Archivio di Novembre, 2008

Lavoratori contro: la guerra fra poveri scatenata dalla crisi

lavoratori

A Treviso il termometro spacca lo zero. Per Lino Pizzolato, trevigiano di Villorba, è la prima volta. Si fa coraggio ed entra, lasciandosi alle spalle una scia di fiocchi di neve. Gli occhi azzurri infossati in un viso grinzoso si guardano intorno imbarazzati, forse perché non è più uno sbarbato. Eppure, è la prima volta che bussa a un centro per l’impiego, il vecchio ufficio di collocamento. Ogni mese, da quando è scoppiata la crisi, qui si registrano 300-400 nuovi nomi. Lino ha 61 anni e 48 li ha passati in tipografia.

I biglietti da visita se li è stampati da solo e al posto di “Dott.” o “Ing.” ha scritto, con ironia, “Q.e.”: “Quinta elementare”. “Avevo quattro dipendenti e non ce la facevo più. Ho pagato 100 mila euro per fornitori e liquidazioni, quindi ho chiuso la baracca. Ma ho preferito rimanere senza ’sghei’ piuttosto che fallire”. E ora eccolo qui, a un mese da Natale, a cercare un lavoretto qualsiasi: “In attesa della pensione di anzianità”. Gli extracomunitari? “Gli imprenditori li hanno chiamati quando c’era lavoro, ma adesso non li possono spedire indietro come pacchi. Così non c’è posto per tutti”. È d’accordo con lui Gabriele Rubinato, 53 anni, ex vetraio, che ha in corpo un pacemaker con defibrillatore ed è in coda per provare a tornare a lavorare: “Sono pronto a fare il camionista o il magazziniere, ma non so se ci sia spazio per un italiano invalido e ultracinquantenne”.
Ketty Ermacora, elegante trentottenne friulana, separata con figlio a carico, sogna di continuare a fare il lavoro che ama: la fioraia, ma “non in nero come fanno gli extracomunitari”. “Queste tre storie rappresentano bene la razza Piave” sottolinea Elena Donazzan, assessore alla Formazione della Regione Veneto (Pdl). “Gente dignitosa, che non si arrende e non vuole lasciar debiti, ma che ora, con la crisi, è un soggetto debole”. Sebbene il Veneto sia un motore economico del Paese (è secondo per pil solo alla Lombardia), secondo l’assessore c’è il pericolo di una specie di darwinismo sociale, una fase in cui donne e over 50 italiani potrebbero essere soppiantati sul mercato del lavoro dai più vigorosi immigrati. Ma anche su questi ultimi si addensano nubi scure: “Temo sia alle porte una guerra tra poveri. Gli ultimi dati dicono che il 20 per cento dei licenziati sono extracomunitari, spesso senza tutele o rete familiare” aggiunge Donazzan.
Il segretario veneto della Uil, Gerardo Colamarco, ha paventato problemi di ordine pubblico. Altrettanto allarmato il segretario regionale dei Comunisti italiani, Nicola Atalmi: “Il Nord-Est era cattivo quando le cose andavano bene, figuriamoci che cosa può succedere ora”. È finita la pace sociale del “se ti te lavori a me va ben”. Sarà per questo che il segretario trevigiano della Cgil, Paolino Barbiero, dando voce agli umori della base, ha chiesto il blocco temporaneo degli ingressi per gli extracomunitari. È stato subito colpito da fuoco amico, scheggiato da accuse di razzismo. Ma c’è chi lo difende, anche perché una ricerca interna della Cgil locale dimostra che il 25-30 per cento degli iscritti del sindacato “rosso” ha votato Lega. “A chi serve un esercito di lavoratori disperati, ricattabili, clandestini?” domanda Atalmi. “La sinistra dei salotti deve iniziare a rendersi conto di come sia la vita reale e il Pd non può dare la colpa di questo disastro alla legge Bossi-Fini visto che quando ha governato non l’ha cambiata”. Ogni giorno, da queste parti, è un bollettino di guerra: “Asolo, Montebelluna, Castelfranco Veneto, Varago di Maserada, la crisi arriva dappertutto” sottolineano alla Cigl di Treviso. Aziende importanti come Osram, Monti, Pagnossin, Electrolux, De Longhi annunciano chiusure o licenziamenti. Persino a Spresiano, dove si costruiscono bare, c’è chi si arrende. Le difficoltà non risparmiano le 94 mila piccole imprese iscritte alla Camera di commercio (510 mila in tutto il Veneto), di cui più del 50 per cento a carattere individuale: il popolo delle partite iva. “In realtà non è giusto parlare di crisi” puntualizza Federico Tessari, presidente di Unioncamere, “visto che il saldo tra imprese aperte e chiuse è ancora positivo. È più corretto dire che c’è un rallentamento, soprattutto nel settore edilizio”. Uno di quelli in cui la mano d’opera è meno qualificata e spesso di origine straniera.

Gli ammortizzatori sociali. Manovali che rischiano di trovarsi sulla strada senza protezione. Infatti gli ammortizzatori sociali, mobilità e disoccupazione, soccorrono solo chi lavora regolarmente da almeno due anni e anche chi è tutelato non naviga nell’oro. “L’assegno più staccato è quello da 808 euro lordi al mese e può durare al massimo sino a tre anni per i lavoratori con più di 50 anni” calcola Roger De Pieri, responsabile del patronato Inca della Cgil trevigiana. La crisi è una livella: “In comune cominciano ad arrivare coppie in cui hanno perso il lavoro entrambi. La settimana scorsa sono venuti a chiedere un’occupazione sia due italiani sia due extracomunitari” nota l’assessore trevigiano alle Politiche sociali Mauro Michelon, figlio di emigrati. E la competizione tra autoctoni e “foresti” tocca pure le altre zone del Veneto.
Nei sei centri per l’impiego della provincia di Vicenza a ottobre ci sono state 1.600 iscrizioni (300, in media, nei mesi scorsi) e il messaggio è chiaro: “Gli italiani sono di nuovo disponibili a fare lavori umili” sottolinea Morena Martini, assessore provinciale al Lavoro. Esempi? Molti accettano di trattare e scarnificare le pelli nelle concerie. “Le donne italiane tornano nelle imprese di pulizie” aggiunge Martini. Mansioni che in passato erano appannaggio delle maestranze straniere. Sui banchi del mercato di Mestre i clienti si confessano: una signora ha visto licenziare figlia e genero, mentre il marito, camionista, da gennaio finirà in cassa integrazione. Luca M., 29 anni, ex magazziniere, un figlio e qualche problema d’alcol alle spalle, chiede ai passanti una moneta: “Anche perché il lavoro lo danno prima agli immigrati” protesta. Luca Padoan, 42 anni, vende scarpe: “Da me un paio di stivali costa 10 euro, ma per la prima volta in vent’anni la gente mi chiede di pagarli a rate, 5 euro oggi e 5 la settimana successiva, al momento del ritiro”.

Una guerra tra poveri. Chi richiede questa formula? “Gli extracomunitari: hanno la faccia più tosta”. Una tesi confermata da una ricerca realizzata tra gli operatori dei servizi sociali dall’Università Ca’ Foscari. Ferruccio Bresolin, docente di politica economica, sintetizza: “Abbiamo verificato che i nostri lavoratori anziani, abituati a tutele che non esistono più, quando perdono l’occupazione non osano chiedere una mano, mentre gli stranieri, quando sono in difficoltà, ricorrono agli aiuti più volte. Quindi esiste una sorta di competizione tra chi è più sfacciato e chi lo è meno”.
Per esempio, in Veneto il 50 per cento dei fondi per gli affitti è andato agli immigrati, che sono circa il 10 per cento della popolazione. Ma nella gara tra furbi a volte vincono i nostri connazionali. Come sottolinea, un po’ a sorpresa, Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso, ideatore del tavolo anticrisi: “Alcuni italiani prendono il sussidio di disoccupazione, ma quando gli viene offerto un lavoro lo rifiutano: nel frattempo hanno trovato un impiego in nero”. Di questa presunta guerra tra poveri che cosa pensano gli stranieri? All’ufficio immigrazione della questura di Treviso, sabato 22 novembre, molte decine di persone attendono il permesso di soggiorno. Nella Marca trevigiana gli immigrati regolari sono 93 mila su 870 mila abitanti, circa il 12 per cento. Quasi 10 mila lavorano in proprio. La comunità più numerosa è quella marocchina, seguita da romeni e albanesi. Sotto la copertura di plexiglas fa un freddo cane e i bambini in braccio ai genitori strillano. Un poliziotto ogni 10 minuti fa “la chiama”. Quando vengono urlati i nomi, non vola una mosca. Mani e facce fanno capire che questa è gente che sgobba. Quasi tutti quelli che Panorama ha intervistato (una ventina di cittadini stranieri) sono d’accordo con il blocco dei flussi.

La stessa opinione dell’imam locale. Solo un paio dissentono: una trentaduenne kosovara, con tre figli e un salario di 400 euro mensili, e un operaio nigeriano, con cappotto e valigetta griffati. “Nel mio paese si rischia la vita tutti i giorni” è la spiegazione. Gli altri, per dirla con Francesco Guccini, pensano al magro giorno della loro gente attorno. Mohammed, 28 anni, occhi verdi e passaporto marocchino, lavora per una cooperativa di servizi di Ponzano Veneto: “Siamo soci, ma ad alcuni di noi hanno chiesto di andare via. Fanno firmare delle carte a chi non capisce l’italiano”. Kamal, 32 anni, connazionale, laurea breve in economia, protesta: “Non abbiamo alcun diritto. E a fine del mese bisogna chiederci non quanto abbiamo guadagnato, ma quanto abbiamo perso”. Un gruppo fa i conti: 500 euro in media di affitto, 200 per mangiare, 150 per luce, gas, senza contare vestiti, benzina e assicurazione per l’auto: gli stipendi dei manovali, tra i 1.000 e i 1.200 euro, non bastano neppure a sopravvivere. Kalid, 34 anni, fa lo scaricatore e mostra il permesso di soggiorno: l’ha preso oggi e gli scade il 14 febbraio 2009. Un ventenne del Burkina Faso lavorava in nero: un muletto gli ha spaccato un piede e lo hanno messo alla porta. Merah, 39 anni: “I padroni ci spremono come limoni, ci vogliono pagare fuori busta e i lavori più duri li facciamo sempre noi”.

Gli effetti della crisi. “Sicuramente le imprese del Nord-Est” dice Giampaolo Pedron, vicedirettore degli industriali veneti, “in passato hanno fatto largo uso di operai non qualificati, spesso stranieri. Però le cose stanno cambiando, ora puntiamo su manodopera specializzata e siamo contrari a nuovi ingressi di immigrati. Eventuali nuove assunzioni vanno fatte tra chi è in cassa integrazione o in mobilità”. E nel vicino Friuli è appena stata approvata una legge, anche con il voto del centrosinistra, per cui bisogna essere residenti in Italia da almeno 10 anni (e da almeno 5 in Regione) per fare domanda per un alloggio pubblico: gli immigrati sono di fatto tagliati fuori. Alla fine del viaggio non è chiaro quale sia la fascia più debole tra quelle colpite dalla crisi. Per trovare una risposta può essere utile bussare alla Caritas di Venezia. Il direttore, monsignor Dino Pistolato, evidenzia: “I cinquantenni italiani sono probabilmente i più svantaggiati, visto che conoscono poco le reti di aiuto. Per esempio oggi è venuto da me un operaio appena licenziato da una ditta del porto di Marghera. Aveva un bigliettino in mano e mi ha detto sottovoce: ‘Mi hanno suggerito di venire da lei, ma non so bene che cosa chiederle’. Doveva pagare la bolletta del gas”. Nei tre dormitori gli italiani dal 40 per cento sono passati al 60. Alcuni domandano aiuto per pagare microdebiti, magari la spesa del supermercato. Una condizione di disagio che molti in Veneto vivono con vergogna: “Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra”.

La terza via di Potenza: graffitari sì, ma col patentino

Writers

Di Antonio Calitri

Né repressione dura e carcere contro gli imbrattatori di muri e monumenti né sostanziale impunità. Oggi c’è una terza via: writer col patentino, registrati e autorizzati dal Comune a colorare una parte dei muri cittadini. È la strada che ha deciso di seguire il Comune di Potenza per cercare di ridurre i danni senza calcare troppo la mano. E l’esperimento, previsto da un regolamento comunale di nove articoli, sembra funzionare.
“A Potenza, come in tanti comuni montani” spiega l’architetto Giancarlo Grano, responsabile dell’unità di qualità urbana del capoluogo della Basilicata e ideatore del progetto, “i muri abbondano, in particolare i muri di contenimento grigi in cemento armato. Abbiamo calcolato che in città ce ne sono per una lunghezza di circa 10 chilometri. Piuttosto che lasciarli tristi e grigi preferiamo che siano colorati. E anziché puntare sulla repressione preferiamo puntare sull’educazione”. Non si tratta di libertà di graffito, ma di regolamentazione. Chi vuole disegnare o scrivere uno slogan su un muro pubblico con la bomboletta spray deve seguire una trafila precisa. Anzitutto la richiesta del patentino, che vale tre anni e prevede la foto dell’”artista” e la sottoscrizione di un impegno a osservare le regole di decoro pubblico. L’assenso per i minorenni deve essere anche controfirmato dai genitori.

Poi, quando si ha voglia di disegnare qualcosa, si fa una richiesta al Comune presentando il bozzetto ideato, l’idea di massima del graffito, e indicando anche la parte di muro dove lo si vuole realizzare. “Non si tratta di un controllo né di un esame” continua l’architetto Grano “di solito autorizziamo tutti e non entriamo nel merito, a meno che non ci siano messaggi o disegni offensivi, pubblicitari o politici. Per il resto, piena libertà di espressione”. Con questa trovata in poco tempo a Potenza il registro dei writer ha raggiunto 120 iscritti, con un’età che va da 10 a 25 anni. Graffitari che a volte vengono ingaggiati dallo stesso Comune quando vuole che un nuovo muro o una parte di periferia venga colorata. In questo caso invita gli iscritti a farsi avanti e a presentare idee per abbellire la zona. E magari ci scappa qualche premio per i disegni più originali.
Con questa trovata, gli atti di del centro storico, dei muri privati e di monumenti si sono ridotti di molto, stimano in Comune, anche se non sono spariti.

Ma anche per i muri destinati ai writer sono previste sanzioni salate. Chi è sprovvisto di patentino rischia una multa di 103 euro. Una bella cifra per un ragazzo, ma nulla in confronto al rischio di essere sorpreso a imbrattare il centro storico: qui la multa può raggiungere 2.800 euro. E mentre Potenza si arricchisce di nuovi colori, il patentino è diventato anche un nuovo status symbol tra i giovanissimi della città.

Il governo contro i graffitari: “Reato penale per chi imbratta i muri”. Siete d’accordo?
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Rivoluzione per la casa

I cantieri

Silvio Berlusconi ha sempre detto di ammirare l’Utopia di Tommaso Moro, opera del 1516 che si svolge in un teatro di 54 città (le contee inglesi). Berlusconi di città ideali ne immagina 100 e non ha intenzione di lasciarle sulla carta: vuole costruirle. Il premier ha in mente un new deal che si muove su due linee: attenzione alle classi sociali sulle quali impatta la crisi, lancio di un piano di opere pubbliche e investimenti per stimolare la crescita e aumentare i posti di lavoro. Il piano casa fa parte di questo progetto.

Lo scenario economico. Se il 2008 si chiude con la grande crisi e un governo impegnato a fronteggiarla con una serie di misure “cash”, l’anno prossimo per il presidente del Consiglio deve essere quello del rilancio dell’economia con una serie di misure, tra le quali il piano di infrastrutture. Il premier parlando alla platea degli industriali di Roma ha ribadito “che non dobbiamo nasconderci le difficoltà”; ma da uomo che ha le sue radici nella cultura d’impresa cerca di infondere fiducia al Paese. Se la crisi c’è, il miglior antidoto non è certo quello del pessimismo (a mezzo stampa o tv) o degli scioperi generali autoreferenziali (quello della Cgil). La bussola di Berlusconi è sempre quella del programma elettorale, rivisto e corretto alla luce della recessione e delle difficoltà strutturali in cui si dibatte l’Europa (vedi alla voce patto di stabilità e Banca centrale europea). Quando Berlusconi dice che l’Italia se la passa meglio di altri paesi, ha pienamente ragione. Come anticipato da Panorama, la crisi finanziaria sta assorbendo risorse ben più consistenti rispetto al bail-out (salvataggio) da 700 miliardi di dollari pensato in origine dagli Stati Uniti. Secondo le stime dell’analista Barry Ritholtz, fondatore del sito di analisi finanziaria The big picture (11 milioni di visitatori), la Casa Bianca finora ha impegnato nella cura del sistema finanziario oltre 4.600 miliardi di dollari. Una cifra che non ha precedenti nella storia dell’economia: basti pensare che il piano Marshall, attualizzando i costi, si fermò a 115 miliardi di dollari e il New deal di Franklin Delano Roosevelt è stimato in circa 500 miliardi di dollari. L’Italia è rimasta al riparo dai fallimenti delle banche, ma è colpita da credit crunch e recessione.

Debito pubblico e deflazione. Mentre Giulio Tremonti sorveglia la cassa, presenta la social card e spiega che la Robin Hood tax ha dato un gettito di 4 miliardi di euro, il presidente del Consiglio può guardare all’altra faccia della crisi, agli effetti positivi che può produrre. In particolare sul costo del debito pubblico e i consumi. Come? La diminuzione del tasso ufficiale di “policy” (1 punto nell’ultimo quadrimestre) operata dalla Bce e la diminuzione dei prezzi. Secondo le stime di Angelo Baglioni e Luca Colombo per Lavoce.info, porterà nel 2009 un risparmio netto di circa 4 miliardi di euro. Rispetto alle stime fatte in giugno nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), lo scenario è cambiato radicalmente: in scadenza per il 2009 ci sono titoli di Stato per 280 miliardi di euro e l’onere per interessi sul debito da rinnovare si ridurrà con un risparmio di 3,82 miliardi di euro.

All’effetto positivo sul debito pubblico si accompagna una diminuzione dei prezzi. Nel mese di ottobre in Europa e in Italia i prezzi sono rimasti fermi. Questo fenomeno nel breve-medio periodo sarà un sollievo per i consumatori, che hanno perso potere d’acquisto durante i mesi di decollo verticale dei prezzi delle materie prime. L’economista Geminello Alvi riconosce entrambi gli elementi, tuttavia giudica “ancora più importante che il governo riesca ad accompagnare i suoi lodevoli inviti all’ottimismo con un’autentica politica di economia sociale di mercato. Qui la concretezza è decisiva perché modifica lo stato d’animo degli italiani, influenzando la tenuta della situazione e il giudizio dei mercati”.

Infrastrutture e casa. Il governo al piano di infrastrutture (Berlusconi ha annunciato che il Cipe darà il semaforo verde a opere per 16,6 miliardi) farà seguire il piano casa. Purtroppo la rinegoziazione dei mutui finora non ha avuto le adesioni sperate (soltanto 30 mila famiglie su 2 milioni di mutui a tasso variabile sottoscritti), anche a causa delle resistenze del settore bancario. Tuttavia, come ha ricordato a fine ottobre il governatore di Bankitalia Mario Draghi, “il 70 per cento delle famiglie possiede un’abitazione di residenza. Quelle che hanno contratto un mutuo non raggiungono il 15 per cento” (circa 3 milioni, ndr). Secondo Draghi, inoltre, “la forte crescita dei mutui registrata in questo decennio ha riguardato principalmente le famiglie che appartengono alle classi di reddito e di ricchezza medio-alte, meglio in grado di far fronte all’onere del debito”.

Il problema casa in Italia dunque riguarda in larga parte non chi ce l’ha e la deve pagare, ma chi non la possiede e la vuole acquistare. Le soglie d’accesso all’acquisto infatti sono altissime, soprattutto nelle grandi città. Il governo sta pensando di costruire, entro il 2013, 100 mila nuovi alloggi grazie a una riforma che prevede la cooperazione di fondi immobiliari pubblici e privati. Il dossier è nelle mani del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e del sottosegretario con la delega alle politiche abitative, Mario Mantovani. “Berlusconi ha compreso che per vent’anni in Italia il problema della casa è stato trascurato” dice Mantovani a Panorama “e ora il governo punta a far diventare questo piano opera strategica di interesse nazionale”.

Così il presidente del Consiglio tornerà alla sue origini di costruttore, indosserà il casco da capocantiere e… prenderà l’elicottero.Vuole infatti individuare dall’alto le aree dove costruire nuovi quartieri. “Berlusconi vuole sorvolare le città: lui ha sempre costruito così i suoi centri residenziali. Non c’è strumento migliore per individuare le zone dove sviluppare un nuovo aggregato urbano” racconta Mantovani. “Abbiamo visto le periferie che cosa sono, rattristano e accumulano disagio sociale. Grandi agglomerati senza collegamenti e servizi, non armonici, e quindi abbiamo Quarto Oggiaro a Milano e il Corviale a Roma e lo Zen a Palermo e Scampia a Napoli. Berlusconi pensa alle 100 città, vuole andare incontro alla grande richiesta di abitazioni. Vuole acqua, verde, rispetto della natura, abitazioni basse, contenimento energetico e domotica”.

Per avviare il piano il governo deve sbaraccare l’attuale sistema di edilizia popolare, vendere il patrimonio pubblico, trovare un accordo con le regioni e coinvolgere i privati. A regime, secondo Mantovani, “il fondo potrebbe superare il miliardo di euro”. Dove costruire? Ovviamente dove c’è più richiesta, nelle aree metropolitane. A metà dicembre si terrà un incontro con le regioni, nel frattempo il governo lavora alla costituzione di una commissione di esperti, della quale faranno parte gli architetti del Politecnico di Milano Luigi Chiara e Paolo Caputo. La palla, come si vede, non la gioca solo il governo. Se gli enti locali accettano la scommessa si apre una partita di notevole dimensione. In caso contrario l’Italia resterà ferma all’edilizia impopolare.

Napoli, si suicida l’ex assessore anti discarica di Pianura

Giorgio Nugnes
Si è suicidato l’ex assessore del Pd alla Protezione Civile e ai Cimiteri del comune di Napoli, Giorgio Nugnes, 48 anni. Impiccandosi in un sottoscala nella casa di Pianura, dove abitava con moglie e due figli adolescenti e molti altri parenti, infilandosi la corda al collo e legandola ad una inferriata. C’è stato un tentativo di rianimarlo, purtroppo inutile.
Coinvolto nell’inchiesta della procura partenopea sugli scontri avvenuti nel quartiere di Pianura, nel gennaio scorso, durante le manifestazioni anti discarica (GUARDA le foto), Nugnes - un passato nella Folgore e una passione per gli sport estremi - era stato sottoposto agli arresti domiciliari il 6 ottobre scorso, misura in seguito sostituita dal divieto di dimora nel quartiere Pianura. Il 20 ottobre si era dimesso dal suo incarico, contestualmente all’espulsione dal partito.

Era accusato di aver contribuito all’organizzazione delle proteste, poi degenerate in vari episodi di violenza, che nel gennaio scorso divamparono nel quartiere Pianura contro la riapertura della locale discarica.
Secondo i magistrati, avvalendosi delle informazioni sugli spostamenti delle forze dell’ordine - informazioni che otteneva grazie al suo ruolo istituzionale - Nugnes avrebbe dato un contributo rilevante alla realizzazione dei blocchi stradali da parte degli ultrà contrari alla discarica. Le indagini si basavano su telefonate intercettate tra lo stesso Nugnes e il consigliere di An Marco Nonno, anche lui arrestato nella stessa inchiesta. L’assessore lo avrebbe avvertito dell’arrivo della polizia nel quartiere, dove i dimostranti avevano ostruito l’accesso alla ex discarica. In successive interviste, Nugnes aveva spiegato di averlo fatto pensando così di poter dare una mano alla gente di Pianura, la sua gente.
Pala meccanica scortata da duecento poliziotti

Il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino, ha appreso piangendo la notizia del suicidio dell’ex assessore Nugnes mentre era impegnata nell’inaugurazione di due edifici scolastici. Profondamente commossa, il sindaco si è recata con il suo vice, Sabatino Santangelo, nell’abitazione di via Grottole.
Dove la tensione è rimasta alta per tutta la mattinata. Un gruppo di persone - cittadini e amici di Nugnes - ha inveito contro cronisti e fotografi (”siete peggio delle iene”) spintonando con violenza quelli più vicini all’ingresso dello stabile. Urla sono state rivolte anche contro le istituzioni. Per riportare la calma sono intervenuti i carabinieri, che presidiano la zona.

L’attività socio-politica di Girgio Nugnes cominciò negli anni ‘80. Diplomato all’Isef, aveva lavorato dal 1986 al 1992 al Commissariato di Governo per la ricostruzione post-terremoto, occupandosi di Quarto e Pozzuoli. Nel 1994 era stato eletto per la Dc al consiglio comunale. Dal 1997 al 2000 era stato capogruppo del Ppi. Rieletto, dal 2001 al 2003 era stato presidente della Commissione bilancio, e poi, dal 2003 al 2006 capogruppo della Margherita. Nel maggio 2006 alle elezioni comunale raccolse cinquemila preferenze e fu nominato assessore alla protezione civile, ai cimiteri, ed, inizialmente, alla manutenzione stradale, dal sindaco Rosa Russo Iervolino. Il 9 ottobre scorso, tre giorni dopo il suo arresto, nel quartiere di Pianura, dove era fortemente radicato, centinaia di persone manifestarono con blocchi stradali in segno di solidarietà. Vicinanza che oggi si è trasformata in rabbia e incredulità.

Caos Sardegna, parla Cabras: “Le dimissioni di Soru? Un errore. E un’opportunità”

Antonello Cabras è stato presidente della Regione Sardegna dal 1991 al 1994. Oggi senatore del Pd è tornato in Parlamento, dove dal 1994 è stato due volte sottosegretario, nella segreteria Ds con Fassino. Con Renato Soru si è incontrato nelle fila del Pd e scontrato nelle primarie per la segreteria regionale del partito, vincendo. Oggi assiste alle dimissioni del suo “ex avversario” dopo la bocciatura in Consiglio regionale di un emendamento della Giunta alla legge urbanistica.

Non c’è più la fiducia della maggioranza e Soru lascia. Ma Cabras non crede che il problema sia dovuto solo al voto contrario: “La discussione che ha portato alle dimissioni non era su un emendamento che consentiva di edificare chilometri di costa. L’oggetto della discussione era su quale ruolo doveva svolgere il Consiglio e quale la Giunta nella gestione del piano paesistico. Ovviamente il presidente tendeva a trasferire più poteri in capo alla Giunta e il Consiglio voleva uguale competenza. Come se affermassimo che la prima difende il territorio e il secondo invece lo distrugge. C’è stato un appesantimento su una questione di normale amministrazione ed è stata fuorviata la vera questione”.
Qual è?
Il presidente ha colto la palla al balzo e si è dimesso perché voleva certificare una difficoltà nei rapporti politici con la maggioranza. Che in realtà dura almeno da un anno. Questi rapporti si sono complicati con la discussione che si è aperta all’interno del Pd regionale per le primarie di un anno fa. Quando Soru si mise in corsa per diventare segretario regionale del Pd, trasformando il presidente della Regione, che di solito è una figura sostenuta da tutti, di sintesi, in una figura che si metteva come parte in competizione con altri. E questo non è piaciuto a molti.
Neanche a lei, visto che in quelle primarie del 14 ottobre 2007 si era candidato alla segreteria in competizione con Soru.
Vinsi con oltre tre mila voti in più. Mi trovai dentro una competizione per via della sua determinazione a voler fare il segretario. All’interno del Pd vollero candidarmi per contendere a lui la funzione. Non era ammissibile che il presidente della Regione fosse anche il leader del partito.
Quella mancata elezione ha causato una spaccatura nel Pd?
Soru diventò un presidente che aveva perso le primarie dentro il suo partito, quindi questo ha introdotto nella vita interna del partito delle frizioni. Che io ho provato a superare, da ottobre a luglio, poi alla fine ho preso atto delle difficoltà e mi sono dimesso dal ruolo di segretario. E la situazione si è ulteriormente complicata. L’attuale segretaria Francesca Barracciu fu eletta a fine luglio solo da una minoranza dei delegati con una elezione contestata. Fu poi la commissione di garanzia nazionale a interpretare la norma statutaria dicendo che anche se non aveva preso la maggioranza dei voti poteva essere considerata eletta. Un partito che per eleggere un segretario chiama a raccolta oltre 110 mila elettori, poi non può risolvere così. Oggi c’è una segretaria che non rappresenta la maggioranza del partito.
E alla Regione una maggioranza che non ha fiducia nel suo presidente? È tutta colpa dei dalemiani?
Non c’entrano niente. Queste dimissioni sono frutto di una sua autonoma valutazione rispetto alla difficoltà politica. Anche l’investitura a fare il nuovo leader della coalizione del centrosinistra comporta forti discussioni.
Questa crisi quanto inciderà sulle prospettive economiche? Il Consiglio regionale avrebbe dovuto iniziare la discussione della legge finanziaria e del bilancio 2009.
Se il presidente non ritirerà le dimissioni, noi avremo uno dei periodi più lunghi di esercizio provvisorio nella storia dell’autonomia regionale. Anche se in Sardegna è più una norma l’esercizio provvisorio che l’approvazione del bilancio nei termini. Ma con le elezioni anticipate a febbraio i tempi sarebbero ancora più lunghi e considerata la crisi finanziaria e la recessione economica, ciò aggrava la situazione. Per questo il presidente dovrebbe valutare con più attenzione le sue dimissioni. Fa malissimo a interrompere la legislatura in questo momento, per quanto possa avere delle giustificazioni, dovrebbe arrivare a fare la finanziaria e aspettare le elezioni a maggio. Altrimenti la Regione sarebbe vincolata alla programmazione dell’anno precedente.
Se prima delle elezioni regionali il Pd facesse le primarie per decidere il leader, si candiderebbe ancora una volta in competizione con Soru?
Non è all’ordine del giorno, anche se in politica non si sa mai cosa può succedere.
Con le primarie non si rischia di creare una ulteriore frattura all’interno del Pd regionale?
Un partito che ha nel suo statuto come elemento fondamentale le primarie e si sgretola nel momento in cui le fa, allora forse dovrebbe cambiare la sua ragione di vita. Se siamo in questa situazione difficile è proprio perché Soru è sempre stato contrario all’ipotesi delle primarie, pensava che siccome c’era un presidente uscente che si voleva ricandidare non c’era bisogno di farle.
Allora come scrive Il Sole 24 Ore Soru è davvero “one man show”, e il suo modo di parlare ha il suono e la forma della “prima persona imprenditoriale”?
Non so se dobbiamo scomodare le categorie dell’imprenditorialità, ma di fatto è così. Alle origini delle difficoltà che il Pd sta attraversando ci sono due motivi fondamentali intorno ai quali ruota non solo la crisi del partito ma dell’intera maggioranza: che Soru abbia deciso prima di candidarsi come segretario del partito essendo ancora presidente della Regione, e poi di mostrare la sua indisponibilità a fare le primarie per decidere democraticamente il leader.
Si arriverà al tanto temuto commissariamento del partito? Un intervento romano come soluzione per risolvere le frizioni interne?
Il commissariamento è purtroppo una medicina che viene somministrata quando il partito non trova una sua composizione per funzionare e ora l’elezione del segretario attuale fatta in quel modo non ha risolto i problemi e lascia il partito per aria. Se è possibile che ci saranno le elezioni a febbraio, è altrettanto possibile che a livello nazionale il partito decida di assumere un provvedimento straordinario per garantire un governo del partito riconosciuto da tutti. Perché andare alle elezioni così vorrebbe dire perdere la battaglia contro il centrodestra.

Per la cocaina si brucia più del 60% del proprio reddito

Cocaina

Considerando il punto di vista ambientale, la cocaina brucia ogni anno 250 mila ettari di foresta amazzonica. Cioè: in otto anni per produrre questa sostanza viene polverizzata una porzione di uno dei polmoni del Pianeta grande quanto la nostra Sardegna.
Da un punto di vista economico, il disastro è altrettanto grave: sempre più persone arrivano a spendere fino a più del 60% del loro reddito per procurarsi la polvere bianca. Ma per assicurarsi la sostanza non si è disposti a delinquere: se la disponibilità economica finisce, si smette o si cerca di smettere, magari rivolgendosi ai servizi.

Questo emerge da uno studio multicentrico dell’Osservatorio epidemiologico dipendenze patologiche della Ausl di Bologna, coordinato dal prof. Raimondo Maria Pavarin, presentato oggi nel corso di un convegno della Fict (federazione comunità terapeutiche).
È stato effettuato in 25 città italiane e 10 regioni, intervistando 3.409 persone di età compresa tra 15 e 50 anni, scelte a caso, e circa 500 utenti dei servizi con dipendenza da cocaina. Lo studio offre anche un quadro del mercato, che varia innanzitutto da regione a regione: un grammo di coca vale 62 euro in Calabria, 80 in Emilia Romagna e 64 nel Lazio.
Ma il prezzo cambia anche rispetto alle condizioni dell’acquirente: un cocainomane la pagherà meno di chi la usa occasionalmente. Facendo una media del campione, ognuno ha consumato 87 dosi di cocaina in un anno e speso 1.450 euro al mese, il 33% del reddito disponibile. Il consumatore di cocaina, anche saltuario, ha mediamente un reddito più alto di quelli che usano altre sostanze (1.120 euro contro, ad esempio, i 740 euro di chi consuma alcol).
È uno sperimentatore e un curioso, e arriva alla coca passando solitamente per la marijuana, l’hashish e il popper. Il 75% di chi ha provato la coca smette (entro un anno dal primo uso), e di solito sono persone a basso reddito e timorose dei rischi legati all’assunzione. Da notare che le femmine iniziano prima dei maschi e per loro il primo approccio avviene perché la coca gli viene offerta da qualcuno, solitamente in situazioni di divertimento. Viene confermato il profilo lavorativo del consumatore - in gran parte lavoratori autonomi, professionisti e dirigenti - e la modalità di consumo: per lo più sniffata, talvolta fumata, raramente iniettata, anche se quest’ultima modalità è più diffusa tra i cocainomani.
Emerge poi una differenza tra consumatori e dipendenti: se i primi la usano soprattutto insieme agli altri, i cocainomani lo fanno in solitudine, a casa, al lavoro o al bar. E il maggior rischio si ha dopo, quando escono e si mettono alla guida, spesso dopo aver anche bevuto alcolici (che prolungano l’effetto della cocaina). Chi fa un uso continuato di cocaina ha solitamente disponibilità economiche elevate (più di 2000 euro al mese) e una bassa percezione del rischio. Un paradosso: se per molti l’uso comincia perché finalizzato a essere più performanti sul lavoro, successivamente si lavora di più per potersela procurare.

Università, dal Senato sì al dl Gelmini. Dagli studenti ancora proteste

gli studenti invadono La Sapienza

Oggi a Roma e in diverse città italiane studenti di nuovo in piazza anche per denunciare i fatti di Rivoli e lo stato di degrado degli edifici scolastici in Italia. L’episodio di protesta più clamoroso a Roma dove il rettore dell’Università La Sapienza (ateneo che solo 24 fa ha visto trionfare i ragazzi di “Azione universitaria” su quelli della sinistra, nelle elezioni per il Senato accademico e il CdA) Luigi Frati è stato costretto ad abbandonare la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico (GUARDA la Gallery) dopo che gli studenti dell’Onda hanno interrotto la celebrazione.
Intanto, il Senato ha dato il primo via libera al decreto Gelmini sull’università che ora dovrà affrontare l’esame della Camera. Il provvedimento contiene norme considerate urgenti sul diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario, salutato dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini come “il primo passo verso la rivoluzione di un sistema paralizzato”.
Il voto finale, per alzata di mano, ha registrato il sì di Lega Nord e Pdl, il voto contrario di Idv e Pd mentre l’Udc, per protesta, non ha partecipato. Il testo introduce norme per la trasparenza dei bilanci degli Atenei, una stretta sui cosiddetti baroni che vedranno stipendi e carriera legati alla produttività, nuove regole per assunzioni, concorsi e misure per il rientro dei cervelli.
Ecco in dettaglio le principali misure del decreto:
Assunzioni. Blocco delle assunzioni nelle università che, al 31 dicembre di ciascun anno, sono in deficit. Gli atenei indebitati sono esclusi per il 2008-2009 dai fondi straordinari per il reclutamento dei ricercatori. Gli atenei virtuosi, invece, avranno lo sblocco parziale del turn over (che passa dal 20% al 50%) a patto che il 60% dei soldi sia speso per reclutare i giovani.
Concorsi. Cambiano le regole per la composizione delle commissioni. Per la selezione dei docenti sono previsti un ordinario nominato dalla facoltà che bandisce il posto e quattro professori ordinari sorteggiati su una lista di dodici persone da cui sono esclusi i docenti dell’università che assume. Per i ricercatori la commissione è così composta: un ordinario e un associato scelti dalla facoltà che bandisce il posto e due ordinari sorteggiati in una lista che contiene il triplo dei candidati necessari, esclusi sempre i docenti dell’ateneo che assume. Un emendamento prevede una commissione nazionale designata dal Cun (Consiglio universitario nazionale) per supervisionare le operazioni di sorteggio che saranno pubbliche.
Riaperti termini concorsi. Le nuove commissioni valgono anche per i concorsi già banditi ma sono stati riaperti i termini per partecipare ai concorsi in atto. C’è tempo fino al 31 gennaio 2009 per la presentazione delle domande.
Norme antibaroni e antifannulloni. Un emendamento approvato prevede la costituzione di una “Anagrafe nazionale dei professori ordinari, associati e dei ricercatori” aggiornata annualmente che contiene per ciascun nome l’elenco delle pubblicazioni scientifiche. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n’è traccia lo scatto di stipendio è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. Professori e ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin (programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale). Per il ministro “salta il meccanismo degli automatismi di anzianità slegato dalla produzione scientifica”.
Trasparenza. Gli atenei dovranno anche garantire trasparenza nei bilanci e far sapere agli studenti come vengono spesi i finanziamenti pubblici. I rettori in sede di approvazione del bilancio consuntivo dovranno anche pubblicare i risultati delle attività oltre che i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. Altrimenti si rischiano penalità nell’assegnazione dei fondi.
Università virtuose. Almeno il 7% del Fondo di finanziamento ordinario sarà distribuito, già dal 2009 alle università virtuose per migliorare la qualità della ricerca e dell’offerta formativa. Il ministro Gelmini ha spiegato in Aula che i fondi sono legati al merito e che intende “portare in futuro la quota fino al 30%”.
Diritto allo studio. Nel decreto ci sono 65 milioni di euro per nuovi alloggi e 135 milioni per le borse di studio destinate ai meritevoli.
Rientro dei cervelli. Le università potranno coprire i posti da ordinario e associato o da ricercatore chiamando studiosi “stabilmente impegnati all’estero”, anche quelli già impegnati nel Programma ministeriale di rientro dei cervelli. Si potranno anche chiamare “studiosi di chiara fama”.

Pericoli nascosti: quanta sicurezza in gioco

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di Linda Grilli

Hanno tutti il camice bianco e sono circondati di giocattoli di ogni tipo: peluche, pupazzi, bambole, trenini, automobiline… Fanno quello che molti bambini sognano di fare: distruggono, smembrano, incendiano, fanno a pezzi. Ma a fin di bene. I tecnici dell’l’Iisg, l’Istituto italiano per la sicurezza dei giocattoli di Cambiate (Como), ogni giorno sperimentano in diretta se quello che finisce in mano ai più piccoli contenga un pericolo nascosto. Se i giocattoli, per esempio, siano costruiti con materiali dannosi (magari perché contraffatti o non a norma) o abbiano parti ingoiabili o siano infiammabili. E così via.

Che i giocattoli spesso non siano oggetti sicuri lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto del Rapex, il sistema unificato di allerta rapida della Commissione europea che dà ai consumatori la possibilità di segnalare i prodotti rischiosi per la salute e la sicurezza. Le cifre (le più recenti si riferiscono al 2007) parlano chiaro: il numero di prodotti pericolosi ritirati dal mercato in Europa è cresciuto del 53 per cento rispetto al 2006, con 1.605 notifiche contro 1.051. In cima alle segnalazioni che ogni settimana arrivano al Rapex ci sono proprio i prodotti destinati ai bambini.
A guidare la classifica del rischio è la Cina, da dove arriva l’80 per cento dei giocattoli europei. Un mercato che le autorità di sorveglianza controllano da vicino, soprattutto dopo la scorsa estate, quando la Mattel ha dovuto ritirare gran parte dei prodotti fabbricati in Cina: nelle vernici era stata riscontrata una percentuale di piombo decisamente superiore alla media.
“Il sistema Rapex” conferma Anna Bartolini del Consiglio dei consumatori Ue “è uno strumento indispensabile. Sia per gli stati, perché le informazioni circolano velocemente e i prodotti incriminati vengono tolti dal mercato, sia per i consumatori, che possono consultarlo online prima di un acquisto”.
Il rischio chimico rappresenta solo uno degli aspetti del problema. “Gli incidenti più ricorrenti sono dovuti all’ingestione o all’inalazione di piccole parti dei giocattoli” avverte Maria Antonietta Barbieri dell’unità operativa di pediatria dell’emergenza al Bambino Gesù di Roma. “Per le caratteristiche dei materiali e la dimensione dei componenti rimovibili, un giocattolo sicuro per una fascia di età può risultare pericoloso per età inferiori. Purtroppo molti genitori non leggono etichette e istruzioni”.

Per evitare insidie nascoste e imprevisti l’ospedale Bambino Gesù ha redatto una guida con consigli pratici. In caso di giocattoli di stoffa o peluche, per esempio, è bene controllare che i materiali non siano infiammabili e abbiano un’alta qualità: peli che non si staccano, occhi e naso fissati in modo antistrappo, cuciture solide, nastri corti e imbottitura che non si sbriciola.
Evitare giocattoli con bordi o punte taglienti e, se ci fossero ingranaggi, verificare che questi siano ben protetti e non accessibili al bambino. Proibiti, inoltre, gli oggetti alimentati con presa elettrica: conviene preferire quelli che funzionano a batterie, che devono essere protette però in vani sigillati con le viti.
Da luglio, inoltre, i giocattoli che contengono magneti devono avere un’etichetta di avvertimento. Attenzione, infine, allo stato di conservazione e all’assenza di eventuali rotture nei giochi già in casa; l’uso potrebbe averli resi pericolosi. In tal caso meglio buttarli via.
I pericoli non si fermano qui. “Analizzando i dati del rapporto Rapex, vediamo come circa il 6 per cento delle segnalazioni relative a giocattoli sia legato a una eccessiva rumorosità” riferisce Giacomo Toffol, che all’interno dell’Associazione culturale pediatri si occupa di valutazione dei rischi ambientali.

Uno studio di qualche anno fa, basato sull’analisi di 25 giocattoli comunemente acquisibili sul mercato americano (armi finte, riproduttori di dischi, strumenti musicali, fischietti e sirene da bicicletta, imitazioni di elettrodomestici da adulti), ha evidenziato livelli di energia sonora molto alti rispetto alla soglia di sicurezza: variabili tra 81 e 126 decibel a distanza di 2,5 centimetri dal gioco, e fra 80 e 110 a distanza di 25. “In questi casi” prosegue Toffol “i problemi di cui tener conto sono due. Il danno è progressivo e nelle prime fasi è difficilmente percepibile sia dal bambino sia con accertamenti clinici. Inoltre si deve ricordare che il livello di energia sonora è una misura logaritmica e non lineare: a ogni aumento di circa 3 decibel corrisponde un raddoppio dell’energia sonora”.
Spesso, i giocattoli più pericolosi sono importati in modo illegale, alimentando un mercato a basso prezzo. Ai primi di novembre, la polizia di Prato ha sequestrato in un negozio cinese 300 giocattoli: bambole senza marchio Ce e altri 500 articoli privi di documentazione sulla conformità elettromagnetica, senza istruzioni in italiano né indicazioni sull’uso delle batterie.

“Risparmiare su prodotti destinati ai bambini” avvertono all’Istituto italiano sicurezza giocattoli “può costare caro. Meglio acquistare articoli di aziende riconosciute. Accanto al logo Ce, una garanzia di sicurezza è offerta dai nostri marchi: Giocattoli sicuri e Sicurezza controllata per gli altri prodotti da noi certificati”. Sulla stessa lunghezza d’onda le associazioni dei consumatori. “Oltre al bollino Ce” suggerisce Lucia Moreschi, responsabile del dipartimento junior del Movimento difesa del cittadino, “è bene controllare che ci sia il marchio Imq, rilasciato ai prodotti ritenuti conformi dall’Istituto italiano per il marchio di qualità. E ci auguriamo che venga presto varata la proposta di revisione della vecchia direttiva sui giocattoli: non bastano i bollini di sicurezza e l’adeguamento delle normative europee a garantirci da sostanze chimiche pericolose, piccoli componenti e poche informazioni sulle caratteristiche del prodotto”.

Un rapporto adottato in questi giorni dalla commissione del Mercato interno e della protezione dei consumatori nel Parlamento Ue sarà sottoposto al voto in sessione plenaria prima di Natale. Tra l’elenco dei giocattoli, gli europarlamentari hanno inserito decorazioni e addobbi per le feste, oggetti da collezione destinati ai minori di 14 anni, puzzle con più di 500 pezzi, fuochi d’artificio e alcuni videogiochi. Inoltre, per i prodotti destinati ai minori di 3 anni saranno previste norme più severe e gli stati membri dovranno tenere conto del principio della precauzione”.
Parlando di sicurezza dei giocattoli c’è un’ultima importante regola da rispettare: valutare con estrema attenzione che il giocattolo sia effettivamente adatto al bambino che lo riceve: “Mai farsi condizionare dalla pubblicità” precisa Pino Staffa, presidente dell’associazione Baby consumers, “e orientare le proprie scelte verso giocattoli che permettono un intervento attivo del bambino, scegliendo prodotti capaci di prestarsi a utilizzi diversi, suggeriti di volta in volta dalla sua fantasia. E in ogni caso condividere sempre con i più piccoli l’esperienza del gioco, in modo da rendere il più possibile nullo il rischio di incidenti”.

Nord Italia sotto la neve, la Protezione civile: non mettetevi in viaggio

Uno spalaneve in funzione

L’allerta - oltre che un invito alla prudenza - l’ha dato la Protezione Civile, al termine di una riunione delle strutture nazionali del Dipartimento dedicata a organizzare gli interventi. E infatti: dalla mattina c’è una coperta di neve su tutto il nord Italia.
I bollettini fotografano un settentrione che si è svegliato sotto una coltre bianca. Spargisale e spazzaneve non sono riusciti a limitare i disagi. Si registrano due incidenti stradali dovuti a maltempo e precipitazioni. Un camionista è morto nel cremonese e una ragazza ha perso la vita, sempre in un incidente automobilistico, nell’entroterra ligure. Grandi disagi anche su tutta la rete autostradale, 500 chilometri di carreggiata sono coperti da diversi centimetri di neve. Sono due invece i morti e due i feriti gravi questa mattina sulla bretella che congiunge Caltanissetta con l’autostrada Palermo-Catania: probabilmente a causa di una raffica di vento, un furgone cassonato con quattro persone a bordo, tutte di Favara, nell’agrigentino, è uscito fuori strada cadendo dal viadotto Imera.

Anche per questo da Autostrade per l’Italia arriva l’invito agli automobilisti e gli autotrasportatori a mantenersi costantemente informati sulle condizioni meteo e di viabilità, prima di intraprendere il viaggio e a considerare tempi di percorrenza maggiori per la ridotta capacità della infrastruttura a causa dell’operatività dei mezzi spazzaneve. È importante, per la sicurezza propria ed altrui, controllare le condizioni di manutenzione del veicolo che deve essere dotato di pneumatici invernali o portare a bordo catene da neve.
Per informazioni in tempo reale è possibile chiamare il Centro Multimediale di Autostrade per l’Italia al numero 840.04.21.21, oppure consultare il sito di Autostrade o chiamare il numero verde CCISS 1518.
Il Centro nazionale per la viabilità è riunito al Servizio Polizia Stradale del ministero dell’Interno e tiene sotto controllo la situazione. Nevica in maniera più consistente sulla A26 Genova Voltri Gravellona Toce, sulla A7 Serravalle Genova e sulla A6 Torino Savona. Si consiglia di mettersi in viaggio su queste tratte solo se strettamente necessario con catene a bordo o pneumatici da neve. Il traffico pesante dall’autostrada A/26 è stato dirottato sull’A/7 Milano-Genova all’altezza di Genova e a Predosa-Bettole. Sull’A/15 Parma La Spezia è interdetto il transito ai mezzi pesanti superiori a 7,5 t tra Parma Ovest ed Aulla. Sono in atto le operazioni di filtraggio da parte della Polizia Stradale in autostrada e dall’Arma dei Carabinieri sulla viabilità ordinaria.

Pioggia e venti forti stanno provocando problemi in gran parte delle Sicilia. A causa di un forte vento di scirocco che imperversa sulle isole Eolie, sono saltati i collegamenti via mare a causa del moto ondoso che ha raggiunto forza 7. A causa del forte vento sono rimasti fermi la notte scorsa a Porto Empedocle e Trapani i traghetti per Lampedusa e Pantelleria. Fermi anche i collegamenti con le Egadi. Sulla terraferma, il vento di scirocco ha fatto cadere cornicioni di abitazioni pericolanti a Palermo, ma anche cartelloni pubblicitari e ha alimentato incendi.
Sono stati sospesi tutti i collegamenti veloci con le isole di Ischia e Procida per Napoli, per il forte vento di scirocco che imperversa al momento sulle isole del Golfo. L’unico aliscafo partito in mattinata è stato quello della Caremar delle 8,50. Sospesi i collegamenti traghetto delle società “Gestur” e “Procidaline 2000″ che collegano Procida con Pozzuoli e viceversa. Regolari i collegamenti della compagnia pubblica Caremar. Viaggiano, ma con ritardo, le navi traghetto che collegano Ischia con Napoli e Pozzuoli. Dalla Guardia Costiera di Ischia si apprende che le condizioni meteo nella giornata di oggi sono date in progressivo peggioramento con previsioni di burrasca.

È emergenza nel sud Sardegna, in particolare in Marmilla, e in Ogliastra per le abbondanti piogge e la bufera di vento abbattutesi nella notte sull’isola. Nelle prime ore della mattina il servizio regionale della Protezione civile ha dichiarato lo stato d’emergenza a Turri, Villamar, Furtei, Sanluri, San Gavino, Siliqua, Vallermosa, Serrenti, Las Plassas, Barumini, Orosei, Galtelli’, Onifai, Tortoli’, Lanusei e Urzulei. Ma situazioni pesanti si registrano anche a Segariu, uno dei centri piu’ colpiti dall’alluvione del 4 novembre scorso.
Inoltre, i vigili del fuoco sono alle prese con decine di chiamate di soccorso per allagamenti, caduta di alberi e cornicioni pericolanti in tutta la provincia, in particolare nel Sulcis-Iglesiente. Mareggiate hanno provocato danni anche a Flumini di Quartu e a Frutti d’oro, centro residenziale vicino a Capoterra gia’ pesantemente provato dall’alluvione del 22 ottobre scorso. Non trovano conferma per ora voci sull’esistenza di dispersi.

Immigrati senza lavoro: bonus di 2 mila euro per lasciare il Comune

Un immigrato

Sei immigrato e disoccupato? Ti pago se te ne vai.
L’idea è venuta all’assessore al sociale di Spresiano, in provincia di Treviso: un bonus di 2.000 euro agli stranieri rimasti senza lavoro, disposti a lasciare il paese anziché “pesare” sulle casse comunali. Una “proposta-provocazione”, dice Manola Spolverato, membro della giunta leghista del paese trevigiano, per far fronte al bilancio sempre più risicato del Comune e alla crisi economica.
“Siamo disposti a dare 2.000 euro a famiglia purché vadano ad abitare altrove: ci costa meno che garantire i contributi alle famiglie in difficoltà” spiega l’assessore sulla stampa locale. “Non è possibile che il Comune si trovi costretto a mantenere a proprie spese gli immigrati che, pur avendo perso il posto di lavoro, continuano ad avere il permesso di soggiorno valido”.
Secondo l’assessore leghista, infatti, ridurre i flussi in entrata può far diminuire la fetta di disoccupati, ma é necessario aumentare anche i flussi in uscita per famiglie senza reddito costrette a vivere di stenti. La proposta arriva dopo l’altra iniziativa dell’amministrazione di Spresiano, che qualche settimana fa aveva annunciato l’erogazione di contributi comunali riservati alle famiglie in cui entrambi i coniugi parlano italiano.
Plaude all’idea Gianantonio Da Re, consigliere regionale e segretario provinciale trevigiano del Carroccio. Che rilancia: “Chiederò di estendere l’iniziativa dell’amministrazione di Spresiano a tutti i comuni trevigiani amministrati dal Carroccio”. “Chi rimane senza una occupazione rappresenta solamente un costo per la nostra società” afferma l’esponente della Lega. “Il problema della disoccupazione toccherà un numero sempre maggiore di cittadini con l’avanzare della crisi nei prossimi tempi”. Per Da Re, quindi: “È doveroso che le amministrazioni comunali aiutino dapprima la propria gente, quella che da anni vive sul territorio”.
Daccordo con l’iniziativa di Spresiano si dice anche un altro leghista: il vice presidente della giunta regionale, Franco Manzato (Lega) secondo il quale “il Veneto è al collasso, non ce la fa più a sopportare il peso sociale di centinaia di migliaia di immigrati disoccupati”. D’altronde, precisa Manzato, che ciò che il Conmune di Spresiano vorrebbe fare “è pienamente nei poteri del sindaco”, alla luce della norma comunitaria - cui ha fatto riferimento per esempio il sindaco di Cittadella (PD) - che prevede “la libera circolazione nel territorio solo per chi ha un reddito di almeno 5000 euro e non grava sulla spesa sociale”.
Per parlare invece del collasso citato da Manzato, sono due anni consecutivi che il Nord Est vive in stagnazione: alla “locomoiva” d’Italia non era mai successo. Secondo l’osservatorio Veneto lavoro, nella regione una crisi economica così grave si era registrata solo nel 1975 e nel 2002, anni a cui però seguirono immediate riscosse, mentre ora si prevede, dopo un 2008 nero, un altro anno difficile. Gli occupati in Veneto nel 2007 erano 2,1 milioni, di cui 182 mila stranieri in regola, con un tasso di disoccupazione ufficiale pari al 3,3 per cento. Nei primi otto mesi del 2008 le assunzioni sono scese di più del 10 per cento (-22 mila, di cui 14 mila solo nel comparto manifatturiero, in particolare nel tessile, meccanico ed edile); le ore di cassa integrazione sono aumentate del 45 per cento (in Emilia-Romagna del 33, in Lombardia del 17 per cento; in Piemonte sono diminuite dell’8 per cento).
Allo scenario conviene aggiungere un altro dato: in Veneto da gennaio a ottobre di quest’anno sono entrate in mobilità con sussidio 3.507 persone (573 stranieri) e 8.850 senza sussidio (1.939 stranieri).
La situazione è buia pure per i lavoratori interinali che da aprile ad agosto, rispetto allo stesso periodo del 2007, sono diminuiti di 6.700 unità. Ma i meno protetti dagli ammortizzatori sociali sono i 134 mila lavoratori parasubordinati, gli ex co.co.co.: tra loro 50 mila non hanno altre fonti di reddito.

Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
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