Archivio di Giugno, 2008

Bambini obbligati a rubare negli appartamenti, otto Rom arrestati

L’ordine arrivava dal telefonino: entra nell’appartamento e arraffa ciò che puoi. Spesso era accompagnato da una minaccia. A riceverlo, 5 bambine e un bambino, tra gli 8 e i 12 anni. A darlo, i loro genitori: otto Rom di nazionalità croata.

Li hanno bloccati stamattina in Liguria, mentre stavano lasciando l’Italia sui camper. Il blitz è opera della polizia di Verona, coordinata dalla procura di Verona e dalla procura del minori di Venezia.
Le indagini della polizia scaligera accusano gli otto arrestati di aver messo in piedi un sistema responsabile di centinaia di furti in abitazioni del Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Lombardia.
Con i soldi presi direttamente dalle abitazioni o ottenuti vendendo gli oggetti rubati, gli indagati avrebbero acquistato due appartamenti tramite un’agenzia immobiliare padovana, oggetto di una perquisizione.
Gli accusati sono indagati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata a compiere furti in abitazione mediante lo sfruttamento di minori, maltrattamento e abbandono di minori. La modalità in cui agivano, secondo gli investigatori, era questa: ai bambini venivano dati ordini via cellulare, gli venivano indicati gli appartamenti da svaligiare. Se e quando i minori venivano presi dalla polizia, in quanto non punibili, i genitori li disconoscevano, lasciando che venissero mandati in strutture di accoglienza dalle quali poi fuggivano regolarmente.
L’indagine della Squadra mobile veronese è partita il gennaio scorso. A quattro bambine che erano state fermate per i furti e che non avevano fornito informazioni sui genitori, erano stati messi sotto controllo i cellulari che portavano addosso e in cui avevano memorizzato i nomi dei loro sfruttatori. Così è stato possibile scoprire che i genitori obbligavano i bambini a rubare anche minacciandoli di violenze sessuali. A fine furto gli stessi genitori caricavano i figli nei camper e si allontanavano dalla zona. A meno che le bambine non fossero state colte in flagranza di reato e fermate. Il Tribunale dei minori di Venezia ha tolto alle famiglie l’affidamento dei sei bambini che sono stati accompagnati in case famiglia. Il passo successivo, secondo quanto si è appreso, sarà quello della decadenza della potestà genitoriale.

Giustizia, sarà un’estate calda. Di Pietro non si scusa, il Pd minaccia l’ostruzionismo

Antonio Di Pietro

Passi indietro? Nessuno. Scuse? Neanche a parlarne. Antonio di Pietro non ci pensa proprio a pentirsi. Anzi, dice che dovrebbe essere Silvio Berlusconi a scusarsi con gli italiani. Parlando delle nuove intercettazioni pubblicate dall’Espresso, il leader Idv, aveva detto che al governo “più che statisti abbiamo dei magnaccia”. E non intende indirizzato a lui il richiamo del Capo dello Stato nel giorno del suo 83esimo compleanno a una maggiore concordia tra i due schieramenti.
L’ex pm stavolta utilizza sia l’ultimo appuntamento della stagione di Lucia Annunziata, In mezz’ora, sia il cliccatissimo blog di Grillo per sostenere che è il Cavaliere a doversi “scusare con gli italiani, perché in campagna elettorale ha detto che si sarebbe attivato per farli stare bene. E invece sta obbligando il Parlamento a fare leggi che servono a lui per suo interesse”.
In ogni caso l’ex magistrato non si pente di averlo paragonato a un magnaccia per i suoi colloqui al telefono con il direttore di Rai Fiction Agostino Saccà, intercettate e poi pubblicate, sui giornali. Quella parola “magnaccia” non è piaciuta a molti. Non solo tra la fila della maggioranza (con Ghedini che conferma: “Molteplici processi per diffamazione che verranno immediatamente intentati”); ma anche a sinistra.
Ma l’ex ministro delle Infrastrutture non si fa problemi di linguaggio forbito: “Il mio sarà pure un linguaggio crudo” aggiunge Di Pietro “ma il suo è un insulto agli italiani perché quando ha un processo in corso si fa una legge per farsi salvare”.
Incontenibile, l’ex pm ruba a tutti la scena. Anche agli alleati del Pd. E Veltroni, parlando con Repubblica, conferma che “in queste condizioni il dialogo è finito”, il Cavaliere “è tornato a essere ciò che è, lui sa procedere solo a strappi”. E così, il segretario Pd irrita non poco la maggioranza. Che infatti interviene.

Per Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl, “Veltroni e il Pd hanno responsabilità rilevanti nell’imbarbarimento dipietrista”. Addio Walter, senza rimpianti: “Andremo avanti per la nostra strada come ci chiedono gli elettori”, scrolla le spalle Paolo Bonaiuti. Maroni conferma: “I voti li abbiamo, approveremo le leggi da soli senza di loro”.
Insomma, nulla fa sperare che ci libereremo in fretta delle liti sulla giustizia. Anzi, il clima di queste ore fa prevedere che un futuro prossimo ancora più da scontro. Martedì 1 il Csm metterà il timbro sul parere che dichiara anti-costituzionali le norme blocca-processi. Mercoledì 2 la Camera dovrà pronunciarsi sulla loro costituzionalità. Martedì 8 luglio, in piazza Navona a Roma, in contemporanea con l’iter di approvazione della legge sulle intercettazioni, l’Italia dei valori manifesterà “per la libertà di espressione e per la giustizia“. Intanto, a Montecitorio per l’intero mese di luglio si prevede un corpo a corpo, senza esclusione di colpo. Tanto che il capogruppo Pd Antonello Soro ipotizza un ostruzionismo massiccio nella speranza di affondare il decreto, che la maggioranza deve convertire entro giovedì 24.
Se il blocca-processi supererà lo scoglio, la guerra a quel punto si sposterà sul cosiddetto “lodo Alfano” (processi sospesi per le quattro più alte cariche dello Stato). In base al calendario parlamentare, la rissa sforerà largamente nel mese di agosto. Che, a questo punto, si prospetta più caldo del solito.

Impronte ai rom, Maroni non retrocede e chiede più controlli

impronte

Nessun passo indietro sulle impronte digitali per i bambini nomadi. Anzi, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, va avanti spedito e chiama al Viminale i tre prefetti di Roma, Napoli e Milano - nominati un mese fa commissari all’emergenza - per catechizzarli sulla linea da seguire. Nel mirino il prefetto della Capitale, Carlo Mosca, che nei giorni scorsi si era dissociato dall’indicazione del ministro.
Sulle impronte, ha spiegato Maroni, si sono scatenate polemiche “totalmente infondate, frutto di ignoranza, nel senso di scarsa informazione, o di pregiudizio politico: in entrambi i casi sono polemiche che non mi toccano e non mi faranno retrocedere neanche di un millimetro”. C’è, ha ricordato: “Un’emergenza nomadi definita dal precedente governo che noi vogliamo affrontare e risolvere, naturalmente nella salvaguardia di tutte le norme di diritto italiano, europeo e internazionale, ma vogliamo affrontarla e risolverla una volta per tutte. Deve finire” ha ribadito “l’ipocrisia per cui sono tutti a favore dei bambini però tutti accettano che i bambini vivano in questi campi dividendo lo spazio coi topi”. Quanto al metodo, il ministro ha precisato che “noi interveniamo con la Croce Rossa, tutelando i diritti di tutti, ma vogliamo sapere chi c’è, chi abita le nostre città, chi abita le nostre regioni e chi ha diritto di stare e chi non ha diritto di restare”.
Per questo, ha convocato al ministero coloro che questa linea la devono applicare concretamente, cioè i tre commissari delegati. A presiedere la riunione Giuseppe Procaccini, il capo di Gabinetto del ministro, che ha ricordato ai prefetti - in particolare a Mosca - che l’ordinanza di nomina affida loro il compito di identificare i nomadi, anche i minori, “attraverso rilevi segnaletici”, come le impronte digitali appunto. Il prefetto di Roma, pochi giorni fa, aveva invece detto che “così come non si prendono le impronte digitali per il passaporto ai minori italiani, così non si vede il motivo per cui bisogna farlo con i bambini rom”.

Dichiarazione che, naturalmente, non è piaciuta a Maroni, il quale ha chiesto a Procaccini di convocare i prefetti per stabilire una linea comune tra le tre città, in modo da evitare posizioni discordanti come quella di Mosca.
La riunione è durata circa due ore e Mosca ha avuto modo di spiegare il suo punto di vista. Al termine, il Viminale ha fatto sapere che si è trattato della “prima di una serie di verifiche periodiche, che ha consentito di mettere a punto una completa e condivisa linea tecnica nell’applicazione delle ordinanze”. È stato quindi rilevato che il censimento nei campi nomadi “sta procedendo regolarmente, secondo le indicazioni contenute nelle ordinanze, con l’obiettivo di riconoscere l’identità personale, anche a coloro che non sono in grado di dimostrarla, attraverso il ricorso alle tipologie di rilievo segnaletico necessarie, comprese le impronte digitali”.
E sostegno a Maroni è arrivato dal suo compagno di partito, nonché ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli. “Se rilevare le impronte per qualcuno può rappresentare una discriminazione” ha detto “io lancio una proposta: tutti i cittadini italiani si facciano rilevare le impronte”. Il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, ha definito l’iniziativa del ministro dell’Interno: “Sacrosanta. Meraviglia che qualche prefetto non conosca le leggi vigenti in Italia e in Europa, che impongono procedure di identificazione certa soprattutto dei minori privi di documenti e vittime di chi li manda a rubare”.

Critiche, invece dall’opposizione. “È un segno di barbarie” ha osservato l’europarlamentare del Pd Gianni Pittella “che il governo Berlusconi, a 70 anni dalle leggi razziali, decida che la questione rom si risolve prendendo le impronte digitali ai bambini”.

“Prendere le impronte digitali ai minori dei campi rom per evitare fenomeni come l’accattonaggio”. Siete d’accordo con il piano del ministro Maroni?

Nomadi, per la Cassazione è legittimo discriminarli se sono ladri

15
Non considerare reato le iniziative politiche che hanno come obiettivo i comportamenti illegali di appartenenti alle minoranze etniche e non le etnie di per sé: è l’indicazione della Cassazione che accoglie il ricorso del sindaco di Verona, Flavio Tosi, entrato al ‘Palazzaccio’ con una condanna a due mesi di reclusione per “propaganda di idee discriminatorie” e uscito con l’annullamento del verdetto per nuovo esame.
In particolare, la Suprema Corte osserva che quando si tratta di “temi caldi come quello della sicurezza dei cittadini” bisogna fare attenzione a non accusare i politici di commettere incitamento all’odio razziale quando intendono prendere iniziative discriminatorie non in nome della diversità razziale ma a fronte dei “comportamenti criminali” di soggetti di determinati gruppi.

Tosi, insieme ad altri quattro leghisti (Matteo Bragantini, Lucio Coletto, Enrico Corsi e Maurizio Filippi) era stato rinviato a giudizio dal pubblico ministero veronese Guido Papalia per essere stato promotore di una petizione nella quale si chiedeva “lo sgombero immediato di tutti i campi nomadi abusivi e provvisori e che l’amministrazione non realizzi nessun nuovo insediamento nel territorio comunale”. La raccolta di firme era stata pubblicizzata da manifesti con su scritto “no ai campi nomadi, firma anche tu per mandare via gli zingari”.

A carico di Tosi, all’epoca (2001) capogruppo regionale della Lega, e a riprova della volontà discriminatoria erano state considerate anche le parole da lui pronunciate: “Gli zingari” aveva detto “dovevano essere mandati via perché dove arrivavano c’erano furti”. Ma “la discriminazione” avverte la Suprema Corte “si deve fondare sulla qualità del soggetto (nero, zingaro, ebreo ecc) e non sui comportamenti. La discriminazione per l’altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso”.

“Prendere le impronte digitali ai minori dei campi rom per evitare fenomeni come l’accattonaggio”. Siete d’accordo con il piano del ministro Maroni?

Tav, raggiunto l’accordo: i sindaci dicono sì

Galleria dei lavori per il treno ad alta velocitÃ

In Val di Susa proteste e sit-in sembrano ormai alle spalle: è stato raggiunto un accordo tra l’Osservatorio tecnico della Torino-Lione e i sindaci sull’ipotesi di tracciato della nuova linea da presentare al governo. La conclusione della lettura dell’intesa da parte del presidente dell’Osservatorio, Mario Virano, è stata accolta dai sindaci dei comuni interessati dalla realizzazione dell’opera con un applauso. L’accordo non riguarda solo la tratta internazionale ma anche quella italiana, da Sant’Antonino di Susa a Chivasso passando per il nodo di Torino. “Il dialogo con le popolazioni locali ed i sindaci della Val di Susa, che ho condiviso e propugnato sin dal mio insediamento, sta dando i suoi frutti e di questo desidero ringraziare Virano e quanti hanno con lui collaborato per la felice conclusione dei lavori dell’Osservatorio sulla Torino-Lione” osserva il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli.
E aggiunge: “Si tratta di un passo in avanti verso la realizzazione di un’infrastruttura prioritaria e indispensabile per il Paese e per la sua economia. Ora il governo esaminerà il documento approvato dall’Osservatorio, che contiene anche proposte tecniche sul tracciato dell’opera, per passare poi rapidamente alla fase operativa e progettuale, così come ci richiede l’Unione Europea per non perdere i finanziamenti comunitari”.

Il contenuto dell’accordo. Il punto più importante è il quarto, dove vengono elencati i riferimenti per la progettazione, ovvero dove far passare l’opera arricchendo il territorio, rispettando i parametri delle linee Ten europee e non interrompendo il funzionamento delle infrastrutture già esistenti. Per l’alta Valsusa viene considerata l’ipotesi presentata due settimane fa da Ltf (Lyon Turin Ferroviairie) che prevede l’uscita del tunnel di base a Susa, dove verrà realizzata una stazione internazionale e di interconnessione con la linea storica. Poi la linea prosegue tra tunnel e interramenti fino a Sant’Antonino di Susa. Nessuna ipotesi definitiva invece sul passaggio in Val Sangone.

Sul nodo di Torino vengono confermati come punti di transito l’asse intermodale di corso Marche, l’interporto di Orbassano e la gronda merci fino al Bivio Stura che eviterà il congestionamento del passante di Torino. Viene valutato positivamente anche “un corridoio integrato lungo la tangenziale autostradale” nel tratto tra Settimo e corso Marche. Viene poi richiesta l’attuazione del Sistema ferroviario metropolitano torinese che prevede il potenziamento di 5 linee pendolari e l’interconnessione con a linea Torino-Ceres che collega la città all’aeroporto.
Il primo punto del documento invece, dal titolo “Nuove politiche dei trasporti per il territorio” evidenzia come sia necessario inserire l’opera in “una strategia di trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia in un’ottica di riequilibrio fra le direttrici alpine”. Tra le varie richieste anche il “graduale plafonamento dei transiti” coinvolgendo gli operatori autostradali, ed inoltre si chiede a breve termine “l’introduzione di misure di tariffazione (Eurovignette e diritti regolatori) e a più lungo termine della Borsa dei transiti Alpini”. Il secondo punto richiede “una regia unitaria” per la realizzazione della Torino-Lione in Italia, “tutte le azioni in territorio italiano debbono essere ricondotte ad unitarietà di impostazione, responsabilità, finanziamento e gestione del progetto”. Il terzo punto si occupa di come si debba progettare e realizzare l’opera. Da una parte c’è infatti l’orientamento dei Comuni che ragionano in base “ad un ragionato pessimismo”, come l’ha definito Virano, e chiedono che si parta da Torino da Torino e mano a mano una volta raggiunti gli obiettivi di traffico, si passi alle fasi successive. Più classica l’altra impostazione, che prevede la realizzazione “in lotti funzionali affidandosi elusivamente alla programmazione degli interventi e alla loro razionale attuazione secondo un esplicito quadro di riferimento espresso dai competenti decisori politico-istituzionali”. Pieno accordo invece sula progettazione preliminare, che va realizzata tutta assieme dal confine alla connessione con l’alta velocità/capacità Torino-Milano.
Un lungo applauso ha suggellato l’accordo: complessivamente l’Osservatorio ha lavorato per 70 settimane durante le quali si sono svolte circa 300 audizioni e sono intervenuti 60 tecnici internazionali. Ora il documento, con sei allegati sarà consegnato al governo che lo valuterà e avvierà l’ultima parte dell’iter decisionale prima dell’avvio della progettazione.

E il plauso arriva anche dall’Unione Europea con il commissario Ue ai trasporti, Antonio Tajani che dopo aver giudicato l’accordo raggiunto ieri “un passo in avanti per la realizzazione di un progetto europeo” ha concluso auspicando l’arrivo in tempi brevi “della documentazione per la valutazione di impatto ambientale, necessaria per l’erogazione del finanziamento comunitario, già stanziato”.

Di fatto, l’accordo raggiunto mette la politica nazionale nella condizione di rispettare il calendario europeo per la progettazione dell’opera. Il documento passa ora al tavolo politico, che verrà convocato a Palazzo Chigi, a metà luglio.

Oltre lo scandalo Santa Rita: rimborsi connection per la sanità

La clinica Santa Rita di Milano

Di Gianna Milano e Chiara Palmerini

Che cosa ha fatto emergere il bubbone della clinica Santa Rita di Milano? È la punta visibile di un problema che riguarda solo le cliniche private, come si è sentito dire, o coinvolge tutta la sanità? Colpa di singoli medici, “mele marce”, o di un sistema che spinge chi cura a trasformarsi in procacciatore di prestazioni, fino alle lesioni o, anche se penalmente meno rilevante (ma non moralmente), allo spregio di ciò che è meglio per la salute della gente?
Da una parte c’è chi si stupisce che il Servizio sanitario nazionale paghi gli ospedali, pubblici e privati, a prestazione, sistema ormai in vigore da 15 anni, analogamente a quanto avviene in quasi tutti i paesi industrializzati. Dall’altra le parole e i toni di alcuni dei medici intercettati nella clinica milanese, intenti a “tirar fuori mammelle”, “pescare polmoni”, “investire nei tumori”, sembrano la materializzazione del peggiore degli incubi. Sbrogliare la matassa di ciò che è successo, e soprattutto di come è potuto succedere senza che nessuno se ne accorgesse, non è facile. Gli esperti interpellati da Panorama hanno individuato una serie di punti deboli del sistema di cui i furbi possono approfittare.

Rimborsi gonfiati. Per capire bisogna partire analizzando il sistema dei rimborsi agli ospedali. Ai tempi della mutua, alle cliniche andava una cifra fissa per ogni giornata di degenza. Quel sistema incentivava una sorta di sequestro di persona: più a lungo un paziente era ricoverato, più l’ospedale guadagnava. Per il ricovero di un paziente con tumore riceveva quanto per uno operato di tonsille. In seguito si è passati al rimborso a piè di lista: agli ospedali erano pagate le spese affrontate durante l’anno. Così i conti lievitavano senza controllo. Per porre un freno, nel 1995 sono stati scelti i cosiddetti Drg (”diagnosis related group” o raggruppamenti omogenei di diagnosi), un’invenzione americana: alla dimissione del paziente, in base alla diagnosi e all’intervento, a eventuali complicazioni, alle condizioni del malato, l’ospedale riceve una certa cifra. Una sorta di listino prezzi che può produrre due effetti, secondo Francesco Taroni, professore di medicina sociale all’Università di Bologna: “L’aumento del numero di ricoveri e la diminuzione della durata. Conseguenze positive se servono a smaltire le liste d’attesa e a non trattenere inutilmente i malati, negative se i ricoveri sono immotivati o se i pazienti vengono mandati a casa troppo presto”. In più i Drg si prestano a possibili abusi.
Sostiene Americo Cicchetti, della facoltà di economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: “I Drg hanno creato incentivi per una maggiore efficienza ma hanno anche generato meccanismi perversi per ottenere rimborsi gonfiati”. Dato che assistere un paziente operato di appendicite costa di più se ha pure, mettiamo, il diabete, il suo ricovero comporta una tariffa più alta. E questo può indurre in tentazione, facendo passare per diabetico chi non lo è, o esagerando un’influenza in una bronchite. O, ancora, far figurare il trasferimento di un paziente al reparto di riabilitazione, rimborsato a giornate, anche se resta fermo nel suo letto (è una delle accuse mosse agli imputati della Santa Rita). Infine, tocco di furberia, dimettere i pazienti dal pronto soccorso a mezzanotte e 5 minuti per far scattare un giorno di degenza. Per scoraggiare piccoli e grandi imbrogli, innanzitutto, suggerisce Cicchetti, «il tariffario dei Drg andrebbe aggiornato ogni 6 mesi per adeguarlo alle tecnologie che cambiano e agli sviluppi della medicina». Una commissione ci sta lavorando, per ora senza risultati: i membri, tutti medici, non si trovano d’accordo su quali prestazioni devono valere di più.

Il sistema dei controlli. Poi c’è il problema di scoraggiare le truffe sistematiche. Chi deve controllare e come? “Gli strumenti peggiori sono le denunce e le inchieste della magistratura; la logica peggiore è quella del tutto o niente: ti faccio o non ti faccio lavorare” sostiene Francesco Longo, direttore del Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria sociale (Cergas) della Bocconi. “A controllare dovrebbero essere le Asl, concedendo o sottraendo incentivi”. Questi, afferma Fabio Turazza, cardiologo al Niguarda di Milano, “dovrebbero essere finalizzati alla qualità delle prestazioni, non solo al controllo della spesa”. E se si individuano infrazioni, secondo Silvio Garattini, direttore del Mario Negri di Milano, «devono scattare sanzioni pesanti».
Il nodo è proprio sui controlli. La Lombardia è la regione che ne fa di più in Italia (le Asl esaminano fino al 5% delle cartelle cliniche, contro una media nazionale del 2), ma se sono solo “formali” non è detto che servano a molto. La verifica a campione di cartelle cliniche e schede di dimissione (tra l’altro annunciata, non a sorpresa) nasce da esigenze amministrative di verifica della spesa e non sempre rileva le magagne, per esempio interventi su pazienti che non ne avevano bisogno. Ogni tanto però qualcosa salta fuori. Nel Lazio, nell’ultimo anno, è emerso che per il 49% i casi classificati come traumi cranici con stato di coma, ma con degenze curiosamente brevi, altro non erano che ricoveri per lievi botte alla testa con qualche abrasione e contusione. Altri controlli possono essere anche più efficaci. “Come un’analisi in chiave statistica dei dati aggregati sulle prestazioni per vedere se ci sono campanelli d’allarme” raccomanda Longo. Un esempio evidente di intervento troppo spesso inappropriato è il taglio cesareo, rimborsato in alcune regioni assai di più del parto naturale. Secondo l’Oms, un tasso di cesarei superiore al 15% è anomalo. In Italia la media è del 32, superiore al Sud, con punte del 62% in Campania.

Le soluzioni delle Regioni. Alcune regioni hanno attivato sistemi per individuare le sacche di mediocrità. L’Agenzia di sanità pubblica della Regione Lazio ha istituito un sistema di 42 indicatori per valutare la qualità delle prestazioni: si controlla che la mortalità a 30 giorni da un bypass aortocoronarico, la tempestività dell’intervento per frattura del femore, la riammissione in ospedale dopo una colecistectomia non superino standard fissati a livello internazionale. “Nel Lazio stiamo valutando l’opportunità di fissare una soglia: gli ospedali che non raggiungono una certa percentuale di esiti virtuosi chiudono il reparto” dice Carlo Perucci, direttore del dipartimento di epidemiologia della Asl Roma/E. Sistemi simili hanno attuato Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte.
Un altro di tipo di controllo è legato al cosiddetto accreditamento, l’iter attraverso il quale le regioni riconoscono a strutture già autorizzate, cioè in possesso di requisiti minimi uguali in tutta Italia, caratteristiche di qualità aggiuntive per esercitare l’attività per conto del servizio sanitario nazionale. Ogni regione pretende il rispetto di requisiti di accreditamento diversi, da quelli puramente formali, come il numero di bagni in rapporto ai posti letto, ad altri più sostanziali.
La Lombardia è stata la prima ad avviare il processo di accreditamento, basato su requisiti di carattere gestionale, cui si è poi aggiunta la certificazione di qualità secondo il sistema Iso. In alcune regioni, come la Sicilia, il processo non è neppure iniziato per le strutture pubbliche (la scadenza è fissata a dicembre 2009), mentre le private hanno completato l’iter a giugno 2007, per un totale di 1.683 cliniche cui è stata concessa l’autorizzazione. “In Emilia-Romagna verifichiamo il rispetto di standard gestionali, come pure quello di requisiti per diverse specialità correlati a indicatori di performance: come la mortalità per gli interventi di cardiochirurgia o il tempo che intercorre tra una diagnosi di tumore al polmone e l’intervento” riferisce Renata Cinotti, responsabile dell’area accreditamento e qualità dell’agenzia sanitaria dell’Emilia-Romagna. Questa regione è capofila in Italia di un progetto interregionale per la formazione di valutatori da ingaggiare nei controlli della qualità degli ospedali.
C’è inoltre un problema di programmazione. Se, per fare un esempio, in Lombardia si è autorizzata l’apertura di 21 reparti di cardiochirurgia, mentre alcuni esperti stimano che ne basterebbe la metà per un bacino di 9 milioni di abitanti (vengono infatti operati molti pazienti di altre Regioni), c’è forse da aspettarsi che le sale operatorie cerchino di funzionare a più non posso. “Il criterio della produttività, da quando gli ospedali sono diventati come aziende, vale sia nel pubblico sia nel privato” aggiunge Ettore Vitali, cardiochirurgo passato dall’ospedale milanese Niguarda alle cliniche Gavazzeni di Bergamo.
Una nota dolente che vale solo per la sanità privata è il tipo di contratto tra la clinica e il medico. Mentre negli ospedali pubblici il 20% al massimo dello stipendio può derivare da incentivi basati sulla produttività, nel privato in teoria non ci sono limiti. “Se il medico è una persona perbene, il meccanismo è benevolo. Se non lo è … l’appetito, si sa, vien mangiando” commenta l’oncologo Ermanno Leo, dell’Istituto dei tumori di Milano. Alla Santa Rita, secondo gli inquirenti, la disinvoltura nell’usare il bisturi poteva portare lo stipendio di alcuni medici da 2mila euro fino a 20mila.
La gestione delle spesa sanitaria. A incidere sono anche questioni di politica economica. Ci sono regioni, come la Lombardia, in cui il fatturato per la spesa sanitaria ha un tetto unico per ospedali pubblici e privati, superato il quale le prestazioni vengono rimborsate meno. Questo sistema vuole promuovere la concorrenza e migliorare i servizi. Il rischio è che certe piccole strutture private operino a più non posso senza subire gli effetti negativi dell’abbassamento dei rimborsi, penalizzazione che si diluisce nel totale a disposizione di tutti gli ospedali. “Nel caso di un tetto di fatturato per ogni struttura, meccanismo molto più rigido e contrario alla concorrenza, aumentare il numero dei casi diventa invece inutile, perché non porta benefici economici” ritiene Taroni. Trovare soluzioni facili per sistemi complessi come quelli sanitari è arduo. Ma vengono in mente le parole profetiche di George Bernard Shaw nel Dilemma del dottore: “Che una nazione ragionevole, avendo osservato che ci si può procurare il pane offrendo un interesse economico ai fornai che ce lo fabbricano, seguiti a offrire a un chirurgo un interesse per le gambe che ci amputa, è quanto basta per farci disperare dell’umanità politica”.
(hanno collaborato Donatella Marino e Fabio Turone)

Padova, un litigio tra fratelli finisce in omicidio

A Padova è finita con un omicidio una lite di famiglia nel giardino di un condominio: Denis Daniele, 19 anni, è stato ucciso dal fratello Francesco di 27 anni. I due hanno iniziato a litigare per strada, dove la vittima è stata colpita una prima volta con un coltello. Denis è fuggito verso il cortile, urlando e chiedendo aiuto: lì aveva uno scooter che, presumibilmente, pensava di utilizzare per allontanarsi. È stato invece raggiunto, nel giardino dell’androne del condominio, dal fratello che lo ha colpito altre due volte, uccidendolo. Francesco Daniele è fuggito fino al patronato della chiesa di Pio X, dove si è pulito e ha tentato di lavare le macchie di sangue. Ma è stato fermato dai Carabinieri: gli investigatori stanno verificando se, al momento del delitto, il giovane era in grado di intendere e di volere o se, al contrario, era sotto l’effetto di alcool o di sostanze stupefacenti.

L’omicida, visto da alcuni testimoni, è stato sentito nella notte dal pubblico ministero Roberto Lombardi e dai carabinieri che indagano sulla vicenda, ma si è chiuso nel silenzio e non ha voluto assolutamente parlare delle motivazioni del gesto. Francesco Daniele è stato anche sottoposto a test sanitari, che hanno escluso fosse sotto l’effetto di stupefacenti o di alcol. Tra oggi e domani il Lombardi dovrebbe disporre l’autopsia sul corpo di Denis per stabilire con precisione il numero delle ferite, e quale di queste sia stata mortale. Secondo i carabinieri le cause del delitto risalirebbero ad un difficile rapporto interparentale tra omicida e vittima: in famiglia, quattro i fratelli di cui una femmina, Dennis era il più disponibile, probabilmente inviso a Francesco che, tossicodipendente, aveva precedenti per droga e rapina.

Aerei, treni, bus: raffica di scioperi dal 5 luglio

Da luglio stop di treni, aerei, bus e metro: i disagi per chi viaggia potrebbero verificarsi sin dal primo week end. I primi a fermarsi saranno i piloti di AirOne, che sabato 5 si asterranno dal lavoro dalle 10 alle 14. Domenica 6 luglio, difficoltà in vista per chi si sposta in treno: il personale del trasporto ferroviario sciopererà per 24 ore, dalle 21 del 6 alle 21 del giorno dopo. Lunedì 7 luglio, invece, disagi in arrivo anche per chi resta in città, con lo stop di 24 ore del personale del trasporto pubblico locale. Nello stesso giorno incroceranno le braccia per 24 ore il personale navigante di cabina di Airone e il personale navigante di cabina di piloti e assistenti di volo Airone Cityliner. Dalle 10 alle 14 saranno fermi anche i piloti di AirOne.
Il 18 luglio ad incrociare le braccia sarà invece il personale Enav, dalle 12 alle 16. Scioperi in vista anche nel settore delle telecomunicazioni: il 4 luglio è in programma un’astensione dei lavoratori Telecom Italia, mentre nella stessa giornata e’ previsto lo stop per l’intera giornata delle aziende pubbliche del settore dell’igiene ambientale. Un’intera giornata di sciopero per le agenzie delle dogane e’ stata infine già fissata per il 7 luglio.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101