“Sono molto emozionato nel parlare di fronte a voi di Comunione e Liberazione! Ho le farfalle nello stomaco e questo mi dà libertà…”. Così Dario, un detenuto di 42 anni che deve scontare 21 anni per rapina, fine pena “nel 2016”. E poi Wellington, un 33enne di Santo Domingo, che è entrato in Italia nel 1995 e l’anno dopo è finito dietro le sbarre per omicidio. Per lui le porte del carcere si apriranno tra tanti anni. I due detenuti hanno portato la loro testimonianza alla platea del colmo auditorium di Rimini precedendo il dibattito sulla giustizia a cui hanno preso parte questa mattina il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Franco Ionta, Giovanni Maria Pavarin, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Padova. E le parole dei due detenuti hanno commosso la platea ciellina di Rimini che ha più volte applaudito i due carcerati.
Quindi in dibattito in cui più volte è stata sottolineata l’importanza del lavoro per un giusto e corretto reinserimento dei detenuti nella società.
Per il magistrato Pavarin le parole dei due detenuti sono la prova che “Anche stando in carcere si può essere protagonisti positivi. E questi ragazzi ce la faranno”. Ionta ha sottolineato che il carcere deve cambiare e “in primis l’impegno deve essere mostrato da parte del detenuto”.
Quindi il ministro Alfano che ha svolto la prima parte del suo intervento “Da uomo. Vi voglio parlare da uomo di emozioni: e per questo ho cestinato tutti gli appunti che il mio staff mi aveva preparato…”. Alfano ha raccontato di essere stato alcune settimane or sono nel carcere di Regina Coeli e “potenza della tv mi hanno riconosciuto. Sono stato nelle celle” ha proseguito nel suo racconto “ho guardato negli occhi i detenuti e abbiamo parlato di come vivono in cella. Mi hanno raccontato – e ci guardavamo sempre negli occhi ha ribadito il Guardasigilli – le loro vite. Ad un certo punto ho chiesto ‘lei perché è qui’? Ed è stato allora che gli occhi si sono un po’ abbassati, ma poi sono tornati su. Quando lo sguardo si è rialzato ho incrociato una mortificazione, ma anche il presupposto di una volontà di riscatto. Ecco, dimostrare che quello che è stato fatto si sta espiando, questo è quello che deve fare un detenuto”.
Per questo il ministro ha voluto svolgere un discorso per cercare “un’altra via tra i giustizialisti e i teorici del farla franca”. Per Alfano “non ci si salva da soli in carcere. Ci si salva solo grazie ad un incontro, ad una buona compagnia. E la funzione delle istituzioni deve essere questa: aiutare l’incontro. Indurre, costringere, il detenuto a tirare fuori il meglio di sé”.
Quindi Alfano è tornato nelle sue vesti di ministro della Giustizia e ha parlato delle riforme necessarie per il pianeta che governa dalla poltrona di via Arenula. Ha spiegato che l’indulto è fallito perché i detenuti tornano a delinquere se non hanno un lavoro. Ha ribadito il via libera all’idea del braccialetto elettronico. E ha promesso “mai più bimbi in carcere”, grazie alla costruzione di luoghi alternativi – con i soldi confiscati alla mafia – dove le mamme carcerate possono “continuare ad essere mamme”. Perché – ha concluso il ministro – il carcere non deve essere il luogo dove si spegne l’anima”.
Il dibattito è stato concluso, tra scroscianti applausi, da Giorgio Vittadini (presidente della fondazione per la Sussidiarietà) che ha voluto pronunciare un discorso davvero controcorrente: “Noi siamo peccatori. Noi, come nostro signore Gesù, siamo dalla parte di chi ha peccato. Perché chi ha peccato è sulla strada giusta per prendere coscienza e per diventare davvero buono”.
- Martedì 26 Agosto 2008
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Commenti
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Il 27 Agosto 2008 alle 10:13 nhico ha scritto:
“siamo (tutti) dalla parte di chi ha peccato.” Parole bellisime. A sentirle l’anima si espande. Ma un momento. Se stiamo tutti dalla parte del peccatore, chi si occuperà della vittima e dei suoi familiari? Per essere carcerati, non cecessariamente bisogna stare in un istituto di pena. Le case private dall’affetto e dal sostegno del familiare offeso, possono diventare più dure di un carcere duro.
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