Siena: l’università laureata in sprechi

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Scorre tranquilla la vita alla Certosa di Pontignano, il centro congressi dell’Università di Siena.
Il prossimo convegno è previsto tra qualche giorno, quando un gruppo di luminari discetterà di miologia, lo studio dei muscoli. Intanto i 41 dipendenti dell’ateneo in servizio nell’ex monastero ingannano il tempo come possono: dalla cucina si sente un continuo vocio, un signore con cappello da chef fissa lo schermo del computer, un giardiniere toglie qualche foglia secca da una giara di cotto. All’entrata, in un angolo del chiostro, una signora in ciabatte ammette: “Quando non ci sono convegni qui in effetti c’è pochino da fare”. E quand’è il prossimo? “Non mi ricordo, esattamente. Chieda in segreteria”.
A farla breve: l’Università di Siena, che ha il più mastodontico deficit mai accumulato da un ateneo italiano, paga 41 persone per ospitare alcuni conferenzieri qualche volta al mese. Ci sono sei portinai, altrettanti giardinieri, 11 camerieri, sette tra cuochi e lavapiatti. Sono tanti? No, sono un’enormità: il maggiore albergo della città ha cinque persone che servono ai tavoli, sei che lavorano in cucina, un centinaio di ospiti al giorno e i conti in attivo. E la Certosa?
Da banchetti, pernottamenti e congressi ricava circa 400 mila euro l’anno. Ma ne spende almeno il triplo solo per pagare gli stipendi. Fra uscite, disavanzi, mutui e sperperi a Siena si sono persi.

L’ammontare del rosso è ancora incerto, però gli ultimi calcoli parlano di quasi 250 milioni di euro: 98 vanno restituiti all’Inpdap, 20 all’Agenzia delle entrate, 90 alle banche, 40 non si sa bene a chi. Debiti accumulati in anni di gestione che definire poco oculata è eufemistico. Basta vedere Pontignano: sebbene il personale sia numeroso, nel 2005 veniva approvato un “protocollo per il trattamento accessorio” dei dipendenti. Visti i “rischi e disagi” cui potevano incorrere, erano stanziati 50 mila euro all’anno di incentivi da dividere tra i 41 eroici. Nello stesso accordo si parla di un “progetto triennale per l’incentivazione e il miglioramento dei servizi”. Una consulenza interna di 60 mila euro, grazie alla quale alcuni eletti hanno studiato la maniera più opportuna per evitare che i colleghi rigirino i pollici per giorni. A Siena sprechi ed elefantiasi hanno colpito ovunque. Il rettore, Silvano Focardi, ha ben otto segretarie personali. A confronto le tre su cui può contare il direttore amministrativo, Loriano Bigi, un laureato in filosofia teoretica a cui sono affidati i conti dell’ateneo, sembrano poca cosa. E i bibliotecari? Sono 135, sparsi nelle varie facoltà: se ne contano 24 a scienze politiche, 21 a lettere e filosofia e 20 a economia, solo per fare qualche esempio. Ed è prevista l’assunzione di altri 20 precari. Per non parlare della duplicazione di uffici simili. Per esempio quelli che si occupano di comunicazione: sette dipendenti all’online, quattro all’ufficio stampa, otto alle relazioni esterne, tutti con compiti che loro stessi faticano a distinguere. O quello per l’accoglienza dei disabili: serve a informare i portatori di handicap che ci sono dei volontari al loro servizio.

Attività nobile, ma che non rischia certo di usurare i cinque lavoratori preposti al compito. Conclusione: a Siena il numero degli amministrativi supera ormai quello dei professori, sono 1.350 contro i 1.060 docenti di ruolo. E continua ad aumentare: un bando appena pubblicato prevede la stabilizzazione di altri 40 precari. Questa situazione non ha impedito al precedente rettore, Piero Tosi, di assegnare una sfilza di consulenze interne, chiamate progetti. “Mansioni retribuite fino a 20 mila euro l’anno” dice Giovanni Grasso, professore di anatomia umana e curatore del Senso della misura, un sito che denuncia la malagestione della sua università. “Soldi elargiti per svolgere compiti banali, che rientrerebbero tra le normali attività. A maggior ragione in un ateneo in cui ci sono tanti uffici poco produttivi”. Tra il 2005 e il 2007 sono state assegnate 25 consulenze interne, di cui hanno beneficiato parecchi dipendenti. Scorrendo la lista se ne trovano di stravaganti: progetti per fare circolare meglio le informazioni, per la sicurezza nei cantieri archeologici, per coordinare i laboratori didattici di Follonica, per “armonizzare” i servizi bibliotecari. E mentre ci si scervellava a escogitare le soluzioni più efficaci, il deficit cresceva. “Qui lo sperpero è diventato filosofia” accusa Grasso, che già 2 anni fa scriveva sul suo blog della voragine contabile. “A Siena c’è stato un uso disinvolto delle istituzioni che ormai ci ha portato alla conclamata bancarotta.

E docenti, organi d’informazione e politica locale hanno sempre mostrato la più completa indifferenza. Intanto gli organici si sono gonfiati a dismisura e nessuno ha badato a spese”. Come per la nuova sede di scienze politiche e giurisprudenza. Una struttura imponente: arredi ricercati, legno a profusione, corridoi enormi e un bar grande come un campo da pallacanestro. All’ingresso del palazzone c’è una lapide in latino, di memoria papale, dedicata all’ex rettore: a “Petrus Tosi Saen univ. Rector”, capace di far edificare lo “splendidissimum ” nuovo edificio. Un gigantismo che stride ancora di più se rapportato al continuo calo degli studenti: negli ultimi 5 anni sono passati da 19.172 a 16.552. Periodo in cui però l’università non ha smesso di moltiplicare le sue sedi, aprendone tre: Follonica (22 mila abitanti), Colle Val d’Elsa (21 mila persone) e San Giovanni Valdarno (17 mila anime). Quanto si spende per i nuovi poli distaccati è un enigma impenetrabile. Gli unici dati riguardano la sede di Arezzo, la più vecchia e popolata. Costa 15 milioni di euro l’anno ma porta introiti modesti: 3,5 milioni arrivano dalle tasse studentesche e 800 mila euro da una società consortile di cui fa parte anche l’ateneo. La differenza è un passivo di 10,7 milioni. Che si fa allora, domandano i senesi, visto che buona parte dell’economia cittadina ruota attorno all’università? Il rettore Focardi, appena rieletto capitano della contrada Chiocciola, assicura che si sta predisponendo un piano di rientro adeguato: “Abbiamo un patrimonio immobiliare che vale 1,5 miliardi di euro. Lo utilizzeremo per ridurre il debito”. Non è però ancora chiaro se i palazzi saranno venduti o dati in leasing. Ma anche se queste operazioni andassero a buon fine, resterebbe il problema della gestione ordinaria: le uscite superano sistematicamente le entrate. I consulenti sono ancora al lavoro per individuare soluzioni e stabilire l’esatto deficit.
Martedì 28 sera Angelo Dringoli, che a Siena insegna economia e gestione delle imprese, stufo di aspettare si è dimesso dal consiglio d’amministrazione. In una lettera al rettore scrive: “L’assenza di un bilancio consuntivo di competenza per i primi 10 mesi non permette una gestione corretta e consapevole, ed espone il cda al rischio di gravi errori e irregolarità gestionali. Fino a oggi nessun piano organico di interventi è stato presentato, nonostante le ripetute richieste”. I conti restano quindi un mistero. L’unica cosa certa è che da qualche parte bisognerà pure cominciare a sfoltire. E qui le voci si contano “ad abundantiam”.

A partire dagli affitti di alcuni immobili del centro. Per dirne una: l’università paga 176 mila euro l’anno per il primo piano di Palazzo Chigi Zondadari, un bell’edificio con vista su piazza del Campo, che permette a 50 invitati dell’ateneo di ammirare il Palio da favorevolissima posizione. Altri 30 mila euro costa l’appartamento in cui trova ospitalità un centro di studi antropologici. Solo 15 mila invece ne bastano per un alloggio in cui vive e prospera il centro culturale Siena-Toronto. Storia a parte è quella dei magazzini presi in affitto a Monteroni d’Arbia, a 17 chilometri da Siena. Nel 2004, in preda al consueto titanismo, l’università aveva deciso di aprire un locale all’interno del rettorato. Un baretto in cui si consumano in fretta panini e si scambiano gli appunti? L’idea era più
ambiziosa: un posto in cui le menti dell’ateneo si sarebbero ritrovate a sorseggiare bevande come da Starbucks, con musica e arredamento adatti. Anche il nome scelto sembrava adeguato: “Il caffè dell’artista”. Per un progetto del genere serviva spazio. E lo spazio fu fatto: un archivio venne trasferito da alcune stanze del rettorato ai magazzini di Monteroni, che andarono via all’amichevole prezzo di 35 mila euro. Ma Il caffè dell’artista finì nel dimenticatoio con la caduta di Tosi, sospeso a febbraio 2006 dopo un’ordinanza del gip di Siena, Francesco Bagnai, che gli contestava falso ideologico e abuso d’ufficio in un’inchiesta su presunti favoritismi.
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Le stanze liberate durante il suo mandato ora sono vuote. E quell’archivio resta nella campagna senese: all’occorrenza, quando serve un faldone, bisogna mandare una macchina.
Le idee innovative del resto qui non sono mai mancate. Il modello è sempre stato quello dei campus americani. È nata perfino una linea di abbigliamento e oggettistica. Nel negozio al piano terra del rettorato si vendono magliette, zaini, agendine, cappelli alla pescatora, teiere e tazze per il latte.
Tutto abbellito dal centenario marchio dell’ateneo. Attività della quale non sono mai stati comunicati ricavi e perdite. Quanto costa invece avere la prima radio universitaria d’Italia si sa: tra il noleggio delle apparecchiature e quello delle frequenze, vengono sborsati 90 mila euro l’anno, ora scesi a 60 mila. Direte: è pur sempre uno strumento didattico, dispendioso ma valido. Non è proprio così: la radio non è usata nemmeno dagli allievi di giornalismo per fare pratica. Serve a metter musica e a dare informazioni agli studenti. Cose utili, magari, forse non a un ateneo in bancarotta. Siena però non si è fatta mai mancare niente. Nemmeno un’etichetta musicale, la Emu. Sul sito si legge: “Segue tutte le fasi della realizzazione discografica, dalle edizioni alla produzione del cd, fino alla messa in commercio”. Punta di diamante dell’Emu sono i Dedalo. Il loro primo singolo è uscito nel 2003. Si intitola Indefinibile: proprio come il buco dell’università che ha prodotto il brano.

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Commenti

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Il 31 Ottobre 2008 alle 15:08 fercas ha scritto:

Basrterebbe solo questo a giustificare la legge Gelmini anzi basta e avanza! Ora capisco la protesta dei baroni e dei molti precari restii a subire tagli alle loro prebende e buste paga ma, in Italia, ci sono più bidelli che carabinieri ed è ora di darci un taglio, taglio mirato agli sprechi ben s’intende ed alle baronie di ogni colore politico (sarà mai possibile?). Gli studenti dovrebbero riflettere su queste situazioni dell’università e smetterla di farsi strumentalizzare dalla sinistra che, ovviamente, ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo, visto che i baroni, i precari ed i bidelli votano per loro! Cordialità.

Il 31 Ottobre 2008 alle 15:09 nhico ha scritto:

E’ arrivata l’ora di chiudere il rubinetto e farla fallire e poi chiamarla bancarotta fraudolenta. Ovviamente, senza trascurare tutte le altre sedi universitarie che si trovano nella stessa disastrosa situazione.

Il 31 Ottobre 2008 alle 16:05 massapeppe ha scritto:

Veltroni, Focardi non sono nemmeno capaci di fare gli amministratori di un condominio ma purtroppo non sono da soli ,ce ne sono troppi: sono tutte braccia rubate all’agricoltura. Fra verdi, cattocomunisti, santorini, travaglini, seguaci di grillo, girotondini potremmo evitare che a cogliere i pomodori vengano sfruttati dei poveri extracomunitari: loro andrebbero benissimo

Il 31 Ottobre 2008 alle 16:18 lucas58 ha scritto:

Purtroppo anche se non sono di Siena città ma della Provincia ed abitandoci ormai da quasi 10 anni ( mi sento un senese adottivo) mi vergogno un po della situazione dell’Università senese …. che dire a queste cose ogni commento mi sembra superfluo e pensare che l’università di siena riesce ad avere fondi anche da altre realtà cittadine
saluti

Il 31 Ottobre 2008 alle 17:17 Corrado Buccieri ha scritto:

Che schifo…..ma Veltroni e quei sbracandati della
piazza lo sanno?
E’ giunta l’ora di farla finita con questi imbroglioni
di idee..vada avanti Gelmini,la protesta metterà in
evidenza tutte le magagne accumulate.

Il 31 Ottobre 2008 alle 17:19 Il senso della misura » Ateneo senese: un dissesto che viene da lontano nell’indifferenza dei docenti ha scritto:

[...] da Giovanni Grasso in Commissariarla per salvarla il 31 Ottobre 2008 alle ore 17:19 | Permalink || [...]

Il 31 Ottobre 2008 alle 17:53 leonardo.d ha scritto:

… e come quella di Siena, quante altre ce ne saranno ?…
… Sono questi gli sprechi che vanno a danno di un’università seria.
… E agli studenti che scendono in piazza a protestare … interessa salvare questo stato di cose ?…

Il 31 Ottobre 2008 alle 18:18 Corrado Buccieri ha scritto:

Caro Leonardo,
il problema è che gli studenti non hanno capito nulla
di quel che sta succedendo.
Basta vedere quelle gnocchine,preparate per andare in
televisione da Santoro….che se ne fregano della
scuola vera…..meglio una comparsa in TV.

Il 31 Ottobre 2008 alle 20:23 viola84 ha scritto:

Gentilissimo Antoni Rossitto,
le rispondo in merito ha ciò che ha scritto su Facoltà di Frequenza, la radio dell’ateneo senese. Fdf non è assolutamente un mezzo utilizzato solamente per dare informazioni agli studenti, ha un palinsesto ricco di programmi, dove i ragazzi si impegnano e possono dare sfogo alla loro creatività ed è seguita anche da parte dei cittadini senesi. Inoltre, non esiste nel nostro ateneo un corso in “giornalismo”, tanto per riferirmi a ciò che ha scritto. Magari si riferiva a quello di Scienze della comunicazione (sotto la facoltà di lettere, la più valida in Italia), ma comunque non avrebbe importanza, perchè la radio è frequentata dagli studenti di tutti i corsi di laurea dell’università, proprio per dimostrare la democrazia del medium.
La inviterei ad ascoltarla, prima di scrivere fatti che non corrispondono alla realtà, proprio perchè ascoltando Fdf capirebbe che ci sono notiziari, giornali radio, programmi contenitore, di intrattenimento, di sport, di musica e tanto altro ancora. E tutto ciò avviene con la voglia e il volontariato che gli studenti mettono a disposizione di una passione o anche solo di un modo divertente per passare il tempo.
questo solo per dirle che Fdf non è affatto una spesa inutile, anzi è l’unico luogo vero e proprio che l’Università di Siena mette a disposizioone degli studenti, in una città dove non c’è nulla da fare.
Forse, almeno per me, è la spesa più sensata di tutte.

Il 31 Ottobre 2008 alle 20:55 kammanunfa ha scritto:

E io aggiungo che Facoltà di Frequenza è una buonissima palestra x chi, come me e Viola84, sta frequentando la specialistica in Radiofonia e Linguaggi dello Spettacolo e del Multimediale. Chi studia fisica e chimica ha i laboratori (avrà ancora?!?)…noi abbiamo (avremo ancora?!?) la radio!

Il 1 Novembre 2008 alle 11:30 eneda ha scritto:

Gentilissimo Antoni Rossitto.
Prima di tutto, le faccio i complimenti per l’articolo (dove secondo me non regge da nessuna parte).
Mi referisco alla Facoltà di Frequenza… Sa lo dovrebbe ascoltare e, perchè no, venire di persona a vedere come i studenti mettono in questa Radio (fantastic, divertente,bellissima) la volonta a disposizione dellla propria passione. Sono una di loro, e sinceramente lei sta esagerando troppo. Non dovrebbe mettere in dubbio la passione che i ragazzi di hanno a partecipare come volotari nella Radio o come ascoltatori di ella. Io frequento (come Viola e Emanuele)la specialistica in Radiofonia e Linguaggi dello Spettacolo e del Multimediale.
Ci serve Facoltà di Frequenza, è utilissima, facciamo pratica ed è piena di studenti che hanno voglia di fare, hanno voglia di trasmettere la loro passione.
Sinceramente : Lei è arrivato a realizzare ciò che voleva, ad essere un giornalista (mi congratulo), ma non è giusto infranggere i nostri di sogni.
Siena ha, delle buone facoltà. Non le deve sottovalutare, assolutamente. Io sono una ragazza straniera e mi trovo benissimo.

Il 1 Novembre 2008 alle 11:31 ilcorvo ha scritto:

Primo articolo della repubblica italiana
L’italia è un paese fondata sugli sprechi, favoritismo e ladrocinio.
Di sicuro nel mondo non abbiamo rivali

Il 1 Novembre 2008 alle 19:11 beato paolo ha scritto:

La protesta dei rettori, senati accademici e baroni universitari al fianco degli ignari e ingenui studenti mi ricorda tanto quando i feudatari siciliani per difendere i loro privilegi sobillavano il popolo palermitano alla rivolta contro il vicerè Caracciolo!

Il 1 Novembre 2008 alle 19:13 stefano872 ha scritto:

Per fercas:
prima di parlare assicurati di aver collegato la bocca al cervello! Io sono uno di quei tanti precari che tu e molta altra gente disprezzate. Hai mai provato ad andare in banca a chiedere un mutuo quando sei pèrecario? Hai mai visto come ti guardano i sig.ri bancari e banchieri? Come un pezzente. Ma magari tu sei un figlio di papà, magari proprio direttore di banca, e magari uno dei tanti fighetti di Forza Italia. Io sono d’accordissimo con la Gelmini che si devono tagliare gli sprechi, ma quelli veri: le otto segretarie del rettore, le auto blu con autista che vanno a prendere il pro-rettore per portarlo al rettorato (dalla facoltà sono 800 metri), tutti i privilegi dei professori a cui viene rimborsato tutto (anche il costo dei gabinetti pubblici). Hanno la carta di credito che paga l’università, ecc. Vogliamo abolire tutta una serie di dipartimenti creati apposta per mettere professori e studenti nelle loro grazie, i corsi e gli insegnamenti con due o zero studenti alle cui lezioni assitono (tanto per far vedere che si fa lezione e prendere il gettone di presenza) ex prof e mogli del prof.; tutti i privilegi dei sindacalisti e dei loro amici e parenti (com’è che loro fanno una carriera ultra rapida e sono nei posti più alti?). Ma siccome in Italia quelli che ci smenano sono sempre i più deboli, sicuramente manderanno a casa noi precari che facciamo anche il lavoro di altre persone, e che ha i privilegi rimarrà tranquillamente al suo posto. Ricordati che molti di quelli che fanno ricerca, con la R maiuscola, non la finta ricerca, sono precari.

Il 2 Novembre 2008 alle 1:45 m o n c i o . n e t » Archives » Fondi universitari ha scritto:

[...] AGGIORNAMENTO: segnalato da Francesco, aggiungo il link relativo ad un articolo di Panorama che parla degli sprechi dell’Università di Siena. [...]

Il 2 Novembre 2008 alle 2:03 bartlindon ha scritto:

@beato paolo
…ma il Caracciolo dopo 4 anni se n’e’ andato mettendo a fuoco l’archivio dei documenti e lasciando i nobili saldi ai loro posti. Una riforma mancata e fallita.
@tutti
Come allora anche le riforme in atto rischiano di andare a pesare sull’anello debole, il personale della ricerca a tempo determinato, che non si vedra’ rinnovare i contratti e soprattutto non ha alcuna prospettiva per il lavoro, quello che svolgono tutti i giorni, da anni. Il personale a tempo indeterminato, in particolare professori associati e ordinari, resteranno saldi ai loro posti, tanto a sotituire i precari di oggi si trova sempre un dottorando, borsista di primo pelo a cui promettere qualcosa. La 133, che taglia i fondi all’Universita’ e enti di ricerca non prevede nessuna soluzione a tutto cio’ e non e’ certamente una soluzione.

Il 2 Novembre 2008 alle 19:47 pantapulp ha scritto:

Comunicato dell’Assemblea riunitasi nel Cortile del Rettorato, venerdì 31 ottobre

A seguito degli attacchi diffamatori apparsi sulla stampa nazionale di ieri e oggi (in particolare, il Tg5 di ieri sera e il numero di Panorama in edicola oggi 31 ottobre 2008), nel cortile del Rettorato si è riunita un’assemblea spontanea di lavoratrici e lavoratori, docenti, assegnisti di ricerca, dottorandi e studenti, che ha manifestato le difficoltà e i disagi che sta vivendo oggi l’intera comunità universitaria.
L’assemblea esprime una forte preoccupazione e profonda indignazione per i contenuti presenti nelle produzioni editoriali sopracitate, che disegnano un’immagine dell’Università degli Studi di Siena distorta e strumentale, spiegando la crisi economico-finanziaria dell’Ateneo di Siena con un approccio qualunquista e approssimativo.
In particolare, infatti, gli articoli fanno un processo sommario all’Ateneo citando come “responsabili del collasso economico” gli sprechi e la formazione di alcuni specifici uffici, progetti di ricerca, sedi distaccate dell’Ateneo, strutture di servizi e di accoglienza agli studenti, senza far emergere una seria e responsabile inchiesta e, conseguentemente, senza rendere conto delle reali e oggettive attività lavorative e di servizio svolte. Vengono riportati dati imprecisi e informazioni grossolane, al solo scopo di diffamare in modo fazioso il lavoro e le qualità espresse da tanti e tante lavoratrici e lavoratori che vivono di università, danneggiando l’autorevolezza e l’immagine dell’Ateneo e dell’intera comunità che lo vive, come della stessa città di Siena.
L’assemblea ritiene che sia di fondamentale importanza avere la possibilità di replicare a questa cattiva informazione, avvalendosi del diritto di replica sui giornali in oggetto e sugli organi di stampa in generale. Inoltre è pronta a valutare l’opportunità di intraprendere un’azione legale per diffamazione nei confronti delle testate giornalistiche per i contenuti espressi e verso il professor Giovanni Grasso, in merito alle sue dichiarazioni sulla rivista Panorama e all’uso improprio dell’informazione presente nel suo blog  ilsensodellamisura.com).
Auspichiamo che anche l’Amministrazione dell’Università degli Studi di Siena valuti seriamente la possibilità di intraprendere questo percorso a tutela dell’intera comunità universitaria e della città.

Assemblea della comunità dell’Università degli Studi di Siena

Il 3 Novembre 2008 alle 15:32 straydog66 ha scritto:

in risposta all’articolo apparso su panorama e anche altri giornali,vorrei dire due parole in particolare sulla Certosa di Pontignano……Prima di tutto bisogna specificare alcune cose,il fatturato medio degli ultimi anni non è 400.000 euro ma più di un 1.000.000;il numero dei dipendenti della sala e cucina deve coprire due turni 7 giorni su sette,voglio specificare anche l’orario il quale per la sala va dalle 7.15/14.30 circa per le colazioni(generalmente una persona)8.30/15.42 primo turno-15.30/22.42 secondo turno.Cucina 8.00/15.12-14.30/21.42.La qualità del servizio e dei pasti è generalmente riconosciuta ottima,tenendo anche conto del fatto che vi arrivano persone da tutto il mondo con esigenze alimentari e di comportamento spesso diverse da ciò che un’italiano ritiene scontato o normale.I giardinieri si occupano non solo del “giardino”della Certosa ma anche di tutte le altre aree verdi dell’Università,i portieri(portinai)devono coprire l’arco delle 24 ore in tre turni di otto ore ciascuno.Un’enormità….Venga il signor Rossitto in un giorno di ordinario lavoro…non seguendo un’imbeccata a Certosa vuota….

Il 3 Novembre 2008 alle 18:11 beato paolo ha scritto:

L’autoassoluzione dei Senesi è straordinaria e sorprendente ma forse abbastanza in linea con il modo di pensare autoreferenziale di quel territorio dove ci si autoconvince di essere onesti, virtuosi e bravi anche se i fatti dimostrano che campano di assistenzialismo, corruzione e malaffare come nelle altre regioni d’Italia.
La tesi che questa università ha 800 anni e che primeggia nelle classifiche della ricerca è l’alibi più scontato quanto patetico possibile. A questo punto tutti gli altri atenei, che sono si in difficoltà economica ma non al dissesto, avrebbero potuto godere l’ebbrezza di qualche anno in vetta alle classifiche non pagando l’Impidap o contraendo scoperture milionarie. Mi sembra però un prezzo eccessivo un dissesto di 250 milioni per un primato in qualche graduatoria da pavoneggiare con aria snob tipica senese!!! Come ridicola e irritante, per tutto il resto d’Italia, è l’indignazione per gli attacchi della stampa. Come se il malaffare che ha creato tale dissesto fosse un’invenzione dei giornali e la giusta informazione davanti all’opinione pubblica un complotto politico!!! La verità è che cotanta boria adesso è stata molto giustamente mortificata!!! Era comodo prima additare con disprezzo il meridione giudicandolo con superbia o paternalismo e una sempre facile indignazione. Poi a casa loro, i bravi senesi con ipocrisia nascondevano tutto sotto il tappeto. Adesso non è più possibile!!!
Insomma, avete voluto vivere come il Conte Mascetti per 3 anni e mezzo in viaggio di nozze??? Adesso cenate con la frittatina di 2 uova e il rinforzino di 9 olive!!!

Il 3 Novembre 2008 alle 22:04 mauro aurigi ha scritto:

Leggo sulla stampa cittadina che il 31 ottobre una quarantina di dipendenti dell’Università di Siena, in un’assemblea spontanea convocata dalla CGIL (assemblea spontanea?!), hanno ipotizzato di adire le vie legali contro Panorama, il TG5 e il blog “Il senso della misura” del prof. Giovanni Grasso, rei di un “processo sommario all’Ateneo … senza far emergere una seria e responsabile inchiesta…” che offende Siena in generale e i lavoratori universitari in particolare. Già questo ha dell’incredibile: come se la “seria e responsabile inchiesta” non fosse prima di altri, e assai prima della stampa, compito proprio della CGIL interna all’Università e di quei suoi convocati, che invece si sono guardati bene, in questa occasione o prima, di farla. Anzi, ed è il colmo, è ancora fresco l’inchiostro su questa dichiarazione dei sindacalisti: «tutto il dibattito sul grave buco finanziario dovuto alle precedenti gestioni è assolutamente privo di ogni fondamento».
Ma questo è niente rispetto ad un altro aspetto. E’ chiaro a chiunque che i travisamenti, le esagerazioni, le strumentalizzazioni, i giudizi affrettati o addirittura offensivi attribuiti a quei media, anche se reali, sono cosa assolutamente insignificante, anzi un banalissimo e logico effetto di una causa, che invece è la questione centrale: il più grosso buco di tutti i tempi e di tutte le università italiane. La cifra è ancora incerta (nel senso che è destinata a salire), ma si parla di 250 milioni di debiti per un “parco” di 16.000 studenti. Più di 15 milioni, ossia più di 30 miliardi delle vecchie lire, per ogni studente. Bene, di fronte ad una simile enormità che può mettere in discussione addirittura i loro stipendi e che dovevano conoscere bene e che da tempo avrebbero dovuto denunciare, CGIL e convocati sono rimasti ancora una volta silenti (e ci mancherebbe altro che i sindacalisti vengano a dirci ora che non ne sapevano niente, perché significherebbe che loro all’Università, nel frattempo, erano in tutt’altre faccende affaccendati). Insomma si sono riuniti solo per scagliarsi contro la pagliuzza che gli è sembrato di vedere negli occhi dei giornalisti senza accorgersi del trave nei propri.
Non solo: nella sostanza vorrebbero che intanto la magistratura condannasse non chi il buco l’ha fatto, ma chi del buco ha parlato. Difficile trovare altrove altrettanta ottusità.
C’è una perversa logica da processo staliniano in tutto ciò: sarebbero le illazioni dei giornalisti a infangare i lavoratori e la città (su questo, stando alla stampa, concorda pure il rettore Focardi), non la voragine nei conti dell’Università e il colpevole silenzio di chi, come i dipendenti e i sindacalisti, nell’Ateneo non erano certo semplici spettatori, ma attori a titolo pieno. E’ questa la vergogna, esimio rettore Focardi, altro che la stampa o la televisione o, figuriamoci, il blog dell’integerrimo Giovanni Grasso.
Mauro Aurigi

Il 5 Novembre 2008 alle 20:03 mauro aurigi ha scritto:

Caro Beato Paolo, ti immagino, dallo pseudonimo, siciliano e comunque, di certo non senese. Resta il fatto che di questa Città, della sua cultura e della sua gente capisci poco. Non te ne faccio una colpa personale, perché quella di criticare gli altri a sproposito e senza cognizione di causa è un incallito vizio nazionale.
Tutti i difetti di questa terra che vuoi, anche la “corruzione e malaffare”, ma da che pulpito se sei siciliano (ma anche se non lo sei)!
I Senesi non hanno bisogno di autoassolversi. Questa è l’unica città d’Italia che di quello che ha non deve ringraziare nessuno: né un principe, un re, un papa, un imperatore o un capitano d’industria. Tutto quello che i Senesi hanno se lo sono fatti da soli nel corso dei secoli e l’hanno fatto bene (ma quale assistenzialismo!). Non solo la Banca, lo Spedale o l’Università, il turismo e l’agricoltura, che sono le 5 cose di cui soprattutto campiamo (e neanche male fino a tre o quattro decenni fa), ma anche tutte le ferrovie e perfino l’acquedotto dell’Amiata per tacere del resto.
Avevamo, ed abbiamo, un enorme difetto: il provincialismo di cui andavamo perfino fieri. Se non fossimo stati provinciali avremmo capito per tempo in quali guai ci stavamo cacciando. Mi riferisco all’immigrazione, e non parlo dell’immigrazione dei disperati, che sarebbe stato impossibile prima che ingiusto arginare e che comunque non ha fatto danni, ma di quella dei privilegiati (sono centinaia, ma te ne cito solo due: Luigi Berlinguer e Giuseppe Mussari) che oggi compongono una parte consistente della Casta senese. Noi eravamo davvero “virtuosi, onesti e bravi”, ma hai ragione tu: oggi non lo siamo più. La moneta cattiva scaccia sempre la moneta buona.
E quanto all’assistenzialismo (ancora una volta, ma da che pulpito!) non so dove lo vedi. Questa Città ha sempre dato (anche allo Stato) più di quanto ha ricevuto. Ci hanno e ci siamo dissanguati per gli altri (talvolta letteralmente visto che le donazioni di sangue in eccesso almeno fino a qualche anno fa, prendevano la via del sud dove è più facile che il sangue proprio non lo si doni): ci siamo fatti fregare prima l’Università, poi l’Ospedale (compreso il fabbricato del Santa Maria della Scala che poi ci hanno restituito) e ora anche la Banca. Istituzioni che avevano 500, 800 e perfino 1000 anni, con un passato gloriosissimo, ed ora si vede che fine hanno fatto lasciate in simili mani. E se n’è andata anche la pretigiosa Sclavo e perfino la cinta senese che ora si chiama suino cinto toscano. E scusa se proprio ciò ci convince ancora di più di essere stati, un tempo, “onesti, virtuosi e bravi” più di chiunque altro.

E da “onesti, virtuosi e bravi” abbiamo resisto per mille anni sul confine del Meridione (Siena era la più meridionale delle città settentrionali). Ora vi siamo precipitati. E’ questo che in realtà è avvenuto e che tu involontariamente dici nel tuo commento, senza capirlo. E’ una disgrazia (la colpa è nostra ripeto), ma non capisco perché la cosa ti rallegri. Rallegrarsi delle disgrazie altrui è universalmente inteso come ripugnante. Nessuno si rallegra delle disgrazie del tuo Meridione, anzi. Senza tenere conto del fatto che quando non solo Siena, ma tutto il Paese sarà Meridione (e lo sarà prima di quanto si pensi), sarà quest’ultimo per primo a pagarne le conseguenze.
Tagliarselo per fare un dispetto alla moglie non è il colmo dell’intelligenza.
Muro Aurigi

Il 7 Novembre 2008 alle 13:25 myspace.com dedaloweb ha scritto:

Caro giornalista, chi Le scrive sono i Dedalo, gruppo musicale da Lei già cortesemente citato.
Siamo una band composta da musicisti che da anni portano avanti in modo indipendente la loro attività artistica e che esistono a prescindere dal progetto prodotto da EMU.
Le scriviamo queste poche righe, per manifestarle il nostro leggero disappunto per essere stati utilizzati, noi e il nostro lavoro, per permetterle la composizione di un banale giro di parole, derivato dal titolo del nostro singolo.
Non vogliamo qui entrare in nessun modo nel merito della polemica sulla gestione finanziaria e patrimoniale dell’Università di Siena, ma ci preme puntualizzare che l’edizione del nostro disco fu, a suo tempo, un’impresa giocata su un piccolo budget e un grande lavoro volontario.
Non pensiamo quindi che questa particolare esperienza, così come la promozione di altri progetti culturali fatta da questa e da altre università, possa essere annoverata nella colonna degli sprechi di denaro pubblico.
In qualsiasi paese civile, dalla Germania ai Paesi Scandinavi, fino agli Stati Uniti d’America le università promuovono la cultura in modo attivo e non occasionale.
Educazione all’uso della cultura e ricerca per il progresso dell’arte e della scienza: questa è la vera missione di un’Università, non già quella di essere sede per esami a scelta multipla. Un po’ come un giornale: dovrebbe essere un luogo di investigazione della realtà, e invece diventa spesso una bottega dove far trinciato grosso di opinioni vaghe e idee grossolane.
Non ci meraviglia più il fatto che, in Italia, un progetto di produzione culturale possa essere annoverato fra gli sprechi. Questo gretto modo di pensare è solo un aspetto particolare dell’opinione generale delle classi dirigenti italiane: che qualsiasi manifestazione dell’intelletto umano che non produca profitto immediato, come la musica o la ricerca scientifica, sia uno spreco.
Questo è il risultato di un’Italia la cui fonte unica di cultura sono oramai i telequiz e il nostrano “sistema” di disinformazione a mezzo stampa.
Cordialissimi saluti, Dedalo

Il 8 Novembre 2008 alle 18:15 Camelotdestraideale.it » Blog Archive » Roberto Perotti, “L’università truccata”: si spende tanto e male ha scritto:

[...] P.S.2: le tabelle pubblicate all’inizio del post, sono contenute in quest’articolo del Corriere della Sera (leggetelo). E consentono di verificare, in modo inequivocabile, quanto la più parte delle risorse stanziate per l’Università, venga usata per pagare stipendi, e non per garantire il diritto allo studio e una ricerca di qualità. Precisamente ciò che si è detto in questo post. Ancora in tema di sprechi: da leggere questo e questo. [...]

Il 14 Novembre 2008 alle 8:58 Riforma scuola Gelmini: perch non va bene? - Pagina 14 - Baltazar.it ha scritto:

[...] -Quali fatti? Le opinioni?! I media son guidati anche dalle sx, pensa forse si da per scontanto con luoghi comuni! -Io, ripeto non voglio avere ragione, primo perch non sono interessato alla tua ragione, secondo perch esprimo un’opinine basandomi come hai detto tu su dei dati. - Da notare, che mentre posto con te, mando avanti un’azienda, e su quello che hai scritto rispondo quando ho tempo, perch c’ in questo malsano Paese chi consapovole di dover lavorare tante ore al giorno, anche per chi non f un c…o dalla mattina alla sera. Volevi questo? Allora, partiamo da una considerazione. Che lUniversit italiana venga in rilievo quasi esclusivamente per gli sprechi, le inefficienze, il nepotismo e le clientele: un dato, oramai, assodato. I tagli contenuti nella famigerata legge 133 (parzialmente rivisti), hanno come obiettivo, proprio quello di invertire questa tendenza consolidatasi negli ultimi decenni. Se le universit sprecano danaro pubblico, danaro che proviene dalle tasse versate anche dai pensionati e dagli operai di 60 anni (che delluniversit non fruiscono), lunica cosa sensata che si possa fare, costringerle ad avere comportamenti virtuosi. Moltiplicano cattedre per assumere figli, nipoti ad amanti? Incrementano i corsi di laurea, arrivando ad istituirne addirittura alcuni, cui risultano iscritte 5 persone? Bene: si taglino le risorse stanziate da Pantalone (voi e me, cittadini-contribuenti), e cos le si costringer ad avere un comportamento morigerato, rispettoso degli studenti, e delle persone indigenti che con le proprie tasse, quelle stesse universit contribuiscono a mantenere in vita. Ora, quando ho scritto questo post, per, mi si fatto notare (nei commenti), alcune cose: lOcse dice che i finanziamenti alla nostra Universit sono bassi, rispetto a quelli di altre nazioni, cos com bassa la spesa pro-capite per studente. Allo stesso tempo, mi si obiettato che non con i tagli che si possano curare i mali che affliggono gli Atenei, proprio perch i finanziamenti complessivi rivolti ad essi, se paragonati a quelli di altri paesi, sono assai pi contenuti. Come si tenter di dimostrare in questo post, tali obiezioni sono tutte prive di fondamento! Innanzitutto, perch come qui si gi evidenziato, la pi parte dei soldi indirizzati alle universit, non viene destinata agli studenti o alla ricerca: in quanto utilizzata, quasi esclusivamente, per pagare stipendi a baroni e affini (che continuano ad assumere parenti, senza freno alcuno). In secondo luogo, come spesso avviene, non sufficiente leggere un dato - nel caso in esame, quello dellOcse relativo allammontare dei finanziamenti italiani allUniversit -, per ottenere una risposta esaustiva, e per comprendere un fenomeno. Per il semplice motivo che il lettore occasionale, il non addetto ai lavori, pu trovarsi ad ignorare i metodi grazie ai quali si giunti ad elaborare quel dato, quellanalisi quantitativa. Insomma: il non addetto ai lavori legge un numero, ma non sa in quale modo si sia arrivati ad ottenerlo. Ed qui che casca lasino, a proposito delle cifre fornite dallOcse, in relazione alle universit italiane! Quelle analisi, come si dir di seguito, non tengono conto di alcuna specificit italica (specificit che rende la nostra Universit, unica al mondo): ad esempio il fatto che il 50% degli studenti universitari italiani sia fuori corso, e che il 20% non dia esami (giovanotti, leggete qui e qui). In altre parole, per il nostro paese, il dato Ocse si riferisce alla spesa media per studente iscritto, e, quindi, non tiene conto del fatto che una quantit industriale di studenti universitari non frequenti corsi, seminari, o lezioni in laboratorio, perch alluniversit non mette piede! E siccome questa gente non frequenta materialmente le facolt, nonostante risulti iscritta ad esse, non costa allUniversit, quanto costerebbe se effettivamente frequentasse i corsi e se desse esami. Anzi, si pu dire che non costi un accidente, come non esistesse, come se non fosse iscritta. Chiaro? Per le altre Nazioni, invece, lOcse ha usato un altro parametro: la spesa per studente equivalente a tempo pieno, cio calcolando il numero degli studenti pesati per i corsi effettivamente seguiti e gli esami effettivamente sostenuti. Metodo che per la nostra universit non stato impiegato, proprio perch quel tipo di indice era difficile da ricavare, dato lelevato numero di fuori corso e lalta percentuale di studenti che non sostengono esami. Queste cose, il non addetto ai lavori, non le sapr leggendo i dati Ocse. E, dunque, facendo ricorso solo ad essi, inevitabilmente finir per farsi unidea sbagliata, pi che parziale: assolutamente falsa. Ora, i chiarimenti appena riportati, non li ha formulati il pirla che vi scrive (che, a malapena, riesce a fare unaddizione). Ma il professor Roberto Perotti, nel libro LUniversit truccata (Einaudi, Gli struzzi; 16 euro). Libro di cui si riporter ampi stralci, utili a comprendere come funzioni davvero lUniversit. Prima di proseguire, per, necessario fare alcune premesse. Innanzitutto, opportuno chiarire chi sia Perotti. Riporto dalla terza di copertina (del libro): Roberto Perotti ha conseguito il PhD in Economia al Mit di Boston. Ha poi insegnato per dieci anni alla Columbia University di New York, dove ha ottenuto la cattedra a vita. Tornato in Italia, oggi insegna alluniversit Bocconi di Milano. Ha pubblicato lavori di macroeconomia sulle maggiori riviste scientifiche internazionali. Dal 2003 al 2008 stato condirettore della rivista scientifica ufficiale dellAssociazione degli economisti europei, il Journal of the European Economic Association, e oggi membro del comitato editoriale di altre riviste scientifiche di economia. E membro del National Bureau of Economic Research statunitense e del Center for Economic Policy Research Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Interamericana dello Sviluppo e la Banca dItalia. E editorialista del Sole 24 Ore e redattore del sito di informazione economica lavoce.info. Con Tito Boeri ha pubblicato nel 2002 Meno pensioni, pi welfare. Faccio sommessamente notare, che lavoce.info - soprattutto per la presenza di Tito Boeri - il sito degli economisti vicini al Partito democratico. Dunque Perotti non un berlusconiano. Ci detto, devo premettere ancora qualcosa, prima di riportarvi alcuni estratti del suo libro. Nello stesso, vengono riprodotte alcune tabelle. Ma siccome il sottoscritto non dispone di uno scanner (non saprei cosa farmene), le tabelle in questione - in alcuni casi, citate nel saggio - non saranno riportate in questo post. Ad eccezione di una che, essendo abbastanza grande e nitida, ho fotografato col telefonino, e vi presenter nel post. Ultima considerazione: Perotti ha scritto questo libro prima che scoppiasse la bagarre sulla legge 133, e non condivide il carattere non selettivo dei tagli da essa previsti. Dunque, le sue analisi, non possono - come gi ho detto - essere qualificate come proprie di un filoberlusconiano. Ci premesso, iniziamo. Capitolo III. I. Falsi miti, I: alluniversit italiana mancano risorse (pagina 35). Secondo lestablishment, il vero problema la mancanza di fondi. E nonostante questo sottofinanziamento cronico, luniversit riesce a essere allavanguardia nella ricerca, e ad assicurare laccesso gratuito allistruzione terziaria a tutti coloro che lo desiderino, promuovendo cos lequit e la mobilita sociale. I dati, tuttavia, dicono chiaramente che tutti questi quattro miti sono falsi. Quale sia la posizione politica, la diagnosi dei mali delluniversit e la cura che si propone, su una cosa rettori, professori, studenti, politici, commentatori e giornalisti sono daccordo: luniversit italiana soffre di una drammatica carenza di risorse. In effetti, qualsiasi indicatore di spesa per studente sembrerebbe porre lItalia agli ultimi posti tra i paesi industrializzati. Per esempio, le cifre assai citate della pubblicazione dellOCSE Education at a Glance danno per il 2004 una spesa annuale in istruzione terziaria di 7723 dollari per studente aggiustati per la parit di potere dacquisto (nota del libro: questa metodologia elimina gli effetti delle differenze dei prezzi dei beni e servizi in diversi paesi: un dollaro compra pi beni e servizi in Messico che negli Usa, dove i prezzi sono pi alti; un dollaro PPP compra lo stesso paniere di servizi nei due paesi. E quindi pi informativo confrontare la spesa in dollari aggiustati per la parit di potere dacquisto. Di fatto, questultima la procedura standard dei raffronti internazionali di spesa universitaria); superiore, e di poco, solo a quella di Ungheria, Corea, Repubblica Ceca, Slovacchia, Messico, Grecia, Polonia. Scoprire che lItalia spende poco pi del Messico dovrebbe far nascere pi di un dubbio sulla validit di questi dati. Una investigazione un poco pi approfondita infatti rivela che per i tutti i paesi eccetto lItalia queste cifre si riferiscono alla spesa per studente equivalente a tempo pieno, cio calcolando il numero degli studenti pesati per i corsi effettivamente seguiti e gli esami effettivamente sostenuti: allincirca, uno studente che in un anno fa solo la met degli esami del carico normale riceve un peso di 0,5, e cos via. Uno studente che non frequenta e non d esami non sottrae tempo ai docenti e non impone costi allateneo dove iscritto: se un ateneo spende 10 euro ed ha due studenti, di cui uno non frequenta, tutta la spesa delluniversit di fatto diretta allo studente che frequenta, quindi il costo medio per studente equivalente a tempo pieno non di 5 euro, ma di 10. Per mancanza di informazioni, tuttavia, il dato italiano (quello fornito dallOcse, nota di camelot) si riferisce alla spesa media per studente iscritto, quindi attribuendo il peso intero anche agli studenti fuori corso e agli studenti inattivi, cio che non danno esami. La differenza rilevante, perch ben noto che in Italia circa il 50 percento degli iscritti sono fuori corso, e il 20 percento non ha superato esami (nota del libro: Cfr. CNVSU Offerta formativa, laureati e studenti). Se si utilizza il coefficiente di .483 fornito dal MIUR per il 2003 (non vi sono dati per gli anni successivi) per convertire il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno, la spesa italiana per studenti equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la pi alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia (nota del libro: in realt, ora la spesa italiana fin troppo alta: forse non del tutto plausibile che si spenda quasi il doppio per studente equivalente a tempo pieno che in Nuova Zelanda, e 5000 dollari pi che in Francia o nel Regno Unito). Un metodo alternativo ma molto simile consiste nel calcolare, anzich la spesa annuale per studente, la spesa per studente durante la durata media effettiva degli studi, che come noto in Italia mediamente molto alta. Se si utilizza questo indicatore, e secondo i calcoli di una fonte non sospetta quale la Conferenza dei Rettori, lItalia spende pi delle media OCSE, e pi di Francia e Regno Unito (nota del libro: Cfr. CRUI: La voce del sistema universitario - Laboratorio di innovazione). Questi dati, per, non vengono mai citati dai rettori quando si lamentano della mancanza di fondi. Questi confronti internazionali vanno comunque presi con molta cautela, perch praticamente impossibile assicurarsi che per ogni paese si prendano in considerazione esattamente gli stessi tipi di studenti e le stesse spese. Per questo pu essere utile ricostruire dalle fonti primarie (i bilanci dei singoli atenei) la spesa universitaria e le dotazioni di studenti e docenti in due sistemi come quello italiano e quello britannico, simili da un lato perch quasi completamente pubblici, ma diversi dallaltro lato perch il secondo molto pi produttivo. I risultati sono nelle Figure 2 e 3 (per le ragioni succitate, non m stato possibile riportare tali figure, me ne scuso, nota di camelot). I dati si riferiscono allanno accademico 2005/2006, lultimo disponibile al momento di scrivere questo libro, e coprono 63 atenei statali in Italia e 168 in Gran Bretagna. Vediamo prima il rapporto medio fra studenti e professori: un valore pi alto indica che ogni professore deve accudire, in media, pi studenti, e dunque suggerisce un carico didattico medio maggiore. La prima colonna della Figura 2 mostra che in effetti il rapporto studenti/docenti di ruolo (cio, in Italia, ricercatori, professori associati, e professori ordinari) in Italia di circa 33, contro 25 in Gran Bretagna. Tuttavia, come abbiamo visto circa la met degli studenti italiani sono fuori corso, e molti non frequentano. Se si calcola il rapporto fra studenti equivalenti a tempo pieno e docenti di ruolo, la colonna 2 mostra che Italia e Gran Bretagna hanno esattamente lo stesso valore, 17,5 (nota del libro: si noti che il dato italiano, 17,5, molto vicino, e addirittura inferiore, al rapporto studenti equivalenti a tempo pieno/docenti di ruolo calcolato dal MIUR per il 1999/2000, cfr. Istat (2003) p. 23). Quando poi si considerino non solo i docenti di ruolo, ma anche quelli a contratto e altro personale docente, quali tutor e collaboratori linguistici, il rapporto tra studenti e docenti diventa pi alto in Gran Bretagna, 10.4 contro 9.1 in Italia. Passiamo ora ai fondi disponibili. La Figura 3 mostra che la spesa totale per studente equivalente a tempo pieno italiana inferiore a quella britannica, ma non in modo drammatico: 15.800 dollari aggiustati per la parit del potere dacquisto, contro 17.700, quindi una differenza di circa il 12 percento. Abbiamo visto che la spesa totale durante gli anni di studio, calcolata con altri dati e da unaltra fonte, invece superiore in Italia che in Gran Bretagna. Ma quale in media la remunerazione dei docenti nei due paesi?. La Tabella 2 mostra per lItalia le remunerazioni tabellari minime e massime, e la remunerazione media effettiva di ogni grado di docenza; per la Gran Bretagna, la tabella mostra le remunerazioni minime, medie e massime di 10 atenei rappresentativi, pi gli stessi valori per luniversit di Oxford. Anche in questo caso tutti i valori sono stati convertiti in dollari aggiustati per la parit di potere dacquisto (nota del libro: colonne 1 e 3: A. Pagliarini, Tabella retribuzioni 2004. Colonna 2: CNVSU, I costi annuali del personale di ruolo. Colonne da 4 a 8: Kubler, J. e Roberts, B., 2004-05 Academic Staff Salary Survey, Association of Commonwealth Universities). La tabella mostra chiaramente che in Italia le remunerazioni medie e massime di ricercatori e professori associati sono superiori (per favore, rileggetevi quanto appena riportato, almeno 200 volte, nota di Camelot). Sono invece inferiori quelle minime, e quasi certamente quelle massime degli ordinari (anche se per la Gran Bretagna su queste ultime non vi sono dati. Questo ci indica cosa non va nella spesa italiana: non lammontare totale per studente, o la remunerazione media dei docenti, che insufficiente; la sua distribuzione e la sua progressione che sono perverse. In Italia si pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nelluniversit, cio i pi giovani e motivati, ma c una progressione stipendiale velocissima per effetto della sola et, che porta gli stipendi medi e massimi a essere ben superiori a quelli britannici. Inoltre, in Gran Bretagna c la possibilit di retribuire molto le superstar di ciascuna disciplina, il che spiega perch in quel paese sono maggiori gli stipendi massimi degli ordinari. Ancora pi evidente (e sorprendente, data la mitologia sulla povert delle ricerca in Italia) la differenza con il sistema statunitense. Come mostrano Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005), un ordinario italiano con 25 anni di servizio da ordinario pu raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani in universit con corsi di master (cio tra le migliori, inferiori solo a quelle che hanno corsi di dottorato), indipendentemente dalla sua produzione scientifica (rileggetevi 1000 volte questi pochi righi, per favore, nota di Camelot). Ma mentre nelle universit americane il rapporto tra lo stipendio tipico degli ordinari e degli assistenti di 1,5 a 1, in quelle italiane il rapporto tra lo stipendio a fine carriera di un ordinario e quello di ingresso di un ricercatore pu arrivare a raggiungere valori di 4,5 a 1. In altre parole: si spendono molte risorse per premiare esclusivamente lanzianit di servizio; queste risorse sono necessariamente sottratte ai giovani, che sono tipicamente i ricercatori pi motivati e proficui (in molte discipline, soprattutto quelle scientifiche, la produttivit e la originalit accademica raggiungono infatti un massimo verso i 40-45 anni). E questo un sistema che sembra fatto apposta per allontanare i talenti: sono esattamente coloro che pensano di non potercela fare con le proprie risorse che avranno pi incentivo a scegliere una carriera che remunera esclusivamente lanzianit, una variabile in cui tutti sono egualmente bravi senza nessuno sforzo. Anche i finanziamenti statali agli atenei, distribuiti dal Fondo di Finanziamento Ordinario, riflettono quasi esclusivamente i finanziamenti passati, e quindi sono totalmente indipendenti dalla performance. Una parte di questi fondi, la Quota di Riequilibrio (che non ha mai superato il 10 percento del totale, e recentemente scesa quasi a zero), avrebbe dovuto essere distribuita per correggere gli squilibri fra atenei. Ma poich le variabili da riequilibrare sono potenzialmente infinite, la sua distribuzione avvenuta in base a una quantit di criteri, alcuni semplicemente bizantini; in particolare, qualsiasi tentativo di attribuirne almeno una parte in base alla qualit delle ricerca fallito. Per esempio, nel 2006 la Quota di Riequilibrio fu inizialmente di 250 milioni (circa il 4 percento del finanziamento totale), ma ci si assicur che essa non avesse alcun effetto rilevante stipulando esplicitamente che ogni ateneo avrebbe dovuto ricevere almeno il 99,5 percento dei finanziamenti dellanno precedente: di fatto ci signific attribuire solo 50 milioni (meno dell1 percento del finanziamento totale) con il meccanismo della Quota di Riequilibrio. In ogni caso, poich il ministro Mussi si rifiutato di utilizzare i risultati della valutazione della ricerca compiuta dal CIVR (e perch nessuno ha protestato e occupato universit, allepoca?, nota di Camelot), a tuttoggi la qualit della ricerca non figura tra i parametri in base ai quali assegnare i fondi statali agli atenei. Allora, il professor Perotti ha considerato diverse variabili, nella sua analisi. Cercando di sfatare molti luoghi comuni. Tra essi, il fatto che lUniversit italiana riceva pochi soldi. Cos non , evidentemente. Ora, chiaro che per mettere a posto il sistema universitario, non sia sufficiente tagliare e basta. Ma da qui che si deve partire. Per troppi decenni, infatti, i professori, i Presidi e i Rettori dei vari Atenei dItalia, si sono comportati come veri e propri satrapi (qui se n parlato), scialacquando a cavolo di cane, risorse pubbliche; e sottraendole al diritto allo studio e alla ricerca. I correttivi che il governo ha apportato alla legge 133, inoltre, rappresentano un primo passo per introdurre criteri meritocratici e pi trasparenti, nel mondo accademico. LUniversit va cambiata. E chi si oppone a ci, non lo fa di certo nellinteresse degli studenti e della ricerca. P.S: ricordo che il libro citato LUniversit truccata, di Roberto Perotti. P.S.2: le tabelle pubblicate allinizio del post, sono contenute in questarticolo del Corriere della Sera (leggetelo). E consentono di verificare, in modo inequivocabile, quanto la pi parte delle risorse stanziate per lUniversit, venga usata per pagare stipendi, e non per garantire il diritto allo studio e una ricerca di qualit. Precisamente ci che si detto in questo post. Ancora in tema di sprechi: da leggere questo e questo. __________________ MAINECOON [...]

Il 29 Novembre 2008 alle 13:52 Gli eroici della Certosa di Pontignano « TuttoApost.. il Blog di Antonio Giudilli ha scritto:

[...] Sabato, 29 Novembre 2008 Ora che le acque si sono apparentemente quietate, provo a dire qualcosa sull’eroismo dei dipendenti della Certosa di Pontignano. Sono uno dei  41 eroici, così come ci ha definito  Antonio Rossitto nel suo articolo uscito su Panorama il 31 ottobre scorso. Un giornalista che, poverino, si è fidato delle cose che gli hanno riferito senza verificare se corrispondessero a verità (cosa questa assai diffusa tra i giornalisti) e che si è prestato in un’opera di denigrazione nei confronti di una struttura che,  già qualche anno fa è stata oggetto di attacchi e di un tentativo di esternalizzazione. Potevano quelli che ci provarono tre anni or sono farsi sfuggire questa ghiotta occasione? Parto dai dati. Nell’articolo si parla di ricavi per € 400.000  l’anno. La Certosa di Pontignano ha prodotto negli ultimi 6 anni ricavi medi peri circa 1.000.000/1.200.000.  Altro che “alcuni conferenzieri qualche volta al mese”. [...]

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