Nelle scorse settimane Guliano Tavaroli aveva anticipato a Panorama che stava preparando un libro per la Mondadori, insieme con Giorgio Boatti, giornalista e scrittore (specializzato in storia militare e dei servizi segreti). Non aveva aggiunto altro, infatti il libro è circondato da riserbo e non si ottengono conferme neppure sul titolo. Panorama è però riuscito a ricostruire il contenuto del volume, in uscita probabilmente a settembre. Il titolo del lavoro è Spie. Il sottotitolo farà riferimento ai servizi segreti delle multinazionali, a dossier e intercettazioni.
Lo stile narrativo è a due voci e gli interventi in prima persona di Tavaroli saranno verosimilmente centellinati. Un doppio registro di cui l’ex capo della security della vecchia Telecom approfitterebbe per togliersi qualche sassolino per interposta persona. Per esempio, toccherebbe a Boatti scrivere che le accuse contro Tavaroli, a rigor di logica, dovrebbero condurre ai vertici delle aziende coinvolte. L’ex capo della security sarebbe invece sfumato e insisterebbe sul rapporto stretto e strategico che aveva costruito con il management, influendo sulle strategie aziendali. Nel testo Tavaroli avrebbe ricostruito una propria versione sull’origine delle sue disavventure.
Vedrebbe intorno a sé molti nemici e l’inizio della sua fine verrebbe fatto coincidere con la nomina a direttore della prima divisione dei servizi segreti militari del suo amico fraterno Marco Mancini, con un passato comune nei carabinieri. Una coppia troppo potente che avrebbe sparigliato i vecchi giochi dell’intelligence. Per Tavaroli inizierebbero allora a girare voci e veline che arrivano nelle redazioni dei giornali e nella procura milanese. Con un solo obiettivo: fermare “i due brigadieri”. Ma gli avversari non si anniderebbero solo tra forze dell’ordine e 007, Tavaroli, come ripete spesso a chi lo frequenta, sarebbe convinto di essere finito in disgrazia anche per il progetto di semplificare, accentrandole a Milano, le intercettazioni giudiziarie, oltre che per abbatterne i costi (224 milioni di euro nel 2007). Idea che avrebbe penalizzato il sottobosco di piccole aziende collegate al business. Questo settore, come Tavaroli aveva sottolineato pure con Panorama, avrebbe orchestrato le prime campagne di stampa contro la security Telecom, accusata di voler costruire una specie di grande orecchio su scala nazionale, capace di controllare il lavoro delle procure. Secondo Tavaroli, i conflitti di interessi sarebbero altri: stando alle indiscrezioni, citerebbe il caso di una società torinese che era diventata azionista della Telecom e nello stesso tempo aveva l’appalto, in regime di monopolio, per la registrazione delle intercettazioni.
Nel libro, in base alle informazioni raccolte da Panorama, non mancheranno i riferimenti all’inchiesta milanese. Per esempio, si farebbe accenno al ritrovamento nel 2001 di una rudimentale microspia sull’auto dell’allora amministratore delegato della Telecom, Enrico Bondi. A curare la bonifica, su richiesta di quest’ultimo, furono gli uomini di Tavaroli, all’epoca ancora in Pirelli. Era stato lui a mettere la pulce, per fare le scarpe al collega Telecom, Piero Gallina? Nel volume questa sarebbe la linea di difesa: a sostituire Gallina arrivò un uomo di fiducia di Bondi, non di Tavaroli. Come dire: se cercate del marcio, guardate altrove. Il libro affronterebbe pure la vicenda della guerra per il controllo della Brasil Telecom, combattuta fra i Tavaroli boys e la Kroll, la più importante agenzia investigativa privata del mondo. In questo capitolo le pagine più interessanti dovrebbero essere dedicate al racconto del tentativo di agganciare il neopresidente brasiliano Luiz (Lula) Inacio da Silva per risolvere il contenzioso.
Gli uomini della security avrebbero scelto come contatto uno stretto collaboratore di Lula, José Dirceu, vecchia conoscenza della sinistra italiana. Tavaroli e Dirceu si sarebbero incontrati in un piccolo albergo a Roma e poi a Cuba. Con scarsi risultati: il politico brasiliano, come risulta dalle cronache, era finito nell’orbita dell’avversario della Telecom, il banchiere Daniel Dantas. Nel libro si affollano i retroscena sulle missioni “diplomatiche” dell’ex capo della security: l’incontro con l’affascinante ministro donna di Belgrado, per la rapida cessione della Telekom Serbia; l’appuntamento con il capo dei servizi segreti libici, infastidito dagli affari di Slaedine Jnifen, fratello di Afef, moglie di Tronchetti Provera… Tavaroli racconterebbe di avere dovuto rimediare agli errori della politica. Per esempio nel 1998, quando era a capo della sicurezza Pirelli. Durante il governo di Massimo D’Alema, Abdullah Ocalan, il fondatore del Pkk (il Partito dei lavoratori curdi), ricercato dai servizi segreti di Ankara con l’accusa di terrorismo, chiese asilo politico a Roma. Che tentennò, innescando un complicato caso diplomatico. Le aziende italiane in Turchia finirono nel mirino, tanto da dover nascondere le insegne. La vendita di pneumatici Pirelli crollò da 30 mila a 18 al mese. Tavaroli avrebbe provato a risolvere la crisi organizzando, dopo un terremoto in Turchia, una catena umanitaria.
In un libro, dunque, a metà tra l’autobiografico e lo storico Tavaroli, riferendosi alla Kroll, citerebbe un adagio dello spionaggio che ama ricordare: “Tutto è valido finché non ti fai scoprire “. Una legge che, forse, non ha fatto eccezione per lui.
- Domenica 27 Luglio 2008
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Commenti
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Il 31 Luglio 2008 alle 15:47 Su Panorama si confessa il superlatitante John Paul Spinelli » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] È indagato a Milano nell’inchiesta sui dossier illegali raccolti dalla security di Telecom con l’accusa di associazione per delinquere, appropriazione indebita, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Per la procura è una delle menti dell’organizzazione ed è latitante. È Giampaolo (John Paul) Spinelli, 61 anni, che anticipa a Panorama, in un articolo pubblicato sul numero in edicola da venerdì 1 agosto, la propria linea difensiva. Spinelli, ex agente della Cia (nel 1998 è diventato capo del Secret service di Bill Clinton e si è congedato con il grado di Gs 15, corrispondente a generale), dice a Panorama: “Sono sempre stato convinto di agire nel rispetto della legge e mai avrei pensato di essere al vertice di una cospirazione. D’altra parte io stavo abitualmente negli Stati uniti e mi occupavo di quell’area e dei paesi del Far East”. E aggiunge: “Se vuole sapere se l’ex Presidente Marco Tronchetti Provera o persone del suo staff erano al corrente dei metodi illegali di raccolta delle informazioni, rispondo che questo non mi pare argomento da intervista. Ne parlerò con il giudice”. L’ex 007, nel frattempo, ha quasi terminato un libro di memorie. Fra le pagine, scrive Panorama, si scopre che i guai di Spinelli in Italia iniziano nel 1986 quando, durante un’operazione antiterrorismo, conosce il “giovane brigadiere” Giuliano Tavaroli che dieci anni dopo lo ingaggia come consulente di Pirelli. Nel racconto, Spinelli descrive uno per uno gli uomini della squadra accusata di aver prodotto i dossier incriminati, dal mago dell’informatica Fabio Ghioni (il “prete”) all’ex colonnello dei carabinieri del Ros Angelo Jannone, dall’investigatore fiorentino Emanuele Cipriani all’ex collaboratore del Sisde Marco Bernardini. Ritratti ironici, a volte dissacranti, con una sola eccezione: il vecchio amico Tavaroli, colpevole soprattutto di non saper scegliere i collaboratori (”Non avrei preso con me nemmeno la metà delle persone che aveva al suo fianco”). [...]
Il 22 Aprile 2009 alle 18:11 La Consulta: “Illegittimo distruggere le intercettazioni illegali” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Non tutte le intercettazioni o i dossier illegali devono essere distrutti. Visto che, alcune norme contenute nell’articolo 240 del codice di procedura penale sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale, che ha così accolto parzialmente le eccezioni sollevate dal gip di Milano Giuseppe Gennari nel procedimento che vede tra gli imputati l’ex capo della sicurezza di Telecom-Italia Giuliano Tavaroli. La norma bocciata dalla Corte riguarda la nuova formulazione dell’art. 240 del codice di procedura penale modificato dal decreto (poi convertito in legge nel novembre del 2006 con voto bipartisan), con cui il governo Prodi intervenne all’indomani dell’arresto di Tavaroli, dell’investigatore privato Emanuele Cipriani e dell’ex capo della sicurezza informatica Fabio Ghioni. La norma imponeva la distruzione di tutto il materiale illegalmente acquisito (comunicazione telefoniche, telematiche, etc) in un’udienza camerale celebrata dal gip che però avrebbe dovuto redigere un verbale riassuntivo di quanto distrutto. La Corte - si legge in una nota di Palazzo della Consulta - ha dichiarato l’illegittimità dell’art 240 del codice di procedura penale in due punti: i commi 4 e 5, nella parte in cui non prevedono l’applicazione delle stesse regole fissate per l’incidente probatorio (art.401,commi 1 e 2) durante l’udienza per la distruzione dei documenti; il comma 6, “nella parte in cui non dice che il divieto di fare riferimento al contenuto dei documenti, supporti e atti nella redazione del verbale” di distruzione “non si estende alle circostanze inerenti la formazione, l’acquisizione e la raccolta degli stessi documenti, supporti e atti”. Con la decisione presa oggi, la Consulta ha di fatto ampliato le garanzie della difesa nella distruzione degli atti (intercettazioni, foto, comunicazioni telematiche) illecitamente acquisiti. Ciò non significa che tali documenti non saranno più distrutti, ma che per farlo si dovranno seguire regole che garantiscano maggiormente le parti. Se infatti il decreto approvato nel 2006 dal governo Prodi prevedeva che la distruzione dei documenti avvenisse su decisione del gip in un’udienza da tenersi entro dieci giorni dopo averne dato avviso alle parti, ora non sarà più sufficiente una decisione adottata in camera di consiglio: accusa e difesa dovranno essere garantite con un contraddittorio pieno, così come avviene nei casi di incidente probatorio. A questa procedura più garantista la Corte Costituzionale ha deciso di aggiungerne un’altra: nel verbale di distruzione degli atti e dei documenti illeciti si continuerà a far divieto di riferirne il contenuto ma - ha aggiunto la Corte - d’ora innanzi il verbale dovrà essere più puntuale e contenere le circostanze che riguardano la “formazione, l’acquisizione e la raccolta” dei documenti illegali. E questo perché si tratta pur sempre di materiale probatorio. La sentenza della Consulta sarà scritta nei prossimi giorni dal giudice costituzionale Gaetano Silvestri, ma dal dispositivo si intravede una soluzione di compromesso per salvaguardare due esigenze in contrasto: da un lato non favorire la dispersione di materiale probatorio, dall’altro garantire la tutela della riservatezza delle persone vittime del “dossieraggio” illegale. [...]
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