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Dal pronto soccorso, durante il turno di notte, passa di tutto. In un certo senso “il peggio”. E per una donna che evita di uscire da sola la sera e prende i mezzi pubblici esclusivamente in centro è un po’ come se i rischi ti venissero a cercare dentro casa. Silvia, 44 anni e grandi occhi verdi, è medico internista. Fa parte da cinque anni del gruppo di emergenza dell’ospedale “San Carlo Borromeo”, in zona San Siro a Milano. Significa, certi giorni, lavorare dalle 21 alle 8 del mattino e trovarsi davanti l’imprevisto a ogni ora.
“Ma non mi sono mai sentita in pericolo”, assicura la dottoressa. “In pronto soccorso c’è sempre gente, c’è il posto di polizia. Ho intorno infermieri e colleghi e se succede qualcosa basta gridare”. Qualcosa succede, è prevedibile. Ubriachi su di giri, parenti inferociti per la lunga attesa, stranieri che non vogliono saperne di farsi visitare da una donna, pazienti psichiatrici non sempre tranquilli. “I più frequenti, e che danno più problemi, sono quelli che hanno fatto abuso di cocaina e di chissà cos’altro”, continua Silvia. “Stanno male e sono in preda al panico, a volte sono aggressivi. E non sai mai che reazione possono avere alle sostanze che hanno preso”.
Ma il medico di notte, soprattutto in un ospedale pubblico, somiglia di più all’assistente sociale. Silvia lo ha imparato con gli anni: “Capitano persone che non hanno un reale problema di salute, ma che hanno i bisogni più strani. Una volta un uomo è venuto dicendo di aver fatto un brutto sogno, un altro, con problemi psichici, di non voler passare la notte con la madre. Quando la temperatura va sotto zero, ci sono i clochard che cercano un angolo caldo. Per non parlare degli anziani che i parenti ci affidano andandosene subito dopo o che vivono soli e hanno paura: non possiamo certo rimandarli a casa alle quattro di notte. Non è quasi mai il caso di spiegare che stanno facendo un uso improprio del pronto soccorso. Spazientirsi è controproducente, mi sforzo sempre di rispondere con un sorriso alle richieste di aiuto”.
Le emergenze da queste parti sono collegate ai dopo partita, con qualche ferito e molti ubriachi. “E poi c’è una vigilessa sfortunata, che ho già soccorso due volte perché era stata aggredita”, spiega il medico. Il resto è la quotidianità di una professione ancora molto maschile. “Se c’è qualcuno da prendere di mira, siamo io o l’infermiera. Non certo il medico uomo, cui i pazienti non si rivolgerebbero mai con gli insulti che a volte toccano a noi”. Silvia, che ha lavorato due anni in Zimbawe e poi come guardia medica a San Vittore, sa qualcosa di esperienze in zone “di frontiera”. E ha superato da un po’ le paranoie sugli effetti negativi per la salute delle donne che lavorano di notte.
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Il 20 Aprile 2008 alle 15:11 Città di notte: le donne possono davvero sentirsi al sicuro? » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Silvia, il medico di pronto soccorso [...]
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