Il 17 dicembre è stato arrestato su ordine del tribunale di Napoli con l’accusa di far parte di una presunta banda di pubblici amministratori infedeli che avrebbe favorito amici imprenditori, aggiudicando loro appalti euromilionari o confezionando gare su misura. I quotidiani hanno parlato di “sistema Mautone“, ma lui, che di nome fa Mario ed è stato provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise, non ci sta. Spiega l’avvocato Salvatore Maria Lepre, che con la collega Marcella Laura Angiulli lo difende: “Quel sistema non è mai esistito, come non c’è mai stato alcun “bacino clientelare” a lui collegabile e di cui parlano i magistrati”.
Mautone, però, non nega i rapporti con Cristiano Di Pietro. All’epoca il padre Antonio era ministro delle Infrastrutture, proprio quello da cui dipendeva l’ufficio di Mautone.
“I favori richiesti da Cristiano Di Pietro, per nulla illeciti, si inquadravano in quel rapporto di subordinazione tra lo stesso Mautone e il ministro” conclude Lepre. Il suo assistito si toglie però qualche sassolino dalle scarpe e liquida l’ex ministro come “arrogante e presuntuoso” in questa intervista esclusiva, condotta attraverso i suoi legali.
Ingegner Mautone, un’informativa della Direzione investigativa antimafia (Dia) parla dei rapporti tra lei e Cristiano Di Pietro. Di che cosa si tratta?
Rapporti di natura istituzionale, ma non so dire se dietro si nascondessero motivi di interesse personale.
Quali sono gli interessi di Di Pietro jr negli appalti e sui fornitori di cui parla la Dia?
Da quanto mi risulta, pur interrompendo i rapporti con me, sollecitava continuamente l’ex mio dirigente di Campobasso affinché fosse affidato un incarico a persona di sua fiducia per la sorveglianza della sicurezza dei lavori in corso nella caserma dei carabinieri di Termoli. In particolare era interessato a sapere quali fossero le imprese impiantistiche che lavoravano in zona, per indirizzarle, eventualmente, presso qualche fornitore di sua conoscenza.
Quali sono gli impegni che lei aveva preso con Cristiano Di Pietro per cui non poteva lasciare Napoli?
Erano impegni istituzionali, quali la realizzazione della nuova prefettura di Isernia, altre caserme dei carabinieri e della Polizia di Stato, il restauro della Torre di Montebello, per i quali già mi ero attivato e che, a tutt’oggi, non sono stati eseguiti, perché il mio allontanamento mi ha impedito di continuare.
Gli interventi di “cortesia” che le chiedeva Cristiano Di Pietro riguardavano anche ambiti al di fuori delle sue competenze, per esempio le raccomandò un ingegnere di Bologna. Può fare qualche altro esempio?
L’episodio a cui si fa riferimento è relativo a un ingegnere meccanico del Molise, trasferitosi a Bologna per motivi di lavoro, per il quale il mio intervento, nel rispetto della legittimità delle mie funzioni, non andò a buon fine. Non ricordo altri episodi simili.
Nelle carte si parla soprattutto di chiese, impianti elettrici e caserme. Sembrano piccoli affari. Un suo collega liquida Cristiano Di Pietro come una persona di “basso profilo”. Si accontentava di poco?
Non so se per lui fosse poco o molto, ma queste sono le richieste che mi ha fatto.
Chi sono gli architetti che le vengono raccomandati da Di Pietro junior?
Erano architetti o ingegneri molisani, che avevano lui come referente e quindi si cercava di accontentarli.
È vero che in loro favore è intervenuto anche Nello Di Nardo, all’epoca segretario di Di Pietro al ministero?
Sì.
Cristiano le ha chiesto altri favori che non risultano nell’inchiesta?
Non ricordo.
Perché è stato trasferito a Roma? Di Pietro ha detto che non si fidava più di lei. L’aveva messa in un angolo?
No, tanto che mi fu affidata una delle direzioni più importanti del ministero, ovvero quella dell’edilizia statale e degli interventi speciali.
Sua moglie, per evitare il trasferimento a Roma, le avrebbe detto di “buttarla sul ricatto del figlio” di Di Pietro.
Mia moglie intendeva dire che, data la massima disponibilità dimostrata nell’assecondare le richieste del giovane Di Pietro, anche con continui sopralluoghi e incontri con enti locali, non era giusto subire un torto del genere.
Di Pietro ha preso le distanze da lei e dal figlio, anche se dice che non c’era niente di illegale nelle richieste di Cristiano. È d’accordo?
Ricordo che a un incontro con il ministro mi fu detto che Cristiano doveva «stare buono, si agita troppo». Comunque, se ci fossero state, a mio avviso, delle richieste illegali, non mi sarei adoperato per soddisfarle.
Veniamo ad Antonio Di Pietro: che rapporti aveva con lui?
Quelli di un dirigente con il proprio ministro.
Che genere di politico è?
Non essendo dello stesso partito, non esprimo giudizi.
E a livello umano?
Arrogante e presuntuoso.
Le risulta che Di Pietro la volesse far nominare assessore in regione, come hanno scritto alcuni giornali?
Non mi risulta. Anzi mi sono molto seccato, in quella circostanza, per essere stato inserito tra i candidati per la regione, dato che non ho mai espresso alcun interesse per l’attività politica.
Lei in un’intercettazione definisce l’ex ministro «un mezzo pazzo».
Ribadisco quello che ho detto in merito al carattere dell’uomo.
Quando era con lui, raccomandava qualcuno?
Eventuali segnalazioni mi arrivarono attraverso la sua segreteria.
Di Pietro ha mai chiesto personalmente favori?
Non mi risulta.
I suoi comportamenti sono in linea con i valori del suo partito?
In base alla mia esperienza, posso dire che i rapporti anche con altri esponenti del partito non sono sempre trasparenti.
E gli altri dipietristi campani hanno mai fatto pressioni?
Il responsabile regionale Nicola Marrazzo talvolta sottolineava che la mia permanenza a Napoli dipendeva dalla mia disponibilità.
L’ingegnere Donato Carlea, l’uomo con cui Di Pietro l’ha sostituita al provveditorato, ha rapporti con l’Italia dei valori?
Ritengo che sia un uomo di sinistra, vicino all’Idv.
Nei suoi interrogatori che cosa le hanno chiesto i pm su Di Pietro?
Non mi è stata fatta alcuna domanda sull’argomento.
Secondo lei perché?
Non so rispondere.
- Venerdì 9 Gennaio 2009
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Commenti
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Il 9 Gennaio 2009 alle 14:31 » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La verità di Mautone: vi racconto i favori che chiedeva Cristiano » Panorama.it - Italia su Appaltopoli, Di Pietro alle toghe: “Buon lavoro, non c’è figlio che tenga”mariella2009 su E Tosi manda le sentinelle del sesso per multare le prostitute in casacrispino su Idv, Prc e un milione di firme contro il Lodo AlfanoÎngrijorare, sau, semnale de luat în seamă … ? « Sfinxul su Caso Gruia, i parlamentari italiani andranno in RomaniaPostulazioni fine-natalizie « Federico Balestra su La Iervolino minaccia le dimissioni. Romeo resta in carcere [...]
Il 9 Gennaio 2009 alle 23:38 fercas ha scritto:
Ma com’è possibile che il figlio di un politico, anzichè fare il poliziotto, faccia il politico? Semplice dite voi: perchè è stato votato, appunto! Cordialità.
Il 10 Gennaio 2009 alle 4:04 bruno1946 ha scritto:
Di Pietro Sr dovrebbe sapere che il problema non sono i fatti penalmente rilevanti , ma quelli eticamente corretti. Infatti si parte da una amicizia, poi diventa amicizia interessata, poi si passa alle raccomandazioni, poi si passa ai favori, poi allo scambio di favori, e anche ai voti di scambio e il cittadino comune paga per tutti.
E questo duo sarebbero il nuovo, il pulito e il trasparente che dovrebbe avanzare per il benessere del paese? Che Dio ci aiuti.
Il 10 Gennaio 2009 alle 14:43 federico_usa ha scritto:
Mi piace l’articolo e l’inchiesta giornalistica.
Non vedo perche’ viene chiamato in causa Antonio Di Pietro che invece ha trasferito Mautone.
In ogni caso, non mi sembra di aver visto su Panorama niente di tutto questo quando sono uscite le telefonate tra Berlusconi e Sacca. In quel caso Bersulsconi e’ indagato a Napoli se non sbaglio.
Mi piace Panorama perche’ riesce a dire le cose con un linguaggio molto semplice.
Ecco, fate una bella inchiesta sulle ville di Berlusconi e come le ha ottenute. E Poi parlatemi della Banca Rasini che quando ero in Italia nessuno ha mai avuto il coraggio di parlarne.
Grazie per il lavoro che fate
Il 10 Gennaio 2009 alle 14:55 vincenzoaliascontadino ha scritto:
Io ero sui giornali, poiché assegnatario di un miniappartamento di cui pagavo 3.500.000 di lire, lui er PM con uno stipendio non da fame come il mio. Lui ebbe da un mio conoscente inquisito e Presidente del Fondo Pensioni Cariplo; ebbe un appartamento ad equo canone ca. 300.000, ma, l’avrà lasciato sic! dietro Piazza della Scala, in Via Andegari di fronte alla casa di Alessandro Manzoni. In poche parole lui er l’uomo dei valori, io del disonore visto che suoi colleghi in 3,4 secondi netti, sentenziarono la confisca della mia pensione visto che non potevo offrire una casa al figlio come Petrus! Alla faccia del pipigas! vincenzoaliasilcontadino@gmail.com Matera
Il 10 Gennaio 2009 alle 15:06 federico_usa ha scritto:
Vincenzo
Scusa noin ti capisco. Considerato che hai fatto delle accuse molto gravi, devi essere chiaro e anche accettare che quello che dici sia vero e accettare di essere denunciato per calunnia se necessario.
Esprimiti con i fatti, nomi e cognomi e soprattutto fammi capire di cosa stai parlando.
Il 10 Gennaio 2009 alle 17:24 vincenzoaliascontadino ha scritto:
X federico_usa nvito leggre questo articolo
COSÌ DI PIETRO HA CREATO LA SUA ITALIA DEL MATTONE
Dall’inchiesta di Napoli - di cui aveva «avvisaglie» quando solo i pm dovevano sapere - ai rimborsi elettorali gestiti «in famiglia», dai rapporti con Mautone negati ma apparentemente amichevoli al tempo in cui il provveditore era già stato «rimosso» dopo le chiacchiere con Cristiano, sono tante le domande a cui Antonio Di Pietro non risponde. Tra queste, anche quelle sul suo «portafoglio immobiliare». Un tesoretto in mattoni tra l’estero e mezza Italia. Deve avere risparmiato molto Di Pietro per comprarsi tutte queste case. La questione è sbarcata pure alla procura di Roma, che poi lo ha assolto, insieme alla vicenda della gestione dei rimborsi elettorali sollevata dal cofondatore dell’Idv, Mario Di Domenico. Di Pietro avrebbe acquistato immobili con i soldi del finanziamento al partito, e avrebbe riaffittato alcuni di questi proprio all’Italia dei Valori. Un comportamento che i pm stigmatizzarono, ma che non ebbe seguito penale. Sulla vicenda, e su quelle compravendite, Di Domenico ha rilanciato con esposti, e gli atti su gestione finanziaria e immobiliare sono ora in fascicoli aperti in quattro procure italiane, tra cui quella di Brescia.
Il tour del «Di Pietro real estate» non può che cominciare da un acquisto pieno di anomalie. Un appartamento di 178 metri quadrati nel centro di Bergamo, comprato grazie alle cartolarizzazioni dell’Inail, il cosiddetto «Scip 2». Sul caso, è appena arrivato in procura a Napoli un esposto-denuncia che chiede di far luce da un lato sui rapporti tra l’ex provveditore Mautone e lo stesso Antonio Di Pietro, e dall’altro quelli tra Mautone e Romeo, che gestiva con la sua società proprio le cartolarizzazioni dell’Inail (Scip1 e Scip2) tramite le quali l’ex pm si comprò la casa bergamasca.
Va detto che Di Pietro all’inizio criticò la scelta di dismettere il patrimonio delle case dell’Inail, arrivando a firmare una proposta di legge perché il valore di quegli immobili fosse messo a frutto degli invalidi sul lavoro, salvo poi procedere lui stesso a comprarne uno con modalità ancora da chiarire. Era l’estate del 2004, l’ex «collega di partito» Di Domenico aveva diffidato Tonino e la tesoriera dell’Idv Silvana Mura dal proseguire nell’uso «non associativo» dei soldi del partito.
Eppure proprio quell’anno alla società di cartolarizzazione Scip arriva una proposta di acquisto per l’appartamento di via Locatelli a Bergamo. Per legge Di Pietro, che era parlamentare europeo, e che prima del perfezionamento dell’acquisto sarebbe sbarcato in Parlamento (aprile 2006) non poteva comprare, in quanto amministratore pubblico. Infatti a presentare l’offerta per la cartolarizzazione è Claudio Belotti, compagno della Mura, e con lei componente del cda Antocri, la società immobiliare «di famiglia» amministrata da Tonino, che prende il nome dai tre figli dell’ex pm Anna, Toto e Cristiano. E la Mura, insieme a Tonino e alla moglie di questi Susanna Mazzoleni, gestisce anche l’associazione Italia dei Valori, quella che incassa i rimborsi elettorali al posto del «movimento-partito» Idv. Il 1° ottobre 2004 viene pubblicato il bando per l’acquisto della casa. Il 10 novembre arriva l’offerta di Belotti: 204.085 euro, 20mila depositati subito come cauzione. Il Tar boccia la proposta di acquisto per «irregolarità formali» e assegna l’appartamento alla Bergamo House Unipersonale srl, seconda aggiudicataria. Belotti ricorre al Consiglio di Stato, e curiosamente all’udienza dell’11 gennaio 2005 non si presentano né l’Inail né la società di cartolarizzazione né l’aggiudicatario subentrato né l’avvocatura dello Stato. Se a firmare la proposta fosse stato Di Pietro, o se fosse stato noto che il compagno della Mura era un prestanome, il giudice amministrativo avrebbe dovuto comunque respingere il reclamo, ai sensi dell’articolo 1471 del codice civile: «Non possono essere compratori, nemmeno all’asta pubblica, né direttamente né per interposta persona, gli amministratori dei beni dello Stato». Ma a figurare è solo Belotti, e il ricorso viene accolto. Eppure gli assegni, cinque, con cui la casa viene pagata al momento della stipula portano la firma di Antonio Di Pietro (che appunto non avrebbe potuto comprare), ma il notaio nemmeno eccepisce che nel verbale di aggiudicazione il nome dell’acquirente era quello di Belotti (a nome suo, mica per conto dell’Antocri), né è quest’ultimo che compra e poi rivende al leader Idv. L’atto notarile è uno soltanto, ed è intestato a Di Pietro. Ultima sorpresa, il numero telefonico della linea installata in quella casa è lo stesso a cui un tempo rispondeva la tesoreria dell’Italia dei Valori.
Ma la casa di Bergamo non è certo la sola riconducibile a Di Pietro, ai suoi familiari e alla An.to.cri, società attivissima nonostante il capitale sociale iniziale di appena 50mila euro. C’è Curno, dove Tonino ancora pm comprò una villa, espandendosi nel 1994 con l’acquisto di un’altra casa adiacente di otto vani. Passando al 1995, il futuro leader Idv aggiunge alle sue proprietà un’immobile di 300 metri quadri a Busto Arsizio comprandolo con un mutuo all’80 per cento del valore, che poi girerà al partito.
Quando poi sbarca a Bruxelles, ecco una casa - due locali - anche nella capitale belga. La carriera non si ferma, le proprietà immobiliari procedono di pari passo. Di Pietro è ministro delle Infrastrutture, e nel 2002 mentre il mercato del mattone a Roma è alle stelle si assicura otto vani e 180 metri quadrati nel centro della capitale, al quarto piano di uno stabile di via Merulana. Prezzo 650mila euro, 400mila dei quali finanziati da un mutuo Bnl. Finita? Macché. C’è l’attico di Montenero di Bisaccia: 173 metri quadri poi portati a 186 grazie al condono edilizio del 2003, che Tonino cede a Cristiano. E poi, stesso anno, i 190 metri quadrati comprati a Bergamo, via dei Partigiani, quarto piano. Intestati agli altri figli, Anna e Toto. Quel giorno anche la moglie di Tonino acquista nello stesso palazzo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage. Del 2004 è la compravendita - siglata Antocri - di una casa di 190 metri quadri (620mila euro) in via Felice Casati a Milano. E sempre Antocri compra (1.05 milioni di euro) dieci vani in via Principe Eugenio a Roma. Che diventa la sede dell’Idv, affittuaria del suo leader. Ancora nel 2005 la moglie di Di Pietro compra un appartamento e un ufficio in via del Pradello a Bergamo. Nel 2007 Tonino ristruttura la masseria di famiglia a Montenero (16 ettari tra eredità e acquisti). E poi c’è quel 50 per cento di quota che Di Pietro possiede nella Suko, società bulgara.
Il business del mattone frutta: in 7 anni Tonino ha investito 4 milioni di euro, e al netto dei mutui da estinguere ne ha incassato uno dalle vendite. Il fiuto per gli affari è chiaro, l’origine dei soldi investiti meno: di Pietro infatti dichiara al fisco meno di 200mila euro l’anno. E giura di non aver mai usato un euro del denaro dell’Idv. Di Massimo Malpica - Gian Marco Chiocci
http://www.ilgiornale.it/a.pic.....&2col=
Il 10 Gennaio 2009 alle 17:53 vincenzoaliascontadino ha scritto:
X federico_usa errata corrige CHIEDO SCUSA A DIREZIONE.
invito leggere questo articolo
N.B che ero presente al palazzaccio con Facci, Pamparana e altri, dietro la porta uff. Di Pietro.
TUTTO QUELLO CHE DI PIETRO NON DICE SULLE SUE CASE
Anche da spiantato, Antonio Di Pietro ha sempre avuto un debole per case e casette. Il problema è chi fosse a pagarle. L’allora magistrato, dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, giostrava tra quattro o cinque domicili: il primo lo pagava la moglie, ed era il cascinale di Curno; un secondo lo pagava una banca, ed era l’appartamento di Milano dietro piazza della Scala, affittato a equo canone dal Fondo Pensioni Cariplo; un terzo lo pagava l’ex suo inquisito Antonio D’Adamo, che gli mise a disposizione una garçonnière dietro piazza Duomo fino al 1994; un quarto appartamento, a Curno, a fianco al suo, lo stava finalmente pagando lui: ma coi famosi 100 milioni «prestati» dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini. Ci sarebbe un quinto domicilio, a esser precisi: Antonio D’Adamo, che al pari di Gorrini gli prestò altri cento milioni, gli mise a disposizione anche una suite da 5-6 milioni al mese al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto: questo dal 1989 e per almeno un anno e mezzo. Quest’ultimo fa parte del pacchetto di sterminati favori (soldi, auto per sé e per la moglie, incarichi e consulenze per moglie e amici, impiego per il figlio, vestiario di lusso, telefono cellulare, biglietti aerei, ombrelli, agende, penne, stock di calzettoni al ginocchio) che il duo D’Adamo-Gorrini ebbe a favorirgli via via; nulla di penalmente rilevante, sentenziò incredibilmente la Procura di Brescia una decina di anni fa: comportamenti che tuttavia avrebbero senz’altro portato a delle sanzioni disciplinari se Di Pietro non si fosse dimesso da magistrato. A esser precisi: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», recita una sentenza di tribunale, rimasta insuperata, in data 29 gennaio 1998.
Ma anche i retroscena di acquisti immobiliari all’apparenza normali, come quello della casa di Curno dove l’ex magistrato risiede tuttora, rivelano come Di Pietro fosse già Di Pietro.
Un salto all’indietro ed eccoci al tardo 1984. A Curno, in via Lungobrembo, zona Marigolda, Di Pietro aveva adocchiato un immobile diroccato: una volta risistemato, lui e la sua futura seconda moglie, Susanna Mazzoleni, avrebbero potuto viverci assieme. Fu lei a contattare il proprietario, Leone Zanchi, un contadino che di quel rudere non sapeva che farsene; ogni intervento diverso dalla cosiddetta «manutenzione straordinaria», infatti, gli era proibito dal piano regolatore. Accettò dunque di vendere il casolare per trentacinque milioni, e il 17 aprile 1985 Susanna Mazzoleni ereditò la concessione edilizia richiesta dallo Zanchi pochi giorni prima, come detto una «manutenzione straordinaria».
La provvidenza farà il resto. La cascina verrà sventrata, ugualmente, dopo l’accidentale crollo di un muro che nottetempo trascinerà con sé tutta la casa. Questo, almeno, scrisse l’architetto Angelo Gotti in data 7 maggio, giorno seguente all’inizio dei lavori che curava personalmente. «Del vecchio fabbricato», notarono due periti comunali, «è rimasto solo il muro a est, la restante parte non c’è più». Susanna Mazzoleni sarà quindi costretta a chiedere di ricostruire tutta la cascina come Zanchi non aveva potuto fare. La provvidenza, appunto. Va da sé che l’ex proprietario andò fuori dalla grazia di Dio, e cominciò a piantar grane tirando in ballo anche Di Pietro. Sulla scrivania dell’assessore competente, Roberto Arnoldi, si materializzò un esposto anonimo di cui non venne fatta copia, né venne passato alle autorità, né finì nel cestino: Arnoldi lo spedì direttamente ai coniugi Di Pietro. Non solo. Arnoldi si fece stranamente attivo e preparò una missiva diretta ai gruppi consiliari, liquidando l’ex proprietario come un beota e parlando di «strumentalizzazione» ai danni del magistrato. Scrisse il 22 maggio: «Di Pietro non risulta tra gli interessati alla concessione, né legato agli stessi da vincoli di parentela». Una bella forzatura, visto che Di Pietro in quella casa andrà a viverci col figlio e con la futura moglie.
Ma i particolari curiosi sono altri. Il primo si ricava dalla missiva di Arnoldi: non è lui, infatti, a scriverla, bensì è direttamente l’architetto Angelo Gotti, teste di parte e incaricato dalla Mazzoleni di ristrutturare il cascinale. Assurdo. «Caro Arnoldi», rivela difatti una nota erroneamente dimenticata, «ti trasmetto copia della risposta all’anonimo… non avendo gli esatti indirizzi, ho ritenuto opportuno impostare la risposta in modo tale che tu debba solo far preparare la prima pagina». Fantastico. Secondo particolare curioso: il nome di Arnoldi forse a qualcuno suonerà familiare, perché nel 1997 diventerà capo di gabinetto dei Lavori pubblici presieduti da Di Pietro. Trattasi di «quel certo Arnoldi», come lo definì l’ex magistrato Mario Cicala, di cui Arnoldi oltretutto prese il posto, che per qualche tempo fu anche una sorta di portavoce di Antonio Di Pietro nei rapporti con la stampa.
Ma torniamo al casolare. Era passato un po’ di tempo e l’avvocato Mario Benedetti, richiesto di un parere, si dichiarò favorevole alla variante chiesta da Susanna Mazzoleni: purché rispettasse le volumetrie preesistenti. Bocciò, invece, la pretesa costruzione di una serie di garage e lasciò intravedere, comunque fosse andata, la possibilità di una sanatoria edilizia.
I lavori proseguirono a dispetto di qualche rogna. Il sindaco di Curno, Franco Gasperini, si ritrovò due rapporti (16 e 19 dicembre 1988) dove si rilevava «una baracca di legno alta tre metri e mezzo senza autorizzazione del sindaco, d’altra parte mai richiesta». È il capanno degli attrezzi già caro a Tonino Di Pietro, una sorta di leggenda dei tempi di Mani pulite. Il sindaco a quel punto chiese di consultare la «pratica Mazzoleni-Di Pietro», ma «nella ricerca si verificava che era stata fatta un’ulteriore richiesta, del proprietario, di una piscina», scrisse il 30 dicembre, «ma tale fascicolo non veniva ritrovato». Il rapporto di un agente spiegava che risultava «asportato o trafugato». È tutto nero su bianco.
Ma Di Pietro è Di Pietro. Il 3 gennaio 1989 intervenne con una lettera delle sue: «Non ho mai intrattenuto rapporti con alcuno dell’amministrazione comunale… Invito a voler evitare di considerarmi inopinatamente parte in causa… sono venuto a conoscenza che il predetto Zanchi avrebbe riportato frasi calunniose nei miei confronti… sono a richiedervi copia dell’esposto al fine di provvedere a tutelare la mia onorabilità nelle sedi più opportune». Querelava anche allora. E spiegava di non conoscere l’assessore Roberto Arnoldi: anche se nel 1996 lo sceglierà come suo capo di Gabinetto ai Lavori Pubblici.
I documenti scomparsi comunque riapparvero improvvisamente, anche se una nuova perizia, purtroppo, confermava «una costruzione in legno con caratteristiche strutturali tali da violare le norme». Il 25 gennaio venne chiamato a esprimersi un altro avvocato, Riccardo Olivati: dichiarò «sconcerto» per le «sparizioni strane e riapparizioni magiche di documenti» e definì la citata lettera di Arnoldi (quella in realtà fatta scrivere all’architetto Gotti) come «prassi da non ripetere per evitare sospetti di parzialità». E Di Pietro? C’entrava qualcosa? Olivati scrisse che andava eventualmente «segnalato all’autorità giudiziaria», spiegò, solo se «risultasse con prova certa… \ ha contribuito alla costruzione materiale del manufatto». Il capanno di legno, cioè.
Costruzione «materiale» del capanno di legno. Per fortuna che non era ancora uscita un’agiografia su Di Pietro del 1992, perché vi si legge proprio questo: «Nella villetta dove abita, a Curno, fin dall’inizio ha progettato e poi realizzato con le proprie mani un capanno degli attrezzi che è il suo regno assoluto e intoccabile».
Per la cronaca: la villetta ha due piani, otto stanze e una taverna. di Filippo facci http://www.ilgiornale.it/a.pic.....&2col=
Il 10 Gennaio 2009 alle 18:22 vincenzoaliascontadino ha scritto:
Per federico_usa
altro nome era MARIO CHIESA, altri in articolo di Filippo Facci.
Alloggio: avevo diritto per sentenza esecutiva del Tribunale. Ecco il mio nome sui giornali. Ecco della mia lagnanza e risentimento: sono stato curnuto e mazziato! Persi al lavoro ( mai straordinari), promozione e additato da pochi elementi marci dentro, ma conquistai consensi politici-Sindacali ed amicizia per la mia onestà, poichè aiutavo tutti quelli che avevano bisogno con diritto e non quelli prediletti. Al mio pensionamento capii quanto…vincenzoaliasilcontadino@gmail.com. Matera
Il 10 Gennaio 2009 alle 20:33 vincenzoaliascontadino ha scritto:
Per federico_usa
A Petrus er schiavettones chiesi un piacere che mi inviò dalla sua segretaria, la segretaria m’inviò dalla responsabile dell’Ufficio Archivio che questi m’i indicò l’archivista, infine questi mi invitò fare come a casa mia! Era per la mia testimonianza tecnica che feci un mese prima di cui non mi pagarono le 4 ore! Da quel momento attesi per ben 7 anni per testimoniare, ma che passavo giorni in aule per assistere ai processi in corso di Enzo Carra e di tanti altri che seguirono per Manus Pulitos! La pratica non la trovai, comunque consiglio dare una sbirciatina in questi archivi è uno spasso.vincenzoaliasilcontadino@gmail.com. Matera
Il 16 Gennaio 2009 alle 13:42 La lunga giornata dei Di Pietro. L’ex pm: s’indaghi senza riguardi » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Una lunga gornata per i Di Pietro. Padre e figlio: Antonio e Cristiano. E tutto gira intorno a Napoli. All’inchiesta “madre” della procura che riguarda, stando all’accusa, il malaffare nella gestione degli appalti, pilotati dall’imprenditore Alfredo Romeo. Di Pietro padre, l’ex temibilissimo pm di Mani pulite, sfoggia grande sicurezza e serenità all’uscita dalla Procura, dove è rimasto per quasi quattro ore, interrogato come persona informata sui fatti: in primo luogo la questione della fuga di notizie che ha caratterizzato la prima fase delle indagini e, indirettamente, la vicenda emersa dalle intercettazioni telefoniche dei rapporti tra il figlio Cristiano, consigliere provinciale dell’Idv di Campobasso, e l’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone (qui l’intervista di Mautone a Panroama). In serata poi l’Ansa batte la notizia che invece Cristiano Di Pietro è iscritto sul registro degli indagati, anche se le fonti giudiziarie hanno precisato che si è trattato di un “atto dovuto”. Tutti i giornali e i siti la riportano (qui, qui, qui, qui, qui e qui). E la prima reazione del leader di Italia dei Valori è di rabbia: “è falso. L’inchiesta non riguarda mio figlio, ma vicende molto più grandi”, dice il senatore in un colloquio con la Stampa: “Davvero qualcuno può pensare che Mario Mautone fosse il io uomo? Voi che conoscete gli atti avete mai letto un’intercettazione tra Mautone e il sottoscritto?, prosegue. “Ho messo a verbale che la Procura deve indagare senza alcun riguardo per nessuno. E siccome conosco la procedura, sono consapevole che i pm devono portare avanti le indagini anche a tutela degli indagati”. E infatti dagli stessi ambienti degli inquirenti emerge la soddisfazione per l’esito della testimonianza dell’ex pm di Mani Pulite: Di Pietro avrebbe convinto i pm, documenti alla mano, che non fu una fuga di notizie sulle indagini in corso a determinare il trasferimento a Roma, all’epoca in cui Di Pietro era ministro alle Infrastrutture, di Mautone. Lo spiega lo stesso Di Pietro all’uscita della procura dove è atteso da una folla di giornalisti, fotografi e operatori televisivi. “Ho messo in condizione la Procura della Repubblica, carte e documenti alla mano, di ricostruire le ragioni per cui responsabilmente e doverosamente, nell’ estate 2007, l’ ingegner Mautone insieme con altre decine di persone in un grappolo di provvedimenti unitari sono stati trasferiti dalle loro sedi in altre sedi”. “Sono fatti” ha aggiunto “che devo dire, e sono anche rimasto molto orgoglioso del lavoro che ho fatto, hanno trovato un riscontro formidabile dalla lettura incrociata dei documenti da me presentati e dalla lettura delle intercettazioni telefoniche”. Di Pietro non elude poi le domande sul coinvolgimento del figlio nell’inchiesta. “Ho chiesto alla procura di indagare, e la procura doverosamente dovrà indagare, senza alcun riguardo per nessuno. Non vogliamo che ci sia alcuna riserva nei confronti di parenti e figli compresi ed esponenti di partito”, afferma in linea con l’atteggiamento assunto sin da quando furono diffuse le intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra Cristiano e Mautone. Tuttavia la vicenda, a suo giudizio, va valutata nella esatta dimensione: “L’indagine a Napoli non riguarda mio figlio. Riguarda una vicenda grossissima: vi prego di non trasformare uno stuzzicadenti in una trave e la trave in una pagliuzza”. Ma da ex pm che idea si è fatto sul cosiddetto “sistema Romeo” ipotizzato dai magistrati? Dopo aver precisato che “c’è il segreto istruttorio”, ha affermato: “Credo che sia limitativo pensare che ci sia un solo sistema Romeo. La procura sta indagando su mille questioni e alla fine si tireranno le somme”. [...]
Il 3 Giugno 2009 alle 17:08 La verit di Mautone: vi racconto i favori che chiedeva Di Pietro jr - Politica in Rete Forum ha scritto:
[...] La verit di Mautone: vi racconto i favori che chiedeva Di Pietro jr La verit di Mautone: vi racconto i favori che chiedeva Di Pietro jr giacomo.amadori Venerd 9 Gennaio 2009 Il 17 dicembre stato arrestato su ordine del tribunale di Napoli con laccusa di far parte di una presunta banda di pubblici amministratori infedeli che avrebbe favorito amici imprenditori, aggiudicando loro appalti euromilionari o confezionando gare su misura. I quotidiani hanno parlato di sistema Mautone, ma lui, che di nome fa Mario ed stato provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise, non ci sta. Spiega lavvocato Salvatore Maria Lepre, che con la collega Marcella Laura Angiulli lo difende: Quel sistema non mai esistito, come non c mai stato alcun bacino clientelare a lui collegabile e di cui parlano i magistrati. Mautone, per, non nega i rapporti con Cristiano Di Pietro. Allepoca il padre Antonio era ministro delle Infrastrutture, proprio quello da cui dipendeva lufficio di Mautone. I favori richiesti da Cristiano Di Pietro, per nulla illeciti, si inquadravano in quel rapporto di subordinazione tra lo stesso Mautone e il ministro conclude Lepre. Il suo assistito si toglie per qualche sassolino dalle scarpe e liquida lex ministro come arrogante e presuntuoso in questa intervista esclusiva, condotta attraverso i suoi legali. Ingegner Mautone, uninformativa della Direzione investigativa antimafia (Dia) parla dei rapporti tra lei e Cristiano Di Pietro. Di che cosa si tratta? Rapporti di natura istituzionale, ma non so dire se dietro si nascondessero motivi di interesse personale. Quali sono gli interessi di Di Pietro jr negli appalti e sui fornitori di cui parla la Dia? Da quanto mi risulta, pur interrompendo i rapporti con me, sollecitava continuamente lex mio dirigente di Campobasso affinch fosse affidato un incarico a persona di sua fiducia per la sorveglianza della sicurezza dei lavori in corso nella caserma dei carabinieri di Termoli. In particolare era interessato a sapere quali fossero le imprese impiantistiche che lavoravano in zona, per indirizzarle, eventualmente, presso qualche fornitore di sua conoscenza. Quali sono gli impegni che lei aveva preso con Cristiano Di Pietro per cui non poteva lasciare Napoli? Erano impegni istituzionali, quali la realizzazione della nuova prefettura di Isernia, altre caserme dei carabinieri e della Polizia di Stato, il restauro della Torre di Montebello, per i quali gi mi ero attivato e che, a tuttoggi, non sono stati eseguiti, perch il mio allontanamento mi ha impedito di continuare. Gli interventi di cortesia che le chiedeva Cristiano Di Pietro riguardavano anche ambiti al di fuori delle sue competenze, per esempio le raccomand un ingegnere di Bologna. Pu fare qualche altro esempio? Lepisodio a cui si fa riferimento relativo a un ingegnere meccanico del Molise, trasferitosi a Bologna per motivi di lavoro, per il quale il mio intervento, nel rispetto della legittimit delle mie funzioni, non and a buon fine. Non ricordo altri episodi simili. Nelle carte si parla soprattutto di chiese, impianti elettrici e caserme. Sembrano piccoli affari. Un suo collega liquida Cristiano Di Pietro come una persona di basso profilo. Si accontentava di poco? Non so se per lui fosse poco o molto, ma queste sono le richieste che mi ha fatto. Chi sono gli architetti che le vengono raccomandati da Di Pietro junior? Erano architetti o ingegneri molisani, che avevano lui come referente e quindi si cercava di accontentarli. vero che in loro favore intervenuto anche Nello Di Nardo, allepoca segretario di Di Pietro al ministero? S. Cristiano le ha chiesto altri favori che non risultano nellinchiesta? Non ricordo. Perch stato trasferito a Roma? Di Pietro ha detto che non si fidava pi di lei. Laveva messa in un angolo? No, tanto che mi fu affidata una delle direzioni pi importanti del ministero, ovvero quella delledilizia statale e degli interventi speciali. Sua moglie, per evitare il trasferimento a Roma, le avrebbe detto di buttarla sul ricatto del figlio di Di Pietro. Mia moglie intendeva dire che, data la massima disponibilit dimostrata nellassecondare le richieste del giovane Di Pietro, anche con continui sopralluoghi e incontri con enti locali, non era giusto subire un torto del genere. Di Pietro ha preso le distanze da lei e dal figlio, anche se dice che non cera niente di illegale nelle richieste di Cristiano. daccordo? Ricordo che a un incontro con il ministro mi fu detto che Cristiano doveva stare buono, si agita troppo. Comunque, se ci fossero state, a mio avviso, delle richieste illegali, non mi sarei adoperato per soddisfarle. Veniamo ad Antonio Di Pietro: che rapporti aveva con lui? Quelli di un dirigente con il proprio ministro. Che genere di politico ? Non essendo dello stesso partito, non esprimo giudizi. E a livello umano? Arrogante e presuntuoso. Le risulta che Di Pietro la volesse far nominare assessore in regione, come hanno scritto alcuni giornali? Non mi risulta. Anzi mi sono molto seccato, in quella circostanza, per essere stato inserito tra i candidati per la regione, dato che non ho mai espresso alcun interesse per lattivit politica. Lei in unintercettazione definisce lex ministro un mezzo pazzo. Ribadisco quello che ho detto in merito al carattere delluomo. Quando era con lui, raccomandava qualcuno? Eventuali segnalazioni mi arrivarono attraverso la sua segreteria. Di Pietro ha mai chiesto personalmente favori? Non mi risulta. I suoi comportamenti sono in linea con i valori del suo partito? In base alla mia esperienza, posso dire che i rapporti anche con altri esponenti del partito non sono sempre trasparenti. E gli altri dipietristi campani hanno mai fatto pressioni? Il responsabile regionale Nicola Marrazzo talvolta sottolineava che la mia permanenza a Napoli dipendeva dalla mia disponibilit. Lingegnere Donato Carlea, luomo con cui Di Pietro lha sostituita al provveditorato, ha rapporti con lItalia dei valori? Ritengo che sia un uomo di sinistra, vicino allIdv. Nei suoi interrogatori che cosa le hanno chiesto i pm su Di Pietro? Non mi stata fatta alcuna domanda sullargomento. Secondo lei perch? Non so rispondere. La verit* di Mautone: vi racconto i favori che chiedeva Di Pietro jr Panorama.it - Italia [...]
Il 1 Dicembre 2009 alle 13:11 Di Pietro “tengo famiglia”: Annina, c’azzecca pure lei - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] quell’orrenda battutaccia sull’”Italia dei favori”. E chiudiamo la polemica sui presunti aiutini, politici e giudiziari, forniti al rampollo molisano. Che sia stoppata definitivamente, insomma, [...]
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