Morti per incidente, la strage impunita

Ubriaco travolge 13 persone a Roma

Superano autovelox, etilometri, patente a punti e aule dei tribunali. I pirati della strada imbottiti di alcol, coca, allucinogeni uccidono. Spesso nemmeno vengono presi, quasi sempre rimangono impuniti. Quasi mai, nemmeno se alle spalle hanno altri omicidi colposi, vanno in carcere. Si rassegni Giuseppe Caracci di Rho. La figlia neolaureata Roberta è rimasta falciata dal cocktail Valium e hascisc che ha spinto l’ex tossicodipendente Alessandro Mega, patente ritirata, a 100 chilometri orari con l’auto sulla 500 della ragazza, un proiettile. Oggi Mega ozia a San Vittore, non ci resterà a lungo. Il pericolo di reiterazione del reato indicato dal gip Guido Salvini pur di lasciarlo dietro le sbarre è destinato a sbriciolarsi dinanzi all’impunità della giurisprudenza che ignora chi uccide per strada. “Né la campagna di informazione sui rischi derivanti dalla guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti” scrive Salvini nell’ordinanza “né le più elevate sanzioni del decreto sicurezza né la sospensione già inflitta lo hanno in alcun modo dissuaso”. No, la dissuasione conta poco. Mega se n’è infischiato. Anche oggi: “Non ricordo nulla”. Così quei pochi che conoscono la scomodità della cella stanno dentro solo quanto basta perché la notizia scivoli fuori dei giornali, spenta dalla normalità.

Così i pirati della strada aumentano: cresciuti del 74 per cento nei primi sei mesi di quest’anno. Uno su tre nemmeno viene identificato. L’anno scorso in 60 hanno ammazzato e ancora lampeggiano chiedendo strada, tranquilli al volante, liberi. A coriandoli il Codice della strada. Per il ministero della Sanità, l’80 per cento degli incidenti è dovuto proprio all’alcol, ben oltre un terzo di quelli gravi con morti rimasti sull’asfalto. Per l’Istat “gli incidenti a più alto rischio di morte sono quelli dovuti a un anormale stato psicofisico del conducente. Tali incidenti presentano, infatti, il tasso di mortalità più elevato: 6,6 per cento contro il 2,2 per cento relativo agli incidenti generati dagli errati comportamenti di guida del conducente”. Una radiografia allarmante con l’Ue che punta a ridurre le morti per strada del 50 per cento entro il 2010. Ma in Italia siamo indietro.
Che cosa non funziona? Con il dolore dentro per la perdita di un’amica, Elena Valdini, giovane giornalista piacentina, incasella oggi a uno a uno le questioni irrisolte, le contraddizioni, gli scandali, scandaglia i motivi che fanno del saggio Strage continua (Chiarelettere, 12 euro, 224 pagine) una ricerca lucida, un pugno allo stomaco che colpisce l’indifferenza di tanti automobilisti. Anche perché, come scrivono nella prefazione con efficacia Massimo Cirri e Filippo Solibello, conduttori di Caterpillar su Radio2, “i morti da scontri stradali sono morti di straordinaria lievità. Non interrogano, non pesano. Il dolore estremo delle persone che perdono un congiunto resta fatto privato, incidente. Non si è mai potuto costituire come dolore sociale, questione di tutti, interrogazione. Morire di traffico è morte ‘naturale’, parte integrante del nostro scenario di vita. Non genera proteste, stupore, spavento. Un’ipnosi collettiva”.
La strage continua rimane però sotto gli occhi: ogni giorno in Europa muoiono per scontro stradale gli stessi passeggeri di un aereo di linea.
La terza domenica di ogni novembre è la giornata mondiale in ricordo delle vittime della strada. Come Alessandro Cantini, deceduto nelle colline senesi a Barberino Val d’Elsa. Chi ha provocato lo scontro, Piero Biotti, era drogato con oppiacei, recidivo alla guida sotto effetto di droghe. Patteggia un anno e nove mesi con la condizionale. Libero. La patente non è stata sospesa nemmeno un giorno. Uscito dal tribunale è tornato al volante. Agnello Ursino. falciato a 95 km/h a Bologna città, il doppio della velocità consentita. Il conducente, Antonio G., incensurato, non soffia bene nell’etilometro. Si prende otto mesi di condanna. Pena sospesa. Libero. Avevano 31 e 35 anni i due ragazzi al tavolino dell’English pub vicino a Chieti centrato da un furgone. Al processo il conducente chiede il patteggiamento. Il gip di Lanciano respinge. “È la prima volta in Italia che il gup” osserva l’avvocato Gianmarco Cesari “rigetta la richiesta di patteggiamento con una pena superiore al limite di due anni per la concessione della condizionale”. Con le generiche si prende due anni e 8 mesi. Ma non vuole pagare le spese legali della parte civile. “Si faceva negare” continua Cesari “si nascondeva, pur avendo presentato richiesta di affidamento ai servizi sociali”. Il penalista avvisa i giudici che mandano il camionista in carcere dove sconta la pena sino all’indulto.

In questo limbo di ingiustizia Giuseppa Cassaniti Mastrojeni, presidente dell’Associazione italiana familiari e vittime della strada (Aifvs), interroga, pone domande semplici, cruciali: “Perché ai recidivi viene applicata ancora la sospensione condizionale della pena? Perché dal patteggiamento dell’imputato è esclusa la parte offesa quando solo la vittima può rappresentare il danno?”. Perché, insomma, chi ignora un semaforo, investe un pedone, fugge, se viene preso torna libero subito? “Con il gioco del bilanciamento aggravanti e attenuanti (incensuratezza e risarcimento)” spiega Fabio Roia, magistrato al Csm, “la pena prima del pacchetto sicurezza non superava mai gli 8-12 mesi di reclusione. Con la riforma di luglio si va dai 3 ai 10 anni per l’omicidio colposo in stato di ebbrezza o stupefacenti. Un intervento apprezzabile del legislatore, ma da un punto di vista tecnico questo tipo di omicidio non è ancora un reato autonomo”. Dunque solo un primo passo: “Con la riforma potrebbe essere precluso al giudice effettuare un giudizio di equivalenza” prosegue Roia “tra tutte le circostanze attenuanti e le aggravanti per avere cagionato la morte per guida in stato di ebbrezza. Il condizionale è d’obbligo perché bisogna ancora interpretare il coordinamento delle norme”. Insoddisfatti i parenti delle vittime, che chiedono leggi più dure: “Bisogna limitare” ribatte la Cassaniti Mastrojeni “l’applicazione della condizionale e dei patteggiamenti”. Il padre di Roia è morto investito sulle strisce pedonali da un automobilista condannato a sei mesi di reclusione non scontati: “Manca la tutela effettiva della vittima nell’ambito del processo, che può arrivare solo dalla rapidità dello stesso, dal riconoscimento delle responsabilità di chi ha posto la vittima a essere tale e attraverso la modifica dell’articolo 111 della Costituzione. I processi per questi omicidi dovrebbero avere una corsia preferenziale. Il danno non è risarcibile”. Il pm di Bologna Valter Giovannino, quello del processo alla banda della Uno bianca, sperimenta invece il sequestro della patente all’automobilista ubriaco e la misura cautelare immediata per il rischio di reiterazione dell’omicidio colposo a chi uccide in stato di ebbrezza e drogato ad alta velocità. Come Salvini con Mega che ha ucciso Robertina. Ma si tratta di iniziative pilota. Per il momento la pena rimane sospesa.

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Discutine sul FORUM: Chi provoca un incidente mortale non deve più guidare?

Commenti

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Il 10 Novembre 2008 alle 21:07 carlo.tosi ha scritto:

Quando c’era il centrosinistra al governo, dall’allora opposizione si levavano strepiti e fortissime critiche verso l’operato della giustizia, e tantissime promesse “elettorali” del tipo: se votate per noi metteremo tutto a posto per quel che riguarda la sicurezza dei cittadini, in tutti i settori, dalla piccola malavita alla sicurezza sulla strada.
Ebbene, ora sono loro al governo, ma non sembra cambiato nulla, anzi! Decine di morti sulle strade, uccisi da pirati che puntualmente la passano liscia. Così come le vittime di scippi, aggressioni, stupri, rapine ecc. La sicurezza è certamente aumentata, ma solo attorno alle case ed alla vita dei politici. La gente normale si deve arrangiare e proteggere da sola.

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