
La dichiarazione è questa: “Dovremo fare un check up su come viene utilizzato questo strumento. Rischia di tenere il partito impegnato in una consultazione permanente e di distrarre i dirigenti dai problemi reali”.
Difficile crederci, ma la frase viene dall’entourage Walter Veltroni. A poco più di un anno dall’ “evento epocale per la politica italiana” (leggi: le primarie), che lo ha eletto segretario del Pd, ieri l’ex sindaco di Roma ha assestato una nettissima frenata alle consultazioni pre-elettorali, quelle che, mesi prima, costituivano “l’elemento prinicipale che caratterizza il Pd rispetto alle altre forze politiche nazionali”.
Una novità , questa, solo parziale. Per gli elettori democratici, la doccia fredda era infatti già arrivata durante le ultime elezioni politiche. Già allora la scelta di liste e candidati del Pd era avvenuta dall’alto, senza alcuna consultazione popolare. Ad aggravare la situazione, poi, si era messa l’attuale legge elettorale, che non prevede le preferenze. Gli elettori del “partito delle primarie”, così come quelli di altre forze politiche, si erano così visti costretti a votare candidati che con il territorio non aveva nulla da spartire.
È vero: nei mesi successivi c’erano stati timidi cenni di ripresa, specie per l’elezione di alcuni coordinamenti provinciali e regionali. E forse anche per questo, i dirigenti locali erano tornati alla carica: così, nei giorni scorsi una delle condizioni richieste da Sergio Chiamparino era proprio quella dei “candidati legati al territorio”.
Ma il sindaco di Torino non è stato il solo a chiedere maggiore rappresentatività territoriale. Ieri, sul suo blog, il deputato Roberto Giacchetti scriveva: “Dopo la sconfitta alle comunali si svolse una difficile Assemblea romana nella quale tutti, dico tutti, dichiararono pubblicamente che l’unico modo per uscire dalla difficile situazione era quello di restituire la parola al popolo delle primarie. Il coordinatore, che aveva annunciato di non essersi dimesso solo ‘per senso di responsabilità ’, dichiarò testualmente che le primarie erano la ’strada da seguire’ per scegliere la nuova classe dirigente locale, a patto di fare presto”.
“In questi quattro mesi” concludeva Giacchetti, annunciando le dimissioni dal Pd romano “non è accaduto nulla, non è stato fatto nulla. La classe dirigente del partito è stata impegnata in caminetti ed incontri carbonari volti a trovare accordi e gestire guerre interne senza tenere in alcuna considerazione il crescente disagio che si formava nei circoli e nella base del partito”. Parole dure, che hanno fatto infuriare i vertici democratici.
“Basta col partito giungla”: è stata la risposta di Veltroni, che ha tra l’altro posto la pietra tombale sul Partito democratico del Nord voluto da Chiamparino (e su cui pure all’inizio il segretario non era sembrato poi così categorico). “Serve un chiarimento politico vero” ha concluso il leader del Pd. Ma più che di primarie, ieri al loft si sentiva aria di centralismo democratico.
- Mercoledì 3 Dicembre 2008
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Commenti
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Il 4 Dicembre 2008 alle 12:06 prat_pratico ha scritto:
Antonio de Curtis cesellò un siparietto comico di altissima fattura che torna utile a descrivere le grandi difficoltà di orientamento nella scacchiere politico attuale che il Partito Democratico ed il suo segretario incontano :
“Per andare dove dobbiamo andare,per dove dobbiamo andare?”.
Ci sono diverse questioni essenziali sul tappeto per il partito di Veltroni e Fassino e tutte riguardano la stessa essenza del partito .Il mancato scioglimento di questi nodi potrebbe penalizzare non solo gli schemi organizzativi del Partito Democratico ma i suoi stessi assetti fondativi,portando all’orizzonte nuove diaspore o addirittura il suo inglorioso scioglimento.Molto inchiostro è stato versato su questo aspetto ,per semplicità noi riassumeremo in pochi punti:
il PD del Nord con Chiamparino che scaglia saette sul PD romanocentrico
la firma di Fassino per l’adesione al Partito Socialista Europeo;
Rutelli e Parisi che invece vogliono aderire al Partito Popolare Europeo;
la fronda di D’Alema;
la questione morale che coinvolge le amministrazioni;
l’iperbole e parabola della Vigilanza RAI e il senatore ribelle Villari ;
la funesta alleanza con Antonio Di Pietro.
Rispetto a queste problematiche che coinvolgono il partito e non solo per il confronto interno, Veltroni sembra avere un atteggiamento conservativo ,solo per la sua poltrona di segretario.Egli appare come un piccolo Luigi XV che mantiene il suo trono ,ottusamente ,prevedendo perfino il “diluvio” alle porte.D’altro canto i suoi tentativi bonari di sanare il conflitto interno facendo profitto dello spirto antiberlusconiano lo espone a continue delusioni come nel caso IVA-SKY.Sarà pur vero che il gradimento del governo è sceso di 3 punti ma a breve il trend si capovolgerà ed il governo risucchierà questo piccolissimo gap di consenso.Veltroni rimarrà così il don Chisciotte del “conflitto d’interessi,”ancora più perdente del cavaliere di Cervantes, Una sconfitta annunciata perché quella mitologia tardo-televisiva non sembra entusiasmare più neanche “le folle e moltitudini” giustizialiste e post-girotondine..
Allora il già sindaco della Capitale sarà capace di scioglier i veri nodi sul tappeto ?Con “pacatezza e serenità ”noi maturiamo un fenomenale dubbio ,altro che Amleto ,caro Uolter!
Prat Pratico
http://pratico.splinder.com
Il 5 Dicembre 2008 alle 13:38 Fibrillazioni Pd: il pressing di Walter su Bassolino-Iervolino » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Antonio Bassolino, Rosa Russo Iervolino: da giorni, si aspettava la reazione di Walter Veltroni alle accuse (mosse da intellettuali e alleati) sulla cattiva gestione del partito negli enti locali. E la reazione è arrivata: la prima regione a finire nella black-list è stata, manco a dirlo, la Campania. Stando a sentire alcuni uomini vicini al segretario, non ci sarebbe però nessuna nuova sortita. Anzi, “la posizione è quella concordata con lo stesso Bassolino durante la campagna elettorale: restare in carica fino a che non sarà risolta l’emergenza rifiuti, poi dimissioni da governatore”. In realtà , la richiesta di Veltroni sembra essere più di un monito a rispettare i tempi e i patti. E infatti non è stata affatto una mossa isolata. Nelle stesse ore, il segretario del Pd avrebbe chiesto a Rosa Russo Iervolino un “ampio rinnovamento della giunta comunale”. Provocando la reazione piuttosto risentita del sindaco di Napoli :”ho mani pulite e spalle fortissime. Se ci sono problemi politici Veltroni lo dica e dica quali alternative hanno perché il vinavil non si addice a Rosetta Iervolino”. [...]
Il 21 Luglio 2009 alle 14:10 Casinò Pd: grandi manovre alla ricerca di un leader » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Il regolamento del Pd per l’elezione del segretario sembra una creatura abominevole uscita dalle pagine de L’Isola del Dottor Moreau. “Una cosa totalmente folle” dice Velardi “prodotta dal tentativo di autoconservazione di un gruppo dirigente che, entrato nella logica mediatica delle primarie, ha provato a salvaguardarsi con un mostro giuridico”. Quella del regolamento è una lettura sospesa tra orrore ed errore, dove apprendiamo che per sedersi al tavolo il giocatore candidato deve avere le firme e dunque l’appoggio di almeno “il 10 per cento dei componenti l’assemblea nazionale uscente, oppure di un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2 mila, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo”. Mal di testa? Ecco la pillola-traduzione: o controlli un pezzo di partito o vai sul mercato della politica per comprare le tessere e le firme. Alle ore 20 del 23 luglio Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Mario Adinolfi dovranno presentarsi con il bottino di firme. E qui comincia il bello: Franceschini e Bersani non hanno problemi, il primo ha con sé il sistema veltroniano, il secondo il famigerato apparato dalemiano. Marino è un outsider e, come vedremo, le firme e le tessere se le dovrà sudare, strada ancora più impervia per il blogger Adinolfi. Le tessere sono fondamentali perché la prima mano del poker democratico prevede il voto nelle riunioni di circolo. Si svolgerà entro il 30 settembre e potranno scegliere un candidato solo gli iscritti al partito. In questa fase, come nella Balena bianca, vince chi ha più iscritti dalla sua parte e cioè chi controlla più tessere: non è ancora il momento di eleggere il segretario, però si scremano solo le candidature per le primarie. Come? Ecco in soccorso l’adamantino articolo 8 comma 2 del regolamento: “Risultano ammessi all’elezione del segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15 per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome”. Vertigine e traduzione: chi controlla il 5 per cento delle tessere ha la speranza di entrare nel mazzo delle primarie, chi becca il 15 per cento è invece sicuro di essere catapultato nel grande gioco. Domanda delle cento pistole: e se sei candidati prendono il 15 per cento dei consensi a testa, cioè il 90 per cento dei voti espressi? Si balla la rumba, tutti vanno alle primarie. Prendiamo un’aspirina, pigiamo il tasto avanti sul telecomando e passiamo alla scena clou: file ai gazebo, contorno di banchieri democratici, festa grande, piazze piene, “un grande giorno per la democrazia”. Votano tutti, iscritti al partito e registrati d’occasione per scegliere il segretario e i membri dell’assemblea nazionale. Chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi. In queste condizioni, con due sfidanti simil-forti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto e soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno. Labirintite? State seduti, pigiate il tasto del telecomando indietro, i gazebo spariscono, si torna nelle stanze del partito perché, “qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice, in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi”. Tasto reset sulle primarie, la partita a poker la vince chi ha più carte da giocare, cioè più tessere. A quel punto ogni legione avrà deciso il suo imperatore in tre passaggi diversi e altrettante fonti di legittimazione: gli iscritti con il voto dei circoli, i registrati con le primarie, gli eletti con l’assemblea nazionale. Balcanizzazione del partito ed esito finale “dell’accordicchio” dice Velardi “tra gruppi di potere nella logica di un finto vogliamoci bene, quando invece servirebbe un leader con il coraggio di aprire una vera guerra interna per il comando, lasciando sul campo morti e feriti”. Sembra la parabola dell’Alberto Sordi commerciante di pompe idrauliche che passa al commercio d’armi, viene scoperto da moglie e figli, ma in famiglia nessuno rinuncia ai soldi e agli agi. Nel Pd finché c’è guerra c’è speranza. [...]
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