Italia cicala: il bonus euro sprecato nella spesa. La denuncia della Corte dei Conti

Banconote da 100 euro

L’Italia? Una cicala. A differenza di Germania e Francia, in dieci anni (dal ‘97 al 2007) ha “disperso” nella spesa pubblica il bonus di 70 miliardi che aveva risparmiato aderendo all’Euro. Questo uno dei messaggi contenuti nella relazione della Corte dei Conti sul Rendiconto generale dello Stato. L’euro ha consentito al nostro paese di ridurre il peso della spesa per interessi sul pil di più di quattro punti “poco meno di 70 miliardi di euro”, ha spiegato il relatore della Corte, Fulvio Balsamo. Ma, mentre Germania e Francia hanno ridotto la spesa corrente (rispettivamente di 3,6 punti e di 0,7 punti), “in Italia la spesa corrente primaria e cresciuta di 1,5 punti” e molto più della metà dell’intero bonus dell’euro “è stato disperso in incrementi della spesa pubblica complessiva, anziché per alleggerire il fardello del debito pubblico”.
Per questo è urgente ridurre la spesa pubblica italiana nei “grandi comparti”, con regole rigide che la mantengano “su tassi di incrementi inferiori al tasso di crescita del Pil” altrimenti c’è il rischio di “dover necessariamente rinunciare al progetto di allentare gradualmente la pressione fiscale, il cui anomalo livello non è privo di implicazione negative sullo sviluppo delle attività produttive e sulla allocazione dei fattori della produzione”.
Ci sono poi le pensioni. La Corte è preoccupata per il mancato adeguamento dei “coefficienti di trasformazione”: servono a correggere i trattamenti in base all’aumento della speranza di vita e “il mancato adeguamento produrrebbe un aggravio sui conti nel lungo periodo”. Agire ora eviterebbe problemi in futuri. C’è poi il nodo stipendi pubblici. Il miglioramento registrato dai conti è dovuto al congelamento di fatto dei contratti per due anni. Per la Corte andrebbero rafforzati le connessioni tra retribuzioni e produttività. Erano già previsti dal memorando del giugno 2007 ma poi, rilevano i magistrati, gli impegni “sono stati disattesi dai contratti collettivi stipulati nel 2007 e nei primi mesi dell’anno in corso”. La corte segnala inoltre che i dirigenti non vengono sottoposti ad valutazione annuale e che gli stipendi sono lievitati.
Eppure, un percorso “virtuoso” di riduzione del debito pubblico “non è impossibile” ed è “la sfida” che attende questo governo e quelli futuri, ha detto poi il procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci. Allo “sforzo” per ridurre il debito pubblico “può contribuire la graduale vendita del patrimonio pubblico, che rappresenta valori attivi stimati in 1.800 miliardi e quindi superiori al debito stesso”, ha sottolineato il procuratore Pasqualucci.
Altro tema è quello dei costi della politica: sono ancora in vita 110 enti inutili, che da circa 50 anni si cerca di cancellare; le Province, poi, spendono più di quanto incassano e, oltre alle comunità montane, ci sono 6.000 degli Comuni con meno di 5.000 abitanti, concentrati soprattutto in Piemonte e in Lombardia. Andrebbero accorpati, spiega la Corte che sembra suggerire come anche le piccole poste servono a migliorare i conti.

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