Sarà un governo del premier? Silvio Berlusconi dopo le elezioni e durante le consultazioni ha preferito mantenere un ruolo più silente e istituzionale rispetto alle precedenti esperienze. Prima di presentare la lista dei ministri è salito due volte al Quirinale per parlare con Giorgio Napolitano. Un metodo apprezzato dal capo dello Stato e da quanti sperano in una legislatura di rottura rispetto alla fase cominciata nel 1994 e chiusa con la rivoluzione del voto del 13 e 14 aprile.
Berlusconi è salito sul Colle con Gianni Letta e con la lista dei ministri già in tasca (riquadro a pagina 63). Operazione lampo, ma fatta la squadra il Cavaliere deve affrontare il problema del metodo di governo, cioè il modo in cui il presidente del Consiglio interpreta il suo ruolo nel collegio dei ministri e guida la macchina di Palazzo Chigi. E se è vero che i ministri sono autonomi e fisiologicamente in cerca di spazi politici (e risorse), è altrettanto certo che Berlusconi ha a disposizione una potente organizzazione di uffici, strutture e dipartimenti che possono consentirgli di timonare, forse con qualche rollio e beccheggio in meno rispetto al passato, il governo sulla rotta tracciata.
Nel passato spesso è mancata la collegialità e non pochi sono stati i casi di ministri dissidenti rispetto alla maggioranza. La riduzione del numero di partiti rappresentati in Consiglio dei ministri aiuterà Berlusconi, ma per il resto (non essendoci regole) la tenuta della collegialità dipende dal presidente del Consiglio, dal suo carisma ed equilibrio.
In teoria, le norme prevedono la creazione di comitati interministeriali, ma non hanno mai funzionato granché. Per questo chi conosce bene la macchina dell’esecutivo pensa che quello del coordinamento sia ancora un tema aperto e che occorra ripensare la legge.
Berlusconi dovrà dunque far leva sul suo ascendente (il risultato elettorale è un altro balsamo) e nello stesso tempo contare sulla consumata esperienza di Gianni Letta, sottosegretario di Palazzo Chigi che svolgerà il ruolo di segretario del Consiglio dei ministri, figura senza la quale il governo non può riunirsi. A Letta andrà anche il delicato compito di controllare e coordinare quello che i tecnici del diritto chiamano “drafting legislativo”, ossia la scrittura dei decreti e delle leggi di iniziativa del governo.
Il ritorno alla legge Bassanini ha ridotto a 12 i ministeri con portafoglio, numero che cresce a 21 (4 in meno dell’esecutivo Prodi) con i dicasteri senza portafoglio che dipendono direttamente dalla presidenza del Consiglio. È una salutare riduzione in termini di efficienza della politica e costi per lo Stato, anche se l’eredità del governo Prodi si fa sentire. A un gabinetto di oltre 100 persone infatti è corrisposta un’organizzazione del lavoro che gli esperti non fanno fatica a giudicare elefantiaca.
I cittadini conoscono il presidente del Consiglio, i suoi più stretti collaboratori, i ministri, ma la nave del governo è un vero e proprio transatlantico: l’esecutivo Prodi aveva 27 dipartimenti e uffici direttamente dipendenti dalla presidenza, 11 strutture di missione e cinque commissariati straordinari.
Impero dell’alta burocrazia: solo alla presidenza del Consiglio si contano 27 dirigenti di prima fascia e 229 dirigenti di seconda fascia. Una nave da crociera, con un bilancio autonomo, sulla quale è stata caricata troppa zavorra: a bordo complessivamente ci sono 4.237 persone e, al di là delle indiscutibili capacità del personale dipendente, è chiaro che ha bisogno di essere snellita e alleggerita nell’equipaggio e nelle procedure di navigazione. Il governo Prodi ha cercato di tagliare alcuni costi di funzionamento, consulenze, missioni, studi e spese di rappresentanza, ma la politica di proliferazione delle poltrone ministeriali ha prodotto un’equazione micidiale: troppi uffici, troppi dipendenti, spese per il personale in progressione (nel bilancio di previsione 2006 erano pari a 208 milioni di euro, balzati a quota 236 milioni l’anno successivo) e un bilancio complessivo di oltre 3 miliardi 600 milioni di euro, di cui 1 miliardo 767 milioni destinati alla Protezione civile, uno degli elementi critici nell’organizzazione di Palazzo Chigi.
Anche qui non si discute la professionalità della struttura, ma il dipartimento nel corso degli anni ha mutato la sua natura ampliando le sue aree di intervento dalle emergenze ai grandi eventi, costa quasi il doppio rispetto al nucleo centrale della presidenza del Consiglio (968 milioni di euro nel 2007) e apre un dilemma: qual è la sua missione? Diciotto milioni di euro se ne vanno in stipendi, metà dei fondi è impegnata nel pagamento dei mutui contratti dalle regioni colpite da calamità, il resto è disperso in vari interventi che si sovrappongono a quelli di altre istituzioni come, per esempio, il Corpo forestale.
Altri 400 milioni di euro della presidenza del Consiglio sono destinati agli interventi e investimenti per l’editoria e, lasciando perdere la demagogia e le “grillate”, non vi sono dubbi che si tratta di un settore in cui servono una riforma e una selezione dei soggetti destinatari degli aiuti.
Primo compito del nuovo segretario generale (il posto di Carlo Malinconico verrà preso da Mauro Masi, che torna alla guida della macchina di Palazzo Chigi dopo esser stato capo di gabinetto dell’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema) sarà quello di razionalizzare una struttura monstre e dare un coordinamento a uffici che sono apparsi spesso scollegati.
Quella del governo è una macchina complicata e delicata da gestire, poco nota ai cittadini e per questo considerata opaca. Se il Parlamento è la casa degli italiani, il governo è la cucina. Visto al lavoro lo chef Prodi, forse è il caso di comunicare bene gli ingredienti che si usano, il prezzo nel menù e magari far vedere anche i fornelli.
- Sabato 10 Maggio 2008


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Commenti
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Il 11 Maggio 2008 alle 1:26 cogeca ha scritto:
VAI PRESIDENTE SEI TROPPO FORTE.
Il 10 Agosto 2009 alle 23:46 Zione ha scritto:
Bravo Presidente; butta a mare un pò di zavorra !!!
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