Bossi alla festa del Pd: prove di dialogo sul federalismo

Il Senatur con Bersani

Passi felpati per non provocare attriti e prove di dialogo sul federalismo, se non sull’economia, alla festa del Pd, soprattutto tra Lega e Partito Democratico. Questo il copione dell’attesissimo dibattito pomeridiano, nella seconda giornata della festa, tra un nutrito drappello di ministri, l’ospite d’onore Umberto Bossi (anche se non è stato un vero debutto: il Senatur partecipò a una festa dell’Unità a Modena, nel ‘94), Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, da una parte, e Pier Luigi Bersani e Sergio Chiamparino dall’altra.
In un’arena stracolma di pubblico, solo un momento di tensione, prima che il confronto cominciasse. Quando nella sala, completamente spoglia di bandiere del Pd, hanno fatto il loro ingresso alcuni militanti leghisti, provenienti da Pisa e da Siena “per dare appoggio morale al nostro capo Bossi”, che sventolavano i vessilli del Carroccio: rossi con l’effigie di Adalberto da Giussano. L’ingresso laterale e il tentativo di disporre le bandiere leghiste davanti al palco hanno scatenato la protesta del pubblico democratico, in gran parte balzato in piedi: fischi, urla “fuori, fuori”. È stato Maurizio Mannoni, giornalista Rai e moderatore del dibattito, ad invitare alla calma il pubblico esortando i leghisti a riporre le bandiere. Incidente chiuso, appena in tempo per vedere entrare in scena i protagonisti del confronto su federalismo ed economia.
Applausi forti per i tre ministri del Governo Berlusconi e standing ovation per Bersani e Chiamparino. Se non è idillio, è almeno un buon inizio. Il ministro delle Riforme per il Federalismo aveva già preannunciato, conversando con i cronisti: “se ci mettiamo a litigare viene fuori il caos”.
Bersani mette subito i paletti, ma senza alcuna aggressività. “Il federalismo può essere una grande occasione ma anche la sciocchezza finale se viene fatto male. Dialogo è una parola che non mi convince, è troppo astratto, parliamo di confronto, di accordo o di disaccordo. Sia chiaro che il federalismo ci interessa, abbiamo fatto una proposta, abbiamo delle idee: però non si scherza con il federalismo fiscale”. è conciliante e rimarca il confronto da cui è scaturita la bozza di federalismo, il ministro per la Semplificazione amministrativa Calderoni. “Abbiamo interpellato i nostri interlocutori, tutti i sindaci, i presidenti delle Regioni” dice “che ci hanno dato risposte concrete, risposte che, quando sono state condivise, sono diventate un articolo della bozza”.
Si scaglia contro la Conferenza Stato-Regioni (”è un mercato delle vacche”) Bossi e nel contempo sottolinea che bisogna “dare autonomia ai Comuni e per questo bisogna trovare soluzioni subito”. Bersani, che sui temi dell’economia e sulla manovra finanziaria duetta anche aspramente con Tremonti, si innervosisce: “A parole, sono anni che diciamo queste cose”.
È svelto Bossi a stemperare i toni: “Non sono venuto qui per litigare. Io so che su questi temi dobbiamo trattare per forza”. Anche Chiamparino apre al “dialogo” sul federalismo ma, dice: “l’esito non è scontato”. Tra una citazione di Karl Marx (fatta niente meno che da Tremonti), qualche punzecchiatura sull’economia di Bersani, applausi quasi equamente suddivisi tra tutti i protagonisti, il dibattito ruota attorno ad una quasi promessa di confronto vero.
Quando i ministri del Governo Berlusconi lasciano il palcoscenico, tocca a Chiamparino e a Bersani entrare nel vivo delle questioni del Pd. Chiamparino dà voce ad un timore che appare diffuso: “Temo che il Pd sia soffocato nella culla da gruppi, sottogruppi, correnti e sottocorrenti”.
E qui la platea applaude con meno convinzione: e qui il popolo democratico mostra di appassionarsi (o di temere) meno al dibattito sulle spinte autonomiste e personalistiche del proprio partito…

Commenti

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Il 25 Agosto 2008 alle 11:39 vincenzo.m. ha scritto:

PROVE SUL SILENZIO.

Nell’incessante rumore del crescere dell’erba, il “monito” dello scrivente irrompe sì da proporre la seguente espressione:
“IL PARLAMENTO E’ IL LUOGO DEL DIALOGO”.
Le feste lasciamole ai politici.

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