- Tags: accordo, elezioni, europee, Lega, Pd, Pdli, Pier Ferdinando Casini, Prc, proporzionale, sbarramento, seggi, Strasburgo, Udc, Verdi
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di Stefano Brusadelli
Sia pure espresso nel linguaggio curiale della politica, il messaggio che i due negoziatori affidano a Panorama è inequivocabile: entrambi gli usci sono ancora aperti. Tra meno di sei mesi, il 6 e 7 giugno, si vota per rinnovare il Parlamento europeo, la maggioranza e l’opposizione sono ai ferri corti su quasi tutta l’agenda politica, ma la possibilità di riscrivere insieme le regole elettorali esiste ancora. A condizione di stringere un accordo in fretta, non oltre la fine di gennaio, e di procedere a una sorta di scambio in nome della reciproca utilità .
Dice il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, plenipotenziario di Silvio Berlusconi per le riforme istituzionali: “Sulla riforma della legge elettorale europea abbiamo scontato l’incertezza della linea del Pd dopo le politiche. Ma il Pd sa bene che se decide di tornare a perseguire la valorizzazione del bipartitismo, da parte nostra non troverà le porte sbarrate”.
Sull’altro versante ecco Antonello Soro, presidente dei deputati del Pd, il primo, dopo il voto di aprile, a proporre ai vincitori un tavolo per un accordo complessivo sulle regole: “Su tutte le riforme importanti non ci siamo mai sottratti al confronto. Ci vorrebbe un diverso clima politico generale, ma non siamo contrari a riprendere la discussione sulla riforma elettorale europea. A condizione però che questa legge consolidi il bipolarismo, e non consolidi invece la scelta verticistica degli eletti che c’è nella legge elettorale nazionale”.
Entrambi gli schieramenti avranno motivi di seria preoccupazione, se a giugno si dovesse applicare il sistema attuale, con le preferenze e senza soglia di sbarramento. Silvio Berlusconi teme che all’indomani del congresso di metà marzo, che sancirà l’avvio della fusione tra Fi e An, tra i due (ex?) partiti ricominci uno scontro fratricida per la raccolta delle preferenze; destinato, per di più, a concludersi con la prevalenza di An, partito più radicato. Walter Veltroni, soprattutto dopo l’esito disastroso del voto abruzzese, ha un timore più corposo, e cioè che i minipartiti neutralizzati alle ultime politiche grazie alle soglie di sbarramento possano tornare in campo rubando voti e seggi al già esangue Pd.
In base a un recente sondaggio della Ipr Marketing, sarebbero ben cinque (Prc, Verdi, Sinistra democratica, Ps e Radicali) i partiti di centrosinistra che navigando sopra la soglia dell’1 per cento riuscirebbero a mandare almeno un rappresentante a Strasburgo. In queste condizioni sarebbe impossibile per Veltroni presentare il voto a queste liste come una scelta inutile, e al Pd mancherebbero probabilmente tra 4 e 5 punti percentuali, accelerando il definitivo tracollo della stagione veltroniana e forse la stessa sopravvivenza del partito che ha messo insieme Ds e Margherita.
Senza contare che anche per Veltroni l’abolizione delle preferenze sarebbe vantaggiosa, consentendogli di attribuirsi la parola definitiva sulla scelta degli eletti a scapito dei suoi avversari interni, Massimo D’Alema in primis.
“Tra Berlusconi e Veltroni” ragiona il politologo Augusto Barbera, area Pd, “ci sono paradossalmente interessi convergenti, anche se non lo possono dire. Tutti e due sono interessati a cancellare le preferenze e a rafforzare l’evoluzione bipolare del sistema politico italiano contro chi vuole rimetterla in discussione”.
Fatto sta che gli sherpa dei due schieramenti hanno ripreso in questi giorni il filo del dialogo, mettendo sul tavolo anche un’idea inedita per tentare di superare lo scoglio delle preferenze. Mentre su una soglia di sbarramento al 4 per cento ci sarebbe già un’intesa di massima, sull’abolizione delle preferenze si tratterebbe di fare i conti non solo con la contrarietà di An e Udc, ma anche con quella di buona parte del Pd.
Un po’ perché (vedere le parole di Soro) in tal modo risulterebbe legittimata l’analoga abolizione esistente nella legge elettorale nazionale, contro la quale il partito è in polemica; un po’ perché in nome della comune battaglia a favore delle preferenze si spera di agganciare i centristi di Pier Ferdinando Casini.
La soluzione del rebus, stando ai contatti di questi ultimi giorni, potrebbe arrivare da nord. Cioè dai sistemi in vigore in Svezia e in Belgio che, in modo a dire il vero piuttosto complicato, mantengono le preferenze ma ridimensionandone il peso. In Svezia esiste un meccanismo per cui le preferenze possono sovvertire l’ordine di lista soltanto se superano una determinata percentuale. In Belgio, in base a una formula matematica, si computano i voti al partito non accompagnati dall’indicazione della preferenza come se fossero voti confermativi dell’ordine di lista. Due soluzioni salomoniche per salvare le preferenze, ma depotenziandole.
- Martedì 23 Dicembre 2008
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