In tasca aveva quattro piccoli animali in plastica. Un alce, una giraffa, una rondine e un leone. I suoi compagni di viaggio sono stati ritrovati insieme alle spiegazioni su come agganciarsi sotto ai camion e a un taccuino di pensieri e poesie. Parole che Zaher Rezai, 13 o forse 17 anni (la radiografia dello scheletro lascia un margine di incertezza), si era portato con sé dall’Afghanistan per affrontare il suo viaggio della speranza.
Cercava una vita migliore, ma in Italia ha trovato la morte sotto le ruote di un tir al quale si era attaccato per sfuggire ai controlli nel porto di Venezia. E ora, che Zaher non c’è più, sono le sue parole a raccontare la tragedia di un bambino che scappava dalla guerra e dalla povertà: “Non so ancora quale suono mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai si spenga questa mia primavera”, i suoi timori Zaher li esorcizzava scrivendo le frasi degli antichi poeti del suo Paese. “La storia di Zaher può essere eletta a icona del migrante afghano” spiega Francesca Grisot, mediatrice culturale che ha tradotto i versi. “Rappresenta la storia di una diaspora silenziosa, alla quale Zaher dà finalmente una voce. Una voce dolcissima”. Secondo le prime ricostruzioni, Zaher aveva lasciato la sua città Mazar-i Sharif per andare in Iran, dove per un anno aveva lavorato come saldatore. Da qui, dopo aver guadagnato qualche soldo, era ripartito alla ricerca di un futuro migliore. “Ogni anno sono oltre 260 i minori che arrivano a Venezia” racconta Rosanna Marcato, responsabile del Servizio pronto intervento sociale per minori non residenti del Comune di Venezia “il 60 per cento sono afghani, che dall’Iran attraversano la Turchia e la Grecia. Qui poi si imbarcano verso l’Italia sui traghetti della speranza”.
Un viaggio che può durare anni, come quello di Zaher. Il suo taccuino è scritto in una calligrafia che rivela un grado di istruzione molto basso, segnale che Zaher non ha mai avuto la possibilità di studiare. “Gli afghani usano la poesia come consolazione, tutti, anche quelli poco istruiti, conoscono i poeti antichi, li citano e usano le loro metafore per esprimere i propri sentimenti” spiega Marcato. In questo caso le parole che Zaher scriveva sono state premonitrici: “Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendersi il mio corpo, chi si occuperà della mia sepoltura? In un luogo alto sia deposta la mia bara, così che il vento restituisca alla mia patria il mio profumo”. Per ora il corpo di Zaher giace in uno dei dodici frigoriferi del cimitero di Mestre e il desiderio di essere sepolto in patria sembra difficile da realizzare. Hamed Mohamad Karim è il mediatore che ha avuto il compito di telefonare ai familiari di Zaher in Afghanistan. “Dopo essermi presentato il padre mi ha chiesto se e come sapevo che Zaher si trovava in Italia. Gli ho raccontato della sua morte e il padre ha immediatamente riattaccato la cornetta. Il giorno dopo mi ha ricontattato, mi ha chiesto di descrivergli il ragazzo in modo da essere certo che fosse proprio lui. Ci siamo risentiti e mi ha chiesto se poteva riavere il corpo. Gli ho detto che servivano molti soldi, circa 8-10mila euro, e gli ho promesso che mi sarei attivato. Mi ha detto “fa quel che puoi, senza perdere la dignità, cioè senza elemosinare a nessuno”.
Per riportare il corpo di Zaher in patria, il Comune di Venezia ha lanciato un appello a tutti i cittadini per contribuire con una colletta. “Dobbiamo pensare a Zaher e a questi ragazzi sfortunati come se fossero nostri figli” dice Luana Zanella, assessore comunale al Centro Pace di Venezia. Chi volesse aderire si può rivolgere al Comune, Direzione politiche sociali, partecipative e dell’accoglienza (tel. 041.2747463). Inoltre le associazioni veneziane impegnate nell’ambito dell’immigrazione si sono riunite nel coordinamento “Tutti i diritti umani per tutti”, promuovendo un presidio che inizierà oggi, sabato 20 dicembre, alle ore 10,30 al Porto.
- Sabato 20 Dicembre 2008
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