Archivio di Luglio, 2008
La Romania non approva le misure del governo italiano sui metodi di identificazione, con impronte digitali, degli abitanti dei campi nomadi e il presidente Traian Basescu è venuto oggi a Roma a dirlo al premier Silvio Berlusconi che ha assicurato che non è una “misura costrittiva” ma un modo per garantire diritti.
Certo, Bucarest è pronta a collaborare con il governo italiano nel risolvere “il problema rom”, così come si fa tra paesi “amici”. Ma le distanze sulle misure contenute nel pacchetto sicurezza restano tutte. E il colloquio di oggi a Palazzo Chigi tra i due non è servito a placare le polemiche che si trascinano da mesi.
I toni sono lontani anni luce da quelli usati nel novembre scorso, quando nel bel mezzo di una crisi molto simile tra Bucarest e il governo italiano guidato allora da Romano Prodi, Basescu da Madrid esclamò “grazie a Dio la Spagna non è diventata come l’Italia”. Anzi, la conferenza stampa congiunta era partita in maniera molto ’soft’, con Berlusconi che sottolineava la “piena integrazione” della comunità romena in Italia e lo stesso Basescu che lanciava segnali di apertura, assicurando come fosse “lontano dal vero dire che in Italia ci sia stato un comportamento negativo nei confronti della comunità romena”.
Di più, aveva aggiunto il presidente romeno: “Noi non consideriamo reale la preoccupazione alimentata da alcuni ambienti sul fatto che in Italia ci siano cittadini romeni discriminati”. Insomma, aveva insistito, quelle varate da Roma sono “semplici misure di sicurezza per proteggere i suoi cittadini, non sono misure contro i cittadini romeni “.
A quel punto, era stato Berlusconi a cogliere la palla al balzo: nessuna discriminazione nei confronti dei romeni, raccolta delle impronte per identificare i rom e garantire loro “diritti”, a partire da quello dei minori di andare a scuola piuttosto che essere sfruttati da genitori che “li mandano a elemosinare”. E il voto di censura del Parlamento europeo?
“Intervento politico basato su disinformazione completa e su una irrealtà “, ha scandito il presidente del Consiglio, tanto più che la Commissione europea non ha fatto altrettanto e che la raccolta delle impronte digitali è già “pratica corrente” in molti paesi europei. E lo sarà anche per tutti i cittadini italiani, a partire dal primo gennaio 2010.
Ma proprio mentre sembrava filare tutto per il verso giusto, è stata una domanda di una cronista a ribaltare la situazione: visto che ora la Romania “condivide un pò di più ” le misure del governo italiano, Bucarest è pronta ad inviare più poliziotti in Italia per collaborare?. A quel punto Basescu si è irrigidito, forse capendo di aver lanciato un messaggio “sbagliato” all’opinione pubblica interna romena: “voglio chiarire che il governo romeno non approva, ripeto non approva, parte o gran parte delle misure del governo italiano. Se non avete capito questo - ha detto rivolto ai giornalisti - non avete capito di nulla di quello che ho detto”. Perchè i cittadini romeni, anche quelli di etnia rom, sono “cittadini a pieno titolo dell’Unione europea, e come tali vanno trattati”.
Le stesse parole, insomma, che aveva usato in mattinata visitando assieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno il campo nomadi di via Candoni: “Capiamo anche parte delle misure prese dal governo italiano, ma non possiamo essere d’accordo su un trattamento che è al di là delle norme Ue”, aveva avvertito.
La freddezza insomma, malgrado le profferte di collaborazione, rimane. Toccherà anche al ministro dell’Interno Roberto Maroni - che la prossima settimana si recherà a Bucarest per incontrare il collega romeno - cercare di avvicinare le posizioni. Prima del vertice tra i due governi, previsto, almeno per il momento, per il prossimo 9 ottobre.
Il VIDEO servizio:
Una foto di Eluana Englaro
Politica contro magistrati. Anche sulla vita (e la morte) di una ragazza in coma irreversibile da 16 anni. L’aula della Camera ha deciso di sollevare conflitto di attribuzione alla Corte costituzionale sul caso di Eluana Englaro. La maggioranza e l’Udc hanno votato a favore, l’Italia dei Valori contro, il Pd ha scelto per l’astensione.
”Siamo contrari alla decisione di proporre il conflitto di attribuzione. Consideriamo che sia un modo rozzo e strumentale per affrontare un problema molto serio”. Così Antonello Soro, capogruppo dei deputati del Pd, convinto che “il Parlamento deve assumersi la responsabilità di fare una legge sul testamento biologico” ed è ”assolutamente privo di fondatezza contestare il singolo magistrato che opera senza un quadro normativo”.
Non è d’accordo Fabrizio Cicchitto, capogruppo dei deputati Pdl, secondo cui “”Sollevando il problema del conflitto di attribuzione il parlamento riafferma tutta la sua sovranità e si pone il problema di una legge sulla quale si aprirà un confronto che riguarda i suoi contenuti”. ”Per noi” aggiunge “è stato riempito uno spazio che è tipico della normativa e della legge, quindi bisogna superare questa invasione di campo e creare le condizioni affinché il parlamento possa intervenire senza trovarsi alle spalle una situazione disseminata di decisioni differenziate”.
Questa mattina era stato Avvenire, il quotidiano della conferenza episcopale, a intervistare il presidente emerito della Corte Costituzionale Riccardo Chieppa, a favore del conflitto: “Ho molti dubbi sul fatto che un giudice possa intervenire in piena legittimità su una questione che attiene alla vita e alla morte di una persona”. A suo giudizio ‘’si tratta di una autorizzazione preventiva a commettere un atto che altrimenti sarebbe considerato un reato penale”, una sentenza alla quale, ”nessun giudice, tanto meno un giudice civile, può arrivare”.
Un tema di giurisdizione e conflitti di poteri. Ma Eluana, tutto questo, non lo sa. E suo padre, Beppino Englaro, che dal ‘99 chiede di smettere ogni trattamento, non sembra toccato dalle zuffe della politica e dalle parole di Chiesa, vesovi e opinionisti. Lui ha già deciso: sua figlia ha diritto di morire, sarebbe stata d’accordo. E potrebbe trovarsi in Toscana l’ospizio dove ha intenzione di fare interrompere l’alimentazione che tiene in vita Eluana. Così come era stato deciso dalla sentenza della Corte d’Appello civile di Milano che aveva dato il via libera per staccare il sondino.
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È indagato a Milano nell’inchiesta sui dossier illegali raccolti dalla security di Telecom con l’accusa di associazione per delinquere, appropriazione indebita, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Per la procura è una delle menti dell’organizzazione ed è latitante. È Giampaolo (John Paul) Spinelli, 61 anni, che anticipa a Panorama, in un articolo pubblicato sul numero in edicola da venerdì 1 agosto, la propria linea difensiva.
Spinelli, ex agente della Cia (nel 1998 è diventato capo del Secret service di Bill Clinton e si è congedato con il grado di Gs 15, corrispondente a generale), dice a Panorama: “Sono sempre stato convinto di agire nel rispetto della legge e mai avrei pensato di essere al vertice di una cospirazione. D’altra parte io stavo abitualmente negli Stati uniti e mi occupavo di quell’area e dei paesi del Far East”. E aggiunge: “Se vuole sapere se l’ex Presidente Marco Tronchetti Provera o persone del suo staff erano al corrente dei metodi illegali di raccolta delle informazioni, rispondo che questo non mi pare argomento da intervista. Ne parlerò con il giudice”.
L’ex 007, nel frattempo, ha quasi terminato un libro di memorie. Fra le pagine, scrive Panorama, si scopre che i guai di Spinelli in Italia iniziano nel 1986 quando, durante un’operazione antiterrorismo, conosce il “giovane brigadiere” Giuliano Tavaroli che dieci anni dopo lo ingaggia come consulente di Pirelli.
Nel racconto, Spinelli descrive uno per uno gli uomini della squadra accusata di aver prodotto i dossier incriminati, dal mago dell’informatica Fabio Ghioni (il “prete”) all’ex colonnello dei carabinieri del Ros Angelo Jannone, dall’investigatore fiorentino Emanuele Cipriani all’ex collaboratore del Sisde Marco Bernardini. Ritratti ironici, a volte dissacranti, con una sola eccezione: il vecchio amico Tavaroli, colpevole soprattutto di non saper scegliere i collaboratori (”Non avrei preso con me nemmeno la metà delle persone che aveva al suo fianco”).
Al Trattato d’Europa ha detto sì anche l’Italia. O meglio: il suo Parlamento. L’ultimo pass doveva venire (ed è avvenuto) stamattina dalla Camera, dopo che il documento era già passato al Senato.
Anche la Lega ratifica, ma non partecipa all’applauso corale di Montecitorio. Ma dopo le minacce dei minsitri Bossi e Calderoli nei giorni scorsi, al momento del voto i brindisi con birra Guinness e gli scetticismi antieuropei dei leghisti sono rientrati nei ranghi. E deputati e senatori del Carroccio hanno seguito le indicazioni del premier Berlusconi. Nonostante avessero festeggiato per la bocciatura del testo nel referendum irlandese.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha commentato: “Con il voto unanime della Camera, che si aggiunge a quello altrettanto unanime del Senato, oggi c’è l’espressione di una bella pagina dell’antica tradizione parlamentare del nostro Paese che è cofondatore dell’Unione europea”. Fini aveva manifestato il “piacere di unirsi all’applauso corale dell’aula” quando Emanuele Fiano del Pd ha urlato: “Ma quale corale: la Lega non ha applaudito”. Da qui la scelta di Fini di dirsi soddisfatto per “l’approvazione unanime”.
Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha espresso a nome del Governo grande soddisfazione per il voto all’unanimità della Camera. “Si tratta” ha detto Berlusconi “di un risultato particolarmente importante che ha visto tutto il Parlamento e il Governo uniti a sostegno di un progetto di grande rilevanza. È il contributo dell’Italia al rilancio dell’Europa che sta attraversando una fase di difficoltá. L’auspicio è che il voto di oggi possa servire anche agli altri Paesi che ancora devono completare l’iter parlamentare”.
Soddisfatto anche il presidente della Repubblica: “L’approvazione unanime della legge di ratifica del Trattato di Lisbona” ha detto in una nota Giorgio Napolitano “rappresenta un titolo d’onore per il parlamento italiano e un fattore di rinnovato prestigio per il ruolo europeo del nostro paese”. Il presidente ha poi lodato l’unità del parlamento in un momento “cruciale per l’avvenire del paese”.
Anche se è l’avvenire del trattato stesso a essere incerto: nelle clausole con cui era stato predisposto si prevedeva che dovesse essere approvato da tutti i 27 stati Ue. Con la bocciatura irlandese, però, si sono aperti nuovi scenari.”Mi auguro” ha concluso Napolitano “che il voto italiano stimoli il completamento del processo di ratifica prima dell’avvio della consultazione elettorale per il Parlamento europeo”.
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Conto salatissimo per i clienti delle prostitute veronesi: chi venisse sorpreso appartato per strada per fare sesso a pagamento rischia infatti una multa di 500 euro. La pena pecuniaria massima consentita dalle nuove norme del decreto sicurezza che danno più potere ai sindaci. E quello di Verona, il leghista Flavio Tosi, non si è lasciato sfuggire l’occasione:”In questo caso” spiega “abbiamo deciso di applicare la sanzione massima di 500 euro per la violazione dell’ordinanza antiprostituzione: un deterrente ben più forte dei 36 euro per intralcio alla circolazione previsti dal codice della strada al quale finora i sindaci erano tenuti a richiamare le proprie ordinanze”.
Nel mirino la prostituzione di strada, quindi. Per una volta non solo dal lato dell’offerta, ma anche e soprattutto della domanda. “Chi contratta prestazioni sessuali alimenta un racket criminale che riduce in schiavitù le donne” dice l’ordinanza, che si propone di colpire soprattutto “il degrado e il disturbo causato ai cittadini”. Ma non ci sono solo clienti e “belle di notte” tra gli obiettivi del sindaco veronese. Anche chi beve alcolici per strada fuori dai locali (multe a partire da 100 euro), chi compie “atti contrari al pubblico decoro” (gettare rifiuti solidi al di fuori dei contenitori, bivaccare o sistemare giacigli, passeggiare a torso nudo) che rischiano fino a 50 euro di sanzione.
Non poteva mancare la multa anti accattonaggio, già stabilita in altri comuni, contro cui si era espressa la Chiesa dalle colonne di Avvenire.
Un giro per i locali della città , bevendo (molto) e scherzando. Poi il “gioco” è diventato pesante: sette ragazzi avrebbero iniziato a toccare e palpeggiare la ragazza che stava con loro, trasformando la serata in una vera e propria violenza sessuale di gruppo. È quanto ha denunciato di aver subito una giovane di 22 anni a Firenze, nella notte tra venerdì e sabato scorsi.
La violenza si sarebbe consumata nei giardini della Fortezza da Basso: nessuno si sarebbe accorto di nulla, essendo “il luogo appartato” e buio. La vicenda è ancora tutta da chiarire e gli uomini della Squadra Mobile, dopo aver fermato sette giovani indiziati di aver fatto parte del branco, stanno cercando di metter insieme tutti gli elementi.
La giovane ha raccontato di essere uscita con alcuni amici, ma di non conoscere tutti i ragazzi che erano con lei quella sera. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori i sette, tra cui italiani e stranieri, età compresa tra i 20 e i 25 anni, tutti universitari e di buona famiglia, si erano dati appuntamento alla Fortezza da Basso di Firenze con quattro ragazze, tra cui la vittima.
Quest’ultima, secondo le ricostruzioni degli investigatori, conosceva due dei componenti del “branco”. A conclusione della serata, mentre tre delle giovani si allontanavano dalla Fortezza, la vittima è rimasta in compagnia dei sette, i quali, dopo averla portata in un punto isolato all’esterno della struttura, avrebbero abusato di lei. Dopo lo stupro gli aggressori si sarebbero allontanati lasciando la giovane in stato di shock.
Lo stupro è stato confermato anche dal referto medico realizzato dall’ospedale di Careggi, dove la ragazza è andata a farsi medicare, solo qualche giorno dopo, quando la giovane ha trovato il coraggio di andare alla polizia e denunciare i suoi stupratori.
Le indagini svolte dalla squadra mobile hanno portato, la notte scorsa, all’esecuzione di un provvedimento di fermo emesso dal pm di Firenze Piero Suchan, titolare delle indagini. La polizia ha poi identificato gli altri sei presunti autori del reato tra le province di Firenze e Pistoia che sono stati sottoposti a fermo d’iniziativa perché indiziati di delitto.
Uno di loro è un regista amatoriale di film splatter che, in passato, ha impiegato la vittima come attrice (qui uno dei VIDEO).
“L’hanno stuprata dopo averla fatta bere tanto e averla ridotta in condizioni tali da non poter reagire”, ha detto l’avvocato Lisa Parrini, che assiste la ragazza. “È confusa e spaventata” ha spiegato il legale “sia per quello che le è successo sia per quello che l’aspetta. Ha paura: è giovane e ha vissuto una vicenda più grossa di lei”. “Al momento” ha aggiunto “non risulta che ci siano testimoni. D’altronde, il luogo dove è avvenuto lo stupro non è molto in vista, è poco illuminato e non c’è passaggio di pedoni. E poi era notte fonda”.
Un afflusso costante, senza sosta. Uomini e donne affamati e disperati, barconi in stato pietoso. Senza contare chi non ce la fa. E ingrossa le fila dei dispersi e dei morti nel Mediterraneo. Lampedusa è al collasso.
In una notte sono arrivati in cinquecento. Sono già più di mille da mercoledì, gli immigrati sbarcati nell’isola siciliana o tratti in salvo nel canale di Sicilia. “Vi farò pescatori di uomini”, la parabola evangelica si è trasformata nella realtà più cruda, per i pescherecci dell’isola: uno è entrato in porto con a bordo 339 africani, di cui 47 donne e quattro bambini. Altre due imbarcazioni, una con 39 immigrati e l’altra con 47, sono stati intercettati dalla guardia costiera e accompagnati alle coste di Lampedusa. L’ultimo barcone è stato intercettato questa mattina: a bordo ci sono 250 extracomunitari, tre motovedette sono partite per i soccorsi. Il Cie, ormai al collasso da giorni, vede aggravarsi ancora di più la situazione. Mercoledì in un naufragio avevano perso la vita sette persone, gli altri occupanti del gommone rovesciatosi erano stati tratti in salvo.
Secondo il ministro Maroni il numero di immigrati via mare è raddoppiato rispetto all’anno scorso. I trafficanti hanno intensificato i viaggi per il bel tempo e per paura di una stretta europea sull’immigrazione. Ma a questo punto non è da escludere che le minacce del colonnello Muhammar Gheddafi (poi ritirate) di non collaborare più con l’Italia nel controllo delle partenze dalle coste libiche per protesta contro il ministro Calderoli si stiano attuando, in silenzio.
E sempre nel canale di Sicilia, al largo di Malta, due donne sono morte, ed un’altra in fin di vita, a causa dell’ennesimo naufragio di un barcone di disperati. È stato il mercantile “Northumberland” a segnalare la presenza di alcuni naufraghi in mare, dopo che il loro barcone si era rovesciato. La motovedetta maltese, intervenuta sul luogo del disastro, è riuscita a trarre in salvo 25 immigrati. I superstiti hanno detto che all’appello mancavano tre donne. Immediatamente sono scattate le ricerche delle disperse: prima è stato recuperato un cadavere, poi altre due donne che erano in fin di vita. Una di loro è morta durante il viaggio in elicottero verso l’ospedale “Mater Dei” de La Valletta; l’altra è in condizioni critiche. Le motovedette impegnate nei soccorsi sono in navigazione verso il porto de La Valletta. I centri di detenzione a Malta, intanto, sono al collasso dopo gli sbarchi di queste ultime settimane. Solo questa notte sono approdati sull’isola circa cento immigrati, mentre questa mattina la marina maltese ha intercettato altri due barconi con una cinquantina di extracomunitari. Il governo de La Valletta è al lavoro per cercare una sistemazione per i nuovi arrivati, visto che le strutture a disposizione sono ormai al completo.
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Dalle spiagge di Taormina alle notti milanesi, fino alle periferie romane, cominciano a delinearsi le destinazioni del contingente di 3.000 militari che da lunedì prossimo sarà dispiegato con funzioni di ordine pubblico in 21 province su tutto il territorio nazionale.
A decidere sono i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza che si stanno riunendo in questi giorni nelle città interessate.
A Milano il Comitato ieri ha disposto che i militari destinati alle pattuglie miste con le forze dell’ordine opereranno a piedi, prevalentemente di sera e di notte. Saranno presidiati 20 punti considerati a rischio e controllate 11 zone, fra cui i Consolati - tra cui quelli americano, cinese (viste le Olimpiadi) e dei Paesi mediorientali, primo fra tutti Israele - le sinagoghe e i luoghi di culto, il Duomo e così via.
I controlli partiranno già dal 4 agosto con l’arrivo di 45 soldati con pattugliamenti nelle zone di via Padova, Baggio (Quinto Cagnino) e la Stazione Centrale oltre a una decina dei possibili obiettivi sensibili partendo dalla Cattedrale. In particolare, 170 unità saranno utilizzate in controlli, 174 in postazioni fisse e 80 al Centro per immigrati di via Corelli.
Per Roma, che avrà il contributo più generoso di uomini delle forze armate, poco più di 1.000, l’indicazione sarebbe quella di usare le pattuglie miste in periferia, evitando che nel centro storico ci sia “l’immagine di una città militarizzata”, ma non si esclude la presenza di forze armate nel “cuore” della Capitale. La maggior parte dei militari (797) verrà comunque impiegata a tutela di siti fissi (ambasciate, luoghi di culto, ecc.), che sono ben 51. Presidi ci saranno inoltre su due stazioni periferiche dove si sono consumati nei mesi scorsi due gravi fatti di cronaca: l’omicidio di Giovanna Reggiani (Tor di Quinto) e la violenza ai danni di una studentessa del Lesotho (La Storta). Altri 60 presidieranno i Centri per immigrati di Ponte Galeria e Castelnuovo di Porto.
A Torino la dislocazione sarà decisa dal Comitato provinciale in programma venerdì.
Ottanta militari opereranno in pattuglie in città , mentre 70 presidieranno i Centri per immigrati di Corso Brunelleschi e Settimo Torinese.
Sul contingente siciliano, è intervenuto il ministro siciliano La Russa, che ha chiesto un occhio di riguardo per Taormina e Naxos, rinomate località balneari meta, ha ricordato, “di turisti stranieri, italiani e di molti catanesi”: a perlustrare quest’area saranno così le pattuglie miste soldati-forze dell’ordine. Dei circa 250 militari destinati alla Sicilia, la metà sarà impiegata a presidio dei Centri per immigrati di Lampedusa, Pian del Lago (Caltanissetta), Cassibile (Siracusa), Salina Grande e Serraino Vulpitta (Trapani). Per quanto riguarda le pattuglie, 50 soldati della sesta divisione Bersaglieri di Trapani saranno a disposizione della prefettura di Palermo. In Calabria, i 130 militari saranno destinati alla vigilanza dei Centri per immigrati di Lamezia Terme (Catanzaro) ed Isola Capo Rizzuto (Crotone). In Puglia, 220 dei 310 militari previsti proteggeranno i Centri per immigrati di Bari, Brindisi e Borgo Mezzanone (Foggia).
Altri 90 uomini delle forze armate faranno pattugliamenti per strada a Bari. In Friuli Venezia Giulia sono attesi 90 militari del Reggimento “Genova Cavelleria” di stanza a Palmanova (Udine), che saranno in servizio con compiti di vigilanza al Centro per immigrati di Gradisca d’Isonzo (Gorizia).
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La presenterà venerdì in Consiglio dei ministri la sua proposta di modifica della legge elettorale per le europee. Il testo del ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, spiegano diverse fonti, dovrebbe prevedere una soglia di sbarramento al 4% e la preferenza unica oltre che l’aumento delle circoscrizioni a dieci o quindici. Si tratterebbe quindi, di una proposta di “mediazione” che sulla carta non scontenta del tutto né Pdl né Pd, anche se si differenzia in alcuni punti dalle ipotesi presentate dai gruppi parlamentari dei due partiti.
Il gruppo del Pdl alla Camera, infatti, ha depositato una proposta che prevede lo sbarramento al 5% e le liste bloccate al posto delle preferenze (che nella legge attuale sono fino a un massimo di tre). Mentre il Pd ha presentato alla Camera una proposta di legge a prima firma Antonello Soro che prevede la soglia al 3% e fino a due preferenze ma con l’obbligo della differenza di genere. “La preferenza unica - osserva a questo proposito il costituzionalista e senatore del Pd Stefano Ceccanti - rischia di far sì che non vengano elette donne”. In ogni caso, sia maggioranza che opposizione valutano positivamente lo sforzo di Calderoli. “Ci sono delle differenze rispetto alla proposta del nostro gruppo - osserva il vice presidente dei deputati del Pdl Italo Bocchino - ma certo l’impianto è comune e ci si può lavorare”.
Mentre dai democratici giudizi positivi per il fatto che la maggioranza abbia accettato, al momento, di far scendere la soglia di sbarramento dal 5 al 4%, già più vicino al 3% proposto dal partito di Veltroni.
Forse il nodo maggiore riguarda la questione della scelta tra preferenza e lista bloccate. Ma su questo, spiegano fonti dell’esecutivo, la maggioranza è orientata a rimettersi comunque al Parlamento. Infatti, nella proposta Calderoli ci sarà la preferenza anche perché è un meccanismo già previsto per l’elezione dell’Europarlamento, poi nella discussione in Parlamento, il governo o la maggioranza potrebbero presentare un emendamento sulle liste bloccate per sottoporlo al vaglio dell’Aula. Sempre che le distanze tra An (che ne vuole più di una) e Fi (che spinge per averne una sola) vengano superate.
Nello specifico, il ddl si compone di sei articoli. Tra le principali novità c’è l’adozione della soglia di sbarramento su base nazionale per accedere al riparto dei seggi. Il 4% di Calderoli costituisce una sorta di mediazione tra il 5 ipotizzato dal premier e il 3 proposto dal Pd. E su questo sarà battaglia. Mettere l’asticella al 5%, stando ai risultati delle ultime politiche, taglierebbe fuori tutti i piccoli; abbassarla al 4%, vorrebbe dire “salvare” l’Italia dei Valori (il partito di Di Pietro infatti alle elezioni di aprile s’è fermato al 4,3%) e tranquillizzare l’Udc di Pier Ferdinando Casini che in primavera s’era fermato ad un 5,6%. Resterebbe senza rappresentanza europarlamentare tutta la sinistra radicale visto che tutta assieme (sotto i colori dell’Arcobaleno c’erano Rifondazione, Sd, Comunisti italiani e Verdi) ad aprile aveva a stento superato il 3%. E fuori restrebebbe anche La Destra sempre più solo di Storace e sempre meno della Santanchè, che aveva portato il partito al 2,4%. Chance ridottissime per i socialisti guidati da Riccardo Nencini.
Altra significativa modifica è l’aumento del numero delle circoscrizioni: da cinque passano a dieci. E sono: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria; Lombardia; Trentino, Friuli, Veneto; Emilia, Marche; Toscana, Umbria; Lazio, Abruzzo; Campania, Molise; Puglia, Basilicata, Calabria; Sicilia; Sardegna. In questo modo la Sardegna potrà eleggere propri eurodeputati superando l’annosa querelle con la Sicilia che da sola in passato riusciva a portare parlamentari all’assemblea di Strasburgo benché la circoscrizione insulare comprendesse anche la Sardegna.
Ha confessato quello che tutti già sapevano: “Ho fatto uso della Cera, l’Epo di terza generazione”. Ad ammetterlo davanti ai giornalisti è stato lo stesso Riccardo Riccò, appena uscito dall’interrogatorio, durato circa un’ora, davanti alla Procura Antidoping del Coni. Ammissione di colpa (”mia e soltanto mia” ha detto) e rinuncia alle controanalisi. “Dopo il Giro” ha spiegato il ciclista modenese “mi sentivo stanco e ho provato questa sostanza. Ma in Italia ero pulito”.
E pensare che lui al Tour non ci doveva neanche andare. Ma un Giro d’ Italia da protagonista (miglior giovane e secondo dietro allo spagnolo Contador) e la partecipazione alle Olimpiadi con la nazionale non erano abbastanza per la fame di vittorie della 24enne promessa del ciclismo italiano. Uno sempre sopra le righe, il “cobra”, fuori dal “gruppone”, sui pedali e davanti ai microfoni dei giornalisti. E così, con la sua squadra, la Saunier Duval, al via della Grande Boucle c’era anche lui, col fido scudiero Piepoli. Due settimane da protagonista per le strade di Francia, con due vittorie di tappa, una fuga sul Col d’aspin, nei Pirenei, che aveva fatto gridare molti al “nuovo Pantani”. Ma il risultato delle analisi lo aspettava. Il 16 luglio la doccia fredda. Positivo, fermato e portato in carcere. La squadra si ritira, lui e Piepoli vengono licenziati. Adesso con la collaborazione dimostrata e la confessione Riccò potrebbe avere uno sconto di pena sui due anni di squalifica previsti dal codice Wada. L’atleta verrà deferito dal Coni alla procura nazionale antidoping, la sentenza della giustizia sportiva è attesa tra pochi giorni. Ma quella dei tifosi è già stata emessa. La riabilitazione ai loro occhi sarà la sua salita più dura.
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