Federalismo, la sfida d’autunno. Calderoli: in tre anni la riforma

Umberto Bossi e Roberto Calderoli

Sta prendendo forma il nuovo volto dell’Italia federalista. A dirigere i lavori il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, che ha presieduto una lunga riunione, definita da lui stesso “puramente tecnica”, per mettere a confronto le proposte fatte da Comuni, Province e Regioni e poi sottoporle a un team di esperti. La bozza di riforma (che prevede la fine della finanza derivata, autonomia finanziaria, fiscalità di sviluppo delle regioni del sud e perequazione e semplificazione dei tributi comunali, per ora diciannove articoli in tutto) è stata consegnata ieri nelle mani del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti durante una cena a Lorenzago di Cadore, presente pure il leader del Carroccio, Umberto Bossi.
Ciò che si conosce con precisione è il ruolino di marcia indicato dal ministro Calderoli: il passaggio verso un Paese federale può durare da tre a cinque anni e i termini scattano dalla fine del 2008, vale a dire dal momento dell’approvazione della legge delega in Parlamento. Non un giorno di più, sembra dire Umberto Bossi, tornato a Lorenzago dopo 5 anni. Fa sapere infatti il Senatùr che nessuno deve bloccare la riforma come accadde la volta precedente e che, in tal caso, ci sono dietro l’angolo soluzioni “sbrigative”. “Speriamo che questa volta sia la volta buona altrimenti dovremo pensare ad altre soluzioni. Da Bossi, poi, anche anticipazione: con la riforma “si potrà arrivare ad una riduzione degli sprechi perchè si cambia il modo di finanziare le regioni, non più sulla spesa storica ma sulla spesa calcolata media”.

Intanto, però alleati e avversari, ma anche le associazioni degli Enti locali, continuano a mettere paletti al progetto. A cominciare dalle richieste perentorie del reggente di An. Intervistato dal Quotidiano nazionale, il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ribadito che la riforma federalista va inserita all’interno di un quadro di riforme istituzionali. Di più non ha aggiunto, ma il riferimento a un bilanciamento di tipo presidenzialista, tema da sempre caro al presidente della Camera Gianfranco Fini, rimane sullo sfondo. Come che sia, è un paletto da cui non può prescindere il disegno di Bossi e Calderoli.

Del quale si conosce ancora poco. Ma quel poco basta per far mettere le mani avanti a Italo Bocchino, che avverte: mai Alleanza nazionale potrebbe approvare norme penalizzanti per il Mezzogiorno. Sono petizioni di principio, non ancora il preludio di una guerra dal momento che la “bozza Calderoli” - diciannove titoli raggruppati in sette capitoli - rimane ignota. Si sa soltanto che il caposaldo deve essere la fine della finanza derivata, cioè la procedura per cui Comuni, Province e Regioni sono stati in questi decenni soltanto ufficiali pagatori di somme la cui entità veniva stabilita dal governo centrale per essere divisa di concerto tra i soggetti interessati.

Proprio dai Comuni sono venute le prime e puntuali richieste. Se ne è fatto portavoce il vicepresidente dell’Anci, Osvaldo Napoli. Il quale, pur apprezzando la bozza del ministro leghista, ha chiesto che le funzioni fondamentali di competenza di Comuni e Città metropolitane vengano fissate già nella legge delega e non rimandate ai decreti delegati. Per Napoli, quindi, sono da considerarsi funzioni fondamentali i servizi alla persona, all’ambiente, la catalogazione fiscale dei beni immobili (decentramento del catasto), la sicurezza e il decoro urbano, l’istruzione. A queste richieste Napoli ne aggiunge un’altra: la possibilità per i Comuni di imporre una tassa di scopo per finanziare fino al 100%, e non al 30% come è attualmente previsto, le opere che vogliono realizzare. Il tutto condito dalla semplificazione radicale della fiscalità sugli immobili, riducendo a una sola “grande tassa” le 10 o 11 tasse sulla casa (un pò sul modello francese).

E proprio rivolto ai sindaci, Calderoli ha ammonito che sta per finire il tempo dell’indulgenza per i sindaci poco virtuosi. Al cattivo amministratore che non sa governare il bilancio o lo sfora oltre una certa soglia, vanno comminate sanzioni automatiche prevedendo la limitazione delle assunzioni o il blocco della spesa a disposizione del sindaco quando non l’obbligo di imporre nuove tasse locali. Si tratta di un meccanismo sanzionatorio mai venuto alla luce, ma già in qualche misura previsto nel Codice delle Autonomie dell’ex ministro Linda Lanzillotta.

Commenti

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Il 19 Agosto 2008 alle 17:57 vincenzo.m. ha scritto:

IL FEDERALISMO E LE RESPONSABILITA’.

Teoria contesa e veemente bloccata nella sua concretizzazione , appare quale unica via per consentire all’Italia di procedere verso una realtà sia politica che economica, una teoria che possiede nelle sue prerogative la funzione di abbandonare rapporti di forza e fittizie ed unità che immobilizzano l’intera nazione nella palude nella quale lentamente ma inesorabilmente affonda. Il federalismo ha in sé elementi di libertà che per nascere devono essere accettati e compresi da tutti, la svolta è epocale e come tale deve essere sottomessa al giudizio dell’intero popolo: una classe dirigente non dovrebbe arrogare a sé il potere di decidere oltre una misura consentita e delimitata dal contesto democratico. Il federalismo dovrebbe essere oggetto di un referendum: spesso accade che la dirigenza assuma decisioni in nome e per conto, spesso accade e più sovente accade nelle aziende che la dirigenza, nel salvaguardare sé stessa poggiando su un conflitto di interessi, assuma decisioni che ricadono poi sui rappresentati. Al fine di ottenere le chiarificazioni sul federalismo e nella sua sostanza ci si augura che le proposte vengano ampiamente diffuse.
La diffusione delle regole federaliste contribuiranno alla creazione di una nuova mentalità che si possa preparare a recepire le nuove regole e con esse i diritti ed i doveri. La diffusione del federalismo consentirà di far emergere i veri oppositori, come pure coloro che trovandosi a dover rinunciare alla loro condizione si occulteranno paventando ipotetiche secessioni. Viceversa l’attuazione del federalismo troverà blocchi ed ostruzionismi derivanti da poteri che non congeleranno solo la nazione ma la faranno transitare in quella palude dalla quale difficilmente se ne potrà allontanare. Il federalismo ha ricevuto dall’opinione pubblica, con l’esercizio del voto, aiuti sostanziali: la classe dirigente non vanifichi gli sforzi della comunità poiché non potrà sfuggire alle sue responsabilità.

Il 25 Agosto 2008 alle 10:51 Bossi alla festa del Pd: prove di dialogo sul federalismo » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Passi felpati per non provocare attriti e prove di dialogo sul federalismo, se non sull’economia, alla festa del Pd, soprattutto tra Lega e Partito Democratico. Questo il copione dell’attesissimo dibattito pomeridiano, nella seconda giornata della festa, tra un nutrito drappello di ministri, l’ospite d’onore Umberto Bossi (anche se non è stato un vero debutto: il Senatur partecipò a una festa dell’Unità a Modena, nel ‘94), Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, da una parte, e Pier Luigi Bersani e Sergio Chiamparino dall’altra. In un’arena stracolma di pubblico, solo un momento di tensione, prima che il confronto cominciasse. Quando nella sala, completamente spoglia di bandiere del Pd, hanno fatto il loro ingresso alcuni militanti leghisti, provenienti da Pisa e da Siena “per dare appoggio morale al nostro capo Bossi”, che sventolavano i vessilli del Carroccio: rossi con l’effigie di Adalberto da Giussano. L’ingresso laterale e il tentativo di disporre le bandiere leghiste davanti al palco hanno scatenato la protesta del pubblico democratico, in gran parte balzato in piedi: fischi, urla “fuori, fuori”. È stato Maurizio Mannoni, giornalista Rai e moderatore del dibattito, ad invitare alla calma il pubblico esortando i leghisti a riporre le bandiere. Incidente chiuso, appena in tempo per vedere entrare in scena i protagonisti del confronto su federalismo ed economia. Applausi forti per i tre ministri del Governo Berlusconi e standing ovation per Bersani e Chiamparino. Se non è idillio, è almeno un buon inizio. Il ministro delle Riforme per il Federalismo aveva già preannunciato, conversando con i cronisti: “se ci mettiamo a litigare viene fuori il caos”. Bersani mette subito i paletti, ma senza alcuna aggressività. “Il federalismo può essere una grande occasione ma anche la sciocchezza finale se viene fatto male. Dialogo è una parola che non mi convince, è troppo astratto, parliamo di confronto, di accordo o di disaccordo. Sia chiaro che il federalismo ci interessa, abbiamo fatto una proposta, abbiamo delle idee: però non si scherza con il federalismo fiscale”. è conciliante e rimarca il confronto da cui è scaturita la bozza di federalismo, il ministro per la Semplificazione amministrativa Calderoni. “Abbiamo interpellato i nostri interlocutori, tutti i sindaci, i presidenti delle Regioni” dice “che ci hanno dato risposte concrete, risposte che, quando sono state condivise, sono diventate un articolo della bozza”. Si scaglia contro la Conferenza Stato-Regioni (”è un mercato delle vacche”) Bossi e nel contempo sottolinea che bisogna “dare autonomia ai Comuni e per questo bisogna trovare soluzioni subito”. Bersani, che sui temi dell’economia e sulla manovra finanziaria duetta anche aspramente con Tremonti, si innervosisce: “A parole, sono anni che diciamo queste cose”. È svelto Bossi a stemperare i toni: “Non sono venuto qui per litigare. Io so che su questi temi dobbiamo trattare per forza”. Anche Chiamparino apre al “dialogo” sul federalismo ma, dice: “l’esito non è scontato”. Tra una citazione di Karl Marx (fatta niente meno che da Tremonti), qualche punzecchiatura sull’economia di Bersani, applausi quasi equamente suddivisi tra tutti i protagonisti, il dibattito ruota attorno ad una quasi promessa di confronto vero. Quando i ministri del Governo Berlusconi lasciano il palcoscenico, tocca a Chiamparino e a Bersani entrare nel vivo delle questioni del Pd. Chiamparino dà voce ad un timore che appare diffuso: “Temo che il Pd sia soffocato nella culla da gruppi, sottogruppi, correnti e sottocorrenti”. E qui la platea applaude con meno convinzione: e qui il popolo democratico mostra di appassionarsi (o di temere) meno al dibattito sulle spinte autonomiste e personalistiche del proprio partito… [...]

Il 25 Agosto 2008 alle 11:33 Il patto di Rimini. Al Meeting nasce il federalismo lombardo-veneto » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Lo hanno subito ribattezzato il patto di Rimini. Quello sul federalismo tra i governatori lombardo e Veneto, Roberto Formigoni e Giancarlo Galan. I presidenti delle due regioni del Nord ieri ospiti della prima giornata del Meeting di Comunione e Liberazione hanno avuto un lungo incontro di lavoro durato circa 4 ore. E al termine – sono parole di Galan – “l’identità di vedute è stata totale”. I due governatori più freddi sul federalismo di Calderoli hanno spiegato: “Ci siamo trovati d’accordo sia per quanto riguarda il modo di affrontare la grande riforma del federalismo fiscale – ha detto ancora Galan – che sulle prospettive e sulle difficoltà connesse all’organizzazione dell’Expo di Milano del 2015, oppure il completamento e la realizzazione di alcune grandi infrastrutture e tra queste, senza dubbio, il completamento del Corridoio 5”. Galan si è detto pienamente soddisfatto “per aver, ancora una volta, constatato che l’identità di vedute che ha sempre contraddistinto i rapporti con l’amico Formigoni, consente ad entrambi di giudicare, a volte, in modo diverso alcune questioni di reciproco interesse tra Veneto e Lombardia”. Insomma è stato gettato un ponte per “le basi del patto” ha concluso il governatore veneto “che vedrà sempre più unite fra loro Veneto e Lombardia”. Più tiepido il presidente Formigoni che intervistato da un quotidiano aveva frenato: “Il federalismo fiscale? Da solo non basta, ora vogliamo subito maggiori competenze per la Lombardia, come le vogliono Veneto e Piemonte”. E sulla bozza Calderoli ha aggiunto: “La bozza è un buon avvio di cammino, un inizio che non deve spaventare nessuno perché è graduale, spinge tutti a pratiche di buon governo, è solidale, concordato, perequativo”. E proprio nel giorno in cui a Democratica, la prima festa del Pd a Firenze, sbarcava il federalismo di Bossi, a Rimini il cardinal Angelo Bagnasco che ha aperto la kermesse romagnola, da una parte tendeva la mano al leader del Carroccio (“vuole incontrarmi per spiegarmi il federalismo?, diceva il presidente della Cei, “Ben volentieri!) dall’altra frenava sulle riforme federaliste spiegando: “Un popolo non è popolo senza una visione unitaria sui grandi temi della vita della morte e della società. Questo crea un’identità”. Per Bagnasco “delocalizzare per meglio servire la gente è un principio che può essere complementare all’identità di un popolo e che è validissimo solo nella misura in cui è complementare”. [...]

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