L’eterno scontro a sinistra: e se il Pd andasse al Massimo?

Massimo D'Alema

di Carlo Puca

Massimo D’Alema prossimo segretario del Partito democratico? Se un paio di mesi fa l’ipotesi sembrava fantapolitica, oggi è assai viva. Se ne sono accorti in pochi, per esempio Il Foglio di Giuliano Ferrara, che pure aveva spinto per la leadership di Walter Veltroni. Ma d’improvviso è caduta ogni pregiudiziale politica e ideologica. Anzi, a essere precisi, ne resistono soltanto due. La sua personale, di D’Alema s’intende, e quella del suo storico avversario, Veltroni. La premiata coppia Max e W.
Il vento che spinge Max è partito dal basso. Spiega a Panorama il senatore Riccardo Villari: “Su tutto il territorio nazionale, nelle periferie abbandonate dal Pd centrale, militanti ed elettori riconoscono a D’Alema un’affidabilità sconosciuta ad altri leader. Mentre tutti straparlano, lui fa, senza esagerare, con una umiltà che lo ha reso più simpatico”. A Nord la fondazione Italianieuropei è un punto di riferimento per la migliore imprenditoria settentrionale, “a Sud la sua associazione, Red, viene considerata la scialuppa della nave in rotta”.
Tra l’altro Villari è un cattolico ex Margherita, mica un qualsiasi postcomunista d’apparato sempre caro all’ermo Max piuttosto che al socievole Walter. Aggiunge il senatore: “E che c’è di strano? Noi cattolici da tempo abbiamo cambiato idea su Massimo. Lui e Franco Marini costituiscono la coppia più solida del partito, una garanzia per il futuro”.
Una conferma arriva dalla corrente di Francesco Rutelli con l’opinione di Renzo Lusetti: “D’Alema segretario del Pd non è più un tabù”.
Quanto ai prodiani, capitanati da Arturo Parisi, per la segreteria qualsiasi soluzione è migliore di Veltroni. E Paolo De Castro, altro storico collaboratore di Romano Prodi, è il presidente di Red. Il 28 settembre, non un secolo fa, è stato chiaro: “Veltroni e i suoi dovrebbero riconoscere di aver sbagliato tutto e trarne le dovute conseguenze, come si fa negli Stati Uniti, il secondo paese di Walter”.
C’è poi il resto della truppa di sinistra, da sempre legata a filo doppio con D’Alema più che con Veltroni. Eppure, i socialisti di Riccardo Nencini martedì 21 ottobre hanno di fatto chiuso l’accordo politico-elettorale con il Pd che Veltroni alle politiche aveva rifiutato, e nonostante le pressioni dalemiane: “In effetti il segretario del Pd ha cambiato totalmente idea” commenta Marco Di Lello, coordinatore del Partito socialista. Il punto è esattamente questo.
Nel chiuso delle stanze del Nazareno W. ha affrontato il tema D’Alema una quindicina di giorni fa con i suoi più stretti collaboratori, Giorgio Tonini e Goffredo Bettini compresi. Hanno deciso che la strategia migliore per fronteggiare l’offensiva di Max era privarlo dei suoi argomenti preferiti. Da qui il “recupero” di Claudio Petruccioli alla presidenza della Rai, la rottura con Antonio Di Pietro, l’accordo con i socialisti e quello in divenire con i Verdi, incontrati in gran segreto insieme con Ermete Realacci. Mentre la conferenza programmatica di gennaio si annuncia conciliante con tutte le parti in causa.
Perché è vero, come dice Lusetti, che “D’Alema ora non sta affatto pensando a fare il segretario”, visto che lo stesso Max si è imposto una pregiudiziale negativa (”Ho già fatto il segretario di un grande partito, per me sarebbe come tornare indietro” ripete sempre, riservatamente, ai fedelissimi). Ma è anche vero che di fronte a una chiamata a salvatore della patria, magari dopo una batosta alle elezioni europee, difficilmente direbbe no. Né potrebbe farlo.

Commenti

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Il 29 Ottobre 2008 alle 11:52 nhico ha scritto:

Veltroni al Lingotto di Torino era partito con il piede giusto, spiazzando tutti. Amici, avversari, politologi di ogni tendenza e la gente comune. Un’ aria nuova, seppure per breve tempo, era cominciata a circolare nei sepolcri della politica, e lui, come l’Arcangelo Gabriele, in tutto il suo fulgore, facendo l’ occhiolino a Berlusconi, sembrava dire ai politici d’entrambi gli schieramenti o rinsavite o vi seppelliremo tutti. C’ era, in quel tendersi la mano, una sfida e una scommessa epocali. Sapendo di non poter portare a termine le riforme necessarie per modernizzare il Paese con le coalizioni di maggioranza di vecchia maniera, il duo Veltrusconi cercava una nuova via. La via della resurrezione italica. Poi qualcosa si è rotto dentro Veltroni. Con i tentennamenti arrivano i passi all’indietro e le continue contraddizioni. Fino allo sbracamento totale, che lo fa illudere di combattere Di Pietro col dipietrismo. E, per dimostrare che lui può fare molto di più dell’ex pm sul versante dell’ antiberlusconismo, organizza la grande adunata al Circo Massimo. Lì sul palco, ad imitare Obama, si è preso gli applausi ad ogni cazzata che diceva. Ma ora che le luci della ribalta si sono spente, ora che ogni possibile visione tarquiniana immaginata è tornata ad essere un miraggio, ora che ha smaltito l’ebbrezza procuratagli dall’aver ammucchiato in disparte tutto il gota del Pd, ora che si è accorto che il suo non è stato altro che un sogno di celluloide, ora che la festa è finita e la malinconia del giorno dopo lo ha già incapsulato, ora gli restano solo gli occhi per piangere. E un doppio scotto da pagare: uno per avere offeso la maggioranza degli italiani che ha votato e che continua a sostenere questo esecutivo e l’altro per aver mortificato i suoi pari. Stabilire chi lo castigherà per primo è difficile dirlo. Arriverà prima la dalemiana vendetta o il responso delle urne nelle prossime elezioni? Due belle spade di Damocle sulla testa del povero Walter.

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