Archivio di Maggio, 2008
Quattro omicidi in sessanta giorni. Una prostituta, un agricoltore, un imprenditore ed infine un informatore medico. Nessun collegamento tra i quattro casi tranne che tutti si sono verificati nella città di Livorno. L’ultimo delitto risale a giovedì pomeriggio. La vittima è Fabrizio Fioriti, 49 anni, informatore farmaceutico. Il suo corpo, colpito con 15 coltellate è stato trovato in un piccolo posteggio vicino ad un campo sportivo nella periferia nord della città . Un omicidio consumato in pieno giorno a pochi metri da un gruppo di ragazzi che stava giocando a calcio. Proprio in quel parcheggio, Fioriti ha dato appuntamento al suo assassino. Lo ha incontrato all’interno della propria auto dove la discussione è degenerata e l’aggressore lo ha colpito prima al fianco poi al torace. L’ultima coltellata, quella letale, gli ha reciso l’aorta.
Fabrizio Fioriti non è morto immediatamente, è riuscito a scendere dall’auto e a percorrere un paio di metri senza però riuscire a chiedere aiuto. A chiamare il 118 e la polizia alcuni automobilisti. La squadra mobile di Livorno ha subito escluso la rapina e si è concentrata sull’ambiente familiare dell’informatore medico che, negli ultimi mesi, aveva qualche problema economico. Forse debiti di gioco. La svolta nelle indagini è arrivata ieri. Uno dei tre figli della vittima, Matteo, di 24 anni, è stato fermato, interrogato e rinchiuso in carcere. Secondo gli inquirenti, sarebbe lui l’assassino. Sullo sfondo, pare, le liti col padre a causa del vizio del gioco d’azzardo di quest’ultimo.
Ma quello di Fioriti è solo l’ultimo omicidio che in due mesi ha sporcato di sangue la città labronica. Il 23 marzo scorso, giorno di Pasqua, il ritrovamento del primo cadavere. Eunice, una prostituta di origini nigeriane, è stata uccisa con tredici coltellate e il suo corpo abbandonato in un cespuglio poco fuori dalla città . La zona è quella dove si prostituiscono le ragazze di colore ed è stata proprio un’amica di Eunice, anche lei lucciola, a trovare il cadavere e a chiamare la polizia. Un omicidio che, per la brutalità , aveva terrorizzato i residenti per settimane e aveva fatto supporre la presenza di un serial killer.
Paura durata pochi giorni perché gli agenti della squadra mobile sono riusciti a individuare l’assassino, Alessio Nigrì un operaio di 24 anni residente a Pisa. Aveva tentato di rapinarla me lei aveva fatto resistenza e lui l’ha massacrata. La scia di sangue continua il 5 aprile, con l’assassinio dell’agricoltore, Danilo Marzi. Una vera e propria esecuzione: quattro colpi di pistola alle spalle sparati nel buio della notte. L’uomo prova a fuggire ma non ce la fa e il suo cadavere viene ritrovato il mattino successivo. Ancora senza soluzione questo giallo ma nel registro degli indagati sono stati iscritti due italiani, un siciliano e un livornese, e un romeno. Tra le ipotesi dell’uccisione, dei conti correnti in banche straniere.
Un’eredità , invece, è stata la causa del terzo fatto di sangue nato da una lite furibonda avvenuta tra due fratelli. È martedì 8 aprile, solo tre giorni dopo l’omicidio dell’agricoltore. Salvatore e Vito Inghilleri, quest’ultimo noto imprenditore livornese, litigano per alcune proprietà lasciate in eredità dal padre. Salvatore impugna il fucile e spara due colpi freddando il fratello sulla soglia di casa. La terza vittima in poche settimane. Salvatore, si è costituito alla polizia dopo una notte di latitanza trascorsa nei boschi alla periferia della città . Salvatore Inghilleri, recluso nel carcere delle Sughere, sarà sottoposto a perizia psichiatrica. A visitarlo dovrebbe essere Giovan Battista Traverso, docente di psicopatologia forense dell’Università di Siena, uno dei periti nominati dalla Corte d’Appello di Torino per indagare nella mente di Annamaria Franzoni, condannata a sedici anni per l’omicidio del figlio Samuele.
Lascia la figlia di due anni da sola in automobile, ma la bambina muore nel giorno del suo secondo compleanno: secondo una prima ricostruzione la madre S.V., un’insegnante di 39 anni residente nella provincia di Lecco, sarebbe uscita di casa di prima mattina per andare a Merate, portando con sé la figlia Maria. È andata a riprendere la figlia appena si è resa conto di averla ‘dimenticata’, ma la piccola respirava ormai a fatica. Portata immediatamente all’ospedale, nonostante i tentativi di rianimazione dei medici, Maria è morta poco dopo. La donna è stata iscritta sul registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo: è stata a lungo in caserma con il marito per cercare di spiegare quel che è successo al pubblico ministero di Lecco, Luca Fuzio.
Al momento la dinamica esatta non è stata ancora accertata: l’insegnante, madre di altri due figli in età scolare, è uscita di casa con l’ultimogenita per accompagnarla dalla baby sitter. Invece avrebbe raggiunto direttamente la scuola, lasciando la bimba addormentata in auto, sui sedili posteriori. Alcune ore dopo, intorno alle 13, il marito della donna, un astronomo, ha ricevuto una telefonata dalla baby sitter che chiedeva come mai non le fosse stata portata Maria. L’uomo ha subito chiamato la moglie e quest’ultima, solo a quel punto, si è precipitata in strada dove aveva lasciato l’auto, una Volkswagen Touran, parcheggiata, e ha trovato la figlioletta praticamente agonizzante. Inutile la corsa verso l’ospedale di Merate: Maria è morta nonostante tutti i tentativi di rianimarla. La salma della bambina verrà sottoposta ad autopsia, con ogni probabilità già domani. Non si esclude che la piccola sia morta per il caldo, a causa della temperatura abbastanza elevata, e della poca aria nell’abitacolo.
Il caso di Merate è analogo a quello avvenuto dieci anni fa in Sicilia: nel luglio del 1998, a Catania, un bimbo di due anni, Andrea D., morì soffocato dal caldo dentro l’automobile del padre. Uscito di casa alle 8.30 del mattino, il padre Salvatore, prima di recarsi al lavoro, avrebbe dovuto accompagnarlo all’asilo, perché la madre non poteva. Ma se ne dimenticò, lasciando il piccolo legato al seggiolino della Fiat Uno, con una temperatura esterna attorno ai 40 gradi, per più di cinque ore. Fu poi processato per omicidio colposo.
Parcheggio libero? Praticamente sì. Almeno sulle strisce blu, che a Roma non valgono più. Il Tar ha accolto il ricorso del Codacons e annullato la delibera del comune n.104/2004. Un evento clamoroso: i romani potranno parcheggiare in 96.000 posti gratis (sono già stati disattivati i 2700 parcometri che si stima fruttassero al Campidoglio circa 29 milioni di euro l’anno) . E ora la miccia è innescata: il Codacons promette battaglia negli altri Comuni d’Italia: secondo l’associazione dei consumatori situazioni analoghe a quella della Capitale si registrano a Salerno, Milano, Firenze, Catanzaro, Udine, in alcune città della Sicilia e in molti altri Comuni minori.
Dal sito del Codacons si può scaricare un modulo che permette ai cittadini di manifestare il proprio interesse a chiedere la restituzione delle multe dopo il 2004 per aver parcheggiato la propria autovettura senza il regolare tagliandino. “Siamo favorevoli ai parcheggi a pagamento” ha affermato il presidente dell’associazione Carlo Rienzi “ma solo laddove risultino effettivamente necessari e non vengano utilizzati dai Comuni al solo scopo di far cassa. Per questo motivo impugneremo le delibere che istituiscono le strisce blu in tutti i Comuni d’Italia, affinché vengano annullate quelle che non presentano i requisiti adatti”.
Già molti Comuni d’Italia si sono affrettati a gettare acqua sul fuoco. “La vicenda di Roma riguarda la cronaca locale romana. Non ha ricadute su Milano e altre città ” ha detto l’assessore al traffico del comune di Milano, Edoardo Croci, dove nelle aree in cui non è possibile parcheggiare liberamente, la sosta è stata regolamentata sulla base del principio che assegna gratuitamente parte degli stalli ai residenti (delimitati dalla strisce gialle) mentre i restanti sono a pagamento (strisce blu). Da Nord a Sud, poi, piovono dichiarazioni di assolutà tranquillità da parte degli amministratori locali. Ma qualcuno è seriamente preoccupato, come l’assessore alla mobilità urbana di Napoli, Agostino Nuzzolo che prevede “un disastro, un fatto assolutamente negativo” se la decisione del Tar fosse estesa al capoluogo partenopeo.
di Karen Rubin
La discarica di Chiaiano si può fare. E non solo Chiaiano, anche quelle che potrebbero sorgere nelle aree campane individuate dal sottosegretario Guido Bertolaso. Perché le ragioni che impediscono l’apertura di una discarica sono sempre tecnicamente superabili. “Una cava esaurita è un buon sito per iniziare la costruzione di un impianto di smaltimento dei rifiuti. Gli scavi necessari alla messa in opera di una discarica richiedono mesi. In questo caso sarebbero in parte già pronti, con enorme risparmio di tempo e denaro” dice Piero Sirini, professore alla facoltà di ingegneria sanitaria-ambientale dell’Università di Firenze. “Fondamentale e necessario però, constatare che al di sotto della discarica, non passi, a meno di 2 metri, una falda acquifera. È il passaggio dell’acqua l’unico vero vincolo alla costruzione di un impianto di smaltimento”.
Non esistono norme di legge che vietino l’apertura di una discarica in vicinanza dei centri abitati. Costruirne una costa 20 euro al metro cubo, ogni abitante produce 500 kg di rifiuti l’anno, pensare di costruire le discariche lontano dalle città non è sostenibile, a meno che si vogliano veder quadruplicati i costi della tasse per la nettezza urbana.
A Roma la grande discarica di Malagrotta sorge intorno a un nutrito gruppo di case, edificate prima e dopo la sua apertura. “Una norma di questo genere non esiste perché se, ben progettata e gestita, la discarica non inquina più di un’altra opera umana” aggiunge l’ingegnere.
“Di norma gli impianti di discarica non devono ricadere in aree a rischio idrogeologico, in territori sottoposti a tutela paesaggistica, nelle aree interne a parchi e riserve naturali, nelle zone dove le falde acquifere siano utilizzate a scopo potabile” spiega Leonello Serva, direttore del Dipartimento difesa del suolo, “ma le autorità possono decidere in deroga a qualsiasi normativa di carattere ambientale”.
È comprensibile che gli abitanti di Malagrotta o di Chiaiano preferiscano un parco giochi a una discarica. “Nell’immaginario collettivo è uguale a puzza, topi, fumi tossici. Poteva essere così fino agli anni Ottanta, ma ora siamo in grado di realizzare impianti a norma, che se correttamente gestiti sono in grado di evitare questi inconvenienti” dice Sirini.
Alla base di una buona discarica c’è la impermeabilizzazione dell’invaso che dovrà contenere i rifiuti. “Se è ben fatta, anche territori che per la loro configurazione naturale non sarebbero idonei possono diventarlo. La discarica produce percolato, una sostanza che si forma per l’interazione tra l’acqua piovana e i rifiuti. Se l’impermeabilizzazione non è sufficiente il percolato potrebbe inquinare la falda acquifera sottostante. Ma non è difficile impedire che ciò accada. In Italia siamo molto bravi a preparare discariche, i nostri costruttori sono chiamati anche all’estero e ormai il nostro livello tecnologico supera in qualità i requisiti richiesti dalle normative italiane ed europee” spiega Sirini.
Giro di vite a Milano sui clandestini. Ieri la polizia locale ha controllato a tappeto i mezzi pubblici affollati di immigrati e ha identificato 33 calndestini, mentre questa mattina in tribunale è stata applicata per la prima volta l’aggravante della clandestinità a carico di quattro stranieri giudicati per direttissima per vari reati contro il patrimonio. Ma oggi è arrivato il monito della Cei, che richiama lo Stato al principio di accoglienza e chiede che i cpt non diventino centri di detenzione prolungata.
I controlli di ieri dei vigili su tram e autobus hanno suscitato polemiche. Qualcuno ha parlato di “caccia all’immigrato”, ma il Comune risponde che si è trattato di normali verifiche. Gli stranieri sono stati fatti scendere a gruppi dagli autobus, messi in fila, identificati e poi portati per ulteriori accertamenti in questura se sprovvisti di documenti. Sono state scene inconsuete, quasi mai viste in città .
Alcuni cittadini, indignati, hanno chiamato le redazioni dei giornali per protestare, ma il Comando della polizia locale ha fatto sapere che sono stati semplicemente intensificati i controlli che da tempo si facevano sui mezzi dell’Atm (la locale azienda di trasporto pubblico). Molti i controllati, meno quelli finiti all’Ufficio immigrazione della questura per i quali si avvieranno le procedure di espulsione.
Gli stranieri non in regola sono stati caricati su un autobus con le grate alle finestre, utilizzato abitualmente per scortare gli ultrà durante le partite di calcio. Queste scene hanno destato un certo clamore tra i passanti e tra i passeggeri. Ma da Palazzo Marino la replica è stata secca: “Non c’è nessuna caccia al clandestino, stiamo eseguendo controlli in linea con il rigore deciso nei confronti dell’immigrazione clandestina”. “Stiamo facendo tutta una serie di controlli in città ”, ha detto Emiliano Bezzon, comandante della Polizia Locale di Milano, “sui mezzi pubblici come nelle aree dismesse e in quelle più genericamente occupate da clandestini e l’attività sui mezzi pubblici non è certo una novità ”.
“Non c’è stata nessuna caccia all’immigrato”, chiarisce il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, “semplicemente in questi giorni ho dato disposizione, in accordo con Atm, di intensificare i controlli, peraltro svolti quotidianamente sia in divisa che in borghese, su alcune linee problematiche di tram e bus”. Secondo quanto riferito dal Comune i clandestini trovati durante questi controlli sono stati 33, di cui 2 con sulle spalle già un ordine di espulsione. In questura, però, i cittadini stranieri che risultavano in carico all’Ufficio immigrazione per pratiche di espulsione a seguito degli accompagnamenti dei vigili erano poco più di una decina. I controlli proseguiranno: per i clandestini, ma anche per gli extracomunitari in genere, come era stato promesso nel corso di un recente sopralluogo a un campo nomadi. Sono in molti a dire che a Milano l’aria è cambiata.
È cambiata anche a Palazzo di giustizia, dove questa mattina è stata applicata per la prima volta la nuova norma sull’aggravante della clandestinità prevista dal pacchetto sicurezza a carico di quattro imputati giudicati per direttissima. Si tratta di un cileno accusato di danneggiamento, un marocchino arrestato per possesso di droga e un ucraino e un moldavo finiti in manette per furto. Nel loro capo di imputazione si legge che il reato è aggravato dal fatto che “è commesso da soggetto che si trovi illegalmente sul territorio nazionale”.
Ma la tolleranza zero in tema di immigrazione clandestina ha suscitato la reazione preoccupata della Chiesa. Angelo Bagnasco ha parlato dei cpt alla conferenza stampa di conclusione dell’assemblea generale della Cei: “Ciò che deve essere temporaneo non deve essere prolungato troppo”, ha detto. E sull’accoglienza: “Tutti speriamo che qualunque provvedimento sia varato dal Parlamento si faccia salvo il duplice principio di sicurezza, che giustamente deve essere assicurata ai cittadini, e dell’accoglienza che caratterizza la storia stessa del nostro popolo”. Il Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti infine, nel comunicato finale dell’assemblea plenaria che si è tenuta in Vaticano, afferma che “gli immigrati rappresentano tutti una risorsa per le società in cui lavorano, qualunque sia il loro status legale, ed è loro diritto che venga affrontato il problema della separazione familiare, temporanea o prolungata”. Il documento si concentra sul diritto al “ricongiungimento familiare nei Paesi di accoglienza”, che andrebbe riconosciuto come riscontro dell’apporto che i lavoratori stranieri danno all’economia.
Sì, ma con riserva. Il sì è del consiglio dei minsitri; la riserva è della Lega. Il tema: il disegno di legge per la ratifica del Trattato di Lisbona, che modifica il Trattato sull’Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea.
A riferire tutte le perplessità del Carroccio è il ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli, lasciando Palazzo Chigi al termine della riunione. Il ministro pur ammettendo che il nuovo trattato risulti “notevolmente migliorato” rispetto al testo originario varato dalla Convenzione parla di “una cessione di sovranità pesante”. E pertanto il Carroccio pensa ad una legge costituzionale “ad hoc” che consenta al popolo italiano di esprimersi attraverso un referendum.
Esattamente come succederà in Irlanda il 12 giugno prossimo: un appuntamento da molti considerato l’incognita più grande sul completamento del processo di ratifica del trattato. Nonché l’unica, sicura, consultazione popolare rimasta sulla strada del trattato capace di tenere tutti con il fiato sospeso: nel 2005 il “no” dei cittadini francesi prima e quello degli olandesi poi affossarono in maniera irreversibile il trattato costituzionale.
Eppure le perplessità leghiste sono state subito additate dagli esponenti dell’opposizione: “La destra che ha vinto (le elezioni di aprile, ndr) non è un’invincibile armata; ci sono contraddizioni rilevanti tra Lega Nord e Pdl. E il loro progetto non è all’altezza dei bisogni dell’Italia”, ha fatto notare il vicepresidente del Senato Vannino Chiti (Pd). Mentre il leader Udc Lorenzo Cesa valuta che la Lega Nord “mette a repentaglio la politica estera del Paese”.
Ci sono voluti circa due anni e una maratona negoziale memorabile, svoltasi in occasione del Consiglio europeo del giugno 2007, per ridare all’Europa, attraverso il trattato di Lisbona, la prospettiva di realizzare quelle riforme istituzionali necessarie per rispondere alle nuove sfide dell’allargamento dei confini dell’Unione e a quelle che devono essere fronteggiate sui fronti della politica estera, dell’economia e dell’immigrazione.
Il primo Paese ad aver ratificato il nuovo trattato è stata l’Ungheria, seguita a ruota dalla Slovenia, Paese che detiene, fino al 30 giugno, la presidenza di turno dell’Ue. Alcuni degli altri partner dell’Unione ad aver già aderito a Lisbona sono: Malta, Romania, Bulgaria, Polonia, Slovacchia, Portogallo, Danimarca, Austria, Lettonia e Lituania.
La Gran Bretagna, che in sede di negoziato ha ottenuto diverse, importanti esenzioni (opting out) rispetto alle disposizioni previste dal nuovo trattato, deve ancora ratificarlo, ma il rischio che l’approvazione venga subordinata allo svolgimento di un referendum è stato definitivamente disinnescato.
Il trattato di Lisbona dovrebbe entrare in vigore all’inizio dell’anno prossimo e, sebbene depotenziato - almeno nominalmente - rispetto alla precedente progetto di Costituzione, prevede l’introduzione di importanti novità . Come l’istituzione della figura del presidente permanente dell’Ue che resterà in carica per due anni e mezzo e potrà essere riconfermato per un secondo mandato. E il potenziamento delle funzioni dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza (il cosiddetto PESC), che sarà anche vicepresidente della Commissione europea. Previsto poi un marcato ampliamento delle materie sulle quali il Consiglio dei ministri Ue potrà decidere a maggioranza e non più all’unanimità e un potenziamento dei ruoli del Parlamento europeo e di quelli nazionali.
Non tutti i tradimenti sono uguali: merita infatti di perdere tutti i beni e le proprietà che il marito le ha cointestato la moglie che tradisce il coniuge portando l’amante nella casa coniugale consumandovi carnalmente il suo “flirt”.
L’avvertimento viene dalla Cassazione che ha confermato la “revocazione per ingratitudine” della cointestazione di tutti i beni che il marito aveva donato, in comproprietà alla moglie che lo tradiva in casa con un giovanissimo amante.
Con la sentenza 14093 della II Sezione Civile i giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso con il quale la moglie infedele chiedeva la nullità del verdetto della Corte d’appello di Messina che nel marzo 2005 (dopo una causa iniziata nel 1975) le aveva revocato la comproprietà dei beni che il marito le aveva intestato. Per i giudici d’appello la donna aveva commesso una “ingiuria grave che ledeva gravemente il patrimonio morale” del marito e pertanto, legittimamente l’uomo doveva tornare nel pieno possesso dei beni che aveva voluto condividere con la moglie.
In primo grado, il Tribunale di Messina aveva dato ragione alla donna. Ma le cose sono poi cambiate: la seconda sezione civile della Suprema corte ha ammonito, non lasciando nulla nella penna, questo tipo di comportamenti. “L’ingiuria grave richiesta dall’articolo 801 quale presupposto della revocazione consiste in un comportamento con il quale si rechi all’onore e al decoro del donante un’offesa suscettibile di ledere gravemente il patrimonio morale della persona, sì da rilevare un sentimento di avversione che manifesti tale ingratitudine verso colui che ha beneficiato l’agente, che ripugna alla coscienza comune”.
In questo caso gli ingredienti dell’ingratitudine c’erano proprio tutti: infatti la donna all’età di 36 anni, già madre di tre figli, aveva intessuto una relazione con un 23enne, protrattasi clandestinamente per vari anni, e sfociata nell’abbandono della famiglia per convivere con il nuovo compagno. L’atteggiamento, fra l’altro, era stato particolarmente menzognero e irriguardoso verso il marito dal momento che lei “si univa con l’amante nell’abitazione coniugale”.
Altre due vittime sono state ritrovate in Val Pellice dopo la frana di ieri: Erika Poet e, poche ore dopo, la sua bambina Annik di tre anni. I soccorritori disperavano da tempo di salvarle: sono rimaste sepolte dal fango che ha spazzato via la loro casa. All’interno dell’abitazione c’era anche il nonno della piccola, Carlo Rivoira, 75 anni: era a letto malato e il suo cadavere è stato trovato avvolto da una coperta. Si è salvato invece il convivente della donna, Luciano Rivoira, figlio dell’anziano morto, e gli altri tre bambini della coppia: lui era al lavoro, loro a scuola. Nella zona i carabinieri del Comando provinciale hanno intanto predisposto un servizio anti sciacallaggio.
Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato d’emergenza per il Piemonte e la Valle D’Aosta flagellati dal maltempo. E arriva uno stanziamento straordinario. “Subito 5 milioni di euro per l’alluvione in Piemonte” ha detto il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, che spiega come la somma è quella che si è riusciti a “mettere immediatamente a disposizione”, una cifra che per l’esecutivo dovrebbe consentire di “affrontare questo stato di calamità in cui si trovano diverse zone della nostra regione”.
Nel frattempo le ondate di piena che si sono verificate giovedì sera e nella notte per Dora e Po sono passate nel tratto torinese dei due fiumi senza provocare grossi disagi. A Torino nella tarda mattinata di venerdì la situazione ha cominciato lentamente a migliorare. Sono stati riaperti tutti i ponti sulla Dora, chiusi in via precauzionale perché si temeva l’ondata di piena nel fiume. Riaperto al traffico pesante il traforo del Frejus. In tutta la provincia non si segnalano situazioni di particolare criticità .
In prefettura a Torino si è intanto tenuto un vertice con il sottosegretario alla Protezione civile Guido Bertolaso. Presenti il sindaco Sergio Chiamparino il presidente della provincia Antonio Saitta, la presidente della regione Mercedes Bresso e il prefetto Paolo Padoin oltre a rappresentanti della Protezione civile. Il sottosegretario ha annunciato che il Consiglio dei ministri dichiarerà lo stato di emergenza. “Oggi pomeriggio incontrerò il presidente del Consiglio e lo metterò al corrente della situazione” ha spiegato. “Non dobbiamo abbassare la guardia, siamo ancora in mezzo alla crisi e sarà tale per le prossime 24 ore”.
Nell’incontro è stato verificato che al momento “la situazione è sotto controllo”, ma l’attenzione rimarrà massina nelle prossime 24/36 ore in tutta la provincia di Torino, nella Val Pellice, nel Cuneese, sul lago Maggiore e nele valli del nord tra Verbano e Ossola, dove si temono frane. Stabile, anche se in alcune zone critico, il livello dei fiumi: a Torino entro la mattinata il Po dovrebbe gonfiarsi in seguito alle piogge a monte (ma ci si aspetta un’ondata “non eccessiva”), in Val Pellice e nel nord i corsi d’acqua potrebbero ancora gonfiarsi per le importanti precipitazioni delle scorse ore. Secondo Bertolaso l’emergenza è stata in ogni caso “gestita in maniera egregia, con risposte tempestive”. Concluso l’incontro il sottosegretario ha comunicato che non andrà nel Cuneese, come in un primo momento ipotizzato, ma partirà subito alla volta di Napoli dove nel pomeriggio avrà una riunione con il premier Berlusconi e il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo sulla questioni rifiuti.
Paura anche nel Cuneese, dove sono chiuse al traffico diverse strade e i cittadini sono invitati a evitare spostamenti non indispendabili. Nella notte e nelle prime ore della giornata la Protezione civile ha chiuso diversi ponti, non solo nelle valli ma anche nelle zone verso la pianura. È stata una notte di piena emergenza in tutte le vallate, con temporali e piogge abbondanti. In serata è stato chiuso anche un tratto della statale 21 in valle Stura, verso il Colle della Maddalena, poco dopo Aisone, dove a Demonte sono state evacuate circa 30 persone. Diverse zone sono isolate nelle valli, ma le situazioni più difficili sono quelle delle valli Po, Varaita, Maira e Stura. Fiumi e torrenti sono esondati in diversi punti, i laghi sono a livelli record, ponti e argini sono costantemente monitorati, come pure le aree a maggior rischio idrogeologico, per il pericolo di frane e smottamenti. Scuole chiuse nelle valli Po, Varaita e Maira, e anche a Saluzzo, e oggi potrebbero essere presi altri provvedimenti: alle 11 in Prefettura si riunisce il Centro coordinamento soccorsi.
Il VIDEO servizio:
Il VIDEO da YouTube: la Dora in piena a Bussoleno
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