La Cassazione: “È stupro anche se la vittima indossa i jeans”

ragazza coi jeans

Per quella che è passata alla storia come “la sentenza dei jeans” scesero in campo, unite dalla volontà di difendere la dignità delle donne contro il “maschilismo retrivo” dei giudici, Rita Levi Montalcini, Tullia Zevi, Livia Turco, Giovanna Melandri ed Emma Marcegaglia. Lo “sciopero delle gonne” fatto dalle deputate del Polo (allora all’opposizione) che si presentarono tutte in jeans a Montecitorio, Prestigiacomo e Mussolini in testa, fece il giro del mondo. Il mondo politico e giudiziario si indignarono per il pronunciamento della terza sezione penale della Cassazione, il numero 1636 del febbraio 1999, che rischiava di vanificare anni di lotte e conquiste per la parità delle donne.

Oggi i giudici della stessa sezione della Suprema corte “riabilitano” i loro predecessori. Il tema è sempre lo stesso: jeans e violenza sessuale. I fatti che scatenarono la protesta riguardano Rosa, una ragazza allora 18enne, che denunciò per stupro il proprio istruttore di guida, C. C., di 45 anni. La Cassazione annullò la condanna dell’uomo, inflitta dalla corte d’Appello di Potenza, sostenendo che i jeans indossati dalla giovane non erano sfilabili “senza la fattiva collaborazione” di chi li portava e che quindi Rosa doveva essere consenziente. Aggiungendo che è impossibile togliere i jeans a una donna che si oppone “con tutte le sue forze”, dato, questo, “di comune esperienza”. Un altro passo della sentenza affermava inoltre che “è illogico che una ragazza possa subire uno stupro, che è una grave offesa alla persona, nel timore di patire altre ipotetiche e non certo più gravi offese alla propria incolumità fisica”.

Fioccarono le polemiche, ma la Cassazione prese subito le distanze da questo verdetto con “tutti gli accorgimenti tecnici per far sì che la sentenza n.1636 rimanesse un caso isolato”.
Ed infatti a novembre dello stesso anno questo orientamento fu parzialmente corretto in una sentenza (n.13070) dove si precisava che la testimonianza di una donna che asserisce di aver subito uno stupro “non può essere messa in dubbio perché lei indossava i pantaloni e per esserseli sfilati”.

Protesta in jeans

Forse ricordandosi di quello storico pronunciamento, un uomo condannato dalla Corte d’appello di Venezia a un anno di reclusione (pena sospesa) per violenza sessuale ai danni della figlia della sua compagna si è rivolto alla Cassazione, dichiarando che la ragazza indossava i jeans e che quindi era impossibile per lui infilare la mano sotto l’indumento per toccarla

Ma questa volta i giudici, con la sentenza numero 30403 (qui il .pdf) , affermano che “il fatto che la vittima indossasse pantaloni del tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l’indumento, non essendo questo paragonabile a una specie di cintura di castità”. Rigettando il ricorso dell’imputato e sconfessando, indirettamente, la “sentenza dei jeans”.

Insomma: i jeans non sono un ostacolo alla violenza sessuale.
In realtà nel 2006 c’è stata una tappa intermedia nelle sentenze di questo genere. Il pronunciamento numero 22049 del 19 maggio ha dichiarato che l’attendibilità di una vittima di stupro non è messa in discussione dal semplice fatto che indossasse i jeans e questo in base al fatto che proprio il terrore di conseguenze peggiori può indurre la donna a facilitare lo sfilamento dei pantaloni. Oggi il “caso jeans” sembra chiuso. Almeno fino alla prossima sentenza.

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Commenti

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Il 22 Luglio 2008 alle 14:14 I jeans non sono più cintura di castità ha scritto:

[...] Articolo di Panorama e del Sole 24 ore [...]

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