Ex staffetta partigiana delle Brigate Garibaldi, Didala Ghilarducci, 87 anni, ricorda bene quella mattina del 12 agosto 1944, quando nel piccolo paese toscano di Sant’Anna di Stazzema le SS tedesche passarono per le armi 560 persone, in maggioranza donne e bambini. “Quella notte, dai monti che davano sopra al paese, ho sentito tutto, insieme ai miei compagni: le raffiche degli spari dei nazisti, la nube di fumo quando diedero fuoco al paese. Ci illudemmo che fosse stata solo una bravata, che i tedeschi stessero solo sparando in aria: il parroco di Sant’Anna, del resto, ci aveva detto che se ce ne andavamo non ci sarebbe stata nessuna rappresaglia. Invece, la scena che ho visto nel film di Spike Lee era niente a confronto di quello che ho potuto vedere il giorno dopo la strage, quando sono potuta scendere al paese: gli uomini che cercavano tra i morti un pezzetto di vestito, i bambini infilzati, il sangue rappreso ovunque…. Non ho urlato così neanche quando è morto mio marito”.
Il racconto di questa ex partigiana che ora dirige l’Anpi di Viareggio e che l’8 settembre 1943, quando suo figlio aveva solo sette giorni, scelse la strada della montagna è un altro racconto rispetto a quello che emerge dall’ultimo, controverso, film di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna. Un racconto, quello di questa partigiana rimasta vedova a 20 anni, dove non ci sono traditori tra i partigiani a Sant’Anna (, né imboscate sconsiderate che hanno esposto la popolazione civile alle rappresaglie. “La verità è che i tedeschi a Sant’Anna ce li hanno portati su dei fascisti locali. Io lo so perché c’ero. Che bisogno aveva Lee di fare vedere quella sequenza in cui il tedesco che aveva massacrato la popolazione guardava il partigiano traditore?”, chiede ora con un filo di voce rotta dall’emozione mentre ricorda, come fosse ieri, quel tragico agosto di 65 anni fa.
La Ghilarducci è stata una delle prime a vedere il film. Come Giorgio Bocca, anche lui ex partigiano e militante di Giustizia e Libertà, ha scelto di scrivere al regista statunitense per ricordargli che la storia non può essere riscritta, per di più basandosi su un unico libro, quello di James Bride (ed. Rizzoli), che dà il nome all’omonimo film. “Volete sapere perché su questa strage, per tanti anni, è calato il silenzio, a differenza di quanto accade con le stragi di Marzabotto o con le Fosse Ardeatine? Perché, dopo la guerra, Giorgio Pisanò, il fascista Pisanò, scrisse un libro che fu poi distribuito dall’Assessore alla Cultura Lorenzoni a cinquecento giovani sopravvissuti a Sant’Anna. Un libro pieno di falsità che dava la colpa della strage ai partigiani. E oggi tornano quelle polemiche. Ma le cose io le ho vissute e le conosco bene: non c’era nessun partigiano a Stazzema quando i tedeschi uccisero la popolazione”. E sull’accusa, sempre di Lee, che non tutti gli italiani amassero i partigiani, questa donna che qualche mese dopo la strage perse suo marito per mano dei tedeschi dice: “Non è che non ci amassero, è che la gente aveva paura delle vendette tedesche. Tutti sapevano che chiunque avesse ospitato un partigiano rischiava di veder uccise dieci persone vicine”. C’è poi qualcosa, secondo lei, che non funziona in questo film che torna a ricordarci quanto sia ancora divisa la memoria degli italiani rispetto ai fatti della guerra di liberazione. Non è vero che i partigiani esponessero i civili alle rappresaglie tedesche. Avevano solo scelto di combattere da una parte. “Non avevamo scelta. Andare in montagna era obbligatorio per me, sposata con un’antifascista. Le racconto una cosa: dopo Sant’Anna, mio marito cercò, con un altro comandante di brigata, di avvicinarsi al fronte vicino all’Arno. Rimanere lì era diventato troppo pericoloso. Scelse di spostarsi disarmato per evitare di rimanere ucciso se fosse stato catturato. Fu un errore. Aveva solo 24 anni. Nostro figlio non aveva nemmeno un anno e non ha potuto nemmeno chiamarlo papà. Ebbene: bastava una bomba a mano e sarebbe sopravvissuto”. Ma c’è un’altra cosa che vuole dire questa donna che ha contribuito a liberare l’Italia dalla dittatura e dall’occupazione nazista. “Quelli che combattevano per la Repubblica di Salò non erano patrioti. Combattevano, magari con buona fede, per un ideale sbagliato. Stavano alla parte sbagliata. Andavano nelle case e razziavano tutto, mentre io dormivo sotto i castagni con il bambino. Queste cose qualcuno le deve ricordare. Non si può equiparare tutto”.
Il trailer del film da YouTube:
PER APPROFONDIRE: Bocca a Spike Lee: “Ecco perché io partigiano sparavo” - La controrisposta di Spike Lee: “Caro Bocca io non sono suo nemico” - La lettera aperta di Didala Ghilarducci a Spike Lee.
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Commenti
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Il 4 Ottobre 2008 alle 12:46 giornalistalucca ha scritto:
La storia non si può manipolare o stravolgere. E il giudizio è e deve essere unanime. Un articolo apparso sul Giornale di Castelnuovo (www.ilgiornaledicastelnuovo.it) fa il resoconto storico dell’intera vicenda della strage di Sant’Anna d Stazzema.
Il 27 Febbraio 2010 alle 14:04 L’uomo che verrà di Giorgio Diritti « 70mqdipazzia ha scritto:
[...] a Sant’Anna diretto da Spike Lee che non ha riscosso gli onori sperati da lui, ma subì solo una raffica di critiche. Un regista americano, che romanza una storia vera del nostro paese. Non c’è cosa peggiore, se [...]
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