
Sui muri di Roma tempo fa è comparso un manifesto. La faccia austera di Enrico Berlinguer e un’epigrafe: “La questione morale è il centro del problema italiano”. Colta al volo, sembrava propaganda del Partito democratico, ma in basso a destra compariva il logo di Rifondazione comunista, il memento di un “ennemi a gauche”, il nemico a sinistra del partito di Walter Veltroni. Il Pd è in bilico sulla bilancia della giustizia e si avvia alla resa dei conti del 2009.
Incudine, toga e martello
Stretto tra l’incudine dell’Italia dei valori e il martello della sinistra antagonista che si sta rianimando in vista delle elezioni europee di giugno, il Pd si ritrova sul vulcano della questione morale e del suo ormai sbrindellato rapporto con la magistratura, che ha decimato la giunta comunale di Napoli, azzoppato quelle di Firenze e Genova, decapitato quella di Pescara e stretto d’assedio la Regione Campania. In un primo momento Veltroni aveva pensato di approfittarne per puntellare le sue posizioni nel partito, usare le inchieste come una scopa per spazzare via i nemici interni, ma dopo la pallida direzione di fine 2008 l’obiettivo è apparso temerario.
Pericoloso cavalcare una seconda Mani pulite con una magistratura imprevedibile, difficile sorvolare sui buchi neri delle inchieste, ingenuo far finta che una riforma della giustizia non sia urgente, eppure impossibile ignorare le critiche pesanti che piovono sul Pd dai fori della magistratura associata. Sul numero 4 di Questione giustizia, la rivista di Magistratura democratica, non ci si lambicca sui giri di parole: “La sinistra (…) sul tema dei diritti e della giustizia è assente e, in ogni caso, silente. Nella migliore delle ipotesi gioca di rimessa contestando, debolmente, questa o quella iniziativa del governo e della maggioranza senza mai uscire da una situazione di subalternità apparentemente irrimediabile anche in settori classici della sua riflessione e del suo impegno: la centralità della Costituzione e dei suoi principi, la “questione morale” (scomparsa dalla sua prassi e dal suo vocabolario), la sicurezza dei cittadini (appiattita sulla “emergenza criminalità” senza coglierne la connessione con condizioni di vita sempre più precarie e incerte) e via elencando”. Un giudizio durissimo che viene dalla corrente delle toghe che per decenni, dai tempi del Pci fino a ieri, è stata un punto di riferimento.
Rotto l’incantesimo, il partito di Veltroni è di fronte a un triplo problema: gestire le crisi determinate dalle inchieste giudiziarie, riannodare i rapporti con la magistratura, provare a sedersi al tavolo della riforma della giustizia. Tre palle, un soldo e un segretario che appare indeciso a tutto.
Rosetta e Luciano
A Napoli Rosa Russo Iervolino ha rattoppato gli strappi provocati dalle manette con una nuova giunta che ha innescato le dimissioni del segretario provinciale del Pd Luigi Nicolais. Brutta storia che, come ciliegina sulla torta, ha visto la pasionaria Rosetta armarsi di registratore per carpire un colloquio privato con lo stesso Nicolais. Cose da Bisanzio che hanno messo Veltroni in grave imbarazzo e difficoltà.
A Pescara il sindaco Luciano D’Alfonso dopo essere uscito dalla prigione ci pensa un po’ su, ritira le dimissioni (motivo fra l’altro della sua scarcerazione) e presenta un certificato medico per non recarsi al lavoro in comune e arrivare alle elezioni di giugno senza il commissario e con la giunta in carica. Se il segretario del Pd il giorno della scarcerazione parlava di “fatto gravissimo” e coglieva la palla al balzo per criticare gli arresti facili, dopo la mossa di D’Alfonso i musi lunghi in largo del Nazareno si sono di nuovo moltiplicati.
Massimo Brutti, commissario del Pd in Abruzzo, non nasconde che quella di D’Alfonso “è una scelta personale, non concordata con il partito” e cerca di leggere la vicenda in chiave positiva. “Lui fa un passo indietro sull’amministrazione e manifesta la volontà di difendersi nel processo. Essere ricorso allo strumento dell’impedimento fa sì che l’ordinaria amministrazione venga svolta dalla giunta uscente. Questo non è un fatto negativo” aggiunge Brutti a Panorama “visto che si vota a giugno. Dati i tempi stretti, è una soluzione migliore rispetto a quella del commissario. Le critiche da parte della destra in questo caso non hanno grande fondamento. L’effetto è identico a quello delle dimissioni. Ripeto, è una sua scelta e la rispettiamo”.
Però l’altro commissario in Abruzzo, il senatore e vicecapogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello, dà fuoco alle polveri: “D’Alfonso si è trovato di fronte alla scelta di lasciare, ovvero di contraddire un elemento sul quale il gip aveva fondato la scarcerazione: il fatto che si fosse dimesso da sindaco. Non entriamo nel merito del processo, ma quello che non è possibile considerare come un fatto ordinario è che si ricorra a un certificato medico per evitare il commissariamento di un comune. Non è in discussione se la scelta sia migliore o peggiore, ma il fatto che istituzionalmente si configura una forzatura finora mai vista e su questo il nostro è un giudizio politico: si tratta di una vergogna”. Scintille.
Cambiare la Carta
Nel frattempo il guardasigilli Angelino Alfano è seduto al tavolo da poker della riforma e si appresta a chiedere al croupier parlamentare di cambiare la Costituzione. Alfano ribadisce che sulla giustizia il governo vuole modificare la Carta e riformare il Consiglio superiore della magistratura: “C’è una grande sintonia sulle questioni di fondo, anche di rango costituzionale, e non vedo vicende collaterali capaci di intralciare il cammino sulla giustizia” ha spiegato più volte Alfano.
Un assist arriva dal vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che sul Corriere della sera ha aperto alle modifiche: “Al Csm serve una riforma: solo un terzo dei membri sia nominato dalle toghe. Il Parlamento indichi i reati da perseguire”.
Una rivoluzione copernicana per Palazzo de’ Marescialli. Gioco nel quale la Lega Nord potrebbe inserire il suo pallino: l’elezione dei giudici popolari e l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione che prevede la partecipazione diretta del popolo nell’amministrazione della giustizia. Il Carroccio è in movimento, Roberto Cota, capogruppo della Lega alla Camera, lo conferma a Panorama: “Stiamo lavorando al tavolo della riforma con Alfano con spirito costruttivo. Ci sono tutte le condizioni per dare il via subito all’elezione popolare dei giudici di pace e dei viceprocuratori onorari. Pensiamo anche a un ampliamento delle competenze dei giudici di pace. Per fare questo non è necessario modificare la Costituzione bensì semplicemente attuarla”. E le proposte di Mancino? “Ha ragione, dice quello che diciamo noi da sempre. È incredibile che il Csm, che deve garantire l’indipendenza della magistratura, funzioni peggio di un organismo politico con logiche di corrente”.
Democratici all’angolo
La maggioranza e il governo andranno avanti e il Pd, se non scioglie i dubbi, si ritroverà all’angolo e con le difficili elezioni europee alle porte. Ascoltare Arturo Parisi, il primo (e oggi non più isolato) critico del “partito liquido” teorizzato da Veltroni: “Di fronte all’esplosione di casi locali, dall’Abruzzo alla Sardegna e ora a Napoli, non possiamo che ripetere quello che andiamo inutilmente dicendo da tempo. Non si può costruire un partito forte attorno a una somma di debolezze, di linea, di organizzazione di leadership”.
Parisi lancia l’attacco diretto a Veltroni: “Debolezza di linea: perché dire ‘avrei dovuto fare piazza pulita prima’? Non dimentichiamo che l’origine è proprio la scelta di mettere tutti assieme intorno a una persona in nome della continuità invece che attorno a una linea politica, non a una supposta linea morale. Debolezza di organizzazione: come denunciare l’inesistenza del partito se si è proposta la sua costruzione alla conquista del governo? Debolezza di leadership: come potrebbe mai Veltroni essere forte dopo le ripetute sconfitte elettorali, sulle quali si continua a rifiutare ogni confronto? Come potrebbe mai un partito reggersi su una leadership circondata da organi nominati dall’alto e sempre più affidata a commissari, dopo aver annullato di imperio l’assemblea costituente e gli organi locali democraticamente eletti? Se di fronte a questo disastro crescono a Trento e a Roma i nostalgici del passato, ci sono altri che hanno nostalgia del futuro e di questo continuano a chiedere conto a Veltroni”.
Il Pd per Parisi non scricchiola a livello locale, ma nazionale: “Persino Massimo D’Alema ora comincia a dirlo: prima che in Abruzzo, in Sardegna, o a Napoli, il problema è nel partito che non riesce a decollare a livello nazionale”.
Scorre rapida la sabbia nella clessidra del 2009 e se il Pd non decolla, decollano il segretario.
- Lunedì 12 Gennaio 2009
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