
Circa un’ora di colloquio “disteso” e “cordiale”. Per la prima volta dopo il voto, Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano s’incontrano per uno “scambio di vedute generale”, seppure in via del tutto informale. L’incarico al Cavaliere, infatti, potrà essere conferito solo dopo la formazione dei gruppi parlamentari e l’elezione dei presidenti di Camera e Senato (il 30 aprile), quando il Colle avrà gli interlocutori istituzionali per avviare le consultazioni.
Un momento di particolare “vicinanza” tra i due si sarebbe avuto sulla Lega. Non ci sarebbe alcun “veto” del Qurinale sui ministri leghisti e in particolare su Roberto Maroni al Viminale, che ha già ricoperto il ruolo di ministro dell’Interno e del Lavoro.
Al Quirinale, però, Berlusconi e Gianni Letta hanno iniziato ad affrontare alcune delle questioni sul tavolo. Tra cui anche la difficoltà di contenere il numero dei ministeri. Nel senso che, come sempre accade nei giorni che precedono la formazione di un governo, “tutti avanzano richieste”. Situazione di “afflizione” che, d’altra parte, Napolitano ha già vissuto, solo due anni fa, con Romano Prodi che a fine mandato è arrivato a toccare quota 102 tra ministri, viceministri e sottosegretari. Un record cui il Cavaliere non ha alcuna intenzione nemmeno di avvicinarsi, visto che sul tetto complessivo di sessanta non sembra intenzionato a fare deroghe. Il punto, però, sarebbero i ministeri con portafoglio che secondo la Bassanini dovrebbero essere dodici. Allo studio, infatti, c’è l’ipotesi di spacchettare qualche dicastero, come per esempio Welfare e Salute. Sul punto, però, pur prendendo atto delle “comprensibili difficoltà”, Napolitano sarebbe stato chiaro: no al proliferare dei ministeri. Senza escludere però la possibilità che - fatto il giuramento con soli dodici ministri con portafoglio più altri senza - si possa poi procedere a qualche spacchettamento come già fece Prodi.
Di nomi, invece, al Quirinale se ne sarebbero fatti pochi. Quelli sicuri: Giulio Tremonti all’Economia, Franco Frattini agli Esteri, Roberto Maroni all’Interno e Ignazio La Russa alla Difesa. Mentre sulle altre caselle la partita sembra piuttosto aperta. In particolare sulla Giustizia, dove al di là dei nomi circolati (in salita Elio Vito) il Cavaliere pare accarezzi ancora l’idea di un possibile ritorno di Roberto Castelli che a via Arenula è già stato per cinque anni. E la squadra continua a prendere forma, al netto dell’incognita Roberto Formigoni. Il Governatore avrebbe dovuto incontrare il premier in pectore oggi a Roma: l’incontro è però slittato a domani o ai prossimi giorni, per motivi, viene spiegato, meramente organizzativi. La posizione di Berlusconi non sarebbe comunque mutata nelle ultime ore: niente ministero per Formigoni, che resterebbe al Pirellone almeno fino al 2010, ma un ruolo di spicco nel costituendo Pdl. Quanto alle voci sull’offerta di un ministero da parte di Berlusconi al neo eletto Pd Pietro Ichino, ambienti di Forza Italia ammettono che un “abboccamento” ci sarebbe stato sia con il giuslavorista. Che però ha fatto sapere, tramite il proprio sito: “il mio compito, in questa legislatura, è quello di contribuire a costruire e radicare la politica del lavoro del Partito alla cui fondazione ho partecipato e nelle cui file sono stato eletto. Il che non impedirà né a me né al PD di coltivare tutte le convergenze serie che si renderanno possibili tra maggioranza e opposizione sulle misure utili per il Paese”.
- Giovedì 24 Aprile 2008
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