Umberto Bossi è diventato moderato? «Ma io sono un moderato!», risponde secco il leader della Lega Nord a Panorama. Che replica: «Ma lei è Bossi…». Rilassato ed elegante con una camicia a righine verdi dal colletto casual, il ministro delle Riforme per il federalismo aggiunge: «Io dico sempre cose sagge». E alla fine svela il perché nel giro di pochi giorni ha detto cose che sembravano più moderate di quelle di un «democristianone», direbbe lui, come Pier Ferdinando Casini. Teme forse che troppa tensione sociale sul governo possa compromettere il federalismo? «E certo che lo temo», replica il Senatùr, infilandosi in macchina, all’uscita dal suo ministero. Pur essendosi detto ottimista sul percorso della riforma, ragione sociale del Carroccio, iniziato il 10 novembre al Senato, è proprio per mettere al sicuro il federalismo che Bossi si è fatto moderato.
Un’immagine spiazzante rispetto al leader che rivoluzionò il linguaggio politico con i suoi slogan celoduristi. Ma, fedele alla sua regola lessicale per la quale «le parole possono diventare macigni: valgono mille volte di più di un forbito, ipocrita messaggio politichese», il Senatùr è riuscito a far diventare pietre anche i messaggi più soft. Rimettendosi ancora una volta al centro del dibattito politico. In pochissimi giorni ha lanciato quattro di queste «pietre», facendo parlare di una sua svolta moderata. Ha corretto Silvio Berlusconi per la sua battuta su Barack Obama «abbronzato». Proprio lui che anni fa scatenò una buriana con quel «Bingo bongo», riferito ai clandestini di colore, ha detto in sostanza che Berlusconi «certe battute» se le poteva risparmiare. Ha invitato la maggioranza a non tagliare i soldi alle università e a dialogare sulla riforma della scuola. Ha difeso il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna dalle grinfie delle polemiche acuminate del deputato del Pdl Paolo Guzzanti. E a Gianfranco Fini e Massimo D’Alema ha risposto con un fermo ma diplomatico: «Un’altra Bicamerale (sul federalismo, ndr) non serve». In barba a chi soprattutto tra gli alleati, come sospettano nella Lega, magari sperava di spazientirlo e risospingerlo verso toni secessionisti.
Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, il numero due della Lega che esordì agli albori del movimento con il Senatùr da writer sui muri delle autostrade, spiega a Panorama il Bossi moderato con un’articolata analisi. Che è anche una lezione di strategia e tattica leghista. Parte da questa premessa: «Noi abbiamo punti di riferimento molto precisi, frutto di un’azione e un’analisi politica ormai ventennale. Forse siamo l’unico partito che ha davvero una visione strategica chiara. Sappiamo dove andare, conosciamo bene il nostro orizzonte. Quando viaggi e vedi il faro davanti a te è facile orientarti. Chi invece viaggia nella nebbia rischia di avere contraccolpi elettorali notevoli. Questo è il motivo per cui Bossi e la Lega riescono a muoversi con grande abilità e a ottenere risultati di consenso che si sono visti anche nelle ultime elezioni in Trentino».
Dunque perché questa moderazione di Bossi? «La nostra è l’attuazione tattica di un disegno strategico che nessun altro ha in modo così chiaro come noi. Quindi sappiamo quando bisogna premere il piede sull’acceleratore e quando bisogna frenare». Maroni ammette: «Bossi rispetto alla battuta di Berlusconi su Obama ne ha dette anche di più pesanti, ma lui le dice al momento giusto non quando gli vengono. Quando bisogna spingere spinge, quando bisogna moderare i toni li modera. Lui non fa battute per il gusto di farle in quel momento, ma perché le ritiene funzionali a un progetto che è il federalismo». Spiega: «Quando noi spingiamo, quando rallentiamo o svoltiamo rapidamente a destra o a sinistra, quando lanciamo ponti all’opposizione non è mai solo per il bisogno di farci sentire o di finire sui giornali, ma, ripeto, è sempre in funzione di un progetto che è il federalismo». Quindi, prosegue il numero due del Carroccio,«quando vediamo che ci si avvicina alla palude diamo un colpo di acceleratore, quando vediamo che stiamo andando troppo forte, che gli altri non ci seguono e che il rischio è poi quello di schiantarci freniamo».
Ora si corre questo pericolo? Maroni osserva: «Surriscaldare l’ambiente politico con le piazze piene, l’università , la scuola in subbuglio è funzionale o no al conseguimento delle intese necessarie per approvare il federalismo? Evidentemente no. Ecco che allora Bossi interviene per dire: calma, bisogna trovare i soldi, bisogna sminare il terreno perché questo può rendere più difficile la riforma federale. Questo non significa che la riforma della scuola del ministro Gelmini sia sbagliata, ma secondo noi fatta in questo modo rischia di compromettere il nostro obiettivo principale». Ma avverte: «Bossi oggi frena, ma domani è sempre pronto ad accelerare». I toni moderati servono anche a prendere i voti dagli alleati come è accaduto in Trentino? Maroni smentisce: «Tutt’altro. Noi ovviamente non rifiutiamo i voti di chi ce li dà , però c’è una parte dell’elettorato del Pdl che non vota Lega. Bossi ha detto che Berlusconi ha perso perché non ha fatto campagna elettorale. Questa frase è la sintesi della nostra analisi: noi vinciamo perché abbiamo un partito radicato sul territorio, Berlusconi ha un partito diverso, se non si impegna lui in prima persona è difficile mantenere i consensi. Io non mi compiaccio se aumento i miei voti prendendoli al Pdl perché non è questo il mio obiettivo. Anzi, so che se il Pdl si innervosisce, se ci accusa di rubargli i voti poi sarà più difficile fare il federalismo».
Un’apertura, con insoliti toni d’apprezzamento, viene al Bossi moderato da Goffredo Bettini, coordinatore dell’iniziativa politica del Pd, ma soprattutto grande ambasciatore del segretario del partito Walter Veltroni. Bettini con Panorama commenta: «Pensando al poker si potrebbe dire che quello del federalismo per Bossi è la mano che vale una vita». Per questo, osserva il coordinatore del Pd, «essendo un tattico, per nulla sprovveduto, Bossi alterna accelerate e minacce a una grande prudenza e alla consapevolezza che per lui sarebbe un suicidio isolarsi e spezzare i fili che lo legano agli altri. Incluso, penso, lo schieramento di opposizione. Vedremo».
Resta, però, duro il giudizio sul governo: «Sul federalismo ha unito una certa confusione a una totale mancanza di certezze economiche e finanziarie». Il federalismo che piace a Bettini «è il contrario di ogni visione separatista o secessionista perché deve unire meglio le varie parti del paese dando loro più autonomia per valorizzare le proprie tradizioni, valori, peculiarità , costruendo uno stato unitario non pesante ma più autorevole, efficiente, e fonte di giustizia e sviluppo». Per essere un potente stratega del Pd romano, è un Bettini, si direbbe, in versione quasi «leghista». Miracoli del Bossi moderato?
- Domenica 16 Novembre 2008
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