Impronte sì o no? Il branco del rom “Ufo” incastrato da infiltrati e Dna

Il posto di blocco dei carabinieri

Impronte digitali come garanzia di sicurezza. Schedatura degli stranieri che arrivano in Italia. Censimento degli occupanti dei campi nomadi. Ipotesi, per ora: per riconoscere e controllare le persone che sfuggono all’anagrafe. A priori o in caso di problemi con la giustizia. Ma quando le forze dell’ordine hanno la necessità di trovare un immigrato sospettato di aver commesso un crimine e che per le autorità italiane è un “fantasma” irrintracciabile, la difficoltà diventa concreta.

È successo in un’operazione (chiamata “Barosan”, cioè “grande capo”, il modo in cui i rom si chiamavano a vicenda dopo aver compiuto qualche crimine) durata più di un anno dei carabinieri del nucleo operativo della Compagnia di San Donato Milanese, vicino a Milano. I sei responsabili di due violenze sessuali di gruppo, tutti nomadi di origine romena, sono stati arrestati grazie intercettazioni di telefonate in dialetto rom, infiltrazione di militari della compagnia nei campi e la raccolta e l’analisi da parte del Ris di Parma di oltre cento profili di Dna.

I fatti risalgono all’aprile e al giugno del 2007 e sono avvenuti a Segrate. Prima una prostituta albanese di 20 anni viene sequestrata da sei uomini che la stuprano a turno per cinque ore, la picchiano e la minacciano con le armi. Poi, sempre a Segrate, una coppia di 31enni italiani che si trova in un’auto parcheggiata viene costretta a raggiungere la campagna da quattro uomini armati. Qui il ragazzo viene chiuso nella macchina, mentre la ragazza viene violentata ripetutamente.

Le indagini dei carabinieri si complicano da subito. Nonostante la collaborazione delle vittime, identificare i componenti del branco sembra impossibile: le due donne infatti, sotto choc, non ricordano il viso dei loro aguzzini. Alla seconda è stato rubato il cellulare, che però passa continuamente di mano e quindi serve a poco. Grazie ad alcune segnalazioni comincia un lavoro di ricerca nei campi rom di Milano ma non solo. Quelli di Bovisa, Bareggiate, Triboniano, Rozzano, Pieve Portomorone (vicino a Padova), Genova, Venezia e Parma. Significa cercare i responsabili tra migliaia di persone.

Bovisasca, campo rom

I fuggitivi si spostavano di continuo, anche all’estero, non avevano una casa né un lavoro. Vivevano di espedienti. I carabinieri hanno anche provato a montare dei gps sulle loro auto, che però venivano smontate o rivendute nel giro di pochi giorni. Usavano spesso nomi falsi oppure soprannomi. Uno dei capi del gruppo si faceva chiamare “Osenè”, che in lingua rom significa “Ufo”: una persona invisibile, imprendibile, convinta di poter sfuggire a ogni controllo. I rom ricercati trovavano spesso protezione e ospitalità nei campi, all’interno dei loro nuclei familiari. Anche se in alcuni casi sono stati gli stessi occupanti degli insediamenti, quelli censiti, ad allontanarli perché li consideravano pericolosi.

Proprio i nuclei familiari, anche grazie agli alberi genealogici forniti dalle autorità romene, sono la base di partenza per le ricerche. L’altra traccia seguita è quella telefonica. Sono state intercettate 30 utenze, ascoltate quasi 19 mila telefonate. Tutte in una lingua chiamata “rom da campo”, una sorta di dialetto usato all’interno di una comunità ristretta. In cui i ricercati discutevano esplicitamente di aggressioni i rapine, convinti di non venire mai scoperti.

È stato necessario infiltrarsi nell’ambiente in cui si muovevano i nomadi sospettati. Tre carabinieri della compagnia di San Donato hanno passato molto tempo nei campi, a capire legami di parentela e a controllare spostamenti. Infine il Dna, decisivo per l’identificazione dei responsabili. Gli stupratori avevano lasciato sui luoghi del delitto alcune tracce. Per fare i confronti, gli inquirenti hanno raccolto oltre cento profili genetici di altrettanti nomadi in giro per l’Italia. Con fermi casuali per un controllo stradale, con un alcol test o in altri modi utili. Dalle analisi del Ris di Parma, tra i cento campioni, sono spuntati tre profili che combaciavano esattamente con quelli dei violentatori.

Il risultato delle indagini sono sei persone arrestate, che hanno partecipato a una delle due violenze o a entrambe. Due di loro si trovavano in Italia, due in Spagna, due in Romania. L’ultimo è stato estradato l’8 luglio scorso. I carabinieri, che hanno eseguito le ordinanze del gip Andrea Pellegrino su richiesta del pm Giancarla Serafini, non escludono che il gruppo fosse più grande, le vittime infatti non ricordano il numero esatto delle persone che le hanno aggredite. In carcere sono finiti Nelu Ontica, Napoleon Ciobotaru, Artinovici Musulica, Costin Patru, Laurentiu Sucea e Nicola Caludiu. Hanno tutti tra i 20 e i 40 anni.

Commenti

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Il 17 Luglio 2008 alle 15:22 barnaba1 ha scritto:

Cerco di farla breve: In Italia ognuno di noi ha la Carta di identità, se vuole guidare l’auto c’è la patente, riuscendo ad ottenere l’autorizzazione si può detenere una arma, a livello internazionale esiste il passaporto per questioni di sicurezza… ma allora, questi cavolo di rom perchè la fanno tanto lunga quando si tratta di esser identificati? Per caso hanno la coda di paglia? Senza voler essere razzista, dico io: nei paesi civili si usa così, se non vi sta bene, allora andatevene!

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