Storie di quotidiana baby criminalità: “Papà ti picchia se non rubi bene”

Un piccolo rom in azione mentre borseggia un turista

di Antonella Palmieri

Lila adora le vetrine dei negozi, le magliette che fasciano i manichini, le scarpe con i tacchi e i braccialetti, quelli che tintinnano mentre muovi il polso, venduti dai cinesi nei negozi vicino alla stazione Termini di Roma. Ma sono desideri proibiti per Lila: i tacchi nei terreni dei campi rom affondano e i braccialetti si impigliano dappertutto e fanno troppo rumore. E mentre rubi un portafoglio dalla tasca di un turista è meglio non farsi notare, perché se ti portano in commissariato la mamma si arrabbia. Lila ha 15 anni e fino a qualche mese fa era la ladra più brava di un gruppo di nove ragazzini rom. Tutti fratelli e sorelle, tutti costretti a rubare a suon di minacce dai genitori.
Il gruppo si era specializzato nei borseggi sulla metropolitana di Roma e nelle piazze più affollate dai turisti nella capitale: il Colosseo, via dei Fori imperiali, piazza di Spagna, tutti posti ottimi per derubare i turisti tedeschi o giapponesi col naso all’insù a guardare i monumenti. I ragazzini infilano le mani nelle tasche ripulendole per bene. E alla fine chiamano la madre. “Quanto avete fatto oggi?” chiede la donna che con il cellulare impartisce ordini al nugolo di figli. La più grande del gruppo, Lala, 20 anni, risponde: “Nulla, perché Lila guarda le vetrine dei negozi”. E la donna allora urla: “Non tornate se non avete i soldi!”. Le mosse della nomade aguzzina sono state osservate dagli uomini della squadra mobile romana, diretta da Vittorio Rizzi. A coordinare le indagini, il pubblico ministero della procura di Roma, Carlo Lasperanza, che ha deciso di esaminare meglio questa famiglia, dopo che si è ritrovato Lala in tribunale, accusata di furto, per due volte in pochi giorni. Così dopo mesi di indagini e di intercettazioni telefoniche è riuscito a far arrestare i due genitori vessatori.
Si tratta di nomadi bosniaci che girano in camper e si fermano per qualche mese fuori dai campi rom. La madre, arrestata a dicembre, è Angela Salinovic, 38 anni, dieci figli nati in vent’anni passati in gravidanza o allattando. Anche perché se sei incinta il carcere è meno duro. E i figli sono sì bocche da sfamare, ma soprattutto manine da infilare nelle tasche dei turisti. Dalle intercettazioni della procura emerge un quadro familiare sconcertante. Quando la figlia più grande, anche lei ladra, decide di sposarsi, Salinovic chiama la futura consuocera e le dice: “Se Lala sposa tuo figlio, ruba per conto suo e non più per me, mi fai un danno, me la devi pagare bene questa figlia, è brava a rubare e vale tanto”.
Il marito di Angela è Bebo Hamidovic, 42 anni, fuggito in Spagna con i bambini e catturato la settimana scorsa. Hamidovic ama le auto e usa i soldi che le figlie gli portano a casa per pagare debiti contratti per comprare camper ogni volta più tecnologici. Se le ragazze non riuscivano a rubare abbastanza il padre urlava: “Che pensate di fare, mandarmi in rovina? Volete che perda la macchina? Tutto quanto? Adesso andate, rubate e datevi da fare!”. Marito e moglie sono accusati di riduzione in schiavitù, furto e rapina. Il più piccolo dei ladruncoli ha 3 anni, la più grande 20. Gli altri figli hanno età fra 8 e 15 anni. A Roma i bambini dormono fuori dal campo rom in via Candoni, periferia sud-ovest della città, vicino a via della Magliana. La mattina si alzano presto per poter essere in centro alle 9. Poi cominciano i borseggi fra telefonate continue della donna: “Quanto avete fatto? Ci sono turisti? C’è la polizia?”.
Nelle telefonate non si preoccupa mai di sapere come stanno, solo se quella sera torneranno a casa con i soldi. I figli poi devono anche fronteggiare la concorrenza. In una telefonata in cui la madre si lamenta del poco guadagno Lala si difende: “In giro ci sono troppi ladri “. I ladruncoli venivano esortati a rubare sempre di più ed erano fonte di guadagno per i genitori che li mettevano in guardia: “Non rubate tutti insieme, perché date nell’occhio e vi fate arrestare”. Le ragazze più grandi sono abituate ai commissariati: Lala e stata fermata 30 volte in 5 anni, sempre dopo essere stata sorpresa a rubare. Poi il giudice decideva di metterla in comunità e dopo i primi giorni lei fuggiva. Riusciva a nascondere il telefonino per parlare con la madre che le raccomandava: “Sta’ buona i primi giorni, poi non appena si fidano di te scappa”. Se, invece, a essere fermati erano i ragazzini con meno di 14 anni, che per legge anche se rubano non sono perseguibili, la madre diceva di essere incinta e mandava uno zio a riprenderli dalla struttura in cui erano stati portati. Un viavai che non e stato facile fermare. “Il problema di queste famiglie e che spesso i figli non vengono maltrattati o picchiati” sostiene Magda Brienza, presidente del Tribunale dei minorenni di Roma. “Vengono mandati a rubare, ma per loro e una sorta di lavoro”. E le soluzioni in questi casi sembrano ardue. “Fino a quando non si riesce a intervenire sui genitori, allontanare i figli li fa star male. Lo facciamo solo quando vengono esposti a gravi rischi. La verità e che servono politiche sociali serie con investimenti adeguati ” ritiene Brienza. L’estate scorsa da Roma le giovani ladre sono state mandate a Parigi. La madre si informava da una: “Quanto hai rubato? “. “Non sono riuscita a rubare nulla” rispondeva sconsolata la figlia, che subito veniva coperta di insulti dalla donna che minacciava: “Lavorate bene altrimenti Bebo vi ammazza di botte”.
E aggiungeva: “Se lo sapevo non ti mandavo in Francia, io vi ammazzo”. Aver costretto le figlie ad andare in un altro paese viene considerato un premio dai genitori e rende il padre pieno di orgoglio. Al telefono con un amico dice: “Ho mandato le ragazze a rubare a Parigi, fra un po’ mando anche i maschi”.
Il figlio maggiore ha solo 13 anni. Bebo Hamidovic è partito con tutti i figli pochi giorni prima dell’arresto della donna. Sono stati individuati prima in Francia, poi in Spagna, ma al momento della cattura dell’uomo si sono perse le tracce dei ragazzini. Gli investigatori della squadra mobile ritengono che siano stati affidati dal padre ad altri parenti, sempre nomadi. Una vita da piccoli schiavi fra le meraviglie delle citta d’arte.

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