Da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale, pena ridotta a 16 anni con uno sconto di cinque anni rispetto al giudizio di primo grado.
Si conclude così il processo d’appello a Paolo Stroppiana, il filatelico accusato dell’omicidio di Marina Di Modica, scomparsa dalla sua casa di Torino l’8 maggio 1996. L’avvocato Aldo Albanese, difensore dell’accusato, ha già dichiarato che ricorrerà in Cassazione. Stroppiana è stato condannato a pagare ventimila euro alle parti civili che saranno devolute in borse di studio dedicate alla logopedia, la disciplina a cui la vittima aveva dedicato l’esistenza.
Marina Di Modica, logopedista quarantenne, scompare una sera di maggio di dodici anni fa. Vengono interrogati gli amici e i conoscenti senza venire a capo di nulla. Cinque anni dopo vengono riaperte le indagini. Nell’agenda su cui Marina segnava tutti i suoi impegni privati e di lavoro viene trovato un appunto per la sera dell’8 maggio: “Cena Paolo per francobolli”. Si tratta di Paolo Stroppiana impiegato presso la ditta Bolaffi di Torino. Durante l’interrogatorio il filatelico ammette l’appuntamento con Marina, ma sostiene di averlo disdettato e di avere passato la serata insieme alla sua fidanzata Beatrice Della Croce. Nonostante il corpo di Marina non sia mai stato ritrovato, Stroppiana viene rinviato a giudizio e il 30 gennaio del 2006 viene condannato a 21 anni per omicidio volontario.
Durante questo processo d’appello il procuratore generale Vittorio Corsi e il pubblico ministero Onelio Dodero hanno interrogato un centinaio di testimoni per approfondire il profilo dell’imputato, affiancati dagli avvocati di parte civile Gianpaolo Zancan e Stefano Castrale. I punti fondamentali che secondo l’accusa provano con certezza la colpevolezza di Stroppiana sono l’appunto sull’agenda: “Un messaggio che Marina manda dall’al di là per dirci che è lui che l’ha uccisa”, come sostiene con enfasi Vittorio Corsi durante le udienze. La mancata disdetta dell’appuntamento, che prova come l’incontro sia avvenuto.
Altro punto fondamentale è l’alibi che ha perso di solidità grazie alle confidenze fatte da Beatrice agli amici a cui avrebbe confessato di avere fornito un alibi fasullo al suo uomo per la notte della scomparsa di Marina. Poi abbiamo la personalità dell’accusato che non ha mai esitato a mentire senza alcuna giustificazione anche prima di arrivare al processo, che in gioventù ha partecipato a tre rapine negli anni del terrorismo nero, che si è sempre dimostrato freddo e controllato, mai un cedimento. Non ha mai mosso un muscolo quando nel corso del processo Vittorio Corsi gli chiede ripetutamente di dire dove ha nascosto il corpo di Marina, per dare ai genitori un posto dove piangerla.
Altro elemento che getta su Stroppiana una luce ambigua è il suo rapporto con Camilla Bini impiegata della Bolaffi, anche lei scomparsa senza lasciare tracce l’8 agosto del 1989.
Un impianto accusatorio basato solo su indizi e sugggestioni, che secondo la difesa, rappresentata dagli avvocati Aldo Albanese ed Enrico Calabrese, lascia ampio spazio al ragionevole dubbio.
L’appunto sull’agenda non prova necessariamente l’incontro, l’auto della Di Modica è stata ritrovata molto lontano da casa dell’accusato, non sono state ritrovate prove scientifiche dell’avvenuto omicidio nè sull’auto di Stroppiana nè su quella della donna. Manca il movente e mancano prove concrete: “Questo processo è costruito sulle suggestioni perchè la pubblica accusa non ci ha raccontato il chi, il come, il quando e il perchè”, tuona l’avvocato Calabrese durante l’arringa finale.
- Lunedì 21 Luglio 2008
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