
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Il leader di An ha ottenuto la maggioranza assoluta con 335 voti. Alla votazione hanno partecipato 611 deputati. La maggioranza richiesta era di 306 voti. Oltre ai 335 voti di Fini, sette consensi sono andati a Daniele Marantelli del Pd. Tre i voti dispersi, 259 le schede bianche (era annunciata l’astensione di gran parte della minoanza: Pd, Idv e Udc), sette le nulle. Un applauso scrosciante dell’aula di Montecitorio ha salutato il raggiungimento del quorum, che portava Fini a diventare il tredicesimo presidente della Camera dei deputati, dal 1948. Da Giovanni Gronchi a Fausto Bertinotti, sono stati infatti dodici i suoi predecessori nelle nelle passate quindici legislature. Ben cinque di loro sono poi diventati presidenti della Repubblica (Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano).
Dopo un “doveroso omaggio” alle figure del capo dello Stato e di Papa Benedetto XVI, seguito da un richiamo alle radici cristiane dell’Italia, Fini nel suo primo discorso dallo scranno più alto di Montecitorio ha invitato la nuova Assemblea a dimostrare che “i deputati non sono solo una casta di privilegiati. Questo e’ possibile solo con i fatti”. Facendo suo l’auspicio del presidente del Senato Renato Schifani, Fini ha aggiunto che “non siamo all’anno zero” delle riforme, molto è stato fatto ma “la XVI legislatura dovrà essere per davvero legislatura costituente”.
“Avere istituzioni più moderne e più vicine ai cittadini è interesse di tutti, rappresenta un autentico interesse nazionale”, ha detto Fini, augurando che si possa ripartire dal lavoro degli ultimi mesi della Commissione Affari Costituzionali, sul superamento del bicameralismo perfetto e per avere un “federalismo solidale”.
Completo grigio chiaro e cravatta rosa, su camicia bianca, Fini ha preso la parola, per il suo discorso di insediamento, tra i palchi della presidenza:il 25 aprile e il 1 maggio, ha detto, “devono essere giornate condivise da tutto il popolo italiano”. “Celebrare la ritrovata libertà del nostro popolo e la centralità del lavoro nell’economia è un dovere a cui nessuno si può sottrarre. Specie se vogliamo vivere il 25 aprile e l’1 maggio come giornate in cui si onorano valori autenticamente condivisi e avvertiti come vivi e vitali da tutti gli italiani e in particolare dai più giovani”.
Secondo Fini “negli ultimi anni molti passi avanti nella giusta direzione sono stati compiuti, e dalla quasi totalità delle forze politiche. Coloro che si ostinano a erigere steccati di odio o a negare le infamie dei totalitarismi sono pochi, quanto isolati nella coscienza civile degli italiani”. Fini ha poi sottolineato: “La ricostruzione di una memoria condivisa, una sincera pacificazione nazionale, nel rispetti della verità storica, tra vincitori e vinti di ieri sono traguardi ormai raggiunti, anche per il nobile e coraggioso impegno di due Presidenti della Repubblica: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi”.
“Un’insidia alla nostra libertà e alla democrazia esiste tutt’ora. Non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso ormai superate, ma dal diffuso e crescente relativismo culturale”. Si tratta, prosegue Fini, della convinzione secondo cui “la libertà è assoluta pienezza di diritti e totale assenza di regole. La Libertà è minacciata quando in suo nome si teorizza l’impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”. Secondo Fini, è responsabilità della politica e delle istituzioni rispondere a questa “minaccia”, puntando “sull’educazione dei giovani e sulla diffusione del sapere”. Infine un capitolo dedicato alla “perdurante tragedia delle cosiddette morti bianche offende la coscienza di ognuno, non può e non deve essere considerata come ineluttabile, ma deve generare uno sforzo comune a tutte le istituzioni perché ad essa si ponga rapidamente fine”.
Un discorso lungo 14 minuti, che ha mandato “in soffitta” l’appellativo “deputati” usato da Fausto Bertinotti e da Irene Pivetti per tornare al tradizionale “Onorevoli colleghi”. Fini ha un testo, cosa inusuale per lui, normalmente abituato a parlare a braccio, e ha incassato diciassette applausi. Il primo ad andare a congratularsi è il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini; il predecessore lo raggiunge sulle scalette del banco della presidenza e gli porge la mano, che Fini stringe. Tutto lì: nessun abbraccio e nessuna frase di circostanza. Quindi l’abbraccio dei deputati del Pdl. Nella sala del governo il “passaggio delle consegne” con Fausto Bertinotti: dopo essersi intrattenuto per qualche minuto con il suo successore, giusto il tempo per un brindisi, Bertinotti si congeda senza rilasciare dichiarazioni ma solo stringendo le mani ai funzionari della Camera e augurando a tutti un buon lavoro. Nel frattempo, si continua a brindare: c’è Berlusconi, poi fra gli altri giungono Massimo D’Alema, Arturo Parisi e tanti altri parlamentari, soprattutto del Pdl.
Gli arriva anche una telefonata di auguri da Walter Veltroni dalla clinica romana in cui èricoverato per un piccolo intervento. Finito lo champagne, si va a lavorare. Accompagnato dal segretario generale della Camera Ugo Zampetti e dal nuovo portavoce Fabrizio Alfano, Fini va al primo piano di Montecitorio e prende possesso del suo ufficio.
Nel pomeriggio la visita al Quirinale, poi qualche giorno di riposo fino a martedì, quando a Montecitorio si tornerà a votare per eleggere l’ufficio di presidenza.
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Commenti
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Il 30 Aprile 2008 alle 16:00 vincenzo.m. ha scritto:
IL RELATIVISMO CULTURALE.
Molte sono le giovani menti che ritengono le nostre radici appartenere alla sfera giudaico-cristiana, molti interpretano in senso negativo, quale risultato di un fallimento dell’unità nazionale, l’assunzione del concetto del “federalismo solidale”.
I deputati non sono solo una casta di privilegiati, pensano alcune solite giovani menti, la casta è anche un insieme di individui che per cinquanta anni hanno convissuto all’ombra di ideologie che, per loro medesima asserzione, vengono ad essere ritenute morte e superate. Le ideologie a cui facevano riferimento i politici, al di là di ogni schieramento, furono valori autenticamente condivisi e avvertiti come vivi e vitali da tutti gli italiani ed in particolare dagli stessi politici che hanno occupato il Parlamento dal dopoguerra ad oggi.
Non capiscono, i ragazzotti, come possa avvenire una modernizzazione delle istituzioni del Paese se a governare le stesse posano piede coloro che hanno vissuto l’intero arco della loro esistenza nei governi, composti da maggioranze ed opposizioni, che si sono alternati.
I giovani, sempre loro, ritengono che se le fondamenta poggiano sulle origini cristiane il perdono deve prevalere su ogni altra azione; la loro perplessità li induce a preferire fondamentali riferibili alle origini giudaico-cristiane poiché ritengono che il perdono senza giustizia si configuri come COLLABORAZIONE CRIMINALE.
Avranno ragione quelle giovani menti a tacciare di relativismo culturale, coloro che ignorano le reali radici italiane, o coloro che si ritengono non essere solo una casta?.
Il 30 Aprile 2008 alle 22:42 graym ha scritto:
Mi sembra cosi’ vacuo raccontare di un abito grigio ed una cravatta rosa.
Piuttosto, un a discorso importante, profondo e di tremenda attualità.
o darei questo discorso come una delle tracce dell’esame di maturità quest’anno. E’ pieno di spunti sui quali i ragazzi potrebbero, anzi dovrebbero riflettere.
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