Archivio di Settembre, 2008

Botte sospette: a Parma, ghanese denuncia i vigili

Un’inchiesta della Procura di Parma. Una, interna, aperta dall’assessore alla sicurezza del Comune, Costantino Monteverdi. Del caso, poi, si interesserà anche l’Ufficio antidiscriminazioni del ministero delle Pari opportunità. Tre indagini per accertare la veridicità della denuncia presentata ai Carabinieri da uno studente ghanese che, secondo il suo racconto, ha subito un vero e proprio pestaggio e patito comportamenti razzisti da parte della polizia municipale.
Secondo quanto ha riferito Parma.Repubblica.it, Emmanuel Bonsu Foster, 22 anni, è stato fermato all’uscita di una scuola di Parma (dove frequenta i corsi serali), braccato e infine pestato: un piede sopra la testa, le manette e poi le botte, anche all’interno della macchina di servizio. Responsabili delle violenze, sempre secondo quanto raccontato dal giovane, sette agenti della Polizia Municipale. Foster, che, come lui stesso ha riferito, sarebbe stato scambiato per un pusher, sarebbe stato anche più volte insultato con frasi razziste. E ha mostrato la busta consegnata ai familiari con il verbale del fermo su cui era stato semplicemente scritto: ‘Emmanuel negro’. “Mi dicevano: negro muoviti” ha raccontato lo studente. “Mi hanno messo un piede in testa ed hanno continuato a colpirmi finchè non ho smesso di dimenarmi”.
Il giovane, che ha riportato un trauma cranico, un trauma toracico e ha avuto una prognosi di due giorni, per tutto è rimasto fino alle 20 nella caserma dei Carabinieri dove ha sporto denuncia e dove è stato al centro di un lungo interrogatorio per fare chiarezza sulla vicenda.
Chiarezza pretesa anche dal Comune: “L’Amministrazione intende riaffermare che la difesa della legalità rimane primaria, ma non può essere in alcun modo disgiunta dal rispetto dei diritti inalienabili della persona” ha commentato Monteverdi. “È necessario fare chiarezza oltre ogni possibile dubbio”. “Allo stato dei fatti” ha poi spiegato “i riscontri oggettivi dimostrano che si è trattato di un fermo piuttosto movimentato che ha provocato il ferimento di due agenti e, verosimilmente, anche quello del giovane”. Secondo i referti medici, ha fatto sapere l’amministrazione comunale, il primo agente ha riportato una distorsione al ginocchio, prognosi 20 giorni, il secondo invece una distorsione al polso. Nel prossimo Consiglio comunale il sindaco riferirà sull’accaduto e sui risultati dell’indagine interna.
Il comandante della Polizia Municipale di Parma, Emma Monguidi, ha invece difeso totalmente l’operato degli agenti: “Non c’è stata nessuna violenza sul giovane. Niente insulti, tanto meno in caserma. Non è mai stato spogliato e l’abbiamo trattato con rispetto, come tutti, al di là del colore della pelle. Come da prassi lo abbiamo perquisito: ma solo per verificare che non avesse oggetti per autolesionismo. La scritta ‘negro’ sulla busta? Quella busta era bianca, forse l’ha fatta lui”.
Alle prime notizie sulla vicenda si è subito scatenata la polemica politica, da sinistra con domande di chiarimento a Maroni e con allarme sul razzismo, sull’altro fronte con richieste di cercare la verità fino in fondo.

L’autunno caldo di Veltroni: “Da Berlusconi insulti e bugie”

Il segretario del Pd Walter Veltroni
E il muro contro muro continua. Tra il leader dell’opposizione e il capo del governo. L’attacco del leader del Pd è totale. La nuova puntata, dopo l’intervista di domenica scorsa a Il Corriere della Sera, è andata in scena al seminario sul federalismo dei senatori del Pd in corso a Frascati, dove Veltroni, torna a parlare di “preoccupazione democratica”. E di balle (nel senso di bugie).
Per la precisione quelle che, secondo l’ex sindaco di Roma, “Berlusconi” usa - “passando metà del suo tempo ad insultare l’opposizione” - per ingannare gli italiani” in una strategia di contrapposizione frontale con chi la pensa in modo diverso da lui”.
E allora, le “tre balle” di cui parla Veltroni riferite a Berlusconi riportano alla vicenda Alitalia. “Berlusconi dice che Epifani voleva firmare l’accordo e che io avrei fatto da New York il diavolo a quattro per non farglielo firmare e ancora che D’Alema mi telefona per chiedermi se sono impazzito e quindi io cambio linea su Alitalia” spiega Veltroni ai senatori. “Tre balle per ingannare gli italiani e poi quei giochini di utilizzare me e D’Alema finiscono lì perché nessuno di noi due è disposto a prestarsi”. Mentre, aggiunge Veltroni, è che “in un sistema democratico si convive con le opposizioni, non le si insulta e non le si aggredisce. Il governo scambia il governare con la presa di potere e quindi tutto ciò che non è omogeneo è un fastidio da rimuovere”.
Veltroni fa poi un esplicito invito al premier, chiedendogli “moderazione, pensando a governare non a insultare l’avversario”.
Anche Massimo D’Alema nega la veridicità delle dichiarazioni del presidente del Consiglio dicendosi “stupito per le frasi false”: “I fatti descritti non sono mai accaduti, io ero in America ad occuparmi di altre faccende nei giorni in cui si è chiuso l’accordo per cui si è adoperato anche Walter. Berlusconi rispetti il Pd e dialoghi con Veltroni” ha concluso D’Alema.
Ma non è solo Alitalia il tema che scalda il leader dell’opposizione: che anzi non si risparmia e attacca su tutti i fronti: “Il presidente del Consiglio ha una certa propensione per le bugie: è giusto che il Paese lo sappia”. Per Veltroni il punto debole di Berlusconi è la mancanza di “rispetto delle istituzioni: il governo riduce il Parlamento a una situazione per la quale sarebbe bastata la votazione del 14 aprile per riceverne il mandato a fare quello che vuole. Il governo deve ricordare però che non ha il consenso del 50% degli italiani. Pretendiamo un clima di rispetto istituzionale”.
Veltroni poi passa ad un altro tema di stretta attualità: la magistratura. L’attacco del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al giudice Nicoletta Gandus è, per il leader del Pd, “inammissibile” perché denota una “mancanza di senso delle istituzioni” testimoniato anche dal messaggio lanciato dal premier nei confronti della Corte Costituzionale, chiamata a esprimere un parere sulla legittimità del lodo Alfano. “Berlusconi ha aggredito, citandola per nome e per cognome, un magistrato chiamato a giudicarlo e pensate a cosa ha detto in questi giorni sulla Corte Costituzionale”.

La risposta da parte del governo alle parole di Veltroni è arrivata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, portavoce del premier. Che replica con un’alzata di spalle all’attacco del leader del Pd: “Il governo sta governando bene e gli italiani lo sanno. Tanto che la fiducia in Berlusconi è al massimo storico per un presidente del Consiglio. Perciò” dice Bonaiuti “non cadiamo nel giochetto di Veltroni che vuole portarci allo scontro e lo lasciamo sproloquiare da solo”.
Rincara la dose Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: “Veltroni, rovesciando la linea politica sulla quale si fece eleggere come leader del Pd, ha preso l’abitudine di insultare circa tre volte al giorno Berlusconi a orario fisso, in tempo utile per apparire sui Tg”. “Non contento di ciò” prosegue “se Berlusconi si permette di replicare allora lo paragona a Putin, affermando che vuole bastonare l’opposizione. Queste quotidiane scenate stanno diventando imbarazzanti nonché ridicole. Quanto più si avvicina il 25 ottobre Veltroni alza i toni e ci aspettiamo, prima o poi, anche l’evocazione di Francisco Franco e dei colonnelli greci”.

Cavano un occhio a un ragazzo, la Mara Salvatrucha sbarca a Milano

Mara Salvatrucha

La sanguinosa aggressione, costata un occhio a un ragazzo di 22 anni, risale a luglio. Oggi, con l’ultimo di cinque arresti la Squadra mobile di Milano (insieme al pm Grazia Colacicco, che ha coordinato le indagini, e al gip Guido Salvini, che ha emesso i provvedimenti), cerca di definire i termini di un fenomeno completamente nuovo in Italia.

La Mara Salvatrucha, banda di immigrati salvadoregni che per pericolosità negli Stati Uniti è considerata seconda solo a Cosa Nostra, non può considerarsi radicata in Italia. Ma ha fatto la sua prima apparizione sulle strade di Milano.
Dicono infatti di appartenere alla Ms-13, la gang che a Los Angeles si contrappone alla Ms-18, i cinque giovani arrestati con l’accusa di tentato omicidio. Per gli inquirenti, il 13 luglio scorso sono stati loro, forse insieme a un sesto ancora da identificare, a colpire col machete Ricardo, ragazzo salvadoregno “colpevole” di far parte della banda rivale. Alla fine di una partita di calcio l’hanno inseguito, accerchiato e aggredito. Il ragazzo è arrivato in ospedale con una grave ferita alla testa e ha perso un occhio. Alcuni degli arrestati hanno i tatuaggi che testimoniano la militanza nel gruppo.

I primi due, i salvadoregni di 31 e 19 anni Efrain L. O. e Jorge Giovanni C. G., sono stati fermati dagli agenti del commissariato Scalo Romana circa un mese dopo l’agguato. Elkin Antonio O. R., connazionale di 27 anni, detto “il Pirata” e considerato il capo, è finito in manette il 16 settembre, mentre Odir Ernesto B. T., 23 anni anche lui del Salvador, era già entrato in carcere ad agosto per una rapina. Oggi la Mobile ha arrestato Mauricio Anselmo C. C., messicano 31enne, operaio in un’azienda di pulizie, l’unico col permesso di soggiorno.

A Los Angeles la Mara Salvatrucha è tra le più potenti gang di Latinos. Nata negli anni ‘80 dai fuoriusciti salvadoregni per difendersi dagli altri sudamericani, in poco tempo è diventata la più temibile. Per il controllo sul traffico di droga da oltreconfine ma soprattutto per la violenza spietata dei suoi componenti. Entrano nella banda da ragazzini, finiscono in carcere o morti che non hanno neppure vent’anni. Vestono da rapper, ascoltano l’hip hop e hanno tatuaggi ovunque. Il numero 13, o il 18, su collo e fronte, una lacrima sotto l’occhio per ogni azione di sangue portata a termine.

A Milano si incontrano in un pub di viale Tibaldi, in prima periferia, e nella zona di via Imbonati. Sono solo emulatori dei cugini californiani oppure una gang organizzata e pericolosa? La polizia parla di stato embrionale. “Non hanno ancora una struttura e una gerarchia precise”, spiega Francesco Messina, capo della Mobile, “ma il fenomeno va tenuto d’occhio con molta attenzione”. Di sicuro c’è che sono capaci di cavare un occhio a un coetaneo a colpi di machete.

Un VIDEO sulla Ms-13 su YouTube:

Cervelli in fuga, più della metà non vuole tornare in Italia

Una scienziata effettua dei test in un laboratorio in una foto di archivio

E l’Italia continua a “perdere le teste”. Quasi definitivamente: già, perché i cervelli in fuga, non ne vogliono sapere di tornare a casa: più di metà dei laureati italiani che vivono e lavorano con successo all’estero non considerano come probabilità concreta quella di tornare nel Belpaese. Con il trascorrere del tempo, infatti, l’ipotesi di un rientro diventa sempre meno probabile. Anzi, a 5 anni dalla laurea sono 52 su 100 i laureati occupati all’estero che considerano questa possibilità “molto improbabile”.
È, questo, uno dei dati contenuti nel rapporto “Italiani nel mondo 2008″ (qui il documento .doc) curato dalla Fondazione Migrantes, secondo il quale si conferma il fenomeno della “fuga dei cervelli”, dovuta al fatto che “l’Italia, a seguito di carenze ben note, non è in grado di esercitare una forte attrattiva per il loro ritorno, né di utilizzare a un livello più elevato i laureati italiani e gli immigrati presenti sul suo territorio”.
Le lauree più ricorrenti tra quanti lavorano all’estero sono quelle del ramo letterario, linguistico, ingegneristico ed economico-statistico. La laurea in giurisprudenza, invece, sottolinea il dossier, è maggiormente finalizzata alle esigenze del contesto italiano.
Si tratta insomma di una “emigrazione d’élite”, la fuga all’estero cioè di migliaia di laureati, che riescono a trovare oltre confine un lavoro qualificato e ben retribuito. Queste persone - ha spiegato Delfina Licata, che ha coordinato il lavoro dei 60 autori che hanno contribuito alla stesura del rapporto - partono nella maggior parte dei casi con l’idea di rimpatriare presto, ma finiscono per stabilirsi nel paese d’arrivo.
Va meno bene, in realtà, per le italiane laureate. Che, sottolinea poi il rapporto, hanno una situazione “sensibilmente peggiore perché sono sottorappresentate a livello dirigenziale e percepiscono retribuzioni inferiori, anche se comunque più soddisfacenti rispetto agli standard italiani”.
Di fatto, sbaglia chi ancora pensa all’emigrante italiano con i capelli bianchi, in una condizione lavorativa e sociale di ripiego ed emarginata. Non è così: più della metà dei connazionali residenti all’estero - si parla di oltre due milioni di persone - ha meno di 35 anni, una vita lavorativa e relazioni sociali gratificanti. Gli ultrasessantacinquenni sono circa un quinto del totale dei residenti italiani all’estero (quasi 4 milioni): appena il 18,4%, 700 mila persone. Una categoria che sta aumentando - oltre 200 mila in più rispetto all’anno scorso - e che conta 3.734.428 persone. Almeno 60 milioni sono gli oriundi italiani. Il rapporto segnala un nuovo tipo di emigrato all’estero: ha rotto con l’assistenzialismo del passato e “reclama” prospettive innovative.
I connazionali all’estero solitamente sono riunisci a migliorare la propria condizione: hanno la casa di proprietà e non pochi ce l’hanno anche in Italia; trascorrono gran parte delle vacanze nel nostro Paese; rimangono religiosi anche se tendono a frequentare la chiesa locale più della missione cattolica italiana.
Andando più nel dettaglio.
Gli emigrati sono giovani. Fra chi ha meno di 35 anni, 3 su 10 sono minorenni (606 mila), oltre 2 su 5 hanno fra i 18 e 24 anni. La maggior parte dei giovani è concentrata in Europa (1,2 milioni, il 60,6% del totale, circa 3 su 5).
Dove vanno gli italiani. Nei paesi europei (56,7%), in America (37,9%), in Oceania (3,4%), in Africa (1,3%), in Asia (0,8%). In due casi su tre, l’emigrato è proveniente da una regione del sud (36,2%), mentre il 19,4% dalle isole, il 15,4% dal nord est, il 14,6% dal nord ovest, il 14,4% dal centro. Il 52,8% sono celibi e nubili; il 39% è coniugato e il 2,7% vedovo. Il 45% (1.774.677) sono donne.
Rimesse in aumento. In tre anni, dal 2004 al 2007, le rimesse degli italiani all’estero sono cresciute del 10,4%. Gli Usa mantengono il primato: sono un quinto del totale (22,6%). A seguire, il Regno Unito (16,3%), la Francia (12,1%), la Germania (9,8%).

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Uno a zero per i cani: non sarà vietato il loro trasporto sui treni

Un caldo... bestiale!

Dietrofront di Trenitalia sul divieto di portare i cani di peso superiore ai 6 chili sui treni. L’ordinanza, che sarebbe dovuta entrare in vigore domani, è stata sospesa stamattina. I padroni, quindi, potranno continuare a viaggiare con i loro amici a quattrozampe come prevede la legge vigente, con guinzaglio e museruola, senza il rischio di pagare una multa da 100 euro. Lo ha comunicato oggi il sottosegratario al ministero del Welfare, Francesca Martini. “Oggi abbiamo avuto un incontro con l’amministratore delegato Trenitalia, Vincenzo Soprano, con il quale abbiamo deciso la sospensione dell’ordine di servizio, che vietava la presenza di cani superiori a sei chili sui treni italiani e li obbligava a stare all’interno di trasportini”.

Trenitalia aveva preso questo provvedimento la scorsa settimana per dare una risposta al problema delle pulci e delle zecche nei vagoni dei treni, tornato alla ribalta dopo l’ultimo caso, segnalato il 17 settembre da una viaggiatrice. Iniziative indispensabili, secondo la compagnia ferroviaria, che ogni anno spende in media 200 milioni di euro per la disinfestazione dei vagoni passeggeri e che riceve numerosi reclami dai clienti sulla presenza dei cani nei treni.

“Esprimo enorme soddisfazione per questa decisione di Trenitalia” ha aggiunto il sottosegretario “e ringrazio loro per la collaborazione che ci vede nell’obiettivo comune di tutelare il diritto dei tanti viaggiatori possessori di cani, di viaggiare con il proprio animale e allo stesso tempo di tutelare tutti gli altri viaggiatori, la loro sicurezza l’igiene, la qualità e la salubrità dei vagoni”.
A spiegare meglio i termini della questione, ci pensa però l’amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti: “Non abbiamo ritirato l’ordine di servizio, ma abbiamo aderito alla richiesta del sottosegretario di sospendere per 15 giorni il provvedimento per cercare una soluzione”. Quindi, per il momento l’ordine di servizio, che sarebbe dovuto scattare da mercoledì 1 ottobre, è sospeso. “Abbiamo due ordini di problemi” ha spiegato Moretti “siamo sommersi da lettere di protesta dei passeggeri per la presenza di razze pericolose di cani sui treni, tipo rottweiler, pitbull e simili. Non possiamo far entrare queste razze, bandite in tutta Europa, in spazi ristretti dove sono presenti bambini e anziani. La gente ha paura di questi animali che superano i 60 chilogrammi di peso e sono classificati tra le razze aggressive e pericolose”.
Il secondo problema, ha proseguito Moretti, riguarda lo stato di igiene dei cani e la tutela dei passeggeri, che “hanno il diritto di sedersi al loro posto senza che questo sia stato occupato poco prima da un animale, magari provvisto di certificato che attesti che non sia portatore di parassiti”. “Stiamo ragionando su questo e non so a che soluzione arriveremo”, ha aggiunto l’amministratore delegato.

In Italia 44 milioni di italiani posseggono un animale domestico. I cani che vivono nelle case sono 6,9 milioni.

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Blitz contro i Casalesi, Maroni: “Una giornata da incorniciare”

Roberto Maroni

“Nell’ultimo periodo abbiamo intensificato la lotta alla camorra e alla criminalità organizzata e questa notte abbiamo inferto un colpo durissimo al clan dei Casalesi e a tutta la camorra”.

Con queste parole il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha aperto la conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo Chigi (insieme con i vertici di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza) per spiegare i dettagli della maxi-operazione condotta in Campania questa notte contro il clan camorristico dei Casalesi. Maroni ha quindi sottolineato “l’importanza del lavoro svolto di concerto tra Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, procure e investigatori”. Un lavoro che per il titolare del Viminale “ha portato ad un risultato eccezionale, ad una giornata da incorniciare, da mettere negli annali”.
Nel corso della conferenza stampa nella sede del governo è stato spiegato che sono stati emessi 102 provvedimenti restrittivi, sequestrati beni per oltre cento milioni di euro, 48 società, 67 ditte individuali, 148 veicoli, 134 immobili e 13 cavalli”. Quindi Maroni ha ribadito, come aveva fatto la settimana scorsa in Senato, che “lo Stato c’è e ha intenzione di riprendersi il controllo del territorio nel casertano”. A questo fine proprio alla sua presenza nel finesettimana si terrà a Caserta una riunione operativa per intensificare la lotta al crimine: “perché” ha aggiunto Maroni “questa non sarà una pressione di poche settimane, ma durerà nel tempo fino a che la guerra non sarà vinta”. Per sconfiggere la camorra “bisogna togliere l’acqua ai pescecani, tagliare l’erba sotto i piedi dei latitanti, farli uscire allo scoperto e catturarli”.
Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha spiegato che la maxi operazione di questa notte contro la camorra è maturata in un quadro di “alleanza tra i clan Schiavone e Bidognetti”. All’interno di questo sodalizio criminale, però, “sono nati gli scissionisti che hanno deciso di dare dimostrazione su chi sia più forte in provincia di Caserta: ecco gli omicidi di questi ultimi giorni”. Quindi il prefetto Manganelli ha parlato delle precauzioni straodinarie prese in questi giorni nei controlli ai posti di blocco: “Visto che abbiamo la certezza che questi criminali non si lasciano catturare e non accettano la resa. Di fronte allo spiegamento di forze, escono anche armati di esplosivi”.
Per il comandante dell’Arma dei Carabinieri, Gianfrancesco Siazzu: “Questa notte, grazie al coordinamento stretto di tutte le forze dell’ordine, abbiamo arrestato tre dei cento latitanti più pericolosi d’Italia. Di cui due appartengono al gruppo di fuoco che ha effettuato la strage di Castel Volturno”. Sempre il comandante dei Carabinieri ha raccontato un aneddoto curioso accaduto durante gli arresti: “Alessandro Cirillo, uno dei boss presi, ha fatto i complimenti ai carabinieri che entrando nella sua villetta lo hanno arrestato”.
Infine parlando con i giornalisti, Maroni ha detto di aver ricevuto stamani le telefonate di felicitazioni da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, dei presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, del premier Silvio Berlusconi e del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.
“Felicitazioni” ha detto il ministro “che giro con piacere a chi ha materialmente eseguito l’operazione”.

LEGGI ANCHE: E adesso i clan si coalizzano e globalizzano (in .pdf) - Far west nel Casertano

Blitz contro i casalesi, arrestati tre dei presunti killer di Castel Volturno

Castelvolturno, il luogo della sparatoria
Tre uomini ritenuti autori della catena di omicidi avvenuti a Castel Volturno, in provincia di Caserta, e la moglie del boss dei Casalesi Giuseppina Nappa, oltre ad altre 101 persone sono stati arrestati in due distinti blitz delle forze dell’ordine questa notte.
La polizia e la guardia di finanza hanno eseguito una maxioperazione che ha portato a 102 arresti su 107 destinatari inseriti nell’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Dda di Napoli.

Nel blitz (in cui sono stati arrestati i tre uomini ritenuti responsabili della strage degli immigrati e di altri omicidi) sono state ritrovate anche armi con cui gli inquirenti ritengono sia stato messo in atto il disegno stragista. Armi che ora saranno esaminate per capire quali e quanti omicidi sono attribuibili ai tre che la polizia ritiene vicini alla fazione Bidognetti del clan dei Casalesi, riferisce una fonte giudiziaria. “Finisce in carcere tutto il clan Schiavone, tra capi e gregari dell’organizzazione criminale di Casal di Principe, egemone nella provincia casertana con diramazioni nazionali ed internazionali”, ha commentato il capo della squadra mobile di Caserta Rodolfo Ruperti.
Oltre alla moglie di Francesco Schiavone, detto Sandokan, capo storico del clan dei Casalesi, sono finiti in manette diversi esponenti della famiglia Schiavone. Tra i destinatari, ancora latitanti, ci sono nomi eccellenti, come Antonino Iovine, Mario Caterino e Nicola Panaro.
Intanto la Guardia di finanza sta procedendo, nel Casertano, nel Napoletano, nel basso Lazio ed in Toscana, al sequestro di beni mobili, immobili e società commerciali, riconducibili all’organizzazione camorristica, per un valore di oltre 100 milioni di euro, si legge in una nota della polizia.
La maxioperazione ha impegnato circa 500 agenti, tra squadra mobile di Caserta, Napoli, Salerno, Avellino, Benevento, Latina, Campobasso, Isernia, Frosinone e dei reparti prevenzione di Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Veneto, Aosta, Lucania, Salento, Sicilia, Emilia Romagna, Toscana, Abruzzo e Calabria.

Cosa Nostra in crisi, ‘Ndrangheta leader narcotraffico, camorristi come gangster

Ua scena di Gomorra

Cosa Nostra? In crisi. La camorra? Un’organizzazione simile a quelle dei gangster che infestavano Chicago negli anni Trenta. La ‘ndrangheta è invece ormai al vertice del traffico mondiale di droga tanto che gli Usa l’hanno inserita nell’elenco delle più pericolose organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico, da combattere e distruggere.
Il quadro, sconvolgente, emerge dalla relazione semestrale che la Direzione investigativa antimafia ha consegnato al Parlamento. Un dossier in cui si sottolinea che la scelta di Confindustria di espellere gli imprenditori che non denunciano il pizzo può rappresentare una svolta nella battaglia per la legalità.
A mettere un freno all’attività mafiosa di Cosa Nostra è stato, scrive la Dia, l’arresto di Salvatore Lo Piccolo, che “ha provocato fibrillazioni e disorientamenti non trascurabili, non solo per l’indubbia valenza oggettiva ma anche perché ha consentito l’acquisizione di preziosissimi documenti circa gli ‘interna corporis‘ del sistema mafioso e ha favorito atteggiamenti di collaborazione”. Ma “è ipotizzabile che Cosa Nostra si farà carico di una profonda riflessione strategica per definire più sicuri moduli strutturali e operativi per assicurare maggiore impermeabilità e consenso”. Quanto agli industriali, la Dia sottolinea che “con atti concreti si sono schierati contro l’organizzazione mafiosa, assumendosi precise responsabilità e rischi personali, testimoniando così l’inizio di un percorso virtuoso nell’ambito di una graduale estensione della cultura della legalità”. Parole apprezzate dal leader di Confindustria Sicilia Lo Bello: “Continueremo a lavorare su questo fronte in modo normale, cercando di sfruttare la complementarietà con altre organizzazioni, come le associazioni antiracket e offrendo la massima collaborazione a forze ordine e magistratura”.
Spostandosi un po’ più a Nord, in alcune aree della Campania e a Napoli è la camorra ad avere il controllo, esercitato ultimamente attraverso un “aggressivo modello gangsteristico”. I clan confermano l’attenzione verso l’estero, sfruttando la forte presenza criminale straniera in Campania. Gli interessi illegali si estendono dunque sempre più oltre i confini, sia nel traffico di droga che nella prostituzione.
Ma, sempre secondo la relazione degli investigatori antimafia, a tenere in pugno il commercio degli stupefacenti, attualmente, è la ‘ndrangheta. Un’attività tanto criminosa quanto fiorente e ramificata che ha costretto gli Usa a inserire l’organizzazione calabrese nel “Narcotics Kingpin Organizations”, ossia l’elenco delle principali organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico.
Le ‘ndrine sono capaci di ”coniugare i tradizionali comportamenti violenti con l’abilità di intravedere progetti criminali più qualificati e ad elevato profilo mimetico, specie per quanto riguarda l’infiltrazione nel comparto imprenditoriale”.
Il quadro viene completato dall’analisi dell’ “agguerrita” attività della criminalità straniera in Italia. Parallelamente all’aumento del flusso migratorio dei romeni verso l’Italia è cresciuto infatti il numero dei delitti attribuibili a questa etnia. I furti e le rapine dei romeni, soprattutto a danno di persone anziane, mantengono un trend elevato e, sottolinea la relazione, “continuano ad essere contrassegnati dall’uso di inusitata violenza, dalla quale, talvolta, scaturiscono esiti efferati, quali omicidi e violenze sessuali”. Quanto ai cinesi, diffuso è lo sfruttamento della prostituzione, che si manifesta non in strada - come avviene per altre etnie - ma in casa. E sono spesso gli italiani a fornire gli appartamenti.

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Napolitano: i tagli alla scuola sono necessari. Gelmini promossa

Napolitano alla cerimonia del Ventaglio

Giorgio Napolitano, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico, che si è svolta al Quirinale ha detto che “per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore”. Le condizioni del nostro sistema scolastico, ha aggiunto il capo dello Stato, richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: “Non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente. Nel campo della scuola non si tratta di ripartire da zero ogni volta che con le elezioni cambia il quadro politico”.

Il presidente della Repubblica ha richiamato tutti al senso di responsabilità per “ridurre a zero nei prossimi anni il deficit pubblico, per incidere sempre di più sul debito accumulato nel passato. Nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo ed esso comporta, inutile negarlo, un contenimento della spesa per la scuola”.

Per migliorare la scuola, sempre secondo Napolitano “è necessario partire con uno sforzo di maggiore serenità, nel confronto tra maggioranza e opposizione in Parlamento, e tra governo e parti sociali, dai problemi che nessuno può negare”. Per il capo dello Stato inoltre è necessario “che si discutano con spirito aperto tutte le diverse soluzioni che ciascuna parte ha il diritto di proporre e ha il dovere di prospettare in termini positivi e coerenti”. Per questo Napolitano ha auspicato che “compiano tutti uno sforzo per evitare contrapposizioni pericolose, mostrino tutti senso della misura e realismo nell’affrontare anche questioni più spinose”.

Il Presidente della Repubblica ha anche detto di considerare “importante e positiva la decisione annunciata dal ministro Gelmini di avviare nel primo e secondo ciclo di istruzione la sperimentazione di una nuova disciplina dedicata ai temi ‘cittadinanza e costituzione’. Mi auguro”, ha concluso il capo dello Stato, “che si consolidi una concreta e impegnativa scelta in questo senso”.

Caso Sandri, Spaccarotella chiede perdono alla famiglia

Il fratello della vittima
Il fratello di Gabriele Sandri, Cristiano (a sinistra) abbracciato da un amico

“Ai familiari di Gabriele Sandri chiedo perdono. Ma non trovo le parole. Ho ucciso il loro figlio: dire che mi dispiace, che non volevo, non può essere sufficiente. Vorrei incontrarli, anche se so che non sarebbe facile”. Per la prima volta, all’agenzia Ansa, l’agente di polizia Luigi Spaccarotella, accusato dell’omicidio del tifoso laziale Gabriele Sandri, parla della vicenda.

“Quel maledetto 11 novembre”, racconta, “è morta anche una parte di me. Pochi giorni dopo chiesi al vescovo di Arezzo di far arrivare ai Sandri il mio cordoglio. Lui si mise in contatto con persone vicine alla famiglia di Gabriele ma, non so perché, gli fu risposto che i tempi non erano maturi”. Ripercorre quell’11 novembre 2007: “Correvo, il colpo è partito accidentalmente, poi è stato deviato. Non ho mirato all’auto: come si può pensare che abbia voluto uccidere qualcuno? Voglio pagare per quel che ho fatto, ma pensare che sia stato un omicidio volontario è troppo. Rimettermi la divisa, quando sono tornato al lavoro, non è stato facile”, aggiunge l’agente, non ho più voluto impugnare una pistola, né salire su un’auto della polizia”.

“Il perdono? È tardi. La richiesta arriva con una tempistica processuale ineccepibile, che fa sorgere qualche perplessità. Non suona come vera”. È il commento di Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, alla richiesta di perdono avanzata da Luigi Spaccarotella, l’agente di polizia accusato dell’omicidio. “Incontrarlo? Non lo so, non ne abbiamo mai parlato. Ma sarebbe difficile. In dieci mesi non l’abbiamo mai sentito. Né direttamente né attraverso altre persone abbiamo mai ricevuto suoi messaggi. Un conto sarebbe stato incontrarlo subito, ma che la sua richiesta e le scuse arrivino a processo iniziato appare fuori luogo”.

“È una mossa un po’ tardiva”, aggiunge l’avvocato dalla famiglia Sandri, Michele Monaco. “E poi, dicendo che il colpo è partito accidentalmente, Spaccarotella nega l’evidenza. Ci sono prove, testimoni, che dimostrano il contrario. È un errore continuare a sostenere la tesi della disgrazia quando ci sono quattro testimoni che danno indicazioni per una volontarietà dell’azione. In assenza di un’ammissione di responsabilità”, ha aggiunto il legale, “è difficile pensare di perdonare chi ha ucciso Gabriele”.

“Vorrei che il processo finisse presto, ma forse la fretta può essere cattiva consigliera”. Così commenta la vicenda processuale l’agente di polizia accusato di omicidio volontario per la morte del tifoso laziale. L’udienza preliminare, che doveva iniziare giovedì scorso, è stata annullata dopo che uno degli avvocati di Spaccarotella ha sollevato eccezione, spiegando che non gli era stato notificato l’avviso di chiusura indagini. Quel giorno, l’agente non si è presentato in aula, per “timori per la presenza di ultrà”, spiegò poi il suo avvocato Gianpiero Renzo. “So di scritte minacciose contro di me”, dice l’agente, “di un clima ostile, che comprendo, ma che non posso non temere”. Qualche tempo fa Spaccarotella è tornato da solo nell’area di servizio dove avvenne l’omicidio. “Mi sembrava che intorno ci fosse silenzio”, ricorda, “eppure c’era il rumore delle auto. Guardavo, ma non riuscivo a pensare”.

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Il VIDEO servizio:

Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
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