non c’è da gridare allo scandalo se l’Idv chiede più visibilità. Anche perché, in mattinata, Veltroni ha incontrato il leader Udc, Pier Ferdinando Casini. Faccia a faccia per gettare le prime basi di un accordo non solo per il ballottaggio del Campidoglio ma anche per una convergenza in Parlamento su riforme e attività all’opposizione. [...]

Il 21 Agosto 2008 alle 14:59 Festa del Pd: ci sono tutti i big, tranne Prodi e Berlusconi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Il dove è la Fortezza da Basso a Firenze. Le date: dal 23 agosto al 7 settembre. Ed è il debutto per la Festa nazionale del Partito Democratico. Saranno, assicurano gli organizzatori durante la conferenza stampa di presentazione, quindici giorni ad alta intensità politica, grazie ai dibattiti e ai confronti tra i protagonisti del Palazzo, nazionale e locale. Confronti: cioè, il segno distintivo della kermesse veltroniana sarano i duelli tra gli esponenti del Pd e quelli di sindacati, partiti e del governo con molte occasioni per vedere di fronte i ministri dell’esecutivo con quelli del governo ombra del Partito democratico. Qualche nome? Eccoli. La festa si apre il 23 agosto alla Fortezza da Basso ricordando Bruno Trentin ad un anno dalla sua morte, e poi subito nello stesso giorno un confronto tra Enrico Letta e Raffaele Bonanni: welfare e contratti i temi sul tappeto. Domenica i faccia a faccia saranno due. Il primo tra il sindaco di Torino Chiamparino e il ministro delle Riforme Umbero Bossi, il secondo tra il senatore Nicola Latorre e il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Poi sarà la volta di Vannino Chiti e il governatore lombardo Roberto Formigoni (26 settembre), di Ermete Realacci e Grazia Francescato (27), di Pierluigi Bersani e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti (28), di Rosi Bindi e Antonio Di Pietro (29). Sulla sicurezza il confronto è tra Marco Minniti e il ministro dell’Interno Roberto Maroni (30) mentre sull’opposizione dialogheranno Anna Finocchiaro e Pierferdinando Casini (1 settembre). Cultura e non solo nel dibattito fra Vincenzo Cerami e il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi (2), mentre Beppe Fioroni sarà di fronte al segretario del Prc, Paolo Ferrero (2). Giuliano Amato sarà faccia a faccia col presidente della Camera Gianfranco Fini (3), Antonelli Soro con Elio Vito. La crisi Russia-Nato e gli scenari internazionali nel confronto Fassino-Frattini (4) e il lavoro in quello tra Damiano e Epifani (sempre il 4 settembre). Nessun comizio ma una serie di interviste per molti leader del Partito Democratico, cominciando da Franco Marini (1 settembre), seguito da Dario Franceschini (2), Massimo D’Alema (3), Artuto Parisi (5) e Francesco Rutelli (5). Walter Veltroni per il sabato conclusivo della Festa: davanti alla grande platea ad intervistare il segretario del Partito Democratico sarà Enrico Mentana. Domenica 7 l’intervista avrà come protagonista Leonardo Domenici, presidente dell’Anci e sindaco della città che ospita questa prima Festa democratica. Ma il programma politico non finisce qui: ogni giorno diversi incontri a più voci su tutti i temi dell’attualità con esponenti del Pd, sindaci e governatori (Cofferati, Bassolino, Vincenzi, Penati, Martini, Renzi, Vendola, Emiliano, Bresso), associazioni sindacali e di categoria (Angeletti, Bombassei) e anche rappresentanti della maggioranza. Ma anche una lunga serie di iniziative culturali, dal dibattito su Aldo Moro a trent’anni dalla tragica scomparsa alla presentazione di libri e di autori. Già: tutti nomi di richiamo. Ma a scorrere la lista, sono due a spiccare sugli altri. Per la loro assenza: non ci saranno infatti il premier Silvio Berlusconi. E non ci sarà nemmeno l’ex premier, Romano Prodi. Il primo perché, “semplicemente”, non è stato invitato. Con buona pace di chi auspica dialogo e confronto bipartisan. Il secondo perché ha declinato l’invito. Sì, lui, il “padre” dell’Unione e del Pd, che da qualche mese ha lasciato ogni poltrona - anche quelle ad honorem - all’interno del loft, ha detto basta: “Io sono della scuola che quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole. È una delle tante vecchie regole che andrebbero rispettate. E anzi dico solo che se molti in Italia vi si attenessero, sarebbe meglio. E stavolta non mi riferisco, mi creda, all’interno del Partito democratico”. Chiaro? Per chi ancora avesse dubbi, dale colonne della Stampa, il Professore ribadisce: “Io sono fuori”, dice, e spiega: “Quando uno volta pagina, volta pagina. Ne comincia una nuova e sulla vecchia non ci torna più”. Al giornalista che più volte torna a chiedergli se vi sia una qualche carica polemica nel suo atteggiamento, Prodi dice che sarebbe una interpretazione errata: “Sbagliereste. Del resto avrà visto che non ho fatto nemmeno un’intervista, una dichiarazione, una polemica, assolutamente niente’’. E gli attacchi a Veltroni di Arturo Parisi sono mossi d’intesa con lui? ‘’Io” dice Prodi “non c’entro niente. Se lei venisse qui e vedesse i libri che ho sul tavolo! O roba di evasione oppure testi internazionali…”. La festa democratica sarà uno dei luoghi di Salva l’Italia, la petizione che lancia la manifestazione del 25 ottobre a Roma e che unisce i temi della libertà e quelli sociali. Alla Fortezza da Basso, spiegano gli organizzatori, sarà possibile sostenere la campagna di raccolta firme recandosi a sei banchetti. Gli scatoloni con le firme verranno spediti poi a Palazzo Chigi. Fosse stato invitato a Firenze anche Silvio Berlusconi gliele avrebbero potute consegnare di persona… [...]

Il 10 Ottobre 2008 alle 14:57 Motivi “prettamente familiari”: Cofferati non fa il bis a Bologna » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] In pole position però c’è l’attuale assessore all’Urbanistica Virginio Merola con alternativa il segretario cittadino Andrea De Maria. Anche la vera sorpresa potrebbe essere il ritorno del “Padre” del Pd, l’ex premier Romano Prodi. Nome che in realtà qualche nostalgico del Professore ha messo in campo qualche mese fa. Il suo rifiuto a ritornare alla politica attiva - dopo l’addio a ogni carica, anche nel Pd - potrebbe ora cambiare, nonostante il recente incarico all’Onu per l’Africa. [...]

Il 22 Ottobre 2009 alle 18:47 Un Pd da ridere: solo i comici fanno endorsement per i candidati alle Primarie - Italia - Panorama.it ha scritto:

[...] (il ruolo, defilatsissimo, a cui anche il Professor Prodi - che in molti danno in quota Bersani - ha lasciato da tempo). Franceschini e Bersani smentiscono sdegnati: “Nessuna trattativa, nessun [...]

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