- Tags: ambiente, dimissioni, elezioni-anticipate, Pd, regione, Renato-Soru, Sardegna
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L’aveva detto e l’ha confermato. Non essendo cambiate le condizioni politiche, Renato Soru lascia la guida della Regione Sardegna e, per la prima volta nella storia dell’Autonomia, i sardi andranno ad elezioni anticipate. Si voterà a febbraio, molto probabilmente il 15, in anticipo di sei mesi rispetto alla naturale scadenza della XIII legislatura apertasi nel 2004.
Per lo scioglimento dell’Assemblea legislativa sarda si dovrà comunque attendere la scadenza dei 30 giorni e poi sarà il vicepresidente Carlo Mannoni (attuale assessore dei Lavori Pubblici) a traghettare l’esecutivo alle elezioni di febbraio. “Ho sperato fino all’ultimo” ha detto il Governatore nel lungo e anomalo dibattito in Consiglio regionale (una cinquantina di interventi, in verità la maggior parte di consiglieri dell’opposizione) incentrato sulla crisi aperta lo scorso 25 novembre“, che ci fosse un segnale positivo da parte di tutti sulla possibilità di “andare avanti, utilizzando proficuamente, nell’interesse dei sardi, anche questi pochi mesi che mancano per la scadenza normale”.
Soru è il primo presidente in 60 anni di Autonomia della Sardegna che chiude la legislatura anticipatamente. Ad evitare le urne non è servito il periodo di “raffreddamento” previsto dalla legge statutaria per ricomporre le divisioni interne al Partito Democratico nell’isola e a rinsaldare una maggioranza nata nel 2004 con la coalizione “Sardegna Insieme”.
Non sono servite neppure le ultime “verifiche” cercate prima dell’inizio del dibattito in aula con il tentativo di ricompattare il centrosinistra attraverso la completa adesione alle richieste del presidente dimissionario: adozione dei vincoli paesaggistici nelle zone interne, approvazione delle linee per la manovra finanziaria 2009, completamento della riforma su istruzione e formazione professionale, riduzione a 80 del numero dei consiglieri, moralizzazione della politica con riduzione di sprechi e indennità aggiuntive dei consiglieri regionali. All’intesa sul piano di rilancio, Soru aveva lavorato fino all’ultimo momento, la linea messa a punto nel corso di un summit che lunedì sera è andato avanti fino a notte inoltrata con i suoi più stretti collaboratori, ma la presa d’atto arriva già a fine mattinata e trova conferma nel corso degli interventi in Aula dei consiglieri. È dalla stessa maggioranza che arrivano i distinguo, le prese di distanza. L’epilogo non può essere che uno, tira le somme e a fine serata scrive la parola fine.
Voleva garanzie vere dalla coalizione, che andassero oltre il voto in aula sull’ordine del giorno “blindato” con le condizioni per andare avanti fino a conclusione naturale della legislatura. E infatti, commenta rammaricato il governatore: “Si poteva concludere un passo importantissimo nell’azione di tutela del territorio che abbiamo portato avanti in questi anni” ha aggiunto Soru, con riferimento alla richiesta di approvare subito la nuova legge urbanistica. “Così non è stato ma questa notte dormirò sereno e domani consegno le chiavi della Regione. Una Regione senza scheletri nell’armadio, senza una tv in ogni stanza ma con più computer. Insomma una regione più moderna, con regole certe e un bilancio risanato”.
L’ultimo appello di Soru in Aula è stato all’insegna della responsabilità e rivolto non solo al centrosinistra, ma anche all’opposizione. La risposta dai banchi della minoranza, però, è stata netta: “Non c’è nulla di interessante che può dirci. Questo è il momento della chiarezza, non delle trattative o delle camarille”, ha spiegato il capogruppo di Fi, Giorgio La Spisa, annunciando che il centrodestra non avrebbe nemmeno partecipato alla conferenza dei capigruppo per l’esame della proposta di Soru. A quel punto si è aperto il dibattito, con i consiglieri delle opposizioni che hanno chiesto più volte la conferma delle dimissioni, mentre il centrosinistra ha tentato di convincere il Governatore a recedere dal suo intento. Complessivamente gli iscritti a parlare erano una sessantina e, calcolando 15′ a testa (tempo ridotto rispetto ai 20 previsti dal regolamento) il dibattito sarebbe potuto durare 15 ore. “Tempo perso”, secondo il governatore. Che poco prima delle 22,30 ha rotto gli indugi e ha chiesto al presidente del Consiglio regionale Giacomo Spissu di intervenire, annunciando il sostanziale “tutti a casa”.
- Mercoledì 24 Dicembre 2008
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Il 24 Dicembre 2008 alle 18:47 L’alfabeto per leggere il 2009. Chi sale e chi scende nel nuovo anno » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] E come elezioni Non servono per il rinnovo del Parlamento ma segneranno lo stesso il futuro prossimo della politica italiana. Sabato 6 e domenica 7 giugno sono in agenda le elezioni europee e un maxiturno amministrativo che coinvolgerà oltre la metà dei comuni italiani e due terzi delle province, per un totale di 25 milioni di elettori. Il carattere nazionale del voto europeo e l’ampiezza di quello amministrativo faranno di questo appuntamento un test nazionale. E una sentenza d’appello per il Pd, dove sono pericolanti non solo la segreteria di Walter Veltroni ma anche le ragioni che hanno spinto Ds e Margherita all’unificazione. Un risultato del Pd alle europee inferiore al 30 per cento potrebbe divenire la premessa di una scissione. All’agenda (che si arricchirà di certo con le regionali in Sardegna, al voto anticipato per la prima volta sessant’anni, dopo le dimissioni di Renato Soru e, forse, con le comunali a Napoli e le regionali campane, se la Tangentopoli partenopea portasse alla crisi delle giunte Iervolino e Bassolino) vanno aggiunti le regionali sarde, che però si celebreranno prima di giugno, e il referendum sulla legge elettorale. Promossa da Mario Segni e da Giovanni Guzzetta, la consultazione mira a far diventare sostanzialmente bipartitico il sistema politico. Per Silvio Berlusconi, che deve tener conto della forte opposizione della Lega, si tratta di una grana. I referendari temono che il governo fissi il voto dopo europee e amministrative, quando gli elettori saranno in overdose da scheda e matita, onde provocare il fallimento per mancanza di quorum. (Stefano Brusadelli) [...]
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