Lo hanno subito ribattezzato il patto di Rimini. Quello sul federalismo tra i governatori lombardo e Veneto, Roberto Formigoni e Giancarlo Galan. I presidenti delle due regioni del Nord ieri ospiti della prima giornata del Meeting di Comunione e Liberazione hanno avuto un lungo incontro di lavoro durato circa 4 ore. E al termine – sono parole di Galan – “l’identità di vedute è stata totale”.
I due governatori più freddi sul federalismo di Calderoli hanno spiegato: “Ci siamo trovati d’accordo sia per quanto riguarda il modo di affrontare la grande riforma del federalismo fiscale – ha detto ancora Galan – che sulle prospettive e sulle difficoltà connesse all’organizzazione dell’Expo di Milano del 2015, oppure il completamento e la realizzazione di alcune grandi infrastrutture e tra queste, senza dubbio, il completamento del Corridoio 5”. Galan si è detto pienamente soddisfatto “per aver, ancora una volta, constatato che l’identità di vedute che ha sempre contraddistinto i rapporti con l’amico Formigoni, consente ad entrambi di giudicare, a volte, in modo diverso alcune questioni di reciproco interesse tra Veneto e Lombardia”. Insomma è stato gettato un ponte per “le basi del patto” ha concluso il governatore veneto “che vedrà sempre più unite fra loro Veneto e Lombardia”.
Più tiepido il presidente Formigoni che intervistato da un quotidiano aveva frenato: “Il federalismo fiscale? Da solo non basta, ora vogliamo subito maggiori competenze per la Lombardia, come le vogliono Veneto e Piemonte”. E sulla bozza Calderoli ha aggiunto: “La bozza è un buon avvio di cammino, un inizio che non deve spaventare nessuno perché è graduale, spinge tutti a pratiche di buon governo, è solidale, concordato, perequativo”.
E proprio nel giorno in cui a Democratica, la prima festa del Pd a Firenze, sbarcava il federalismo di Bossi, a Rimini il cardinal Angelo Bagnasco che ha aperto la kermesse romagnola, da una parte tendeva la mano al leader del Carroccio (“vuole incontrarmi per spiegarmi il federalismo?, diceva il presidente della Cei, “Ben volentieri!) dall’altra frenava sulle riforme federaliste spiegando: “Un popolo non è popolo senza una visione unitaria sui grandi temi della vita della morte e della società. Questo crea un’identità”. Per Bagnasco “delocalizzare per meglio servire la gente è un principio che può essere complementare all’identità di un popolo e che è validissimo solo nella misura in cui è complementare”.
- Lunedì 25 Agosto 2008
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Commenti
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Il 25 Agosto 2008 alle 17:38 vincenzo.m. ha scritto:
I PILASTRI DEL FEDERALISMO.
Il federalismo poggia la sua credibilità sull’imposizione locale che determini quale conseguenza il reinvestimento della tassazione al fine della sostenibile valorizzazione territoriale locale. Vi sono, ad esempio, comuni che ospitano un elevato numero di aziende e pertanto si assicurano un certo reddito locale ed altri che, privi di operatori economici, vengono indicati come “comuni-dormitori” .
Potrebbe sopraggiungere un tempo in cui un sindaco, ammantandosi da una più “spinta” visione federale, amerebbe poggiare il pilastro federale in funzione dell’irpef territoriale, un altro sindaco con differente visione poggerebbe il pilastro federale facendo leva sulla piattaforma ospedaliera ospitata nell’ambito del proprio territorio: optando così per un federalismo di tipo “sanitario”…
Trasferire le tasse comunali, sotto l’egida di una unica tassa, potrebbe essere virtuoso nel caso la decisione contempli una analisi sulla produttività, che avrebbe effetto solo dopo le decisioni di riduzione del personale quando queste divenissero realizzabili. Nulla cambierebbe, rispetto alla situazione attuale, se si optasse per la tassazione inalterata.
Il “Grande Meeting” consegnerebbe sicuramente l’Italia ad un equo federalismo, se la nazione concedesse poteri ad una nuova classe dirigente italiana dotata di profondi valori etici, se nel contempo assicurasse quanto desiderato allo Stato Sovrano da tutti i lati confinante.
In realtà i comuni attualmente mal governati continueranno ad incrementare il loro disavanzo, sì che giungerà ad un livello tale, che nemmeno la tassazione del cento percento del reddito territoriale sarebbe in grado di soddisfare la bramosia della classe dirigente locale.
Se è vero che, come sembra sia, la casta si sia espansa sino alle gestioni comunali, dialogando dai territori provinciali, regionali e metropolitani, ne consegue che l’attuazione del federalismo può significare soltanto un transito verso l’approdo a nuove tasse.
Quando ogni comune sarà come Roma allora i debiti eserciteranno la loro potenza.
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