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A Chiaravalle, periferia Sud di Milano, il rapporto rom-residente era di quasi uno a uno. Per questo il quartiere, che è un ex paesone sorto tra l’abbazia medievale e i campi, è diventato un simbolo dell’emergenza nomadi. Qui, in tempi non sospetti, anche il circolo Arci partecipò a una fiaccolata contro il degrado e l’ “invasione degli zingari”. Ma prima dell’entrata della Romania nell’Ue a Chiaravalle la convivenza funzionava. Merito della Casa della carità di don Colmegna e del gruppo di volontari guidati da suor Ancilla, dell’Associazione Nocetum. Che collaboravano con i nomadi di via San Dionigi, dove la maggior parte degli adulti lavoravano e i bambini andavano a scuola.
Un campo che era lì da qualche anno, tutto sommato tranquillo e ben tollerato. Ma abusivo. E, infatti, l’intervento del Comune non si è fatto attendere: lo scorso 5 settembre sono arrivate le ruspe. Oggi, per quello sgombero che riguardò circa 200 persone (donne e bambini compresi), è arrivata la richiesta di risarcimento dei danni non patrimoniali. Il ricorso contro il Comune è stato presentato alla prima sezione penale del Tribunale di Milano da 29 cittadini romeni di etnia rom, assistiti dagli avvocati Alberto Guariso e Sara Russi, e parla di “piccola deportazione”.
Palazzo Marino è accusato di “comportamento discriminatorio, posto in essere in violazione dei diritti della persona”. I rom, sostengono i legali, sono “un’etnia e quindi sono tutelati dalla disciplina antidiscriminatoria”. Nel ricorso si fa inoltre riferimento a diverse dichiarazioni del vicesindaco Riccardo De Corato e degli assessori Tiziana Maiolo e Mariolina Moioli, ritenute appunto discriminatorie nei confronti dell’etnia rom. Nel giorno dello sgombero il Comune, continuano gli avvocati, “solo dopo le pressanti richieste dei rappresentanti della Casa della carità ha fornito una soluzione di emergenza per le sole donne con bambini (e neppure per tutte), imponendo così la divisione delle famiglie, oltre tutto in un momento particolarmente delicato”.
Nel ricorso si chiede ai giudici di “accertare e dichiarare la condotta discriminatoria”, in quanto lo sgombero è stato fatto “senza congruo preavviso, senza predisposizione di soluzioni provvisorie alternative, in particolare per i minori e le famiglie, e con violenza sulle cose”. E di annullare gli effetti della condotta discriminatoria, anche ordinando al Comune di fornire alle famiglie che hanno promosso l’azione legale “idonee, ancorché provvisorie, soluzioni abitative e ordinando la pubblicazione del futuro decreto su un quotidiano di tiratura nazionale”. Infine di condannare Palazzo Marino a pagare a ognuno dei romeni firmatari del ricorso una somma non inferiore a 800 euro. Alcuni dei nomadi sono già stati sentiti dal giudice che ha fissato la prossima udienza al 10 luglio.
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