Motivi “prettamente familiari”: Cofferati non fa il bis a Bologna

Sergio Cofferati
Basta così: niente bis per il Cinese a Bologna.

Con una decisione a sorpresa, Sergio Cofferati non si ricandiderà per la poltrona di sindaco di Bologna, la prossima primavera.
Sorpresa per tutti, ma non per Walter Veltroni. Al leader del suo partito, l’ex segretario della Cgil aveva parlato qualche giorno fa. Spiegando che dietro la decisione di rinunciare alla ricandidatura ci sono motivi personali e di famiglia, legati al fatto che la compagna, Raffaella, con il figlio Edoardo (nato a novembre di un anno fa), continua ad abitare a Genova. “Ho preso e comunicato ai responsabili del mio partito la decisione di non ricandidarmi alle amministrative di Bologna del 2009. Le ragioni sono prettamente private”, ha infatti detto il primo cittadino (61 anni compiuti lo scorso gennaio), durante una conferenza stampa in Comune.

E il leader del Pd? Magnanimo e comprensivo: “Lo ringrazio del lavoro svolto. Di fronte a motivazioni così forti, non ci sono possibili rimproveri”, ha detto Veltroni. Quindi nessun giallo, nessuno screzio politico, nessuna difficoltà dentro Palazzo d’Accursio? Ufficialmente no. Anche se i rapporti tra Cofferati e gli alleati si sono logorati da tempo: con la sinistra radicale si è arrivati spesso allo scontro, ma anche la minoranza del Pd bolognese, bindiani in testa, non va più d’amore e d’accordo con il “sindaco sceriffo”. Che lo scorso aprile aprì il fronte delle polemiche anche nei confronti del coordinatore regionale del Pd, Salvatore Caronna, accusandolo di mancanza di “coraggio” proprio sulla decisione di correre alle amministrative da soli.
Segnali. Che fecero a tutti pensare che l’ex segretario della Cgil volesse intraprendere un percorso diverso, magari a Roma. Magari, con l’appoggio di Massimo D’Alema, a contrastare la leadership di Walter. Perché il Cinese ha un curriculum di tutto rispetto, in fatto di seguito, di numeri, di sostenitori. Prima di accettare di “rientrare” nei ranghi del partito per la strappare Bologna a Guazzaloca nel 2004 (col 60% dei consensi), era riuscito a far sognare tutta la sinistra italiana: amatissimo dalla base e considerato una minaccia da tutto il gruppo dirigente del suo partito (i Ds). Aveva portato, il 23 marzo 2002, al Circo Massimo di Roma,  tre milioni di persone (una delle maggiori manifestazioni italiane del dopoguerra dell’estrema sinistra).
A dire della sorpresa dei democratici, la frase di un esponente: “E pensare che ci sono già i volantini stampati”. Appunto, cosa succederà ora in città e nel Pd è un’incognita.
L’unica certezza è che le primarie (da cui dovrebbero uscire i candidati del 2009 alla carica di sindaco e di presidente della provincia), già in programma, si terranno domenica 14 dicembre 2008. E saranno molto più indecise. Il partito ne ha già fissato le regole.
Anzitutto la raccolta delle firme per la presentazione delle candidature: partirà lunedì 27 ottobre e andrà avanti fino al 17 novembre. Chi decide di avviare la raccolta delle forme dovrà darne comunicazione alla segreteria del comitato, che accerterà i requisiti dell’interessato previsti dallo statuto nazionale. Entro il 19 novembre, esperiti gli accertamenti, il comitato organizzatore provinciale - che ha fissato anche i limiti di spesa per l’intera campagna elettorale di ciascun candidato (15mila euro per il Comune e 20mila euro per la Provincia) indicherà i nomi di coloro i quali saranno ammessi alle primarie.
Per ora l’unico candidato è Andrea Forlani, presidente del quartiere Santo Stefano (quello in cui abita l’ex premier Romano Prodi). Le alternative sono, in teoria, tante. Ma nessuna ha il nome conosciuto come il probabile candidato del centrodestra Giorgio Guazzaloca, ex sindaco battuto proprio da Cofferati nel 2005 e attuale componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

In pole position però c’è l’attuale assessore all’Urbanistica Virginio Merola con alternativa il segretario cittadino Andrea De Maria. Anche la vera sorpresa potrebbe essere il ritorno del “Padre” del Pd, l’ex premier Romano Prodi. Nome che in realtà qualche nostalgico del Professore ha messo in campo qualche mese fa. Il suo rifiuto a ritornare alla politica attiva - dopo l’addio a ogni carica, anche nel Pd - potrebbe ora cambiare, nonostante il recente incarico all’Onu per l’Africa.

Discutine sul FORUM: “Tragedia a Bologna: Cofferati se ne va!”

Commenti

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Il 9 Ottobre 2008 alle 16:32 vincenzo.m. ha scritto:

DA SINDACALISTA AD EUROPARLAMENTARE.

Il dott. Sergio sig. Cofferati lascia la poltrona di sindaco e così pare, nessuna sorpresa: come il dott. Romano sig. Prodi desiderava fare il nonno così il dott. Sergio sig. Cofferati desidererebbe fare il papà.

Sovviene alla mente, alquanto poco deliberatamente, il pensiero che si rivolge ai conti del comune di Bologna, conti che certamente risulteranno enormemente migliorati a far data dalla nomina a sindaco al doloroso attimo afferente la decisione di lasciare la poltrona.

Gli impegni all’europarlamento, datosicchè pare sia quello il porto delle nuove responsabilità alle quali desidera accedere il futuro ex-sindaco, consentono maggior spazio alla dedizione verso la famiglia.

Il 18 Ottobre 2008 alle 14:22 Dopo Cofferati, il dibattito su figli & politica: ma papà ti lascia solo? » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Di Terry Marocco e Antonella Piperno I tradizionalisti del Palazzo l’hanno spolpato vivo. Ma c’è anche chi, nella scelta intimista di Sergio Cofferati, che non correrà per il secondo mandato per seguire suo figlio, ha intravisto l’inizio di una nuova, illuminata, era genitorial-politica. Ha ragione il sindaco di Bologna intenerito “dal primo passo del mio Edoardo?”. Oppure hanno visto giusto quei politici che sono stati più uomini pubblici che stanziali padri di famiglia? Per capire quanto sia possibile costruire un rapporto genitore-figlio anche a distanza Panorama ha fatto parlare i diretti interessati: quelli rimasti da bambini nelle loro città mentre i padri (o le madri) inseguivano il loro sogno politico a Roma. Ilaria Cirino Pomicino, 37 anni, secondogenita di Paolo Cirino Pomicino. Adesso che è una regista e vive a Roma, nella stessa città del padre, lo vede non più di due volte al mese. Molto meno rispetto a quando lei abitava a Napoli e “‘o ministro” passava gran parte della settimana nella capitale. “Paradossalmente è diventato meno padre quando non è più stato il grande animale politico della Prima repubblica”. Quando Cirino Pomicino è diventato deputato Ilaria aveva 5 anni. Le pesava soprattutto la tristezza della madre, che soffriva per la lontananza del marito. Pomicino però faceva di tutto per compensare le sua assenze. “Da bambina gli dicevo sempre: la vita è in bianco e nero dal lunedì al giovedì, a colori dal venerdì alla domenica” ricorda “ci portava al Luna Park, al cinema a vedere Piccole donne (lui piangeva, io neanche una lacrima)”. E poi c’erano i giochi, “anche un po’ feroci”: tutti sotto le coperte immaginando di essere circondati dal fuoco, chi cadeva giù dal letto moriva bruciato, “ed essendo la più piccola ero sempre io quella che finiva per terra”. E quelli più teneri, per combattere la nostalgia: “Immaginavo di raggiungerlo a Roma attraverso il filo del telefono”. A 10 anni Ilaria ha cominciato a seguirlo ai comizi, ai convegni. “E anche, purtroppo, a Parigi per i controlli al cuore, avevo 8 anni quando ha avuto il primo infarto”. Poi è subentrata la ribellione adolescenziale, con la decisione (mai più cambiata), di votare Rifondazione comunista. Bobo Craxi, 44 anni, secondogenito di Bettino Craxi. L’assenza è una malattia, dice Bobo Craxi, figlio dell’ex premier: “Mio padre fu uno dei pochi, allora, a non voler trasferire la famiglia a Roma. Con mia madre e mia sorella restammo a Milano”. Ricorda: “Mi è venuto a prendere a scuola solo quattro volte. La prima fu all’asilo: dall’emozione mi venne la febbre”. Per anni si è sentito come orfano. “I momenti vissuti insieme erano rari e preziosi. Amavo le sue stravaganze, come quando andavamo al supermercato o prendevamo l’autobus. Per stare insieme lo seguivo la domenica ai comizi”. E poi durante la famigerata missione in Cina: “Una scusa per stare con noi”. Craxi fu un padre “affettuoso, invasivo quando c’era. Ma spesso, quando c’era, non c’era. La testa era altrove. La politica per lui era un’attività totalizzante”. I compleanni? “C’era per forza, il mio è il 6 di agosto…”. Il rapporto lo ha recuperato da grande: “Durante l’esilio, ci siamo riavvicinati”. Oggi ha due figli, di 15 e 10 anni e teme la nemesi: “Vado a prenderli a scuola, gioco a pallone. Solo diventando padre ho capito cosa non ho avuto. Mi è mancato anche il suo controllo, su quello che facevo, su chi frequentavo. Da ragazzino lo pretendi e una telefonata non riempie la vita”. Bobo Craxi confessa che è cresciuto solo quando lui non c’è più stato. “Eppure quando vado a prendere mio figlio a calcio e i suoi compagni gridano ‘È arrivato il padre di Craxi’, ancora provo un grande turbamento”. Riccardo Bossi, 29 anni primogenito del leader della Lega Umberto Bossi. Nella vita ci si abitua a tante cose, filosofeggia il maggiore dei figli del Senatùr. “Mio padre fa politica da 25 anni, da quando ero piccolo. Mi sono abituato a crescere senza di lui. Mi è mancato e lo sa”. Lo chiama “mio papà”, lo giustifica e difende, anche se parla di un rapporto a volte difficile. “Sgrida Berlusconi, perché non dovrebbe sgridare me”, dice riferendosi alla querelle sulla sua partecipazione all’Isola dei famosi. Un rapporto complicato oltre che dalla distanza, anche dalla separazione dei genitori. “Mi ricordo di noi due soli, a dormire nello stesso letto. E lui che mi raccontava la storia di un topo di Varese che rubava la marmellata, veniva preso e finiva miseramente”. Etica padana e gite in montagna, a Livigno. “Non era Alberto Tomba, ma ci teneva ad andare a sciare insieme. Ascoltavamo sempre Antonello Venditti, lui lo adorava”. Al figlio ha insegnato che “non conta quello che fai, ma come lo fai”. Quando poteva c’è stato: “Sempre in ritardo, ma arrivava”. Solo una volta è mancato a un appuntamento importante: “Al battesimo di mia figlia Lavinia, la sua unica nipote non è venuto. E questo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non ho capito perché e mi sono promesso di non commettere mai l’errore di far mancare l’affetto a mia figlia”. Federico Brandolo, 27 anni, figlio di Maria Teresa Armosino, membro del direttivo di Forza Italia. Scherza dicendo di essere ormai arrivato al 12° anno d’attività politica, Federico Brandolo, impiegato, figlio unico della parlamentare in politica dal 1996. “Essere figlio di un politico è un lavoro: devi imparare a essere autonomo, a non rompere con cose futili, a gestirti da solo”. Cresciuto dai nonni tra Torino e le colline astigiane: “Mia madre partiva il lunedì mattina, se riusciva tornava il giovedì sera. Mi regalò un cellulare per starmi più vicina, ma io mi vergognavo. Allora ero l’unico ad averlo e lo tenevo sempre spento”. La domenica si trovano insieme in cucina: “È il nostro momento, lei appassionata di cucina fa dolci buonissimi. Io l’aiuto”. Parla della sua famiglia come “di una squadra, che ha funzionato bene, che non gli ha fatto mancare niente”. Anche se momenti di tristezza ci sono stati: “Quando tornava dai suoi viaggi demotivata, delusa. Allora mi sembrava che questa lontananza fosse inutile”. Elio Mastella, 30 anni, primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente. Per decidere se trasferirsi a Roma con il padre o restare a Benevento “abbiamo fatto un meeting tutti insieme”, racconta il figlio maggiore dell’ex-Guardasigilli, ingegnere “e abbiamo deciso di restare qui, dove avevamo fatto le scuole, dove c’erano i nostri amici”. Il padre lo vedeva nei fine settimana, tra comizi e incontri con il suo collegio. “Ma nelle cose importanti era presente, almeno al telefono. Per il resto ha fatto mia madre”. Come il giorno della laurea: “Venne, malgrado stesse facendo lo sciopero della fame”. Comprensivo (”occupai la scuola e mi lasciò fare”), mai autoritario. “Il nostro rapporto è maturato con il tempo, oggi posso dirmi un ragazzo fortunato”. Geronimo La Russa, 28 anni, avvocato, primogenito del ministro della Difesa Ignazio La Russa. “Quando mio padre è stato eletto in Parlamento avevo 12 anni, ma non ho sofferto. I miei erano separati, ero già abituato a non vivere con lui”. Il ministro della Difesa ancora oggi telefona al suo “Gero” tutte le sere: il figlio gli ha dedicato una suoneria personalizzata, l’Ignazio Jouer targato Fiorello. “Quando ho bisogno di lui mio padre c’è sempre, seppure non fisicamente, anche più di altri genitori che vivono con i figli” chiarisce “E quando ci tengo ad averlo accanto a me, basta sapersi organizzare. Non posso avvertirlo all’ultimo minuto”. Il ministro della Difesa c’era all’operazione al setto nasale deviato, alla laurea in Giurisprudenza. Per tenersi vicino il suo Gero, La Russa l’ha portato anche, bambino, perfino al congresso di Fiuggi. Si ritagliano da sempre, anche una vacanza alle Eolie: “Anni fa ci andavamo in macchina: quel viaggio interminabile con lui mi rendeva felice, cantavamo a squarciagola Battisti e Dalla”. Alessandra e Elena Angiolini, 24 e 27 anni figlie dell’ex deputata dei comunisti italiani (e ministro) Katia Bellillo. È stata nominata ministro degli Affari regionali quando Alessandra ed Elena avevano 17 e 14 anni. Disposta a rinunciare all’incarico se le figlie avessero messo il veto (”approvammo, ma rifiutammo anche di trasferirci a Roma con lei”) Bellillo che, separata dal marito non poteva lasciarle sole a Casa del diavolo, vicino a Perugia, assunse una coppia di domestici romeni e più tardi una coppia di peruviani. Madre e figlie, dicono, sono riuscite a sentirsi vicine: “L’abbiamo sempre chiamata decine di volte al giorno, anche in consiglio dei ministri, per chiederle magari dov’era la tal maglietta”. Le ragazze hanno sempre aspettato senza ansie il weekend, quando cenavano tutte insieme nel rustico e si raccontavano la loro settimana. E nei momenti in cui avevano bisogno di lei fisicamente Bellillo c’era. Elena, laureata in Relazioni internazionali non le rimprovera niente. Alessandra, studentessa di Giurisprudenza, invece, fa notare che se la mamma l’avesse accompagnata, forse non avrebbe smesso danza classica. E ora riflette: “Allora mi sentivo un’adulta, ma oggi mi rendo conto che forse avrei avuto bisogno della mamma”. Giuseppe Lunardi, 27 anni, terzogenito di Pietro Lunardi, deputato Pdl. Ingegnere civile come l’ex ministro, Lunardi jr. più che soffrire perché suo padre era a Roma, è rimasto spiazzato dalla sua scelta politica: “Mi sentii lasciato solo professionalmente. Avevo 20 anni, mi ero iscritto a Ingegneria per seguire le sue orme e lui cambiava strada”. Invece pare che il padre sia riuscito a stargli vicino, incoraggiandolo davanti allo scoglio dell’esame di Meccanica razionale (”ci ho messo due anni”) tornando tutti i weekend a Milano e portando il figlio con sé alle varie manifestazioni, alle premiazioni del Gran Premio, al Salone di Genova, “Tra scorte e cerimoniale ci è mancata un po’di intimità. Ma è una condizione che augurerei a tutti. E poi i miei sono rimasti insieme, mentre molti miei amici sono figli di separati”. Alberto Giovanardi, 23 anni terzogenito di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Non ha mai saltato un pranzo di famiglia domenicale a Serramazzoni, nella casa dei nonni. E Carlo Giovanardi, racconta suo figlio Alberto, studente di Giurisprudenza, non ha mai smesso neanche di giocare con lui: “Ancora oggi è quello che si diverte di più a giocare a gavettoni. E l’ultima secchiata d’acqua deve essere sempre la sua”. Alberto aveva 7 anni quando suo padre ha cominciato a fare il pendolare: “All’inizio non capivo bene cosa facesse a Roma. Però facevo il tifo per lui, avevo riempito le pareti della camera da letto dei miei con i volantini elettorali ‘vota Giovanardi’. Telefonate serali a parte, è stato l’ex ministro ad avvicinare il figlio al calcio (gioca in seconda categoria) ad aiutarlo nell’esame di diritto costituzionale, a portarlo al cinema a vedere i film della Disney. Oggi punta a tenerlo lontano dal Palazzo: “Mi dice che ‘la politica è un hobby, prima bisogna trovarsi un lavoro’”. Giovanni Bassanini, 43 anni, primogenito dell’ex ministro Franco Bassanini. Di politica non ha voluto sentir parlare. A 18 anni ha lasciato Roma e si è trasferito a Courmayeur per diventare guida alpina. “I ricordi più belli con lui sono legati proprio alle lunghe passeggiate in montagna, mi ha insegnato ad amarla, mi ci portava ogni estate”. Per il resto, però, regnava la conflittualità (”avevamo entrambi un carattere prepotente”). A differenza di altri colleghi pendolari, Bassanini decise di trasferire, da Milano a Roma, tutta la famiglia (la prima; ora è sposato con la collega Linda Lanzillotta): “Era mia madre, che lavorava in un istituto di ricerche sociali, a fare avanti e indietro in treno. Noi stavamo con una tata, papà lo vedevamo poco, lavorava troppo”. Bassanini rientrava alle otto meno un quarto ma per i figli non era una festa: “Voleva vedere il tg ma a quell’ora c’era ancora Goldrake, e allora nascondevamo il telecomando”. [...]

Il 19 Ottobre 2008 alle 2:20 SuccedeOggi » Blog Archive » Dopo Cofferati, il dibattito su figli & politica: ma papà ti lascia solo? ha scritto:

[...] Di Terry Marocco e Antonella Piperno I tradizionalisti del Palazzo l’hanno spolpato vivo. Ma c’è anche chi, nella scelta intimista di Sergio Cofferati, che non correrà per il secondo mandato per seguire suo figlio, ha intravisto l’inizio di una nuova, illuminata, era genitorial-politica. Ha ragione il sindaco di Bologna intenerito “dal primo passo del mio Edoardo?”. Oppure hanno visto giusto quei politici che sono stati più uomini pubblici che stanziali padri di famiglia? Per capire quanto sia possibile costruire un rapporto genitore-figlio anche a distanza Panorama ha fatto parlare i diretti interessati: quelli rimasti da bambini nelle loro città mentre i padri (o le madri) inseguivano il loro sogno politico a Roma. Ilaria Cirino Pomicino, 37 anni, secondogenita di Paolo Cirino Pomicino. Adesso che è una regista e vive a Roma, nella stessa città del padre, lo vede non più di due volte al mese. Molto meno rispetto a quando lei abitava a Napoli e “‘o ministro” passava gran parte della settimana nella capitale. “Paradossalmente è diventato meno padre quando non è più stato il grande animale politico della Prima repubblica”. Quando Cirino Pomicino è diventato deputato Ilaria aveva 5 anni. Le pesava soprattutto la tristezza della madre, che soffriva per la lontananza del marito. Pomicino però faceva di tutto per compensare le sua assenze. “Da bambina gli dicevo sempre: la vita è in bianco e nero dal lunedì al giovedì, a colori dal venerdì alla domenica” ricorda “ci portava al Luna Park, al cinema a vedere Piccole donne (lui piangeva, io neanche una lacrima)”. E poi c’erano i giochi, “anche un po’ feroci”: tutti sotto le coperte immaginando di essere circondati dal fuoco, chi cadeva giù dal letto moriva bruciato, “ed essendo la più piccola ero sempre io quella che finiva per terra”. E quelli più teneri, per combattere la nostalgia: “Immaginavo di raggiungerlo a Roma attraverso il filo del telefono”. A 10 anni Ilaria ha cominciato a seguirlo ai comizi, ai convegni. “E anche, purtroppo, a Parigi per i controlli al cuore, avevo 8 anni quando ha avuto il primo infarto”. Poi è subentrata la ribellione adolescenziale, con la decisione (mai più cambiata), di votare Rifondazione comunista. Bobo Craxi, 44 anni, secondogenito di Bettino Craxi. L’assenza è una malattia, dice Bobo Craxi, figlio dell’ex premier: “Mio padre fu uno dei pochi, allora, a non voler trasferire la famiglia a Roma. Con mia madre e mia sorella restammo a Milano”. Ricorda: “Mi è venuto a prendere a scuola solo quattro volte. La prima fu all’asilo: dall’emozione mi venne la febbre”. Per anni si è sentito come orfano. “I momenti vissuti insieme erano rari e preziosi. Amavo le sue stravaganze, come quando andavamo al supermercato o prendevamo l’autobus. Per stare insieme lo seguivo la domenica ai comizi”. E poi durante la famigerata missione in Cina: “Una scusa per stare con noi”. Craxi fu un padre “affettuoso, invasivo quando c’era. Ma spesso, quando c’era, non c’era. La testa era altrove. La politica per lui era un’attività totalizzante”. I compleanni? “C’era per forza, il mio è il 6 di agosto…”. Il rapporto lo ha recuperato da grande: “Durante l’esilio, ci siamo riavvicinati”. Oggi ha due figli, di 15 e 10 anni e teme la nemesi: “Vado a prenderli a scuola, gioco a pallone. Solo diventando padre ho capito cosa non ho avuto. Mi è mancato anche il suo controllo, su quello che facevo, su chi frequentavo. Da ragazzino lo pretendi e una telefonata non riempie la vita”. Bobo Craxi confessa che è cresciuto solo quando lui non c’è più stato. “Eppure quando vado a prendere mio figlio a calcio e i suoi compagni gridano ‘È arrivato il padre di Craxi’, ancora provo un grande turbamento”. Riccardo Bossi, 29 anni primogenito del leader della Lega Umberto Bossi. Nella vita ci si abitua a tante cose, filosofeggia il maggiore dei figli del Senatùr. “Mio padre fa politica da 25 anni, da quando ero piccolo. Mi sono abituato a crescere senza di lui. Mi è mancato e lo sa”. Lo chiama “mio papà”, lo giustifica e difende, anche se parla di un rapporto a volte difficile. “Sgrida Berlusconi, perché non dovrebbe sgridare me”, dice riferendosi alla querelle sulla sua partecipazione all’Isola dei famosi. Un rapporto complicato oltre che dalla distanza, anche dalla separazione dei genitori. “Mi ricordo di noi due soli, a dormire nello stesso letto. E lui che mi raccontava la storia di un topo di Varese che rubava la marmellata, veniva preso e finiva miseramente”. Etica padana e gite in montagna, a Livigno. “Non era Alberto Tomba, ma ci teneva ad andare a sciare insieme. Ascoltavamo sempre Antonello Venditti, lui lo adorava”. Al figlio ha insegnato che “non conta quello che fai, ma come lo fai”. Quando poteva c’è stato: “Sempre in ritardo, ma arrivava”. Solo una volta è mancato a un appuntamento importante: “Al battesimo di mia figlia Lavinia, la sua unica nipote non è venuto. E questo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non ho capito perché e mi sono promesso di non commettere mai l’errore di far mancare l’affetto a mia figlia”. Federico Brandolo, 27 anni, figlio di Maria Teresa Armosino, membro del direttivo di Forza Italia. Scherza dicendo di essere ormai arrivato al 12° anno d’attività politica, Federico Brandolo, impiegato, figlio unico della parlamentare in politica dal 1996. “Essere figlio di un politico è un lavoro: devi imparare a essere autonomo, a non rompere con cose futili, a gestirti da solo”. Cresciuto dai nonni tra Torino e le colline astigiane: “Mia madre partiva il lunedì mattina, se riusciva tornava il giovedì sera. Mi regalò un cellulare per starmi più vicina, ma io mi vergognavo. Allora ero l’unico ad averlo e lo tenevo sempre spento”. La domenica si trovano insieme in cucina: “È il nostro momento, lei appassionata di cucina fa dolci buonissimi. Io l’aiuto”. Parla della sua famiglia come “di una squadra, che ha funzionato bene, che non gli ha fatto mancare niente”. Anche se momenti di tristezza ci sono stati: “Quando tornava dai suoi viaggi demotivata, delusa. Allora mi sembrava che questa lontananza fosse inutile”. Elio Mastella, 30 anni, primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente. Per decidere se trasferirsi a Roma con il padre o restare a Benevento “abbiamo fatto un meeting tutti insieme”, racconta il figlio maggiore dell’ex-Guardasigilli, ingegnere “e abbiamo deciso di restare qui, dove avevamo fatto le scuole, dove c’erano i nostri amici”. Il padre lo vedeva nei fine settimana, tra comizi e incontri con il suo collegio. “Ma nelle cose importanti era presente, almeno al telefono. Per il resto ha fatto mia madre”. Come il giorno della laurea: “Venne, malgrado stesse facendo lo sciopero della fame”. Comprensivo (”occupai la scuola e mi lasciò fare”), mai autoritario. “Il nostro rapporto è maturato con il tempo, oggi posso dirmi un ragazzo fortunato”. Geronimo La Russa, 28 anni, avvocato, primogenito del ministro della Difesa Ignazio La Russa. “Quando mio padre è stato eletto in Parlamento avevo 12 anni, ma non ho sofferto. I miei erano separati, ero già abituato a non vivere con lui”. Il ministro della Difesa ancora oggi telefona al suo “Gero” tutte le sere: il figlio gli ha dedicato una suoneria personalizzata, l’Ignazio Jouer targato Fiorello. “Quando ho bisogno di lui mio padre c’è sempre, seppure non fisicamente, anche più di altri genitori che vivono con i figli” chiarisce “E quando ci tengo ad averlo accanto a me, basta sapersi organizzare. Non posso avvertirlo all’ultimo minuto”. Il ministro della Difesa c’era all’operazione al setto nasale deviato, alla laurea in Giurisprudenza. Per tenersi vicino il suo Gero, La Russa l’ha portato anche, bambino, perfino al congresso di Fiuggi. Si ritagliano da sempre, anche una vacanza alle Eolie: “Anni fa ci andavamo in macchina: quel viaggio interminabile con lui mi rendeva felice, cantavamo a squarciagola Battisti e Dalla”. Alessandra e Elena Angiolini, 24 e 27 anni figlie dell’ex deputata dei comunisti italiani (e ministro) Katia Bellillo. È stata nominata ministro degli Affari regionali quando Alessandra ed Elena avevano 17 e 14 anni. Disposta a rinunciare all’incarico se le figlie avessero messo il veto (”approvammo, ma rifiutammo anche di trasferirci a Roma con lei”) Bellillo che, separata dal marito non poteva lasciarle sole a Casa del diavolo, vicino a Perugia, assunse una coppia di domestici romeni e più tardi una coppia di peruviani. Madre e figlie, dicono, sono riuscite a sentirsi vicine: “L’abbiamo sempre chiamata decine di volte al giorno, anche in consiglio dei ministri, per chiederle magari dov’era la tal maglietta”. Le ragazze hanno sempre aspettato senza ansie il weekend, quando cenavano tutte insieme nel rustico e si raccontavano la loro settimana. E nei momenti in cui avevano bisogno di lei fisicamente Bellillo c’era. Elena, laureata in Relazioni internazionali non le rimprovera niente. Alessandra, studentessa di Giurisprudenza, invece, fa notare che se la mamma l’avesse accompagnata, forse non avrebbe smesso danza classica. E ora riflette: “Allora mi sentivo un’adulta, ma oggi mi rendo conto che forse avrei avuto bisogno della mamma”. Giuseppe Lunardi, 27 anni, terzogenito di Pietro Lunardi, deputato Pdl. Ingegnere civile come l’ex ministro, Lunardi jr. più che soffrire perché suo padre era a Roma, è rimasto spiazzato dalla sua scelta politica: “Mi sentii lasciato solo professionalmente. Avevo 20 anni, mi ero iscritto a Ingegneria per seguire le sue orme e lui cambiava strada”. Invece pare che il padre sia riuscito a stargli vicino, incoraggiandolo davanti allo scoglio dell’esame di Meccanica razionale (”ci ho messo due anni”) tornando tutti i weekend a Milano e portando il figlio con sé alle varie manifestazioni, alle premiazioni del Gran Premio, al Salone di Genova, “Tra scorte e cerimoniale ci è mancata un po’di intimità. Ma è una condizione che augurerei a tutti. E poi i miei sono rimasti insieme, mentre molti miei amici sono figli di separati”. Alberto Giovanardi, 23 anni terzogenito di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Non ha mai saltato un pranzo di famiglia domenicale a Serramazzoni, nella casa dei nonni. E Carlo Giovanardi, racconta suo figlio Alberto, studente di Giurisprudenza, non ha mai smesso neanche di giocare con lui: “Ancora oggi è quello che si diverte di più a giocare a gavettoni. E l’ultima secchiata d’acqua deve essere sempre la sua”. Alberto aveva 7 anni quando suo padre ha cominciato a fare il pendolare: “All’inizio non capivo bene cosa facesse a Roma. Però facevo il tifo per lui, avevo riempito le pareti della camera da letto dei miei con i volantini elettorali ‘vota Giovanardi’. Telefonate serali a parte, è stato l’ex ministro ad avvicinare il figlio al calcio (gioca in seconda categoria) ad aiutarlo nell’esame di diritto costituzionale, a portarlo al cinema a vedere i film della Disney. Oggi punta a tenerlo lontano dal Palazzo: “Mi dice che ‘la politica è un hobby, prima bisogna trovarsi un lavoro’”. Giovanni Bassanini, 43 anni, primogenito dell’ex ministro Franco Bassanini. Di politica non ha voluto sentir parlare. A 18 anni ha lasciato Roma e si è trasferito a Courmayeur per diventare guida alpina. “I ricordi più belli con lui sono legati proprio alle lunghe passeggiate in montagna, mi ha insegnato ad amarla, mi ci portava ogni estate”. Per il resto, però, regnava la conflittualità (”avevamo entrambi un carattere prepotente”). A differenza di altri colleghi pendolari, Bassanini decise di trasferire, da Milano a Roma, tutta la famiglia (la prima; ora è sposato con la collega Linda Lanzillotta): “Era mia madre, che lavorava in un istituto di ricerche sociali, a fare avanti e indietro in treno. Noi stavamo con una tata, papà lo vedevamo poco, lavorava troppo”. Bassanini rientrava alle otto meno un quarto ma per i figli non era una festa: “Voleva vedere il tg ma a quell’ora c’era ancora Goldrake, e allora nascondevamo il telecomando”. [...]

Il 8 Febbraio 2009 alle 5:25 pietro berti ha scritto:

UN PASSO AVANTI E DUE INDIETRO: IL GAMBERO
Fabio Giunta, segretario del Circolo PD Galvani in centro a Bologna (quello considerato dei VIP) lamenta di non aver ancora avuto la richiesta di rinnovo della tessera sia da parte del finalmente uscente sindaco Sergio Cofferati (denominato il distruttore) che, per la cronaca, è stato considerato da tutti il sindaco peggiore che Bologna abbia mai avuto dal dopo-guerra; sia da parte di Romano Prodi (Fonte ANSA e Quotidiano Nazionale). Il Giunta non si preoccupa più di tanto, perché è sicuro che lor signori quanto adempiranno al loro dovere. Sembra invece essere più allarmato (e, a ragione) per il fatto che i tesserati in città lo scorso anno corrispondevano a 13 mila e 200 mentre ora sono poco più di 4 mila e 500. Giunta nel suo rapporto con la gente comune, si preoccupa, piuttosto, perché continua a registrare insofferenze ed avverte che il PD è in affanno un po’ a tutti i livelli. Ritengo opportuno aggiungere che Sergio Chiamparino (sindaco di Torino) nominato or ora vice presidente dell’ANCI, si sia dimesso da ministro-ombra del PD. Sembra che il sindaco abbia colto al volo l’occasione per fuggire da un organismo che aveva già più volte criticato e che gli aveva provocato malessere. In merito alle iscrizioni al PD da quando è iniziata la campagna il segretario De Maria recita: “siamo solo all’inizio, gli iscritti aumenteranno”.
Ci auguriamo che finalmente il peggior sindaco d’Italia ed in particolare di Bologna, lasci perdere l’iscrizione e torni al suo paese. In ordine all’altro non ancora tesserato, Prodi, ritengo che ancora il PD possa sopravvivere anche senza la sua tessera.

Il 10 Aprile 2009 alle 17:07 “Cialtrone” o “furbacchione”? Quando la poltrona val più di una promessa » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anzi, ci sono il “Furbacchione” e il “Cialtrone”. Gli epiteti se li sono dati da soli. Chi? Tra gli altri, due pezzi da novanta del Pd: niente meno che l’ex leader Walter Veltroni e Sergio Cofferati, (ancora per poco) sindaco di Bologna. Entrambi avevano annunciato, pubblicamente, di ritirarsi dalla politica. Il primo “per andare in Africa”, il secondo “per fare il papà”. Sarebbe stata scelta controcorrente, la loro: abbandonare la carriera per impegnarsi nella vita privata. Sarebbe, appunto, con il più che mai d’obbligo. E infatti, in pochi ci hanno creduto. La parabola veltroniana è nota a tutti. Quella di Cofferati? Il sindaco di Bologna ieri ha annunciato la sua candidatura come capolista alle elezioni europee come capolista nella circoscrizione Nord Ovest. Per la verità sarebbe stato chiamato da Dario Franceschini, segretario del Pd. “In mia vita non ho mai chiesto candidature. Me le hanno chieste sempre gli altri”, ha sottolineato Cofferati. E fin qui, niente di male. Se non fosse per quella dichiarazione fatta lo scorso 9 ottobre, quando annunciò di non ripresentarsi alle amministrative del 2009, e tirata in ballo da un’associazione bolognese (L’altrainformazione): “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati. Davanti a una folla di cittadini, curioso e giornalisti, il “Cinese” motivò la scelta con le “esigenze familiari”: troppo distante Bologna da Genova (città dove risiedono compagna e figlio) per uno che ha voglia di fare il padre a tempo pieno. “Sindaco ci manderà una cartolina da Bruxelles?” gli chiesero i giornalisti. “Non ve la mando neanche da Roma. Sa andassi a Roma sarei un cialtrone e io non sono un cialtrone”, perché la Capitale è ancora più lontana di Bologna, rispetto a Genova. Figurarsi Bruxelles, allora… L’ex leader Cgil, tuttavia, è in buona compagnia. Il caso più eclatante nel Partito democratico è, appunto, quello di Walter Veltroni, neanche a dirlo. Intervistato da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO), dichiarò il suo abbandono alla politica. “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Veltroni. “Davvero?”, chiese Fazio. “Sì, perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”. Passò soltanto un anno e Veltroni, nel 2007, si candidò alle primarie per la guida del Pd. Spiegando che il partito chiamava, che intorno a lui si era creata una tale aspettativa da non potersi permettere di dire no all’invito di correre per la leadership dei Democratici. Una poltrona ambita, tanto che anche un prodiano di lunga data, Arturo Parisi, si contraddisse pur di averla. “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte”, aveva detto prima Parisi rispondendo a Luca Sofri, che chiedeva l’inserimento di dieci “under 40″ tra i membri del Comitato per il Partito democratico. Poi fece marcia indietro: “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo”. Parisi perse, Veltroni vinse le primarie e sfidò Berlusconi. Poi sappiamo tutti come è andata a finire. Ma nelle promesse mancate non sono inciampati solo i democratici. Anche Savino Pezzotta, ex segretario nazionale della Cisl, alla vigilia del Family day nel 2007 dichiarò di non voler entrare in politica: “Quando sono uscito dalla Cisl mi era stato offerto di fare il capolista al Senato per la Margherita e ho rifiutato. Non sarebbe stato coerente uscire da via Po e infilarmi a Palazzo Madama, tanto più con un seggio sicuro. Ogni percorso deve avere le proprie tappe”, raccontò a Panorama.it. A dire il vero, a Palazzo Madama Pezzotta non è entrato: dall’aprile del 2008 siede su uno scrano alla Camera dei deputati, tra le file dell’Udc. [...]

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