Chiamparino chiama la Lega. E il vento del Pd del Nord gela Veltroni

Roberto Maroni e Sergio Chiamparino

“La Lega? C’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega… È una nostra costola”. Era l’ottobre 1995 quando Massimo D’Alema apriva al movimento lumbard di Bossi e Maroni. Il governo Berlusconi era già caduto, la Lega cresceva in consensi e sembrava sempre di più l’alleato indispensabile per ogni nuovo scenario politico nazionale.
Ieri, hanno pensato in molti a quelle parole. Perchè tra la Lega “costola della sinistra” e la dichiarazione fatta dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino, durante la trasmissione di Lucia Annunziata In mezz’ora, sulla possibilità di un’alleanza con il Carroccio “se rinuncia al populismo”, sembrano esserci molte, moltissime affinità.

Innanzitutto per le reazioni a valanga che ha provocato la dichiarazione del primo cittadino piemontese. A cominciare dai dirigenti nazionali e proseguendo con quelli regionali e provinciali, è stata infatti tutta una gragnuola di prese di distanze, battute al vetriolo, distinguo e in qualche caso avvertimenti, che non lasciano ben sperare di vedere l’accoppiata Pd-Lega insieme, nemmeno alla prossima tornata delle amministrative.
Dunque, è quasi certo che il dialogo tra i due partiti per un’alleanza non inizierà nemmeno.

Eppure, l’obiettivo di Chiamparino è stato quasi certamente raggiunto. La proposta di un progetto comune fa infatti il paio con la richiesta, siglata sempre Chiamparino, di un coordinamento del partito democratico nelle regioni del Nord (in primis Piemonte, Lombardia e Veneto, “ma siamo disposti ad estendere l’invito anche ad altre regioni” ha dettoil sindaco di Torino).
Possibilità, questa, che non ha affatto entusiamato il loft romano del Pd. Chiamparino ha risposto a muso duro, ribadendo comunque la sua volontà ad andare avanti sia nella costituzione de coordinamento del nord sia nelle scelte di candidati e programmi “legati al territorio” per le prossime elezioni. Ma il sindaco ci tiene a sottolineare che la sua iniziativa non ha un carattere anti-Veltroni. “Il partito è consapevole che ci sono dei problemi, ma non riusciamo a fare capire a sufficienza che il Pd non è solo Veltroni e D’Alema” commenta. “La leadership di Veltroni è stata decisa da milioni di italiani che sono andati a votare e sarebbe sbagliatissimo metterla in discussione”. Poi, subito dopo, aggiunge: “Se il centro dirà di no non è che facciamo scissioni, però lavoriamo comunque. Non può più succedere che all’ultima ora dell’ultima notte uno si trova nell’elenco, quale candidato del territorio, dietro a un altro che non si sa chi è”.
Anche perché per Chiamparino le resistenze del Pd, a livello romano, stanno nel fatto che “ritengo ci sia un problema all’origine: il Pd nasce a correnti preesistenti, e alcune di queste aree hanno visto nel Pd più un modo per costituire un contenitore molto ampio al cui interno riprodurre la propria area e tutelarla che non una sfida per fare un soggetto nuovo, e questo secondo me nel momento in cui viene calato nel territorio diventa paralizzante”.
Insomma, nonostante da Roma non arrivi alcun segnale, il progetto va avanti.

La contromossa di Veltroni? Un’apertura, di credito: “Sono assolutamente aperto perché ritengo che un coordinamento del Nord possa essere utile ritengo, non da oggi, ed avere un ruolo e una funzione nell’elaborazione di linee, strategie e alleanze”. Il segretario del Pd mostra così, conversando con i giornalisti a margine del Consiglio del Pse, la sua disponibilità verso l’organismo proposto da esponenti come Sergio Chiamparino.
Ma se la grana scoppiata con l’accelerazione impressa dal sindaco di Torino alla “questione settentrionale” sembra almeno in parte essere disinnescata, resta invece intatto in tutta la sua delicatezza il problema della collocazione europea del Partito. Il segretario era infatti all’assise del Partito socialista europeo solo in qualità di ospite e non ha sottoscritto il manifesto politico comune in vista delle prossime elezioni europee (da tenersi in Italia nel giugno del 2009) in quanto il Pd non aderisce. Cosa che hanno fatto invece l’ex ministro e ultimo segretario dei Ds Piero Fassino e la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso in qualità di Presidente del comitato degli amministratori regionali socialisti in Europa.

Commenti

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Il 5 Dicembre 2008 alle 11:55 Veltroni e la sfida sulla leadership. D’Alema: “Se non lo volessi glielo direi” » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Se non è un’accusa alla gestione del partito negli ultimi mesi, poco ci manca. Tanto più che D’Alema, con la sua associazione Red - stando a sentire gli stessi suoi uomini -, di spirito organizzativo ne sta dimostrando a sufficienza. Adesso, si aspetta la contromossa di Veltroni. Stretto dalle richieste di Sergio Chiamparino (che preme per un Pd federato), pressato dai mal di pancia di numerosi democratici di area cattolica (che non accetterebbero mai l’iscrizione al gruppo socialista europeo) e incalzato dalle dichiarazioni di Di Pietro e di alcuni intellettuali d’area (che invocano la questione morale contro la corruzione di ” cacicchi e dirigenti locali”), per il momento, Walter chiede solo “trasparenza e coerenza”. [...]

Il 23 Luglio 2009 alle 15:42 Burlando: “Per sollevare il Sud (e il Pd) ci vorrebbe un mio amico, Helmut Kohl” » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Presidente, si parla del partito del Sud e il governatore campano Bassolino (suo collega per ruolo e per tessera Pd) pensa a un movimento politico culturale che vada oltre i partiti. Ma che fine ha fatto il partito del Nord del Pd, quello che lo scorso inverno ha posto la questione settentrionale anche nel centrosinistra? A me la dizione partito del Nord non è mai piaciuta e ho sempre preferito un grande partito nazionale, particolarmente attento ai territori. Ma alcuni mesi fa ha dichiarato che la “rivincita del Pd deve partire proprio dal Nord”. Quando dissi che bisognava partire dalle regioni del Nord è perché in quella parte del paese il Pd ha maggiori difficoltà a trovare consensi ed è, infatti, l’area in mano a Pdl e Lega. Forse il federalismo, in questi ultimi mesi, è diventato un tabù nel centrosinistra… “Non è un tabù. Solo che, personalmente, sono stufo di sentirlo nominare solo a parole. Io sono una persona che preferisce i fatti. Si parla di federalismo, ma in giro ne vedo poco”. Il suo collega Bassolino ha parlato, in un’intervista al Corriere, di punte di razzismo anti - Sud. “Questo paese non è riuscito ad affrontare sul serio la questione meridionale e bisognerà farlo sul serio, come ha fatto la Germania di Kohl, che vent’anni fa ha preso di petto la questione della Ddr. E la Germania ha fatto meglio di noi in soli due decenni”. Allora ha ragione il ministro Calderoli a parlare di un Sud ancora assistenzialista? “Capisco le esigenze delle regioni che producono di più, ma c’è una bella differenza tra chiudere i rubinetti al Sud, come vorrebbe al Lega, e infischiarsene se una regione produce poco o niente, perché tanto i soldi arrivano lo stesso, come accade oggi. Bisogna responsabilizzare le regioni a controllare le spese: non è possibile che in Liguria contiamo 1200 dipendenti per un milione e seicento mila abitanti e la Sicilia invece 21 mila su cinque milioni”. Dario Franceschini si è detto aperto a un partito nazionale ma anche federale: è forse lui il candidato più vicino al partito del Nord del Pd? “Lo sanno tutti come la penso (Burlando si è schierato con la mozione Bersani, ndr) e non credo ci siano candidati alla segreteria nazionale più o meno nordisti”. Alle europee e amministrative di giugno hanno vinto il Pdl e la Lega, soprattutto nelle regioni settentrionali. La sua collega Mercedes Bresso ha detto che in Piemonte può fare la sua parte, ma “per il resto del Nord no, perché non conosco il segreto della pozione. Il Pd deve trovare un mago per farla”. È davvero così disastrosa la situazione del centrosinistra nel Nord Italia? “Non sono così pessimista. È un luogo comune che il Pd non possa essere forte nelle regioni ricche del Nord, perché si tratta di una questione dei gruppi dirigenti. Prendiamo due regioni limitrofe e ricche come il Veneto, tradizionalmente di centrodestra, e l’Emilia, tradizionalmente rossa. La ricetta non può essere la stessa: in Emilia bisogna mantenere il radicamento storico, in Veneto bisogna conquistarlo. In Liguria, per esempio, la sinistra ha radici storiche, legate agli operai delle industrie di Genova e Savona, che siamo riusciti a mantenere grazie a un buon operato della classe dirigente”. Lei guida una regione del Nord Ovest. Dall’altra parte, nel Nord Est, con un piede nella MittleEuropa, dove la Lega è fortissima. C’è la possibilità, se le cose dovessero continuare così, di una secessione della locomotiva dal resto d’Italia o della creazione di una sorta di Baviera all’italiana? “Ma in Baviera non si vive mica male. Lo so perché sono un germanofilo e conosco bene quel Land. Comunque, non credo che ci sia il pericolo di una secessione del Nord Est dall’Italia. Il problema, semmai, è contemperare le aspirazioni di un popolo facendo in modo che non diventi puro egoismo. Questa è la situazione nel Triveneto, come nella Lombardia. Anzi mi chiedo sempre se la Lombardia faccia parte del Nord Est o del Nord Ovest, considerando la storia del Lombardo Veneto e le affinità politiche tra le due regioni”. [...]

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