- Tags: Barcellona, camorra, latitanti, Spagna
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Una veduta di Barcellona (Credits: Alex Castellá by Flickr)
L’hanno preso a Barcellona, fuori da un call center. Salvatore Zazo, pregiudicato boss del clan Mazzarella, non ha avuto il tempo di reagire, per la sorpresa, quando è stato arrestato in Spagna dai carabinieri del comando provinciale di Napoli. Nei suoi confronti c’era un’ordinanza di custodia cautelare su richiesta della Dda per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti.
Zazo, 57 anni, era una delle figure più importanti del clan Mazzarella, attivo nel centro di Napoli. Nella capitale catalana, dove viveva in un appartamento vicino alla Sagrada Familia, si occupava dell’importazione e del traffico di cocaina per conto del clan.
Ed il suo arresto, eseguito dai carabinieri in collaborazione con la Unidad central operativa della Guardia Civil, è l’ultimo di una lunga serie in terra iberica. Non è un mistero che i boss di camorra, cosa nostra e ‘ndrangheta abbiano scelto la Spagna come terra di conquista e riciclaggio del denaro sporco. Per gli aeroporti di Madrid e Barcellona, così come sulle coste di Galizia e Catalogna, passano le ricche rotte della cocaina sudamericana e dell’hascisc marocchino. Senza dimenticare l’impetuoso (è crollato solo nell’ultimo anno, in conseguenza della crisi dei subprime) sviluppo immobiliare sulle coste del Mediterraneo, un affare troppo ghiotto per non metterci le mani. Ma negli ultimi anni la collaborazione tra le forze dell’ordine italiane e quelle spagnole ha portato alla cattura di molti dei boss trasferiti in terra iberica.
Come Marco Assegnati, reggente del clan camorristico Nico e inserito nella lista dei 100 latitanti più pericolosi, sorpreso insieme alla compagna spagnola e al figlio avuto dalla stessa, in un appartamento di Escalona nei pressi di Toledo, il 18 dicembre scorso. Il giorno prima era stato catturato a Fuengirola Paolo Pesce, del clan camorristico dei Mariano. Il 20 settembre, invece, era stato Marino Santafede a cadere, dopo aver messo sulle sue tracce la Guardia Civil per l’acquisto di un lussuoso appartamento nel quartiere olimpico di Barcellona. Anche lui si occupava del traffico di stupefacenti verso Napoli e Roma. Sempre in Catalogna, a Girona, il 10 agosto finiva invece la latitanza di Patrizio Bosti, reggente del clan Licciardi-Contini, inserito nella lista dei trenta più ricercati dal Viminale. Il 16 maggio, invece, a Barcellona, era il turno del
latitante Fausto Frizziero, ritenuto capo dell’omonimo clan operante nei quartieri della Torretta, di Mergellina, Chiaia e
zone limitrofe. Preso dalla squadra mobile di Napoli.
Non solo camorristi, comunque: anche la ‘Ndrangheta ha i suoi emissari in terra spagnola. Intermediari, broker con un passato da delinquenti comuni. Come Ippolito Magnoli, detto ”Peppe”, nato a Rosarno (Reggio Calabria) 61 anni fa, uomo di fiducia del clan Piromalli, ricercato da sei anni, arrestato nel paesino catalano di El Mas Tader dai militari del Ros di Genova, in collaborazione con i colleghi spagnoli.
- Domenica 18 Gennaio 2009
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Il 4 Febbraio 2009 alle 21:36 Saviano star a Barcellona: “I giovani via dall’Italia per essere felici” » Panorama.it - Libri ha scritto:
[...] Sono arrivati prima i flash. Poi Roberto Saviano è entrato tra gli arazzi della maestosa sala quattrocentesca del Consell de Cent, il municipio di Barcellona. Accolto da un lungo applauso e accompagnato dal sindaco della città Jordi Hereu. Poco dietro di lui e intorno all’edificio, uomini alti con auricolari. A ricordare che Saviano non è, suo malgrado, un autore “normale”. Il successo di Gomorra, da mesi in cima alle classifiche dei libri più venduti in Spagna, lo precede. Così come la fama di “scrittore minacciato”, cosa che tutti i quotidiani locali hanno rimarcato nel presentare questo suo incontro con il pubblico e i giornalisti, inserito tra gli appuntamenti di “BCnegra - settimana del romanzo noir a Barcellona”. “I valori che esprime Roberto sono quelli di questa città, che lo riceve a braccia aperte” lo accoglie con queste parole il sindaco. La sala è strapiena e molte persone sono rimaste fuori: la coda attraversa l’intera Plaza Sant Miquel. Moltissimi italiani presenti, in maggioranza giovani (sono in 16mila a vivere qui, uno dei gruppi di stranieri più numerosi). In molti hanno portato “Gomorra” da far firmare, cosa che la security non permetterà. “Mi ha cambiato la vita, non lo rinnego, ma mentirei se dicessi che amo il mio libro, ho quasi un rigetto fisico quando lo vedo, mi ha tolto quello che avevo” dice, rispondendo a una domanda del giornalista Carles Quilez e del commissario dei Mossos d’Esquadra (la polizia catalana) Miquel Capell, “nell’economia del quotidiano” spiega Saviano, “non vedo i premi e la gente, ma una casa che cambia ogni giorno e un’auto blindata”. Il commissario (e scrittore di racconti) gli chiede degli uomini dei clan che vivono in Catalogna. Molti sono i boss arrestati nel corso dell’ultimo anno dal lavoro congiunto delle polizie italiana e spagnola. “La Spagna è un territorio chiave per i boss” risponde lo scrittore italiano “qui a Barcellona vive il latitante Raffaele Amato, lo sanno tutti, l’ultima volta che sono venuto qui mi hanno detto ‘non andare in quel locale sulla Rambla perché ci sta Amato’, è paradossale”. “Il problema” secondo Saviano, “è che la regola dei gruppi criminali è non fare sangue dove si fanno affari. E qui fanno affari, sono visti come imprenditori, dal cemento alla ristorazione. Ma coi soldi della cocaina, di cui la Spagna è il punto di arrivo in Europa”. Il commissario, forse punto nell’orgoglio, risponde “i nostri paesi sono stati di diritto, spesso è difficile attuare con decisione e rispettare le tutele democratiche: noi abbiamo arrestato Amato ma senza un ordine di cattura internazionale non potevamo trattenerlo. Gli stati democratici hanno gli strumenti adatti?” “Invece che sulla repressione militare bisognerebbe puntare sui reati finanziari” risponde lo scrittore napoletano, “in Inghilterra non esiste neppure il reato di associazione mafiosa”. E le mafie sul terreno globale, secondo Saviano, sono più veloci e strutturate delle polizie: “L’Europa dovrebbe rendersi conto che la mafia non è un problema solo del sud Italia, ma che sono coinvolte decine di paesi”. “Non hai dato una cattiva immagine di Napoli?” gli chiede un ragazzo, molto emozionato, dal pubblico “io lavoro qui e ogni volta mi chiamano munnezza, camorra”. Il conterraneo Saviano si aspettava la domanda e risponde con una battuta, “L’ha detto anche il capitano, Cannavaro, ma qui mi han detto ‘cosa vuoi che dica, è del Real Madrid”, ma poi approfondisce “no, non mi sento responsabile: i responsabili sono quelli che sparano e riempiono la terra di rifiuti, il silenzio è il contrario della speranza, la speranza viene dalla conoscenza”. “Non hai paura di essere etichettato come uno scrittore di mafia?” gli domanda un giornalista. Per lo scrittore partenopeo è l’occasione di parlare del libro in uscita in Spagna, “Lo contrario de la muerte“, che raccoglie racconti già pubblicati in Italia nel 2007: “io non voglio scrivere solo di mafia, voglio usare il metodo del cronista e il linguaggio dello scrittore per scivere della mia terra, perché ce l’ho suturata nell’anima”, dice, “raccontare dei ragazzi che non hanno scelta e devono emigrare”. Il tema scatena un grande applauso in sala “E’ un tema di cui non si parla” dice Saviano, non ancora trentenne, “negli ultimi dieci anni due milioni di giovani sono scappati dall’Italia: si va via per far nascere con la fecondazione assistita, si va via per morire con dignità e ora si va via anche per vivere felici, per poter realizzare le proprie aspirazioni”. C’è anche il tempo di parlare del film di Matteo Garrone tratto dal suo libro e della sua esclusione dagli Oscar: “Martin Scorsese mi ha detto che non capiscono niente e che il film piacerà” racconta Saviano, “ma io li capisco: è un film ‘di qualità’, difficile, di due ore, in dialetto napoletano, mi sembra già straordinario che abbia ottenuto tutto questo successo. E poi smonta totalmente l’immagine glamour dei boss come self-made-man di successo che proprio il cinema americano ha creato”. Poi Saviano si alza e se ne va dalla porta sul retro, accompagnato dalla scorta, mentre in sala qualcuno grida “Roberto sei tutti noi!” [...]
Il 17 Maggio 2009 alle 13:57 Arrestato il boss degli “sciossinisti” di Scampia » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Raffaele Amato era il leader degli “sciossinisti”, il cartello di clan che sfidò il boss Paolo Di Lauro a Scampia per conquistare il controllo del mercato locale della droga. La polizia di Napoli lo ha arrestato in Spagna dopo un pedinamento di cinquanta chilometri, iniziato a Malaga, e finito nella hall di un albergo di Marbella. Ha replicato qualcosa in spagnolo e poi, quando ha capito di avere di fronte la polizia italiana, non ha opposto alcuna resistenza. Amato era latitante dal 2006, dopo che nei suoi confronti era stata emessa una ordinanza di custodia cautelare in carcere dal gip del Tribunale di Napoli. Il boss degli scissionisti, 44 anni, risponde di otto omicidi commessi fra il 1991 e il 1993, nella faida di Mugnano (un paese alla periferia nord della provincia di Napoli): è ritenuto il principale importatore di cocaina nel mercato napoletano. Amato in una località della Costa del Sol: faceva viaggi all’estero per incontrare i suoi familiari, e usava più documenti, parlando perfettamente lo spagnolo. Con il boss, è stato arrestato Carmine Minucci: e sono stati colpiti da provvedimenti di custodia cautelare anche Paolo Di Lauro, Enrico D’Avanzo, Rosario Pariante, Antonio Abbinante, Raffaele Abbinante, Gennaro Marino e Massimiliano Cafasso, già detenuti in carcere.Dopo l’arresto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha telefonato al Capo della polizia Antonio Manganelli e al Procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, “per congratularsi” si legge in una nota del Viminale “dell’importante operazione eseguita dalla Squadra Mobile della Questura di Napoli” che ha portato all’arresto in Spagna, del latitante Raffaele Amato. [...]
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