- Tags: clandestini, Cpt, Europa, immigrazione, rimpatrio, Roberto Maroni, sicurezza, Ue
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L’immigrazione tornerà sul tavolo dell’Unione europea fra poche settimane, quando approderà a Strasburgo la direttiva “rimpatri” (il dibattito in aula è fissato al 16 giugno). Un provvedimento, presentato nel 2005 dall’ex commissario europeo Franco Frattini, che ha l’obiettivo di rendere omogenee le disposizioni per il rimpatrio dei clandestini e le condizioni di detenzione nei centri d’accoglienza in tutti i 27 paesi Ue. La presidenza slovena, che guida il semestre fino al 30 giugno quando passerà la mano ai francesi, ha messo a punto un compromesso. Ma ci sono molte riserve.
Stando al testo, la decisione di espulsione deve avvenire entro 30 giorni al massimo (durante i quali il clandestino può decidere di tornare volontariamente nel suo paese d’origine). Per Repubblica ceca e Ungheria questo periodo è troppo lungo. In caso di mancata collaborazione, l’irregolare può essere riportato nel Paese di transito da cui è partito. Ma il cittadino oggetto di espulsione ha diritto a fare appello alla decisione con l’assistenza gratuita dello Stato se non ha risorse. Germania, Austria, Grecia, Lettonia e Malta, però, si oppongono perché non vogliono pagarne i costi.
Altro punto critico: la detenzione amministrativa degli irregolari fino a un massimo di sei mesi, estendibili a 18 qualora il clandestino rifiuti di identificarsi o il Paese di origine non collabori. Anche se non esiste in nessuno Stato il reato d’immigrazione (penale), nove Paesi hanno stabilito di poter trattenere gli extracomunitari clandestini anche senza limite di tempo (Finlandia, Svezia, Olanda, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Grecia, Estonia e Malta). In Lettonia per 20 mesi, in Germania per 18, in Ungheria e Polonia un anno. Nessuno se la sente di abbassare troppo la guardia. Previsto anche un fondo per i rimpatri. Quando il testo sarà approvato, si sbloccheranno 676 milioni di euro da utilizzare allo scopo: solo per il 2008, all’Italia ne toccherebbero circa 5 milioni.
I gruppi politici sono pronti a darsi battaglia. “È un provvedimento che armonizza le diverse norme oggi esistenti e può fare da vettore per costruire una vera politica europea, che resta l’unica soluzione possibile per l’immigrazione”, spiega il popolare Stefano Zappalà. Tiepidi invece socialisti e verdi, inizialmente propensi ma ora convinti che la proposta va corretta perché troppo sbilanciata sul lato repressivo. Critica l’ala radicale. “Siamo assolutamente contrari”, sintetizza per la Sinistra unitaria europea, Giusto Catania. “Non si possono armonizzare solo le regole di rimpatri ed espulsioni senza dare prima quelle per entrare legalmente nell’Ue”.
Dal punto di vista politico, diventa rilevante anche l’avvicinarsi del semestre di presidenza francese. Jean-Pierre Jouyet, segretario di Stato francese incaricato degli Affari europei, ha anticipato che il suo governo auspica un patto europeo per l’immigrazione e l’asilo. Ma bisognerà attendere i prossimi mesi per saperne di più.
L’Europa non ha, come noto, una politica comune in materia. Eppure, ne avrebbe bisogno. Sembra, infatti, paradossale non gestire in comune la frontiera esterna di un’area che prevede, quasi ovunque, la libera circolazione all’interno. Ma i governi nazionali si sono sempre opposti a qualsiasi tentativo in tal senso. A più riprese, il fronte mediterraneo (Italia in testa) ha cercato una strada comune scontrandosi sempre con gli altri partner. Innanzitutto perché ciascuno rivendica azioni diverse per la differente posizione geografica e tradizione storica. I Paesi scandinavi sono sempre stati riottosi a condividere i pesanti costi dei controlli lungo migliaia di chilometri di confini marittimi e terrestri. Germania e Gran Bretagna si sono avviate verso una politica che favorisce per lo più gli immigrati con alte qualifiche professionali. Su tutto c’è, poi, la gelosia di mantenere saldamente il controllo di un tema molto sensibile, anche per il consenso elettorale.
Il risultato è che ciascuno attua la sua politica ma i Paesi del Sud hanno spesso il compito più difficile, almeno per la gestione dei flussi. E, come un sistema di vasi comunicanti, qualsiasi giro di vite in un punto travasa in un altro. Come è accaduto quando la Spagna ha chiuso l’accesso alle Canarie e il terminale delle partenze si è spostato dal Marocco alla Libia, direzionando le rotte su Malta e Italia.
Va detto che, in realtà, la percentuale dei clandestini che arriva sulle coste o entra illegalmente rappresenta appena il 7 per cento del totale. Nel 2003, per esempio, le richieste di regolarizzazione presentate in Italia furono 700 mila: solo il 10 per cento era arrivato clandestinamente. Un altro 15 per cento aveva documenti falsi. Il 75 per cento era arrivato con regolare visto (turistico o altro): oltre mezzo milione di persone che non è mai tornato indietro una volta scaduto. E il problema riguarda tutti i Paesi.
- Venerdì 23 Maggio 2008
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