Il governo, la fiducia sul decreto anticrisi e le critiche di Fini

Gianfranco Fini
Il governo mette la fiducia sul dl anticrisi. E Fini, dopo il botta e risposta sulla proposta di tassare i permessi di soggiorno, non perde l’occasione per tornare a bacchettare l’esecutivo.

Ad annunciare la volontà del governo di “blindare” il testo che contiene le misure per fronteggiare la crisi economica il ministro per i Rapporti con il parlamento, Elio Vito (qui il VIDEO). Prima di porre la fiducia, il ministro Vito ha lodato “l’ottimo e lungo lavoro svolto in commissione” sul testo: un lavoro protrattosi per più dei 15 giorni previsti dal regolamento. “Confermiamo la decisione di apporre la fiducia nel testo della commissione riconfermando la centralità del parlamento” ha concluso Vito. Il decreto scade il 28 gennaio.
“In tanti anni” è stata la caustica risposta del presidente Fini “ho a avuto modo di ascoltare le molteplici ragioni per le quali il governo, avvalendosi di una sua esplicita prerogativa, ha deciso di porre la questione di fiducia ma è la prima volta che ascolto porre la questione di fiducia da parte del rappresentante del governo in onore del lavoro della commissione”, ha detto. Criticando la decisione del governo di porre la questione di fiducia sul dl anticrisi, e ha aggiunto, tra gli applausi delle opposizioni: “È la prima volta che sento dire che viene posta la questione di fiducia in omaggio alla centralità del parlamento. Il rispetto della centralità del parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione e impedendo ai deputati di pronunciarsi in aula su un testo. Al rappresentante del governo” dice ancora Fini “ricordo che il procedimento legislativo a Costituzione vigente prevede l’esame dei testi in commissione e in aula. È un diritto per il governo porre la fiducia, ma è doveroso esprimere valutazioni di tipo squisitamente politico. L’omaggio al parlamento si fa se si consente alle commissioni di lavorare e ai singoli parlamentari di esprimersi in aula”.
Senza voler giudicare la scelta di porre la fiducia, che è “legittima”, per Fini “è doveroso esprimere considerazioni politiche” che in questo caso si riassumono nella necessità, sottolinea il presidente della Camera, di lasciare lavorare il Parlamento. “Il rispetto della centralità del Parlamento e della sua funzione nel procedimento legislativo non si limita all’omaggio del lavoro fatto in commissione ed impedendo ai deputati di pronunciarsi in Aula su un testo”, ha concluso Fini.

I rilievi del presidente di Montecitorio non hanno fatto presa sul governo. “Abbiamo giudicato che la fiducia sul dl anticrisi fosse indispensabile”, ha replicato seccamente Silvio Berlusconi a Fini. Il quale ha risposto a sua volta gelidamente al presidente del Consiglio: “La fiducia era certamente indispensabile, ma per problemi politici connessi al dibattito interno alla maggioranza”.
Visione condivisa dall’opposizione. Che ha manifestato apprezzamento nei confronti del numero uno di Montecitorio: “C’è un solo motivo per cui il governo pone la fiducia: perché non si fida della sua stessa maggioranza”, ha commentato il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro. “Noi” ha proseguito “chiederemo, ai sensi della prassi inaugurata dal presidente Iotti, di poter illustrare i nostri 10 emendamenti in aula”.
A distinguersi, solo l’Idv. Le proteste di Fini sono come quelle di Ponzio Pilato, dice Antonio Di Pietro: “Fini si sta abituando da un po’ di tempo a protestare a voce e a stare zitto nei fatti” ha attaccato il leader dell’Italia dei Valori, a margine di un convegno organizzato dal suo partito a Roma. “A noi le proteste del giorno dopo ci paiono come le lavate di mano di Ponzio Pilato. Fini” ha proseguito Di Pietro “è il presidente della Camera: faccia valere il suo ruolo e faccia il suo dovere, che è quello di ridare dignità al parlamento ridotto a una dependence del governo e del suo presidente”.

A dire il vero, il richiamo di Gianfranco Fini al governo perché, dopo la decima fiducia del Berlusconi IV (posta oggi sul decreto anti-crisi), dimostri con i fatti il rispetto per la “centralità del Parlamento”, è l’ultimo di una serie di episodi in cui il presidente della Camera ha rimarcato la propria indipendenza di giudizio rispetto alla maggioranza che lo ha eletto all’alto incarico, e al governo espressione della stessa maggioranza.
Episodi che negli ultimi giorni, come avvenuto sul tema della giustizia e dell’immigrazione, si sono intensificati, a conferma della volontà di Fini di interpretare il proprio ruolo istituzionale in modo attivo, oltre che sganciato dalle logiche di appartenenza politica.
Un primo segnale, Fini lo manda il 30 settembre 2008 sulla commissione Rai, quando la maggioranza non partecipa alle sedute per impedire l’elezione di Leoluca Orlando. Rispondendo alle proteste delle opposizioni, Fini chiede ai capigruppo della maggioranza di non “mortificare le istituzioni parlamentari”.
Pochi giorni dopo, il 2 ottobre 2008, Fini si rivolge direttamente al presidente del Consiglio che aveva annunciato l’intenzione di fare ampio ricorso ai decreti legge. Il presidente della Camera risponde che di fronte ad un eventuale “abuso” dei decreti, la Camera avrebbe rivendicato “il diritto di far sentire la propria voce”. Una settimana ancora e il leader di An flirta con quello del Pd, Massimo D’Alema. Le loro fondazioni, Farefuturo e Italiani europei, organizzano un convegno ad Asolo. I due concludono i lavoro trovando diversi punti di convergenza, fra l’altro sulla proposta di una commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo. Contrari a questa ipotesi si dichiarano il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro per le riforme e capo della Lega, Umberto Bossi. È il 25 novembre 2008, quando, intervenendo ad un dibattito sulle trasformazioni dei partiti, Fini denuncia il rischio di “cesarismo”, anche nel Pdl.
Alla ripresa dell’attività parlamentare, dopo le feste natalizie, Fini prende posizione contro un emendamento della Lega, accolto dai relatori al decreto anti crisi, che avrebbe imposto agli immigrati di pagare per il permesso di soggiorno e una fidejussione per la partita Iva.
Fini chiede che la maggioranza rifletta prima di varare norme “oggettivamente discriminatorie”.
Infine, in una lettera al Corriere della Sera del 10 gennaio, Fini elenca sei punti come base per una “riforma condivisa” sulla giustizia; fra l’altro, Fini chiede che le intercettazioni restino ammesse per i reati di corruzione, L’iniziativa è accolto con favore dal Pd e con grande prudenza dal Pdl.

Il VIDEO servizio:

Commenti

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Il 13 Gennaio 2009 alle 21:02 artisticamente ha scritto:

Un Paese proprio in pieno delirio: «i nostri “dipendenti” in Parlamento sono dentro “un manicomio”, tra di loro si capiscono, ma non sanno più cos’è la realtà…..
La confondono con i loro interessi privati o di partito.
Si diffidano a vicenda, un Parlamento sgangherato, diventato coacervo di poteri mediatori, assente e asservito….

Il 13 Gennaio 2009 alle 21:32 liongi ha scritto:

Condivido egregio “artisticamente”, il Suo laconico commento e mi permetto di aggiungere che siamo messi davvero male e cancello quelle poche righe che seguivano perché, oggi, penso che davvero non vale la pena sprecar fiato.
Ma condivido. Sprattutto puntini, puntini,……

Il 15 Gennaio 2009 alle 0:35 Berlusconi: “Nessuna fibrillazione nel governo”. E accelera sulla giustizia » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Al Cavaliere tocca una giornata di straordinari. Per “sedare” una maggioranza che le feste di fine anno gli hanno restituito un po’ troppo frizzante, Silvio Berlusconi si deve “spendere” molto. Dopo un altro pomeriggio di frecciatine incrociate (Bossi contro Fini, Bossi contro il Pdl e la riforma della giustizia) il premier chiama a raccolta i suoi, li incontra faccia a faccia e tranquillizza la situazione. “Non c’è nessuna fibrillazione. Proprio no! Non c’è alcuna fibrillazione tra di noi, abbiamo riso e scherzato su tutto. C’è un clima positivo. D’altronde, scusatemi,vedendo le condizioni in cui si trova l’opposizione non dovremmo essere allegri? Con la Lega non ho registrato alcun problema sul tema della giustizia, non mi risultano punti in discussione, eccetto la questione che riguarda le sanzioni per chi imbratta i muri” spiega il premier conversando con i giornalisti in Transatlantico a Montecitorio. Quindi sulle presunte tensioni con Fini aggiunge: “Ha un ruolo istituzionale e svolge bene questo suo ruolo, lo fa in modo super partes. Ieri ha solo inteso difendere le prerogative del parlamento, chapeau“. “Inizieremo l’esame della riforma della giustizia al consiglio dei ministri del 23 gennaio. Nel giro di due, tre consigli dei ministri ritengo di poter presentare la riforma complessiva” assicura ancora il premier. Il Cavaliere riferisce che il Guardasigilli Angelino Alfano ha avuto contatti con vari esponenti del centrosinistra: “Mi risulta che ci siano larghe condivisioni da parte dell’opposizione per la nostra riforma. Il nostro obbiettivo è fare la riforma della giustizia anche perché ce lo chiedono i cittadini e dobbiamo rispondere alle loro attese. Il primo obbiettivo è fare una riforma condivisa con gli alleati, cercando anche la collaborazione dell’opposizione”. [...]

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