Doppio ko per il Pd. Ma Veltroni, deluso e indebolito, guarda avanti


Rimboccarsi le maniche e andare avanti con determinazione. Indietro il Pd non torna. Eccola, per ora, la direzione che Walter Veltroni vuole dare al partito, dopo il doppio ko del 13-14 aprile (politiche e Campidoglio) che il Pdl ha messo a segno mandando in crisi i nuovi Democrats, il “Vecchio” centrosinistra e incrinando la posizione del suo leader. Momento difficilissimo per l’uomo de “La nuova Stagione” che teme possa aprirsene una lunga e caratterizzata da una resa dei conti all’interno del partito. E da cui potrebbe uscire pesantemente ridimensionato nella sua leadership.
Parlando con i giornalisti in Transatlantico, il segretario del Pd spiega: “Il risultato dei ballottaggi è molto pesante. Però traggo da questo la convinzione che dobbiamo fare altri passi in avanti nella direzione dell’innovazione e del radicamento sociale e non tornare indietro, perché faremmo pagare” al Pd “un prezzo molto alto”. Ma i primi segnali non sono positivi, per Veltroni. Massimo D’Alema ha disertato la riunione tra segretario e parlamentari eletti, Marini “riflette” in silenzio, Fassino si aspetta “risarcimenti” e il prodiani chiamano in causa la liquidazione dell’Ulivo: un errore.

Insomma, il Pd non è più unito come dopo le primarie del 14 ottobre 2007. Le anime (per non dire le correnti) sono molte e non proprio in pace tra loro. E si è visto fino a che punto, nella questione dei capigruppo. Veltroni, spalleggiato dagli ex popolari, è riuscito a confermare Soro e la Finocchiaro. Che ricambia così, parlando coi giornalisti che le chiedevano se ora, dopo il voto di Roma, il segretario del Pd sia in discussione: “La leadership di Veltroni non è in discussione, siamo in discussione tutti a cominciare da me, naturalmente. Tutti i dirigenti del Pd sono chiamati a una profondissima riflessione”.

Non tutti però la pensano in questo modo e vorrebbero un segno di discontinuità e rinnovamento. Intanto l’ex sindaco capitolino si rifugia nell’analisi politica della disfatta. “In queste ore” spiega Veltroni in Transatlantico “sto pensando a che cosa può rispondere a questa ispirazione di innovazione per dare un segnale forte di prosecuzione nella sfida del cambiamento che è l’unica via perché il riformismo italiano possa uscire da una condizione di minoranza e ritrovare il consenso. La destra” sottolinea “ha dimostrato che pur perdendo più volte le elezioni si può combattere e tornare a vincere”.

Questa, sottolinea il leader del Pd, “è l’unica via per uscire da una condizione di minoranza” in cui si trova il centrosinistra. Bisogna “ritrovare consenso e energia per riprendere il cammino con la stessa determinazione che ha avuto la destra, che ha perso diverse elezioni ma ha combattuto e poi ha vinto”. Soprattutto, spiega Veltroni, “dobbiamo saper capire meglio la società italiana”, e l’esempio è sempre quello, la sicurezza, tema che il Pd ha iniziato ad impostare in campagna elettorale ma, riconosce Veltroni, non è bastato. Ma “la direzione è questa: proseguire il cammino con determinazione, perché la cosa peggiore che possiamo fare è dire ai 12 milioni di cittadini che ci hanno votato che il progetto del Pd non va avanti”. Al contrario, “va avanti, deve andare avanti con la stessa forza e più radicamento sociale”.

Non si sente traballare, quindi, il segretario del loft? “Francamente no, anzi il contrario”. Al momento dunque, la resa dei conti appare rinviata, e non perché non ci siano critiche alla gestione del partito, ma perché si temono ripercussioni sulla tenuta del partito. Di certo ci sarà una gestione più corale del Pd, e anche l’eventualità di un’anticipazione del congresso non viene esclusa. “L’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo è che bisogna avviare una discussione nel partito”, riferisce Walter Veltroni al termine del vertice. Su come fare questa discussione, le idee in campo sono più di una, fa sapere il segretario: “Ci siamo presi una pausa di riflessione e nei prossimo giorni decideremo”. Una discussione ampia magari attraverso un congresso anticipato? chiedono i cronisti a Veltroni: “Da Statuto, il congresso va fatto entro il 2009 ma può esserci anche un’altra scadenza”. Rilancia il segretario e, stando ad alcune ricostruzioni, gioca d’anticipo: sarebbe stato proprio lui a voler anticipare il congresso del Pd, al 14 ottobre del 2008, la stessa data delle primarie che lo elessero segretario dei democratici. Ma, fatta eccezione per Enrico Letta e Arturo Parisi, tutti i big del partito, da Massimo D’Alema a Franco Marini, si sarebbero detti contrari ad avviare in questo momento il percorso congressuale. La riunione, tenuta nella sala Aldo Moro, durata quasi tre ore, si sarebbe svolta, secondo alcuni partecipanti, in un clima teso con il gruppo dirigente del partito chiamato ad una riflessione ”non consolatoria” dopo la sconfitta alle politiche, aggravata dal perdita a Roma. E dopo che nei giorni scorsi si era ventilata, nelle ricostruzioni giornalistiche, l’ipotesi di un congresso anticipato come modo per ridimensionare la leadership di Veltroni e del gruppo dirigente a lui piu’ vicino, oggi il segretario del Pd avrebbe colto in contropiede lo stato maggiore del partito, proponendo di convocare il congresso per ottobre.

Ma la reazione è stata perplessa e da più parti si è fatto presente che un percorso così accelerato era un modo per fare un plebiscito sul segretario e non per una discussione veramente approfondita. E così, alla fine, preso atto che non c’era intesa, si è deciso di verificare altre modalità di discussione e, per ora, di accelerare nelle prossime settimane lo svolgimento sia del coordinamento nazionale, l’organismo che riunisce 150 tra parlamentari e amministratori, sia dell’assemblea del Pd.

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Dopo la dura sconfitta alle politiche e in Campidoglio, chi deve, secondo voi, guidare il Pd?

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Il 29 Aprile 2008 alle 15:45 Achille Variati (Pd): il cinquantenne testardo che ha conquistato Vicenza » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Bicchieri di plastica e magnum di prosecco, pane biscotto e sopressa. Vicenza è del Pd, in casa del Pdl e Lega vince un allievo di Rumor. E non poteva essere altrimenti. Achille Variati il cinquantenne che per tutta la campagna elettorale ha snobbato i vertici nazionali del suo partito, adesso se la gode, dopo un vero e proprio miracolo destinato a fare scuola, nonostante gli imbarazzi del Loft romano quando Achille diceva: “La base americana non si deve fare”, mentre Romano Prodi e Arturo Parisi firmavano intese e appalti con gli yankee e le cooperative. Il giorno dopo la sconfitta in casa Pdl ci si lecca le ferite. Il primo a gettare il sasso nello stagno del centrodestra è il governatore Galan: “Se fossimo stati uniti dall’inizio, avremmo vinto noi”. Sì, perchè al secondo turno la candidata del Pdl Lia Sartori avrebbe dovuto fare il pieno di voti, considerando numeri e aritmetica. Partiva da un 39% contro il 33% dell’avversario veltroniano Achille Variati, ma negli ultimi giorni aveva trovato l’accordo al ballottaggio con altre liste di centro destra e Udc. La partita sembrava chiusa e invece accade che al secondo turno Variati vince per 527 voti, guadagnando oltre 6 mila voti in più, contro i 171 della Sartori. La partita finisce 50,48% del Pd contro 49,52 del Pdl. E adesso si respira aria da resa dei conti. Chi non è andato a votare? Chi ha tradito l’eurodeputata di Forza Italia, dove sono andati i voti della Lega al secondo turno? Lia Sartori ex socialista, amica di sempre del Governatore Galan, donna di potere capace di tenere in pugno per almeno dieci anni Forza Italia veneta, mantenendo un filo diretto con Berlusconi per tutta questa campagna elettorale, se la prende con l’astensionismo: “Se l’affluenza fosse scesa sotto il 65%, sapevamo di poter perdere le elezioni”. E così è stato. “Cosa farò adesso? Me ne torno a Bruxelles dove ho ancora molto lavoro da svolgere”. E certo la lontananza da Vicenza e una candidatura imposta dai vertici nazionali, non ha agevolato chi voleva far tornare Vicenza tra le province che contano. E il giorno dopo i capi della Lega si mandano sms tra Vicenza e Roma: “Se avessimo candidato Manuela avremmo vinto da subito”. E lei Manuela Dal Lago, da sempre rivale della Sartori, ex liberale, ex presidente della Provincia, ex presidente della società Autostrade, pasionaria della Lega Nord, è stata eletta alla Camera. Amica di Bossi e Renato Pozzetto a 600 chilometri di distanza se la ride tra i vip nazionali in attesa di un incarico di governo. Chi non ha dormito tutta la notte è stato il vincitore Achlle Variati, cinquant’anni, capo dell’opposizione in Regione. Ha vinto con il 50,48% dei voti, un soffio peraltro mai messo in discussione dopo uno spoglio delle schede al cardiopalma. Ha vinto nella Vicenza, diventata simbolo berlusconiano dopo lo strappo con gli Industriali del 2005, nella Vicenza che ospita il parlamento padano, nella Vicenza dove il Forza-Leghismo viaggia alla media del 50% dei voti. Come ha fatto? Smarcandosi da Roma, da Veltroni e da Prodi. Dicendo no da subito all’ampliamento della base Usa, nononstante per tutto il 2007, Prodi, Rutelli, Parisi, Bersani e Letta in visita nel Veneto ripetessero in coro “non possiamo bocciare un accordo con gli amici americani”. E lui testardo ha voltato le spalle a Veltroni, chiedendo che il loft del Pd stesse lontano dalle vicende beriche, facendo sapere di essere stufo di essere trattato da polentone veneto: “È stata una rimonta straordinaria, in campagna elettorale non ho promesso che strade e marciapiedi e tanta concretezza. Perché è questo che la gente vuole”. Variati però sa bene che la sua avventura è tutta in salita. In Provincia, in Regione e a Roma governano gli altri, i nemici. Ma lui, scuola rumoriana, sa bene come muoversi: “Ho amici ovunque”. LEGGI ANCHE: Doppio ko per il Pd. Ma Veltroni guarda avanti [...]

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