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Sul nuovo disegno di legge che introdurrà il reato di immigrazione clandestina, l’Italia si è già divisa in due curve di ultrà: i favorevoli in nome della sicurezza e i contrari che accusano di xenofobia il progetto. In verità, almeno in questo caso, la realtà potrebbe spiazzare entrambi gli schieramenti. Infatti solo chi in questi anni ha provato a contrastare, stando in prima linea, l’ingresso degli stranieri irregolari, sa che spesso il problema non sono le leggi, ma la loro applicazione. O meglio, l’impossibilità di applicarle.
Per questo Panorama ha trascorso due giorni insieme con gli uomini dell’Ufficio immigrazione della questura di Milano, guidato dal dirigente Giuseppe De Angelis, dove quotidianamente transitano decine di immigrati fuori legge. Che spesso è impossibile rimpatriare. I motivi? Bizantinismi legislativi, un numero insufficiente di centri di permanenza temporanea (cpt), giudici poco severi, scarsa collaborazione da parte dei consolati stranieri. Un labirinto da cui non sarà facile uscire neppure con una nuova legge.
L’invasione degli uomini invisibili. Nella sala d’attesa della sezione prevenzione e controllo dell’ufficio immigrazione (diretta dal commissario capo Mario Irace) ci sono lunghe panche e vetri antisfondamento (per tenere a distanza i fermati più aggressivi, in particolare i nordafricani). Prima di entrare i clandestini devono consegnare i loro cellulari per non riprendere il volto dei poliziotti. Nel 2007 sono passati di qui più di 20mila immigrati privi del permesso di soggiorno rinnovato. Per vari motivi (disguidi, regolarizzazioni in corsa, richieste di asilo politico, gravidanze, bambini da mantenere in Italia) l’espulsione è scattata unicamente per 3.088 di loro, ma solo 653 sono stati imbarcati su un aereo e rimpatriati: uno su cinque. Tutti gli altri sono rimasti in Italia.
Perché? Soprattutto per la mancanza di posti nei cpt o per l’impossibilità di identificare gli irregolari. Infatti quando arrivano in questura molti fermati scelgono nomi fittizi. E per le forze dell’ordine inizia la caccia all’identità reale. Il primo passo sono il fotosegnalamento e il controllo delle impronte digitali. E qui arrivano le prime sorprese. Per esempio, il giorno della visita di Panorama, al polpastrello di una giovane romena corrispondono, consultando la banca dari dello Sdi, tre pagine di reati collegati a nomi diversi: furto aggravato, rapina, ricettazione, lesioni.
La maggior parte dei fermati senza documenti ha precedenti con la giustizia e una sfilza di alias. Martedì 20 maggio sulla scrivania di un funzionario c’è la storia criminale del serbo Dario, noto anche come Marco o Femid, più altri tre o quattro nomi. “C’è chi arriva a 50″ giurano all’ufficio fotosegnalamenti. “Un bambino della ex Jugoslavia a 7 anni aveva già tre identità diverse”. I “più sfigati e poveri cristi” sono quelli che si presentano ai controlli con il passaporto. Come Carlos Alberto, originario del Salvador, quarantenne ipertiroideo che sconsolato si fa coccolare dalla fidanzata Maria Olimpia, badante honduregna di 36 anni, clandestina come lui. Rafael, operaio ecuadoriano di 64 anni, fa sapere di essere “padre di famiglia”. Per tutti, sino a oggi, l’arresto scattava solo se c’era un mandato di cattura di una procura o se il clandestino aveva già subito un espulsione. Agli altri bisognava trovare un posto nei cpt oppure consegnare l’ordine del questore di lasciare il territorio italiano entro cinque giorni. Un foglio che quasi sempre finiva nel cestino dell’immondizia.
Espulsione quella sconosciuta. In questura sanno bene che il “trattenimento” presso i cpt è l’unico provvedimento efficace, visto che, dopo un periodo di detenzione, consente di imbarcare su un aereo il clandestino. Il 20 maggio nella struttura milanese di via Corelli sono disponibili solo sette brande su 112 (56 uomini, 28 donne, altrettanti transessuali): possono entrare un maschio, quattro femmine e tre viados. Stasera il posto libero per i signori l’ha “vinto” Bujar, 34 anni, kosovaro, mascella da attore, tre espulsioni alle spalle e una vita randagia. Due letti sono stati lasciati vuoti da una coppia di giovani romene che sono partite per l’aeroporto di Malpensa sorridendo: Verginica 24 anni, accusata di vari reati, dal borseggio alla ricettazione, e Tatiana, 29 anni, 16 furti in curriculum.
E per chi non trova un tetto a Milano? I funzionari controllano la disponibilità negli altri centri italiani. Soprattutto per gente come Abdulaye, 28 anni, senegalese, cappellino di lana in testa, fermato quattro volte in passato per reati legati agli stupefacenti. A settembre era stato espulso dalla procura di Vercelli. O per l’egiziano Mohamed, 27 anni, due alias già registrati e un arresto a Udine nel luglio scorso per non aver lasciato l’Italia. Ma i posti sono ardui da scovare e terminata la ricerca, la maggioranza dei clandestini torna in libertà.
Ma anche chi finisce nei centri di permanenza può farla facilmente franca. Non tanto per la possibilità di fuga (a settembre 17 algerini l’hanno tentata in gruppo, usando come arieti gli estintori, mentre altri distraevano le guardie appiccando piccoli incendi), quanto per il fatto che la condizione indispensabile per allontanare un clandestino è scoprire da dove venga (per il rimpatrio occorre avere il lasciapassare dello Stato di origine). Se non viene riconosciuto entro 60 giorni dal fermo i responsabili del cpt sono costretti a rilasciarlo.
Caccia all’identità perduta. Al primo piano dell’Ufficio immigrazione ormai i poliziotti si sono specializzati nel riconoscere lingue e accenti. Nei giorni scorsi un egiziano ha assicurato di essere marocchino, ma i “glottologi” della questura lo hanno smascherato. Questo è il primo passo per scoprire la provenienza dei clandestini. Poi bisogna mandare foto e impronte digitali all’ufficio diplomatico giusto o per lo meno restringere la ricerca il più possibile. Purtroppo i consolati sono molto lenti nel rispondere e i lasciapassare spesso giungono con incredibile ritardo. Per esempio quello di Moez, tunisino, è stato rilasciato solo all’ultimo giorno utile. E così in questura hanno dovuto organizzare l’espulsione in mezza giornata (auto per il trasporto, uomini di scorta, prenotazione volo). In numerosi altri casi i documenti necessari non arrivano affatto, anche perché, per esempio, in molti Paesi, soprattutto africani, l’anagrafe non esiste o non è centralizzata. E così i cartellini con foto e impronte dei clandestini spesso viaggiano inutilmente per il mondo all’interno di valigie diplomatiche. Qualche volta, invece, la collaborazione con i Paesi stranieri dà qualche risultato. Per esempio alcuni consolati volenterosi inviano delegati a intervistare i fermati per capire se siano loro connazionali. In caso di risposta positiva, però, non sempre arriva il lasciapassare. Per esempio per i brasiliani è necessario il consenso dell’espulso. “Riusciamo a rimpatriarli solo in prossimità del Natale o a Carnevale, quando sono contenti di tornare a casa a spese nostre” sottolinea un ispettore.
Dove vanno i clandestini
La gimkana burocratica. I problemi per ottenere un rimpatrio non sono finiti. In questura uno degli uffici più impegnati è quello “Contenzioso” che deve contrastare i ricorsi degli avvocati: per questo prepara ogni anno centinaia di rapporti da inviare a giudici e avvocatura dello Stato per ottenere la conferma delle espulsioni. Grazie a questo lavoro dal gennaio 2008 sono stati respinti 220 ricorsi su 290. Ma la burocrazia può essere persino più infida. Per esempio un provvedimento di espulsione non è valido se non è scritto nella lingua del clandestino (di cui spesso non si conosce lo Stato di origine). Così dai computer dei funzionari spuntano documenti in inglese, francese, arabo, cinese, spagnolo, moldavo, albanese, serbo, croato, portoghese. Peccato che “order to leave the italian territory” o “orden de dejar el teritorio del estado italiano” per gli stranieri abbiano lo stesso significato: praticamente nessuno.
Anche perché un tempo si poteva consegnare alla stessa persona più volte il foglio di via, poi una sentenza della Corte di cassazione ha cambiato l’interpretazione della legge. “Ha stabilito che quando un clandestino viene fermato per la seconda volta può essere solo condotto in un cpt” sottolineano in questura. Così, se non c’è posto, attualmente, lo straniero viene rilasciato. Lo stesso accade per criminali che non siano stati identificati (cosa che raramente succede durante la prigionia). Per esempio nei giorni scorsi un uomo (apparentemente nordafricano), sulla trentina, condannato per spaccio e detenzione di stupefacenti, uscito dal carcere di San Vittore, è tornato libero perché le sue generalità restano un mistero.
Non è finita. A complicare le cose ci pensano pure i magistrati. Infatti non rispettare l’ordine di lasciare il Paese sino a oggi comportava una pena da 1 a 4 anni. Ma la condanna del giudice è quasi sempre inferiore a 24 mesi con conseguente sospensione condizionale della punizione e straniero di nuovo a piede libero. Il 20 maggio un magistrato ha rinviato l’udienza per tre egiziani al 9 febbraio 2009. A Mohamed, connazionale ventunenne, espulso dalla questura di Caltanissetta, il tribunale ha inflitto una pena di 5 mesi e dieci giorni, rimettendolo subito fuori. Un rischio, quello del buonismo giudiziario, che le nuove misure del governo non potranno scongiurare.
Ali tarpate. C’è un altra grana che il nuovo pacchetto sicurezza difficilmente potrà risolvere. L’odissea dell’imbarco sull’aereo, dove il comandante può decidere di non partire se la situazione non è tranquilla. Gli espulsi lo sanno e fanno di tutto per farsi lasciare a terra: gridano, piangono, si feriscono (soprattutto i nordafricani). Elio, brasiliano, ha fatto di più: ha infilato le mani nei pantaloni per estrarre degli escrementi che poi ha lanciato contro i passeggeri. Quindi ha urlato di avere la tbc e ha sputato sui vicini. Ovviamente non è partito. Gli agenti hanno provato a imbarcare la cilena Marioly ben 4 volte. Quando saliva a bordo si tagliava i polsi con le unghie, si mordeva la lingua e sputava sangue sui poliziotti che la accompagnavano. Poi diceva di essere stata picchiata dalla sua scorta. Solo al quinto tentativo i poliziotti sono riusciti a farla partire. Per non rischiare di perdere i soldi del biglietto in questura pagano i voli a prezzo pieno anche per tre o più persone (gli stranieri particolarmente agitati vengono accompagnati da almeno due agenti di scorta). Alla fine il prezzo dell’operazione può arrivare a 4-5 mila euro per ogni espulso. Un costo altissimo che sarà complicato far diminuire per legge.
- Domenica 25 Maggio 2008
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Commenti
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Il 25 Maggio 2008 alle 10:08 bepiro ha scritto:
Prima di tutto i complimenti più sineri all’autore dell’articolo: questo è Giornalismo con la G maiuscola.
Poi un commento: fa venire i brividi… in alcune cose la democrazia è chiaramente incapace, con tutte le sua garanzie, a far vincere i buoni contro i cattivi.
I regimi dittatoriali non hanno di questi problemi, e sono sempre là, dietro la porta, a ricordare ai popoli democratici che loro sono sempre pronti a risolvere problemi del tutto semplici come quello degli immigrati clandestini.
Basta ammazzarne un pò e magicamente il problema scompare.
Punirne uno per educarne cento.
Però che pena, aver combattuto per la democrazia, avere tanti morti nella nostra storia, e poi rimpiangere la dittatura.
Non avrei mai creduto di arrivare a questo.
http://bepiro.myblog.it
Il 25 Maggio 2008 alle 10:54 no_soviet ha scritto:
Bell’articolo. Lasciamo lavorare il Governo e vediamo che combina. Intanto Panorama potrebbe fare una bell’inchiesta sui motivi e le leggi che consentono a chi amministra la Giustizia di prendersi gioco delle leggi, della democrazia e dei cittadini.
Forse una Casta?
Bene: faciamo sentire anche a costoro un po’ di fiato sul collo…
Il 25 Luglio 2008 alle 22:10 vedercichiaro ha scritto:
basterebbe riservare ai ‘ disperati’ della terra che qui arrivano senza freno , lo STESSO e IDENTICO trattamento di cui ‘godono’ gli Italiani da parte del loro governo e la corsa ai nostri lidi frenerebbe di molto!
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