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di Bianca Stancanelli
Una cascata di riccioli biondi, occhialini alla Harry Potter, il ragazzo italiano smette di leggere ad alta voce e alza la testa dal libro: “Sai che significa schiavo?”. Capelli neri lisci divisi in bande, maglietta bianca e orecchini verdi, la sua compagna di banco filippina scuote la testa senza parlare. “Beh, allora, se tu prendi uno e gli dici di portarti lo zaino, e lo costringi a farlo anche se lui non vuole, ecco quello è uno schiavo”. Ore 11, lezione di storia.
Nella II A della scuola media Mazzini, un grande edificio nei vicoli dell’antica Roma, si studia l’Italia dei Comuni. Divisi in gruppi, i 26 alunni leggono, discutono, commentano il libro di testo. Otto di loro sono stranieri, venuti nella capitale dalle Filippine o dal Perù, dall’Etiopia o dalla Cina, da Cuba o dal Maghreb. E due degli otto sono arrivati quest’anno, si sono iscritti in seconda media senza sapere una parola d’italiano. Come Peterian, filippino, che non sa che cosa vuol dire ribellarsi. Gli spiega Giulia, seduta accanto a lui: “Io ti dico di fare i compiti e tu mi rispondi che no, non se ne parla: questo è ribellarsi”. Sono i giorni in cui la proposta leghista di creare classi differenziate per gli alunni immigrati ha innescato una polemica virulenta. Nel ministero dell’Istruzione i tecnici del servizio statistico hanno descritto una realtà in vorticoso mutamento: in 10 anni la scuola italiana “ha visto aumentare di oltre mezzo milione gli iscritti di origine straniera”.
Al Corriere della sera il ministro Mariastella Gelmini ha dichiarato: “C’è un problema didattico, che come tale va risolto: non faremo classi separate, le classi ponte saranno corsi magari pomeridiani di italiano per consentire a chi non lo è di imparare la lingua il più rapidamente possibile”. Alla Mazzini, riconosciuta come scuola sperimentale fin dagli anni Ottanta, su 410 iscritti gli stranieri sono tra il 25 e il 30 per cento. Una quota sempre più consistente (il 35 per cento, su scala nazionale) è composta da seconde generazioni, figli d’immigrati ma nati in Italia. Altri continuano ad arrivare dall’estero e si ritrovano di colpo in un’aula, tra compagni e insegnanti che parlano una lingua ignota. Per i suoi alunni stranieri la scuola media Mazzini organizza corsi di alfabetizzazione: sei ore alla settimana per imparare l’italiano e altre sei ore per apprendere “la lingua dello studio”.
Racconta il preside, Antonio Giordano: “Fino a 2 anni fa il ministero ci riconosceva un 20 per cento in più di organico. Riuscivamo ad avere il doppio insegnante nelle due sezioni in cui iscriviamo i ragazzi stranieri”. Poi una Finanziaria firmata da un governo di centrosinistra tagliò i fondi: dal 2006 l’organico è diminuito da 50 a 39 insegnanti. Risultato: sparito il doppio insegnante dalle classi, sono nati i corsi di alfabetizzazione. Durante l’orario di lezione, i ragazzi stranieri che non sanno ancora destreggiarsi con l’italiano escono dalla classe e, per un’ora o due, si ritrovano in un’aula con altri alunni immigrati. Come Da, che è arrivata dalla Cina a luglio e ora sa già dire, in corretto italiano, che in Cina risulta avere 13 anni e in Italia 12.
Dice Daniela Laliscia, l’insegnante che coordina i corsi di alfabetizzazione: “La lingua per comunicare i ragazzi la imparano soprattutto dai loro compagni. C’è un’attività di tutoraggio volontario, che arricchisce anche gli alunni italiani, messi alle prese con la necessità di spiegare con parole semplici concetti a volte molto complicati”. Nell’aula della II A, Manuela, arrivata un anno fa dalla Cina, domanda alle compagne che vuol dire consecutivo. “Significa l’uno dopo l’altro” risponde pronta Gilda. Due banchi più in là Junior, peruviano, da 2 anni in Italia, prende appunti sui Ciompi nella Firenze dei Comuni. Junior parla pochissimo. Ma quando la professoressa Laliscia gli chiede di spiegare chi sono i mercenari, risponde senza esitare: “Pagati”.
Anche Manuela e Junior frequentano un corso integrativo: imparano “la lingua dello studio”. Spiega il preside Giordano: “L’alfabetizzazione di secondo livello è una sfida per tutti”. Confessa Manuela, che pure è un asso in matematica, che la grammatica è per lei ancora un problema. E Junior non si orienta con le scienze: “Quante parole nuove!”. Nei corsi d’alfabetizzazione insegna Simone Celani. Sotto il suo sguardo una quattordicenne filippina, da 6 mesi in Italia, prova a scrivere gli, tentennando. “Gi elle i” le detta una coetanea cubana. Osserva Celani: “Per tutti loro vale più la relazione con gli altri ragazzi dell’insegnamento formale”. Conclude il preside: “L’inserimento a scuola degli stranieri è un problema strategico. Ciò che succede nelle aule oggi lo si vedrà nella società tra 15, vent’anni. Bisogna saperlo, e prepararsi”
- Domenica 2 Novembre 2008
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