Il novembre caldo di Epifani: “Verso lo sciopero generale”

Guglielmo Epifani

La Cgil prepara un novembre rovente: mobilitazione a ciclo continuo contro il governo. Senza escludere lo sciopero generale. Epifani va per la sua strada, ma gli altri leader dei maggiori sindacati difficilmente lo seguiranno nello scontro con l’esecutivo. ”Non finiremo all’angolo”, ha detto il segretario generale ieri, ma Cisl e Uil intanto hanno già firmato il protocollo d’intesa per il rinnovo dei contratti. Ieri nell’assemblea del sindacato di corso Italia riunita al Palalottomatica di Roma è stata indicata la via. “La prossima settimana il direttivo dell’organizzazione si riunirà per decidere le modalità di unificazione delle svariate iniziative di mobilitazione previste da qui a fine anno”. Un autunno caldo che già ha in calendario scioperi proclamati per molte categorie, dagli statali (7 e 14 novembre) ai lavoratori del commercio (15 novembre), dai pensionati (13 novembre) agli studenti (14 novembre) fino ai metalmeccanici (12 dicembre).
Sulla spaccatura con Bonanni e Angeletti, Epifani ha citato le divergenze sulla proposta di rinnovo contrattuale per gli statali. “In questi mesi ho trovato consenso alla scelta di dire “No” a Brunetta perché la sua proposta prevede un aumento pari alla metà dell’inflazione, non dà risposte ai precari e non cambia l’impegno sugli oneri accessori. Ma” ha continuato Epifani “se è così perché allora Cisl e Uil accettano ad ottobre quello che non hanno accettato prima?”. “La Cgil mi sembra più guidata da Cremaschi che dal segretario generale, Guglielmo Epifani” gli ha risposto il leader della Uil, Luigi Angeletti, per cui il sindacato di Corso Italia sembra mosso dall’ala più vicina a Rifondazione guidata dal segretario nazionale della Fiom.
“Abbiamo il massimo rispetto del ruolo del sindacato e del suo diritto a indire lo sciopero generale ma l’annuncio fatto oggi da Epifani ci sembra francamente una forzatura, frutto di una scelta meramente ideologica che rischia di isolare la Cgil e rendere più difficile il confronto tra le parti sociali”. Questo il commento, in una nota, del sottosegretario allo Sviluppo Economico Adolfo Urso.

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Il 12 Dicembre 2008 alle 16:02 Falsi miti di piazza: se gli scioperanti non risultano in sciopero » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] Scioperi o bluff? Astensioni vere dal lavoro, con sacrificio della busta paga, oppure assenze retribuite, malattie, ferie, permessi, se non autentiche furbate? I dati appena resi noti dal ministero della Funzione pubblica sul “novembre rosso” che ha coinvolto tutti i settori del pubblico impiego, fino a culminare, venerdì 14, nel blocco delle università e della ricerca, sembrano autorizzare la seconda ipotesi: solo il 10,96 per cento di docenti e ricercatori in servizio quel giorno, esclusi dunque gli assenti per motivi vari, ha aderito all’agitazione. Rimettendoci cioè lo stipendio. I dati diffusi dagli uffici del ministro Renato Brunetta parlano chiaro. Il 14 novembre tutte le confederazioni, a eccezione della Cisl, hanno proclamato lo sciopero nelle università, negli enti di ricerca, nonché nel comparto Afam (Alta formazione artistica e musicale) e, a opera della sola Cgil, nell’Enac, l’ente per l’aviazione civile. Queste le cifre: su 141.182 dipendenti totali, quel giorno dovevano figurarne ufficialmente in servizio solo 20.305, tolte le molte assenze per ferie richieste, permessi e malattia. Altri 2.231 erano assenti per “altri motivi”. E 4.694 sono stati gli scioperanti in tutta Italia: poco più di un quarto di quanti avrebbero dovuto essere presenti. Il calcolo, confermato dalle trattenute sulle retribuzioni (57.169 euro complessivi), rivela altri paradossi. Nelle università, il fulcro della protesta contro i decreti del ministro Mariastella Gelmini, le adesioni allo sciopero sono state del 27,44 per cento, appena superiori alla media. Ma tra docenti e ricercatori il numero di scioperanti effettivi crolla a picco: 614 docenti su 5.244 previsti in cattedra quel giorno (l’11,7 per cento) e 32 ricercatori su 652 (4,91 per cento). Totale partecipazione allo sciopero nel corpo docente: appunto quel misero 10,96 per cento. Eppure, la Cgil ha fatto del 14 novembre una bandiera (così come per un altro “venerdì rosso”, lo sciopero generale di oggi, venerdì 12 dicembre), annunciando un corteo a Roma di 200 mila persone, tra cui i dirigenti della sinistra e del Pd, compreso Walter Veltroni. Sulla gente in piazza le cifre sono da sempre elastiche, ma sul calcolo delle assenze dal lavoro è più difficile barare. E dunque, in base alle retribuzioni di novembre, si scopre che se in alcune regioni l’astensione ha superato o sfiorato il 50 per cento (come in Veneto e Friuli-Venezia Giulia), in Lombardia è stata del 5,5 per cento, nel Lazio del 16,15, in Toscana del 27 per cento, in Puglia del 17. E altrove non si è scioperato affatto, o si è preferito programmare gli orari in modo da tenere le aule chiuse. Più alta la partecipazione tra gli enti di ricerca, ma sempre molto inferiore al 50 per cento: per l’esattezza il 39,02, con punte all’Istituto di radioastronomia di Bologna, all’Istituto nazionale di statistica di Palermo, all’Osservatorio astrofisico di Arcetri (Firenze) e a quello astronomico di Roma, ma anche con il 13 per cento di scioperanti all’Istituto nazionale di astrofisica di Roma e all’Osservatorio astrofisico di Catania. E zero scioperanti all’Istituto nazionale di alta matematica Francesco Severi di Roma e alla Stazione sperimentale per l’industria di Milano. Dice un sindacalista della Cgil: “Il successo di uno sciopero non si misura dalle sole astensioni dal lavoro, ma dalla mobilitazione e dalla visibilità mediatica. Per di più, con l’autonomia accademica, molte università possono programmare le lezioni in modo da non farle coincidere con le agitazioni. È uno dei motivi per cui gli scioperi avvengono quasi sempre di venerdì o lunedì, a ridosso dei finesettimana”. Ma che dire degli scioperi che quel 14 novembre hanno coinvolto altri settori del pubblico impiego, dalle agenzie fiscali agli enti locali, dagli enti pubblici non economici come l’Aci, l’Inps e l’Istat fino ai ministeri e al Servizio sanitario nazionale? Era la terza giornata di cosiddetto blocco, riservata al Sud Italia e alle Isole, dopo quelle di lunedì 3 (Centro Italia) e di venerdì 7 (Nord). Risultato: su 108.588 dipendenti in servizio, 9.277 hanno fatto sciopero. Neppure il 10 per cento. Percentuale che precipita al 5 negli enti locali. La Cgil ha preferito non fornire cifre precise sull’astensione dal lavoro nel pubblico impiego il 14 novembre. Scegliendo invece di parlare di manifestanti nelle piazze: “Cinquantamila a Palermo” ha dichiarato il sindacato di Guglielmo Epifani “30 mila a Napoli, 10 mila a Cagliari, 3 mila a Potenza”. E così via. Totale, sempre secondo la Cgil, “102.750 lavoratrici e lavoratori che hanno partecipato alle manifestazioni nelle regioni del Sud e nelle Isole”. Mentre in tutto il Paese, “sommando le piazze delle tre giornate di lotta, hanno manifestato oltre 300 mila persone. Un numero enorme”. I conti non tornano neppure al Nord. Tra persone in piazza e dipendenti in sciopero c’è già una bella differenza. E per questi ultimi parlare di successo della protesta appare difficile. Il 3 novembre, allo sciopero indetto in Toscana, Lazio, Marche e Umbria, l’adesione effettiva allo sciopero è stata di 21.196 dipendenti su 151.005 in servizio al netto di ferie e malattie: il 14 per cento. Appena meglio il 7 novembre, al Nord: 55.373 in sciopero su 389.736 previsti in servizio, circa il 15 per cento. Tuttavia, un comunicato ufficiale della Cgil di quel 7 novembre affermava che “a Milano e Sesto San Giovanni per il comparto autonomie locali ha scioperato il 95 per cento dei lavoratori, al Comune di Milano una media del 50 per cento con oltre il 70 per cento dei servizi chiusi”. In base ai dati della Funzione pubblica risulta però che al Comune di Milano le trattenute per sciopero abbiano riguardato il 29,9 per cento dei dipendenti e a Sesto San Giovanni il 52,2. Non solo, dichiarava ancora la Cgil: “Nella sanità, all’ospedale Niguarda di Milano ha scioperato il 70 per cento, alle Molinette di Torino il 40. Le adesioni allo sciopero in Liguria registrano punte del 45 per cento all’ospedale genovese di San Martino e del 70 per cento al Gaslini”. Cifre che il ministero, sempre sulla base delle trattenute in busta paga, ridimensiona in misura imbarazzante: l’adesione effettiva allo sciopero sarebbe stata del 5,7 per cento al Niguarda, del 5,65 alle Molinette, del 17,2 al San Martino di Genova e del 32,5 al Gaslini. Viene da chiedersi: come è possibile tanta disparità di numeri? “Semplice” afferma malignamente un dirigente di una confederazione concorrente. “Intanto la Cgil riempe le piazze per mascherare il calo di iscritti veri. E del resto i telegiornali e i talk-show sono abituati a presentare le notizie così: “Domani si fermano 1 milione di lavoratori di qua, 2 milioni di là”. La gente la dà per buona. E si crea comunque un clima da autunno caldo”. La confederazione di Epifani non elude il problema, ma lo fa a modo suo. Nel comunicato del 7 novembre consiglia a Brunetta “di guardare le foto delle manifestazioni”. Mentre il 14 una nota dello staff del segretario chiede al ministro “se ha scomputato dai suoi dati il numero dei partecipanti alle assemblee in sede e fuori sede indette per l’intera giornata dalle altre organizzazioni sindacali e avallate da dirigenti compiacenti”. Che significa? Mistero. Ma, dopo lo sciopero del 12 dicembre, aspettiamoci un’altra guerra di percentuali. [...]

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