Gela, rimosso il giudice della sentenza lunga 8 anni

Le toghe

Ci ha messo otto anni per scrivere le motivazioni della sentenza con cui il tribunale di Gela aveva condannato sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere, determinando per diversi di loro la scarcerazione; un ritardo bollato come “inaccettabile” dal capo dello Stato Giorgio Napolitano e che oggi è costato il posto di magistrato a Edi Pinatto, allora giudice a Gela, ora pubblico ministero a Milano.

La sezione disciplinare del Csm, dopo una camera di consiglio di un’ora, accogliendo la richiesta dell’accusa, ha sentenziato che quel giudice non può più indossare la toga e lo ha condannato alla sanzione più severa, la rimozione dall’ordine giudiziario. Una decisione che - secondo indiscrezioni - è stata presa all’unanimità e che ha pochissimi precedenti (l’ultimo è quello del giudice di Bari Domenico Ancona). A portare Pinatto davanti al “tribunale delle toghe” era stato l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, che aveva anche chiesto, (ma non l’aveva ottenuta), la sua sospensione urgente dalle funzioni. La vicenda potrebbe avere per l’ex giudice anche uno strascico penale: il 30 giugno i giudici di Catania decideranno se condannarlo a 8 mesi di reclusione per omissione di atti d’ufficio.

Il destino professionale di Pinatto si è giocato in poche ore. Sono quasi le 16 quando, tesissimo, accompagnato dalla moglie e dal suo “difensore”, il presidente di sezione della Cassazione Mario Fantacchiotti, fa ingresso nell’aula Bachelet. Prende la parola, “non per invocare un improbabile proscioglimento”, ma per spiegare le ragioni di quel clamoroso ritardo: il trasferimento alla procura di Milano e la difficoltà di conciliare il carico di lavoro legato alla nuova funzione con l’eliminazione dell’arretrato di Gela, a cominciare dalla stesura di quella sentenza sul clan Madonia. Pinatto racconta il proprio impegno per portarla a termine “personale” (”ho utilizzato tutte le ferie disponibili”) e “finanziario” (”non inferiore ai 30mila euro”). E al relatore, Giuseppe Maria Berruti, che gli fa notare che la sua non è una sentenza, ma un “libro” di quasi 800 pagine, risponde di non aver agito per “narcisismo giuridico”, ma per dar conto di una vicenda “complessa”, che condensava le indagini di 4 procure antimafia.

La requisitoria del sostituto pg della Cassazione Eduardo Scardaccione è impietosa: siamo di fronte a un “ritardo gravissimo, abnorme e ingiustificato” che ha determinato “danni irreversibili e non più risarcibili per le parti processuali”; un ritardo che non ha paragoni e che dunque è un “record” negativo non solo in Italia, ma nel mondo. E il tempo che ci è voluto non è giustificato dalla mole della sentenza, che è di fatto un “copia-incolla” dei vari atti compiuti, con le valutazioni del magistrato limitate a pochissime righe. Alle 17 la corte si ritira. E alla lettura della sentenza Pinatto va via, scuro in volto, e senza dire una parola. Parla solo il suo difensore che invano aveva sostenuto che il suo assistito non era un fannullone, ma la sua sola colpa era quella di non essere stato “capace di organizzarsi: Penso che ricorrerà alle Sezioni Unite della Cassazione, ma la decisione spetta a lui”.

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