
Quanto durerà? E a che cosa mira? Il dialogo - è presto per parlare di idillio - tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni cela, secondo alcuni, l’obiettivo del premier di salire un giorno al Quirinale, e nell’immediato di garantirsi un’opposizione di comodo.
Forse c’è anche questo, ma è una lettura parziale e riduttiva. L’elezione al Colle, come sanno gli esperti, è la più insidiosa che ci sia, non può essere preparata in anticipo, figuriamoci di anni. Quanto “all’opposizione di sua maestà”, impossibile in politica pianificare a tavolino i comportamenti di partiti così complessi com’è adesso il Pd.
Dunque le risposte vanno cercate altrove. In termini più immediati e concreti, il pranzo di domani tra Berlusconi e Veltroni, e gli incontri successivi a cadenza regolare che sono stati annunciati, mirano, per il governo, a garantirsi un margine di manovra e di velocità nell’approvazione di alcune leggi, a cominciare dalla Finanziaria 2009. Proporre all’opposizione un contingentamento dei tempi in cambio di garanzie precise (la presidenza delle commissioni di controllo, l’informazione in anticipo sui contenuti dei provvedimenti più importanti, il recepimento senza pregiudiziale di alcuni emendamenti, oltre che la fine dell’estenuante guerra sulla Rai) dovrebbe dare al governo la stabilità di cui ha bisogno in tempi non facili, soprattutto per l’economia mondiale. Dovrebbe, inoltre, offrire un supporto in più nei confronti dell’Unione europea, che sta diventando il vero osso duro per tutti i governi d’Europa.
I benefici per il Pd sarebbero altrettanto ovvi. Sul piano pratico, prima ancora che politico, i suoi esponenti ed il suo leader verrebbero coinvolti nel processo decisionale. Una cosa che facilita senz’altro la traversata nel deserto successiva a tutte le sconfitte. Anzi, forse farebbe addirittura scomparire il deserto stesso.
Sul terreno politico le cose stanno in termini più vaghi ma non meno interessanti. La vittoria di Berlusconi e la sconfitta di Veltroni, entrambe al di là delle aspettative, hanno un punto in comune: il desiderio di bipartitismo degli elettori. Lo dimostrano non solo la scomparsa dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, ma anche il ruolo marginale a cui è relegato l’Udc, e l’opposizione mediaticamente vivace, ma numericamente (per ora) sterile, che ha deciso di fare l’Idv di Antonio Di Pietro.
Il bipartitismo di fatto, che qualcuno con un eccesso di entusiasmo ha già ribattezzato Terza Repubblica, stabilizza sia la leadership del capo del governo, il cui ruolo di capo anche della maggioranza non può più essere messo in discussione; ma anche la leadership del segretario del Pd. Veltroni ha scricchiolato a lungo, tanto più dopo la débâcle di Roma. Nel suo partito si riorganizza la vecchia fronda di Massimo D’Alema.
Essere riconosciuto come sponda e interlocutore unico dal governo, addirittura prevedere per lui e per il suo governo ombra una sorta di istituzionalizzazione all’inglese, gli garantisce che, almeno dall’esterno, non solo non gli verranno manovre e trabocchetti, ma anzi aiuti e riconoscimenti.
Tutto ciò ha poco a che fare con l’inciucio o con il consociativismo denunciato da Antonio Di Pietro (che logicamente fa il proprio lavoro). Anche se non c’è da entusiasmarsi più di tanto. Il clima è più civile, e da un rispetto reciproco tra governo e opposizione, e dal rafforzamento di entrambi, abbiamo tutti da guadagnare. Ma senza una vera riforma delle regole istituzionali resteremo solo alle buone intenzioni. Soltanto quando verranno modificati i regolamenti parlamentari per evitare, per esempio, il proliferare di gruppi e gruppuscoli nel corso della legislatura (basta garantire il finanziamento pubblico solo alle sigle che si sono presentate alle elezioni), se verrà introdotta una soglia di sbarramento anche per le elezioni europee, se infine si definirà uno status giuridico per l’opposizione e per i suoi eventuali ministri ombra, si potrà davvero parlare di Terza Repubblica.
- Giovedì 15 Maggio 2008
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Commenti
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Il 15 Maggio 2008 alle 16:08 winfrank ha scritto:
Non può essere: è un incubo. Il PD che collabora con le leggi ad personam che Testa d’asfalto farà. Cinque lunghi anni non sono bastati. Come potrà il Cavaliere emanare leggi contro il suo conflitto di interessi se non con la benevolenza del PD. Grazie Veltroni l’inciucio e l’ipocrisia sono dalla tua parte.
Il 15 Maggio 2008 alle 18:23 bepiro ha scritto:
Eccolo qua, prontissimo, l’immancabile commento velenoso sul conflitto di interessi, le leggi ad personam e quant’altre ignominie l’odio e l’invidia possono far vomitare ai rancorosi.
Sì, è vero, siamo in democrazia, tutti possono e devono dire la loro, ma francamente sono un pò stanco di tutto questo vomito acido, velenoso e puzzolente.
E quel che più conta, assolutamente inutile, o meglio utile solo a far sgonfiare il bollore dell’ira degli sconfitti frustrati.
Vabbè, se questo è il prezzo da pagare per la vittoria, ben venga anche il vomito degli sconfitti.
http://bepiro.myblog.it
Il 15 Maggio 2008 alle 19:12 vincenzod ha scritto:
I SENATORI A VITA,SONO DEMOCRATICI?
L’astenuto Emilio Colombo, il Lucano quello che secondo me ha affossato la nostra Regione ma notabile Lucano sin da quando lo conobbi negli anni ’50 a Scanzano Jonico in lotta con un altro notabile del PCI, poi molto Rosso, ed era già Presidente dell’Azione Cattolica, insomma, era il numero uno, ma visto i risultati della mia Regione Amministrata da decenni male, come se fosse un possedimento personale dalla Sinistra, dall’ex presidente Bubbico, rifugiatosi a Roma, nei meandri del Potere, ora Senatore PD. Poi, vengono altri Senatori che si precipitavano, per soccorrere un Governo nato morto, tanto che Prodi prendeva fischi ovunque andasse, ma i “ pannoloni “col loro comportamento e voto scellerato mantenevano uno zombi in bilico, tanto che dopo voto accorrevano da un cardiologo per aggiustare il peacemaker. Mi chiedo, datosi che non hanno partecipato al voto Ciampi, Levi Montalcini, Pininfarina e Scalfaro erano a farsi un rodaggio? Vincenzo Alias Il Contadino enzoaliasilcontadino@alice.it Matera
Il 15 Maggio 2008 alle 19:40 Corrado Buccieri ha scritto:
Forse è l’apertura per il Quirinale.
Il 16 Giugno 2008 alle 12:57 Grande intesa Cavaliere-Veltroni: perché s’incrina un sogno » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Nata sotto il segno del dialogo, anche questa legislatura rischia di finire sotto quello dell’incomunicabilità. Sono passate appena 6 settimane dall’inaugurazione delle nuove camere e già il clima costituente sembra offuscarsi. Dice a Panorama Gaetano Quagliariello, numero due dei senatori del Pdl e delegato di Silvio Berlusconi per le riforme istituzionali: “Nelle aule parlamentari stiamo ascoltando di nuovo, dai banchi dell’opposizione, il linguaggio della delegittimazione nei nostri confronti. Se si va avanti così, la grande occasione di fare insieme le riforme si riduce a materia per convegni di professorini. Che a me, personalmente, non interessano”. Quagliariello ce l’ha con l’ostruzionismo messo in atto dall’Italia dei Valori a Montecitorio sul decreto Alitalia e con le accuse di collusioni con la camorra rivolte il 5 giugno in aula da un deputato dipietrista all’ex presidente della commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi. Ma sul cielo cominciano ad addensarsi anche altre nuvole, ben più consistenti. La proposta berlusconiana di regolamentare le intercettazioni ha rilanciato i sospetti del centrosinistra sull’intenzione del premier di mettere nell’angolo la magistratura usando la politica. La debolezza di Walter Veltroni rischia di far apparire poco utile un dialogo in questa fase, magari per attendere che in autunno nel Pd la situazione si chiarisca, o in senso favorevole all’ex sindaco di Roma o con la sua giubilazione. E, soprattutto, diventa sempre più ingombrante la presenza di Antonio Di Pietro, premiato da un risultato elettorale lusinghiero (4,4 per cento) e convinto di poter fare anche di meglio interpretando l’Italia “antinciucista” e sparando a zero contro ogni ombra di intesa tra gli schieramenti. Fatto sta che il dialogo è a forte rischio d’impantanamento. Sul fronte dei regolamenti parlamentari, i tempi si allungano. L’idea di istituzionalizzare il governo ombra si è infranta contro la considerazione che non siamo in Gran Bretagna ma in un regime bicameralista: essendo composto in parte da deputati e in parte da senatori, l’esecutivo veltroniano non potrebbe operare nella sua interezza né a Montecitorio né a Palazzo Madama. E di fronte al piglio decisionista del governo che affronta i grandi problemi a colpi di decreti legge (Ici, Alitalia, sicurezza), annuncia per giugno una supermanovra economica destinata a svuotare di fatto l’importanza delle prossime tre leggi finanziarie (l’unica occasione a disposizione dell’opposizione per battere qualche colpo), e si prepara a entrare nel sancta sanctorum della giustizia (intercettazioni in primis), nel Pd sono tornati a circolare forti dubbi sull’opportunità di offrire alla maggioranza nuovi meccanismi di garanzia per blindare l’iter dei propri provvedimenti. Sulla legge elettorale nazionale tutto è in alto mare; su quella europea (tema urgente, dato che si vota nella prossima primavera) solo in parte l’accordo è fatto. La soglia di sbarramento sarà quasi certamente al 4 per cento su base nazionale, quanto basta per mandare a Strasburgo Idv, Udc e (forse) Rifondazione, escludere la Destra e i Verdi e dissuadere dall’avventura solitaria le varie schegge (Mpa, radicali, socialisti, neodc) ormai accasati con il Pd o il Pdl. Anche per le circoscrizioni, oggi solo cinque, c’è un accordo di massima per portarle a 15: una per regione, con accorpamento delle più piccole. Ma non c’è via libera del Pd sull’abolizione delle preferenze, fortemente voluta dal Pdl anche per evitare imbarazzanti conflitti territoriali tra candidati di An e Fi. Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, plenipotenziari di Veltroni nella trattativa, le difendono, controproponendo di fissarle a due (oggi sono da una a tre, secondo le circoscrizioni), a condizione però che vadano a un uomo e a una donna. Su questo punto Quagliariello è tassativo: “Con i partiti deboli di oggi la preferenza sarebbe solo uno strumento nelle mani di lobby ricche, spesso persino di natura criminale, per colonizzare la politica”. Dietro il raffreddamento si intravede anche il dissiparsi di una sorta di equivoco buonista nato dopo il voto. “Berlusconi” dice il numero due del Pd Dario Franceschini “si tolga dalla testa l’idea che volere le riforme significhi da parte nostra la rinuncia a fare opposizione dura”. La stessa lunghezza d’onda del capogruppo alla Camera, Antonello Soro, che pure resta tra i fautori più convinti dell’intesa: “La maggioranza non si illuda, la nostra opposizione sarà durissima, anche se non vogliamo usare l’ostruzionismo. Ma le nuove regole, oggi, servono più a loro che a noi. E non è colpa nostra se il governo ha esordito con un emendamento per salvare Rete4, o modificando la natura degli aiuti all’Alitalia”. Speculare l’atteggiamento del capo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, anche lui nonostante tutto ottimista: “Forse nel Pd qualcuno scambia il dialogo con la rinuncia ad attuare il nostro programma. Il che è impensabile”. A rileggerli oggi, non sono poi tanto diversi dagli attuali gli auspici che salutarono nel 1983 la nascita della commissione Bozzi, nel 1992 quella De Mita-Iotti, o nel 1997 la bicamerale dalemiana. Tutti fallimenti. Suona disperatamente virtuoso il monito dell’ex dc, oggi nel Pd, Marco Follini: “Tra il 1946 e il ‘47 la Dc e il Pci continuarono a scrivere insieme la Costituzione persino dopo che nel maggio 1947 De Gasperi mise il Pci fuori dal governo”. Altri tempi? [...]
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