Archivio di Gennaio, 2009
Alla lettera di Cesare Battisti dal carcere di Rio de Janeiro rispondono gli ex terroristi chiamati in causa: “Per i drammatici fatti che ci videro coinvolti 30 anni fa venimmo condannati e abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri. Troviamo infamante che Cesare Battisti ci qualifichi come collaboratori di giustizia o pentiti”. Così scrivono gli ex Pac (Proletari armati per il comunismo) Sebastiano Masala e Giuseppe Memeo, insieme alla moglie di Gabriele Grimaldi (morto nel 2006), Pia Ferrari, replicando alla lettera, diffusa ieri, in cui Battisti li indica come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. La dichiarazione non è sottoscritta da Sante Fatone, che diventò collaboratore di giustizia. “Siamo stati condannati a 30 anni di reclusione ciascuno, a differenza dei pentiti che se la cavarono con qualche annetto di protezione da parte dello Stato”, aggiungono nella dichiarazione gli ex Pac. “Abbiamo scontato la pena fino all’ultimo minuto - spiegano - usufruendo dei benefici, previsti dall’ordinamento penitenziario per tutti i detenuti”.
Di Andrea Marcenaro
Ci dev’essere un motivo. Sarà un sortilegio, una macumba, qualcosa che sfugge al senso comune, ma ci dev’essere un motivo se un uomo come Pietro Ichino, vale a dire uno dei giuslavoristi più stimati del paese, prende regolarmente posizioni politiche che il corpaccione della sinistra considera di destra, ma lui si colloca a sinistra. E lì sta, rocciosamente. Deve esistere un accidente di spiegazione se l’onorevole Ichino, minacciato a Milano dai brigatisti (”fai schifo, assassino, massacratore di operai”), raccoglie, certo, tutta la possibile solidarietà umana dal Partito democratico, ma non raccoglie altrettanta solidarietà politica quando valuta positivamente l’accordo per la riforma dei contratti che la Cgil, “la sua Cgil”, si è appena rifiutata di firmare. Ma lui sta sempre lì, sempre a sinistra. E ancor più rocciosamente.
Scelto a caso da uno degli innumerevoli blog, e forum, dove la discussione tra compagni si accalora. Scrive Sergio Di Rosa, militante di base del Pd: “Con stupore noto come sempre più spesso il frasario reazionario e ultraconservatore della destra più antisociale venga utilizzato da compagni che militano nel Pd, come nel caso di Pietro Ichino, molto impegnato nella lotta all’eliminazione dei diritti dei lavoratori e per la tutela dei padroni”.
Cosa risponde a Di Rosa, professore?
Dopo la mia prima esperienza parlamentare, per un quarto di secolo ho avuto a che fare prevalentemente con una sinistra in cui prevaleva questa cultura. È stato molto difficile perforare quel muro, però mi sembra di esserci riuscito. La cosa curiosa è che l’arma più efficace non sono stati i miei buoni argomenti, basati sulle scienze sociali e sulla comparazione internazionali.
Bensì?
La mia testimonianza personale; morale, se vogliamo usare una parola grossa. Quando, a sinistra, hanno constatato che il mio scopo non era di arricchirmi, né di conquistare una posizione di potere, che anzi rischiavo la pelle per sostenere le mie idee, questo li ha indotti a prendermi un po’ più sul serio. Così ho potuto avere degli scambi seri anche su Liberazione e Il Manifesto. Il cordone sanitario si è rotto e molti hanno incominciato a ipotizzare che potessi avere ragione.
Ma i suoi punti di vista su politiche del lavoro, flessibilità , precarietà , pensioni e welfare, fanno a pugni con il messaggio uscito in questi anni dalla Cgil. Cosa c’entrano gli uni con l’altro? La sinistra non sopporta le sue idee, professore.
La vecchia sinistra, forse. Ma il Pd è nato per voltare pagina e la sta voltando per davvero. Se lei legge il manifesto elettorale del Pd per la politica del lavoro del marzo scorso, o il discorso di Veltroni del 19 dicembre alla Direzione del Pd, ci trova molto di più le mie idee che quelle della vecchia sinistra.
Nel manifesto e nel discorso, forse, nella pratica meno.
Guardi che sono il segretario del Pd e il ministro-ombra del lavoro Enrico Letta, non Maurizio Sacconi, a far proprie le mie proposte sulla transizione alla flexicurity, già tradotte in un disegno di legge. Nel programma del Governo di centrodestra non trovo una virgola di tutto questo; e Giulio Tremonti fa sapere che in questa legislatura “lo Statuto dei lavoratori non si tocca”.
Ma nel Pd non si muove foglia, se la Cgil non vuole.
Non è così. Sul terreno del lavoro pubblico il Pd ha fatto integralmente proprie le mie proposte sulla trasparenza totale, valutazione, misurazione e benchmarking e le ha difese fino in fondo, con successo, nel confronto in Senato con il ministro Brunetta, nonostante il fuoco di sbarramento della Cgil.
Liceo Manzoni a Milano, famiglia borghese, cattolicissima, generosa, cresciuto alla sensibilità per i diritti dei più deboli. Alla fine degli anni Sessanta stare a sinistra, nella sua Milano, sembrava naturale come mangiare il panettone.
Mio padre era stato iscritto al Partito d’Azione, poi sempre molto vicino al Partito socialista. Entrambi i genitori appassionati alla vicenda del Concilio, nella Milano del cardinal Montini, di padre Davide Maria Turoldo, negli anni d’oro della Corsia de’ Servi. E fin dagli anni Cinquanta abbiamo avuto un rapporto molto stretto con don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi. Ero a sinistra già da bambino, prima ancora che venisse il momento di fare qualsiasi scelta di partito.
Poi, con il ’68, subito il sindacato.
Avevo fatto il ’68 alla Statale. Ma nell’autunno di quell’anno fu proprio il movimento studentesco a espellermi, per una mia mozione in cui sostenevo la necessità di un collegamento più stretto tra università e tessuto produttivo.
Vede? Fastidioso da subito.
Quei sedicenti libertari, in realtà , erano un po’ stalinisti. Andai alla Camera del Lavoro a chiedere se avessero bisogno di una mano.
E gliene diede due.
Mi spedirono ad aiutare un vecchio sindacalista in una zona molto periferica della provincia, a 30 mila lire al mese.
C’era la Cisl a Milano. E lei era cattolico. Però scelse i comunisti della Cgil.
Anche il parroco, amichevolmente, mi chiese il perché. Gli risposi che non doveva preoccuparsi, di lì a poco si sarebbe fatta l’unità sindacale.
Che ancora non si vede. Lei non disse tutta la verità al suo parroco, vero?
In realtà , quella scelta era una diretta conseguenza della laicità della politica a cui ero stato educato fino a quel momento. In quel frangente, era il mio modo di “rendere a Cesare quel che è di Cesare”.
Per restituirglielo nel modo più completo, si iscrisse al Pci.
Nel 1967, per via di quello spirito laico respirato in famiglia, mi ero iscritto al Psiup. Ma l’entusiasmo si era spento quasi subito, con la presa di posizione tiepidissima di Tullio Vecchietti sui carri armati sovietici a Praga. E poi la vera grande casa della sinistra, allora era il Pci. C’era spazio per tutti, non soltanto per i cattolici, come era ovvio, ma anche per i non marxisti, per i liberal, come già mi sentivo io allora.
Mi scusi, professor Ichino, ma uno contro i carri a Praga non è che potesse trovare tutti quegli aneliti di libertà proprio nel Pci. Se mai c’era il Psi.
Nel Psi a quell’epoca c’erano i Gino Giugni e i Walter Tobagi, ma anche molti, troppi affaristi.
Eccolo forse il punto, la superiorità morale dei comunisti, la differenza antropologica, quella stessa malintesa diversità con cui i cattolici di sinistra andarono a nozze. Era il berlinguerismo. Quello stesso berlinguerismo per cui il compagno Di Rosa, insieme a tanti altri, fanno muro ancora oggi contro le sue idee.
Sul piano politico il Pci era un partito più serio e rigoroso, rispetto al Psi di allora. Comunque, lo confesso, allora la linea di Berlinguer mi convinceva, mi ci riconoscevo. Vedevo soprattutto il suo rigore morale, la sua pedagogia di massa efficace, il cammino serio di omologazione alle sinistre dell’Occidente e gli strappi progressivi rispetto all’Urss. Solo nei primi anni Ottanta cominciai a capire i limiti del berlinguerismo.
Quali limiti?
Al Pci mancò il coraggio di riconoscere apertamente il fallimento di alcuni suoi vecchi pilastri culturali. E anche di riconoscere che le cose migliori, per il sostegno dei più deboli, per la costruzione di pari opportunità vere, le avevano fatte i socialdemocratici del nord-Europa. Quelli scandinavi e i laburisti britannici più degli altri.
In Italia, niente?
Su questo terreno, gran parte delle scelte fatte insieme dalla Dc e dal Psi negli anni Settanta si erano rivelate disastrose. Il Psi di Bettino Craxi lo capì già all’inizio degli anni Ottanta e ne trasse le conseguenze. Il Pci tardò troppo.
Era il periodo della sua prima esperienza parlamentare.
Sì, l’ottava legislatura, dal 1979 al 1983.
Poi non venne rieletto. Lei è bravo, ci sarà stato un motivo per tenerla fuori.
Sostenevo cose troppo eccentriche, per essere rieletto. Superamento del monopolio statale del collocamento, necessità di abolire la scala mobile, di disciplinare i licenziamenti collettivi, di introdurre il part-time, il lavoro temporaneo tramite agenzia, lo staff leasing. Cose, allora, ancora troppo indigeste a sinistra.
E considerate oggi relativamente pacifiche.
Ma ci sono voluti da 10 a 15 anni perché venissero digerite anche dal Pci, poi dal Pds, e dalla Cgil. Una sinistra politica e sindacale troppo lenta a capire i segni dei tempi.
Non può essere stata anche questa lentezza ad aver favorito l’ideologizzazione del dibattito sulle politiche del lavoro? E non può essere stata anche questa lentezza ad aver favorito la degenerazione violenta e la mobilitazione maniacale dei terroristi di sinistra contro i giuslavoristi riformisti?
Molto alla lontana probabilmente sì: un nesso tra i due fenomeni si può ritenere che ci sia.
Un ritardo cronico che è rimasto. Che dura tutt’ora. Guardiamo alla sinistra e alla Cgil. Lei ha continuato per tutti gli anni Ottanta e Novanta a predicare nel deserto dove aveva scelto di vivere. Le sue idee, se lo lasci dire, erano più apprezzate altrove.
Non ne sono così convinto. La linea di demarcazione tra riformisti e conservatori, in materia di lavoro, attraversa nello stesso modo tutti e due gli schieramenti, a destra come a sinistra. E nelle mie proposte c’è pure qualcosa di radicale, di un po’ giacobino, che spaventa anche a destra.
Per esempio?
Il mio disegno di legge per la transizione a un sistema di flexsecurity: tutti i nuovi assunti, da oggi in poi, vengono assunti a tempo indeterminato, ma con un regime “alla danese”.
Che significa?
Massima flessibilità per l’impresa, ma anche indennità di disoccupazione fino a quattro anni e assistenza nel mercato del lavoro a livelli scandinavi. Il tutto gestito e finanziato solo dalle imprese, senza una lira di spesa per lo Stato.
Difficile, effettivamente. Resta il fatto, però, che la cultura profonda della sinistra tenda sempre a considerare il professor Ichino un mezzo traditore, o quanto meno uno scomodo intruso. Perché insistere a stare in chiesa a dispetto dei santi?
Se la distinzione tra destra e sinistra ha un senso, quel che mi muove è un’idea essenzialmente di sinistra. Costruire un sistema di pari opportunità per tutti, a cominciare dai più giovani. Sostituire questo al vero regime di apartheid che separa gli iperprotetti dai precari. La mia collocazione risponde a un motivo pratico: una riforma come quella a cui sto lavorando, è più facile da realizzare se è la sinistra a prendere l’iniziativa.
Dopo le elezioni Berlusconi le offrì di fare il ministro nel suo governo. Fu lei stesso a scrivere sul Corriere della Sera che il senso di quell’offerta era di fare di lei il garante di una politica del lavoro bipartisan, frutto del migliore riformismo offerto dai due schieramenti. Molti si chiedono ancora oggi perché lei non abbia accettato.
Se avessi accettato, avrei dovuto uscire dal Governo poche settimane dopo, quando Berlusconi propose quel famigerato emendamento blocca processi che avrebbe paralizzato l’intera giustizia penale per risolvere un suo problema. Avrei dovuto approvare l’abrogazione dell’Ici sulle case dei ricchi, invece della detassazione dei redditi da lavoro più bassi. Avrei dovuto sostenere “l’italianità ” di Alitalia dopo aver sostenuto per l’intera campagna elettorale che era una sciocchezza.
È la fede religiosa che ispira la sua pietas nei confonti dei brigatisti che non perdono occasione per minacciarla di morte?
Non occorre essere credenti per riconoscere un essere umano anche nel peggior assassino. Con i miei aspiranti assassini vorrei poter parlare, confrontarmi, guardarli negli occhi. Non posso pensare che, dopo aver discusso, anche aspramente, delle loro tesi e delle mie, essi avrebbero ancora voglia di spararmi.
Resterà a sinistra, professore?
Resterò nel Pd, il partito che ho contribuito a fondare e che sto contribuendo a costruire.
Cercherà di far superare al suo partito questa benedetta “diversità ” berlingueriana?
Il Pd stesso è nato per questo.
Ha bisogno di molti auguri.
Un gruppo di oppositori alla costruzione della base Usa occupa i terreni dell’aeroporto dal Molin
Da alcuni giorni le ruspe sono entrate in azione nei terreni dell’aeroporto vicentino Dal Molin, dove sorgerà la nuova base militare Usa. Ma questa mattina duecento attivisti del movimento ‘No Dal Molin’ hanno occupato l’area: i manifestanti protestano così contro l’avvio dei lavori per preparare l’area di Camp Ederle 2. I dimostranti, ora controllati dalle forze dell’ordine, sono penetrati da un varco nella recinzione, e hanno occupato pacificamente la parte civile dell’aeroporto.
Sul posto, a coordinare le forze di polizia e carabinieri, è presente il questore di Vicenza, Giovanni Sarlo, che sta tentando di avviare una trattativa con i manifestanti. Nel gruppo di dimostranti sono presenti non solo esponenti dei comitati cittadini contrari alla base, ma anche alcuni Disobbedienti arrivati da Padova e da altre città del Veneto. I manifestanti hanno esposto striscioni e cartelli contro il progetto militare americano, e tracciato con gli spray scritte come “Vicenza città di Pace”, “Voi demolite, noi costruiamo la pace”. Il corteo non ha tuttavia raggiunto l’area interna del dal Molin, protetta da un’ulteriore recinzione, in cui stanno lavorando le ditte incaricate dello smantellamento delle vecchie strutture. Alcuni operai della coop ‘Cmc’ di Ravenna che stavano lavorando sulla pista sono stati fatti allontanare per precauzione, nel momento dell’irruzione dei dimostranti. Un fatto che i ‘No Dal Molin’ hanno valutato già come una vittoria.
Braccianti agricoli
È successo di nuovo. Come a Guidonia. Cinque romeni sono stati sottoposti a fermo di polizia giudiziaria dai carabinieri a Cassano allo Ionio con l’accusa di violenza sessuale di gruppo su di una donna romena di 21 anni. Le persone raggiunte dai provvedimenti sono Maricel Munteanu (33 anni), Vasile Muresan (21), Varel Muresan (33) Paul Cristian Tanaven (21) e Tiberiu Calin Lacutus (20): tutti celibi e occupati come braccianti agricoli in un’azienda della zona, sono stati fermati dai militari mentre si apprestavano a lasciare la zona per trasferirsi altrove. La vittima è sposata e madre di un bimbo che attualmente è in Romania: ha denunciato le violenze subite fornendo ai militari indicazioni sulle cinque persone che, a turno, avevano abusato di lei all’interno della sua abitazione, nella zona della stazione di Sibari. La donna, accompagnata dal marito, ha dato delle indicazioni precise ai carabinieri anche su particolari tatuaggi che hanno trovato riscontro nel corso delle verifiche effettuate nei confronti dei cinque romeni.
Sono circa duecento i cittadini romeni, come la giovane donna violentata dal branco di connazionali, domiciliati a Cassano allo Jonio e distribuiti nelle frazioni di Lauropoli, Doria e Sibari. Diverse decine, invece, quelli che svolgono lavori occasionali e si spostano secondo il periodo in altre zone della Calabria e del meridione. Quelli domiciliati nella zona della Sibaritide lavorano in particolare nel settore dell’agricoltura, dell’edilizia e dei servizi alle persone. Quasi tutti i lavoratori romeni provengono dalle zone piu’ povere della Romania, Botosani, Bucarest, Jasi, Cluj e Alba. Di queste ultime due città sono originari quattro dei cinque fermati. Nella zona di Sibari, dove soprattutto nel periodo invernale c’è un patrimonio immobiliare che rimane sfitto, si concentrano molti dei lavoratori stagionali che svolgono la loro attività nelle aziende agricole.
Efficienza. Durata ragionevole. Giusto processo. L’apertura dell’anno giudiziario è un’occasione per fare il punto sulla strada delle riforme. Il presidente della corte d’appello di Milano, Giuseppe Grechi, ha sottolineato che l’ Italia “detiene, con largo margine, il primo posto assoluto in Europa per numero di affari penali relativi a infrazioni qualificate come gravi, pendenti dinnanzi ai tribunali di primo grado”. E continua: “Quanto per numero di reati per abitanti” ha sottolineato l’alto magistrato “siamo secondi solo alla Bosnia Erzegovina”. Denuncia il presidente della corte di appello di Roma, Giorgio Santacroce: “Bisogna dare assoluta priorità a tutte quelle misure che assicurino una maggiore snellezza e celerità ai processi civili e penali, la cui irragionevole durata è qualcosa di più della spia di un malessere che cova da anni. Solo ripristinando la legalità nell’unico corretto e irrinunciabile significato che deve avere di recupero del senso dell’etica collettiva e della cultura dei doveri si può cercare di riaffermare quel comune sentimento di tutela della giurisdizione”. Esprime dubbi Francesco Novità , presidente della corte d’appello di Torino, in apertura della proprio intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario: “Oggi non è dato di sapere quali saranno i contenuti delle proposte di riforma, che variano di continuo a seconda dei momenti e degli accordi”. Ma l’auspicio è che “non venga in nessun modo intaccato il principio dell’autonomia e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario”, che si può attuare “solo con l’autogoverno” dei magistrati.
Il ministro della giustizia Angelino Alfano punta il dito sulla carenza di magistrati nel Mezzogiorno: “Siamo fiduciosi che gli incentivi, anche economici garantiti dalla nuova normativa possano stimolare adeguatamente molti magistrati ad accettare l’idea che il Paese ha necessita’ della loro opera nelle sedi meno ambite, manco a dirlo collocate quasi tutte al Sud, dove proprio l’esperienza professionale già maturata consente di meglio affrontare le gravi emergenze di quei circondari”.
Cesare Battisti, ex leader dei Proletari armati per il comunismo (Pac) il 19 marzo 2007 a Brasilia
“Non sono responsabile per nessuna delle morti di cui sono accusato e so che il dolore che hanno causato è immenso ancora oggi”: dal carcere di Papuda, vicino Brasilia, dove è detenuto, Cesare Battisti si dichiara innocente e, in una lettera resa nota dai suoi avvocati, fa i nomi di quelli che indica come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. La lettera (quattro pagine, scritta a mano in portoghese, con qualche errore di grammatica e qualche cancellatura) ha la data odierna e porta la firma dello stesso ex terrorista, sia in corsivo sia in stampatello.
La lettera. Il testo si apre in questo modo: ”Amici giornalisti, sono sicuro che comprendete la mia difficile situazione che sto vivendo da quando ho saputo della concessione dell’asilo politico in Brasile e sono rimasto agli arresti”. Nella lettera l’ex terrorista afferma che i responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato sarebbero quattro suoi ex compagni dei Pac (Proletari armati per il comunismo), con lui condannati, mentre lui stesso sarebbe innocente. Il colpo che ferì e rese invalido il figlio del gioielliere Torregiani, sempre secondo Battisti, sarebbe partito invece dall’arma del padre del ragazzo. Dopo aver ribadito i principali punti della linea difensiva adottata dai suoi legali, l’ex terrorista afferma che “è provata la responsabilità degli omicidi, specialmente quello del gioielliere Pier Luigi Torregiani”, del quale - scrive - “sappiamo dalle autorità italiane che gli autori sono le seguenti persone: Memeo, Fatone, Masala e Grimaldi, tutti collaboratori di giustizia, ‘pentiti’, e che la pallottola che colpì il figlio del gioielliere Torregiani proveniva dalla pistola di suo padre”. I quattro chiamati in causa da Battisti sono Gabriele Grimaldi, Sebastiano Masala, Giuseppe Memeo e Sante Fatone, processati con lui per omicidio a banda armata. “La persona che mi ha accusato è stata torturata”, scrive ancora Battisti, senza farne il nome. Nella lettera, l’ex membro dei Pac ringrazia ”lo sforzo del senatore (Eduardo) Suplicy, della mia amica Fred Vargas e dei miei avvocati per avermi messo in contatto con la stampa”. Battisti esprime infine sentimenti di “ansietà , tensione e nervosismo” a causa - spiega - della “difficile situazione che sto vivendo dal momento che ho saputo della concessione dell’asilo politico in Brasile e continuo agli arresti”. “Spero che la mia situazione venga compresa” conclude Battisti nella lettera “e che io possa vivere in liberta, con la mia famiglia gli ultimi anni della mia vita”.
Gli accusati. I quattro, in particolare - in qualità di componenti dei Pac, i Proletari armati per il comunismo - sono stati definitivamente condannati quali responsabili dei quattro omicidi attribuiti a Battisti e ai Pac: quelli del gioielliere Pierluigi Torregiani e del macellaio Lino Sabbadin, avvenuto nello stesso giorno, il 16 febbraio 1979, il primo a Milano ed il secondo a Mestre (Venezia) e quelli del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, e dell’agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. Torregiani e Sabbadin furono condannati a morte dai Pac perché entrambi, reagendo a tentativi di rapina, avevano ucciso due banditi.
Grimaldi, Memeo, Masala e Fatone (quest’ultimo gravemente ferito alla testa in uno scontro a fuoco con i carabinieri il 15 giugno 1984) sono stati condannati a pene variabili dopo una lunga vicenda processuale: hanno poi ottenuto la semilibertà , essendosi alcuni pentiti (in particolare Fatone), altri dissociati dalla lotta armata.
La sentenza dell’omicidio Torregiani. Nel verdetto è fornita anche una ricostruzione del delitto e del ruolo svolto da alcuni degli imputati citati oggi dall’ex terrorista che si trova in Brasile. “Alle ore 15 del 16 febbraio 1979″ si legge nella sentenza “mentre a piedi in compagnia dei due figli minori si dirigeva verso il proprio negozio, Pierluigi Torregiani cade vittima di un agguato. Due giovani (Memeo e Grimaldi) che lo precedevano, voltandosi improvvisamente, sparano due colpi contro di lui; il giubbotto antiproiettile, attutendo l’impatto, gli consente di difendersi a sua volta. Viene nuovamente colpito, questa volta al femore, e crolla a terra. Spara ancora contro gli aggressori, ma un proiettile colpisce il figlio, ferendolo gravemente; il gioielliere viene infine colpito alla testa. Trasportato all’ospedale, vi arriverà cadavere; il figlio resterà paraplegico ed incapace di camminare” per le conseguenze di un colpo di pistola partito dall’arma del padre nel tentativo di difendersi, circostanza ribadita da Battisti.
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Ucciso da coltellate inferte su tutto il corpo: il cadavere di Igor Franchini, insegnante di una scuola di danza, potrebbe perciò essere stato bruciato in un secondo momento e poi nascosto tra i rovi in una stradina isolata di campagna, lontana da Scauri, il paese sulla costa pontina dove viveva con la famiglia. Era scomparso da casa sabato scorso, allontanandosi con la sua auto, una Mini Cooper, senza dare spiegazioni alla famiglia. Dal quel momento i genitori non hanno più avuto notizie di Franchini, 19 anni, finché il suo corpo è stato trovato oggi nel primo pomeriggio, quasi completamente carbonizzato e abbandonato nelle campagne di Santa Croce, una frazione del paese. Il ragazzo, incensurato, era insegnante in una scuola di danza di Scauri, la Eskhara Ballet.
Nella giornata di ieri, nel corso delle ricerche scattate dopo che i familiari del ragazzo avevano denunciato la scomparsa ai carabinieri della stazione locale, era stata ritrovata la sua auto, in località Vaglio, poco distante dal luogo dove è stato scoperto il corpo, completamente bruciata. Oggi il ritrovamento è stato fatto dagli agenti del commissariato di Formia. Secondo le informazioni raccolte dagli investigatori, la Mini Cooper era stata però vista da alcuni conoscenti ancora integra qualche ora prima del ritrovamento. C’è ancora il più stretto riserbo sul caso, sul quale sono in corso le indagini della Squadra mobile guidata dal vicequestore Fausto Lamparelli. Si indaga negli ambienti che il ragazzo frequentava, tra la cerchia degli amici e sui suoi ultimi contatti avvenuti sabato. Il corpo è stato ora portato all’obitorio del cimitero di Formia. La vicenda rimanda al ritrovamento del corpo carbonizzato di un altro giovane, Roberto Migliozzi, un operaio di 28 anni, avvenuto a Fondi, altra cittadina del sud pontino, a pochi chilometri da Scauri, il 30 dicembre scorso. In questo caso la pista seguita dagli investigatori è quella di traffici legati alla droga. Per questo omicidio risulta attualmente indagato un conoscente della vittima, che fu trovata in campagna in una rimessa di attrezzi di proprietà della famiglia.
Un video della scuola Eskhara Ballet con Igor Franchini
Le intercettazioni telefoniche costano molto, ma sono strumenti di indagine essenziali. Lo ha detto il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. “Sono strumenti utili per il contrasto a diversi fenomeni criminali e ancora di più necessari per le indagini sulla criminalità organizzata o finalizzate alla cattura di latitanti, in un periodo storico in cui il contributo dei collaboratori di giustizia è estremamente ridotto. L’auspicio è che siano reperite risorse adeguate a un servizio più efficiente”.
Nel suo intervento il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ha spiegato che le riforme del processo penale a cui il governo sta lavorando avranno, tra l’altro, come obiettivo quello di porre un freno a una “gogna mediatica” che danneggia la dignità della persona. “Stiamo lavorando ad un diritto processuale autenticamente giusto, rispettoso al contempo delle esigenze investigative e della dignità della persona, soprattutto se estranea all’investigazione e, tuttavia, coinvolta in quella che troppo spesso diventa una gogna mediatica tanto invincibile quanto insopportabile”.
Nel suo discorso il Guardasigilli ha messo anche l’accento sulle polemiche circa i rapporti tra politica e magistratura, sottolineando che “esse suscitano l’interesse degli addetti ai lavori, ma non sempre coinvolgono quel popolo italiano nel cui nome ogni giorno, tra mille difficoltà che nessuno intende negare”. Secondo il ministro della Giustizia, inoltre, “vi è un nemico non convenzionale e occulto della giustizia: è la rassegnazione all’inefficienza, alle polemiche e allo status quo”. L’obiettivo dell’azione del governo a riguardo, ha spiegato Alfano, cui devono contribuire tutti gli attori del mondo della giustizia “facendo gioco di squadra è quello di ridare con urgenza dignità alla giustizia civile” che per troppo tempo è rimasta “la sorella povera del sistema giudiziario”.
Anche il vicepresidente del Csm Nicola Mancino ha parlato della riforma della giustizia, sottolineando che deve essere “praticabile e condivisa. Quella che stiamo vivendo è una fase interessante per affrontare le riforme necessarie nel settore giustizia, come Lei, con grande equilibrio e riconosciuto senso delle istituzioni, puntalmente sottolinea auspicando capacità di ascolto e di dialogo fra le forze politiche e la magistratura” ha detto rivolgendosi al presidente Napolitano. Il Csm, aggiunge Mancino “è pronto a fare la sua parte, a dare il suo contributo”.
Il primo presidente Vincenzo Carbone ha sottolineato che in Italia i processi del settore civile avvengono a una velocità che ci pone - nella graduatoria dell’efficienza giudiziaria - al posto numero 156 (su un totale di 181 Paesi), attestandoci così dopo Stati come l’Angola, il Gabon, la Guinea e Sao Tomè. I dati sono tratti da un rapporto della Banca Mondiale. “Non possiamo andare avanti così”, ha aggiunto Carbone. “La crisi della giustizia ha conseguenze che vanno ben al di là dei costi e degli sprechi di un servizio inefficienti e si estendono alla fiducia dei cittadini, alla credibilità delle istituzioni democratiche, allo sviluppo e alla competitività del Paese. La crisi di fiducia da parte dei cittadini è la conseguenza più dolorosa dei dati appena esposti e l’incoraggiamento più forte a lavorare per modificarli”.
Al Palazzo di giustizia di Roma sono presenti, oltre al presidente Napolitano e al ministro Alfano, i presidenti di Senato e Camera Schifani e Fini, il presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta, i ministri degli Esteri Franco Frattini, della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, della Semplificazione legislativa Roberto Calderoli, il ministro ombra del Pd per la Giustizia Lanfranco Tenaglia, i vertici delle forze dell’ordine e militari.
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