- Tags: Brasile, Cesare-Battisti, estradizione, giustizia, Lula, Pac
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Il ministro brasiliano della Giustizia Tarso Genro, esponente trotzkista del Partito dei lavoratori, gli ha concesso lo status di rifugiato per “il fondato timore di una persecuzione politica”. Scrittori e intellettuali come Gabriel Garcia Marquez, Fred Vargas, Daniel Pennac e Bernard-Henri Lévy hanno fatto appelli per lui. Persino le sorelle Bruni (compresa Carla, première dame di Francia) protestano la sua innocenza. Probabilmente perché nessuno di loro ha sfogliato le carte processuali o le sentenze che condannano all’ergastolo per quattro omicidi Cesare Battisti, 54 anni, ex tutto, oggi giallista di fama e icona della gauche caviar parigina. O forse perché hanno letto solo la “revisione” online del processo che viene propinata ai suoi fan sul sito militante Carmilla. Qui gli ultrà di Battisti cercano di smontare, senza contradditorio (a quello preferiscono la solidarietà acritica dei circoli culturali sulla Senna), le prove dei pm che hanno condotto le istruttorie, da Pietro Forno ad Armando Spataro (che con Panorama definisce Battisti “un assassino puro”) a Corrado Carnevali. Il sito si accanisce soprattutto contro Pietro Mutti, 54 anni, il pentito “plebeo” che con la sua testimonianza ha permesso di ricostruire i misfatti dei Proletari armati per il comunismo, la formazione in cui militava Battisti.
Gli amici del latitante lo marchiano come una “figura spettrale”. Si domandano: “Chissà se è ancora vivo, chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalla “legge sui pentiti””. Errore. Mutti ha sempre lo stesso nome e ha accettato di raccontare a Panorama, per la prima volta, la sua verità fuori da un’aula di giustizia o dal carcere, dove ha trascorso otto anni. Manda in onda il filmino in super8 di quando uccideva con Battisti, che definisce un “opportunista”. I giudici della Corte d’assise di Milano, nella sentenza del 1988, spiegano che ritengono credibili le “chiamate in correità” di Mutti, perché, per esempio, nel caso di un delitto, si autoaccusa quando “a suo carico non esiste nulla di compromettente”. E mentire, con il rischio di essere contraddetto da altri eventuali collaboratori, non gli conviene, visto che perderebbe “qualunque beneficio previsto dalla legge sui pentiti”. Per questo i magistrati ritengono attendibili i resoconti di quando fermava le vite insieme con il compagno Cesare, in nome della giustizia proletaria. Quella di Mutti, ex operaio dell’Alfa Sud, è una testimonianza pesante: ha fondato i Pac (”L’idea mi è venuta ai tempi del militare, quando Lotta continua aveva lanciato l’inserto Proletari in divisa”), è stato in Prima linea, ha partecipato a 45 rapine, ha sparato alle gambe ed è l’esecutore di un omicidio: “Per errore in un conflitto a fuoco ho ucciso una guardia giurata. Quell’uomo non doveva morire. Continuo a pensare ai suoi figli” deglutisce Mutti.
Se Battisti, come narrano i suoi biografi, dopo gli anni del terrorismo ha scelto una “vita picaresca” (si è rifugiato anche a Puerto Escondido, ispirando uno dei personaggi dell’omonimo film di Gabriele Salvatores) ed è stato iniziato alla letteratura da Paco Ingnacio Taibo II, a Mutti, finita la galera, è toccata un’esistenza normale, che tira avanti con lo stipendio da operaio di cooperativa: 1.700 euro al mese con contributi ridotti. La sera fa da “badante” a un vecchio zio.
L’incontro è in un bar. Mutti parla con tono basso e pacato, ha un sorriso timido e irregolare. Il Battisti snello e abbronzato, immortalato in Brasile dai fotografi con la camicia viola aperta sul petto, è molto diverso dal suo grande accusatore: Mutti è minuto, sfoggia baffi e occhiali demodè, qualche callo sulle mani. Eppure 33 anni fa quei due uomini, all’epoca ragazzi, sono partiti insieme su una Simca 1.300 per andare a uccidere Antonio Santoro, 52 anni, maresciallo capo, comandante delle carceri di Udine. Con loro viaggiavano anche Enrica Migliorati, 20 anni, studentessa, e, alla guida, Claudio Lavazza, 21 anni, operaio. Quei quattro, insieme con gli insegnanti e ideologi veneti Arrigo Cavallina e Luigi Bergamin, erano il nucleo iniziale dei Pac. I fatti (in gran parte confermati da testimoni oculari) Mutti li ha raccontati al processo.
È il 6 giugno 1978. Il loro quartier generale è una tenda da campeggio piantata vicino a Grado. Alle sette e quaranta del mattino Battisti, con barba posticcia, e Migliorati, vistosa parrucca rossa, si baciano nelle vicinanze della casa di Santoro. Fanno i fidanzatini per non insospettire la vittima. E su quelle effusioni scherzeranno in seguito, con i compagni. Santoro, moglie e tre figli, esce dalla sua abitazione e passa accanto ai due ragazzi. Battisti gli spara alle spalle. Il Corriere della sera del giorno seguente pubblica: “Tre colpi di una vecchia Glisenti calibro 10,5, uno a vuoto, il secondo nella tempia destra, il terzo all’altezza del costato. Pallottole a bruciapelo”. Gli assassini scappano. La macchina sgomma via, Mutti saluta un ufficiale dell’esercito, testimone del delitto, alzando il pugno chiuso. “Era un modo per dare un colore politico a quell’azione” si schermisce Mutti, imbarazzato dal ricordo. “Su quell’omicidio eravamo tutti d’accordo: i Pac erano nati per occuparsi della questione carceraria”. Le cronache riferiscono che la colpa di Santoro era stata quella di aver tardato a soccorrere Cavallina che si era rotto un braccio in prigione, giocando a pallone. Nell’auto, dopo la morte di Santoro, c’era un clima adrenalinico. “Però nessuna scena di esultanza. Cesare era tranquillo, è sempre stato un freddo”. Oltre che uomo d’azione. “Non era un intellettuale, ma un delinquente comune e così si dava da fare per meritare di restare con noi, il gruppo fondatore dei Pac, che in cambio gli garantivamo vitto, alloggio e documenti falsi”.
Battisti era approdato a Milano per i numerosi problemi con la giustizia. Teppista di Cisterna Latina, prima di finire in carcere a Udine per rapina, dai 17 ai 20 anni era stato segnalato dalle caserme dei carabinieri di mezzo Lazio (vedere riquadro qui sopra). Mutti fu il primo ad accogliere in casa propria questo Battisti randagio, nel quartiere milanese della Barona, dove i Pac erano nati, costola dell’autonomia operaia: “Arrivava dal carcere, quindi aveva imparato delle regole, era ordinato e pulito”. Ma solitario. “Io e gli altri compagni uscivamo spesso, si andava a bere alla birreria Stalingrado, ma lui ci seguiva raramente, non voleva rischiare i controlli della polizia, che teneva sott’occhio il locale”. Alle ragazze piaceva, ma non a tutte. “Ad alcune faceva paura”.
Questo Battisti appartato partecipava alle decisioni del gruppo? “A tutte. Era informato di ogni cosa. Devo essere sincero: gli unici che sono stati protagonisti di tutte le malefatte dei Pac siamo io e lui, i due operativi”. Un giorno, però, Mutti e altri compagni, tra cui Cavallina, in una riunione a casa di Bergamin, obiettano che l’omicidio di due commercianti, colpevoli di essersi fatti giustizia da soli contro dei rapinatori, rischia di essere una cosa “troppo grossa”, “sbagliata politicamente” ricorda Mutti. Battisti non ascolta e lascia i compagni spiegando che ormai la decisione è presa. Secondo le sentenze, il 16 febbraio 1979, lui e Diego Giacomini “abbattono” (come scrivono i giornali) il macellaio mestrino Lino Sabbadin. Battisti, però, in quell’occasione non spara. Lo farà due mesi dopo, quando ucciderà con cinque colpi calibro 357 magnum l’autista della Digos Andrea Campagna, davanti agli occhi del suocero.
“In questo caso la mia testimonianza è indiretta” spiega Mutti. “Dopo l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani ero latitante. Credo che di quell’episodio mi parlò lui stesso”. Nel 1979 la maggior parte dei militanti finisce in manette durante una retata. “Due anni dopo, nel 1981, organizzai la fuga di Battisti dal carcere di Frosinone e lui, che del prigioniero politico aveva poco, fece scappare con sé un giovane camorrista”. Il futuro giallista amato dai francesi viene ospitato da alcuni amici incensurati (”Di questo, però, non ho mai parlato” taglia corto Mutti).
Le strade dei due vecchi compagni si separano per sempre, l’ex operaio dell’Alfa Sud viene arrestato a Roma dopo una rapina in Toscana. E si pente. Battisti, annusa l’aria e fugge all’estero. Adesso, diventato il terrorista dei salotti buoni, nega di aver preso parte ai quattro delitti per cui è stato condannato, anzi liquida Mutti come “un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l’ergastolo”. “Ma perché dovrei accusarlo ingiustamente?” replica il pentito. Per il fatto che Battisti era l’unico latitante, rispondono gli ultrà. “Non è vero, anche Lavazza, Bergamin e, forse, Migliorati erano irreperibili quando ho iniziato a collaborare. Mi dispiace, ma io non potevo chiamare in causa chi non c’era per salvare lui. Cesare dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue azioni, come ho fatto io”.
“Contro Battisti non esiste niente di niente, solo le accuse di Mutti” dicono i soliti sostenitori. Il fratello di Battisti, Domenico dice a Panorama: “Quell’uomo si è salvato dall’ergastolo scarincando le responsabilità su mio fratello”. Ma ci sono altre testimonianze che confermano le parole di Mutti. Per esempio quelle della ex fidanzata e compagna di lotta di Battisti, Maria Cecilia B., oggi docente universitaria. In un interrogatorio dichiara: “Nella primavera del 1979 Battisti, nel dirmi l’effetto che faceva uccidere una persona (e “in particolare vedere uscire il sangue da un uomo colpito” si legge in una sentenza), fece riferimento all’omicidio Santoro, indicando se stesso come uno degli autori”.
Contro Battisti ci sono anche le dichiarazioni della famiglia Fatone: Sante, pentito, la sorella Anna e la nipote Rita hanno confermato in molti punti le dichiarazioni di Mutti. Gli amici di Battisti li denigrano (Rita è definita “ai limiti dell’imbecillità”): “La stessa tecnica di sempre. Che conferma lo stile dell’uomo” replicano a casa Fatone, dove le donne hanno paura. “Quando Anna e sua figlia, allora minorenne, andarono in Francia a cercare Sante latitante, Cesare le minacciò di morte. Era il peggiore di tutti”. E Cavallina, nonostante la decisione di dissociarsi senza pentirsi, con Panorama spiega: “Mutti su di me ha detto cose sostanzialmente vere, non vedo perché avrebbe dovuto accanirsi con Battisti. Quando sento che Cesare fa la vittima dall’altra parte del mondo mi viene da sorridere”. Contro il fuggiasco, agli atti, ci sono pure le parole di Massimo T., ex militante dei Pac, ora stimato professionista. Anche lui ha un brutto ricordo: “Battisti non mi era particolarmente simpatico, lo trovavo troppo sicuro di sé e con pochi scrupoli. Non aveva dubbi, gli mancava il senso della tragedia che permeava quegli anni. Un giorno mi chiesero di guidare l’auto che doveva portare il gruppo a fare una gambizzazione (quella dell’agente di custodia Arturo Nigro, ndr). Con me c’erano Battisti e Mutti. Dopo l’azione io ero sconvolto, loro non mi sembrava. Il nostro più grande errore? Pensare di avere ragione: in quel momento avevamo già perso”. Adesso Battisti si definisce una capro espiatorio. Il fratello Domenico è perentorio: “Qualcuno vorrebbe chiudere i conti con gli anni di piombo incolpando piccoli delinquenti come Cesare. Meglio dare la colpa a loro che al Pci del tempo che ci mandava in giro a fare cavolate”. Gli ex compagni dei Pac ribattono: “Battisti una vittima? È una cosa difficile da digerire”.
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Commenti
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Il 25 Gennaio 2009 alle 12:31 nhico ha scritto:
Che dietro questi criminali c’era il PCI è cosa saputa e risaputa. Non è, invece, ancora del tutto chiaro , se il trotzkista Tarso Genro, sia la longa mano degli ex comunisti italiani. Ma, mentre tutto questo succede, l’invito di Fabio Fazio a Carla Bruni, una possibile vivandiera degli ex terroristi rossi rifugiati in Francia, è il filo rosso che sembra poter congiungere i fatti presenti a quelli lontani. E’ tutto con l’avallo di mamma Rai e di Petruccioli. Un ex anche lui.
Il 25 Gennaio 2009 alle 12:57 fercas ha scritto:
E’ sconcertante che sia stato dato asilo politico ad un assassino, prima dalla Francia ed ora dal Brasile! Capisco il Brasile, terra dalla democrazia incerta ma, i francesi che si professano padri della democrazia e della legalità, come hanno potuto accogliere e difendere un criminale, concedendogli asilo politico, è un mistero; o forse nò visto che alla presidenza hanno avuto un maschio incline a tale pratica ed ora, mi pare, una femmina! Quello che stupisce è anche l’impotenza dello Stato italiano! Insomma non riesce ad imporre la sua linea nei confronti di nessuno! Ma perchè, dico io, non si decide una buona volta di farsi valere in campo internazionale, ad esempio, in questo caso, richiamando i propri diplomatici? Ma avremmo molto da rimettere se tagliassiimo con Lula tali rapporti? Domando. Infine perchè non si indaga sui veri motivi che portano certe persone a prendersi a cuore le sorti del Cersare, forse la sua fama di scrittore ed il suo patrimonio derivante dai diritti d’autore e altro potrebbero spiegare molte cose! Cordialità.
Il 27 Gennaio 2009 alle 10:16 cienne ha scritto:
A sorpresa trovo il mio nome tra i firmatari, o di un’omonima che fa lo stesso mestiere. Presumo sia stato preso da una petizione contro la guerra che ho firmato tempo fa. Penso che abbiano raccolto queste firme con un semplice copia e incolla da petizioni qua e là. Non avrei mai firmato, sono assolutamente contraria anche oggi alla protezione di cui gode.
Carla M. Nobili
Il 27 Gennaio 2009 alle 10:18 cienne ha scritto:
ovviamente mi riferivo alla ‘lista della vergogna’ su http://www.carmillaonline.com/.....atari.html
Il 27 Gennaio 2009 alle 12:15 Su Battisti, il Brasile non cede. L’Italia richiama l’ambasciatore » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La nuova presa di posizione è del procuratore generale Antonio Fernando de Souza, che ha chiesto l’archiviazione del processo di estradizione dell’ex terrorista italiano al Tribunale supremo federale. [...]
Il 29 Gennaio 2009 alle 15:53 Cesare Battisti intervistato: “Torregiani sa che io non c’entro con gli omicidi” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Cesare Battisti, l’ex terrorista scrittore a cui il ministro della Giustizia brasiliano Tarso Genro ha concesso lo status di rifugiato politico scatenando una crisi senza precedenti tra Italia e Brasile ha concesso al settimanale brasiliano Istoé un’intervista esclusiva. Riportiamo qui stralci dell’ampia intervista tra Battisti e Istoé che inizia con la domanda se Battisti tema che il Brasile torni sui suoi passi tramite il Supremo Tribunale Federale che si pronuncerà nei prossimi giorni sul suo caso. “No”, risponde Battisti, “la decisione di Genro è ben fondata, ha analizzato tutti i documenti e non è stata una lettura superficiale”. Poi Istoé chiede a Battisti di Pietro Mutti, un suo vecchio compagno dei PAC intervistato sul numero scorso da Panorama nel reportage di Amadori e delle accuse che lui ha confermato a questo giornale. “Io non ho ucciso nessuno, né il gioiellere né il poliziotto. È fuori dal mondo. All’epoca di questi omicidi non ero più membro dei Pac”, si difende Battisti. Istoé poi chiede se ha spiegato queste cose ad Alberto Torregiani, che oggi a causa è costretto su una sedia a rotelle, figlio Del gioiellere ucciso dai Pac e che molto si sta battendo per la sua estradizione. Battisti risponde: “è lamentevole ciò che sta facendo Torregiani. Lui sa che non c’entro nulla. Ho già scambiato molte lettere com lui. Una corrispondenza di amicizia, sincerità e rispetto. Ma Alberto Torregiani soffre la pressione del governo italiano perché, dopo tanti anni di lotte è riuscito ad ottenere una pensione come vittima del terrorismo. Dal 2004 e il governo italiano sta facendo su di lui pressioni perché potrebbe togliergliela”. Poi Istoé torna su Mutti, sottolineando la stranezza della sua intervista a Panorama dopo anni di silenzio e Battisti risponde “Mutti ha ripetuto parola per parola ciò che disse ad Armando Spataro nel 1981 e, come tanti altri “pentiti” aveva parlato sotto tortura”. Alla domanda del settimanale brasiliano che però l’Italia non era una dittatura bensì una democrazia Battisti risponde che “sì c’era una democrazia ma con la mafia al potere. Avevamo un primo ministro che restò per decenni al potere e che è stato condannato per essere mafioso. Sto parlando di Giulio Andreotti. C’erano anche i fascisti che non sono mai stati allontanati dal potere e che oggi, sfortunatamente, sono ritornati”. Su Maria Cecilia B. (Istoé inserisce nella risposta dell’ex terrorista scrittore il cognome depennato da Panorama nel reportage di Amadori) Battisti sostiene che “non è mai stata la mia fidanzata, è stata una collaboratrice di giustizia. Era ciò che in gergo si definiva una collaboratrice secondaria e che confermava dettagli per sostenere l’accusa”. Perché ha tardato 16 anni per dire che non ha ucciso nessuno? chiede ancora Istoé. “Perché gli altri che hanno confessato avevano detto che avevano ucciso davvero. Se io mi fossi difeso mi sarei differenziato aprendo una breccia nella Dottrina Mitterand, che imponeva la stessa difesa per tutti… Ho obbedito a questa regola di condotta e in nessuna fase di questo processo ho rivendicato la mia innocenza. Ho fatto un documentario sugli anni di piombo e questa è la causa della vendetta dei poderosi politici italiani”. LEGGI ANCHE: Battisti, così uccideva il terrorista dei salotti buoni [...]
Il 31 Gennaio 2009 alle 10:01 Battisti: “Ecco i nomi degli assassini” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: Battisti esclusivo: così uccideva il terrorista dei salotti buoni - I servizi francesi mi consigliarono di fuggire [...]
Il 12 Febbraio 2009 alle 18:38 Il fratello di Battisti: “Chiedo a Napolitano la grazia per Cesare” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “Chiedo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di concedere la grazia a Cesare”. Vincenzo Battisti, 68 anni, è il maggiore dei quattro fratelli del terrorista conteso tra Italia e Brasile e parla “a nome dell’intera famiglia”. Perché il presidente dovrebbe accordarla? Cesare, anche se ha fatto poca galera, ha vissuto come un animale braccato, sempre in fuga, lontano dai suoi cari: non ha potuto neppure partecipare ai funerali dei genitori o del fratello. E poi ha l’epatite. Senza contare che quando era in Francia si era detto disponibile a ritornare in Italia in cambio della revisione del processo. Ma è condannato, con sentenza definitiva, per quattro omicidi. Non escludo che abbia partecipato a quelle azioni: faceva parte della banda. Ma non credo che sia stato lui a premere il grilletto. E se lo avesse fatto? Chiederei comunque il suo perdono. Suo fratello ha detto di essere stato aiutato nella fuga verso il Brasile dai servizi segreti francesi. Le ha spiegato perché? Sì. È convinto che lo abbiano fatto per motivi politici: nel 2004 una parte dell’opinione pubblica era contraria alla sua estradizione in Italia. Per questo lo hanno aiutato: per non perdere voti nelle successive elezioni. Un complotto? È così. Gli 007 l’hanno consegnato alla polizia brasiliana che lo teneva nascosto in un appartamento. Mi ha raccontato di essere stato drogato e che minacciavano di ucciderlo. Gli hanno puntato una pistola alla tempia. Cesare mi ha detto: «Ho capito di essere stato usato e che dopo le elezioni presidenziali mi avrebbero eliminato». Per questo si è fatto arrestare. In carcere le cose sono andate meglio? No. Lo picchiavano in continuazione, gli rasavano i capelli per umiliarlo, gli spegnevano addosso le sigarette. Prima di incontrarlo la moglie e la figlia più piccola hanno dovuto aspettare due giorni. Ma al colloquio era ancora gonfio, con gli occhi pesti. La ragazzina è rimasta choccata. Eppure suo fratello preferisce rimanere in Brasile. Il problema è che in Italia non uscirebbe più dalla prigione, là invece ora lo aiutano persone di un certo livello. Chi, per esempio? Io quando sono stato in Brasile ho conosciuto il senatore José Nery (esponente di spicco del Partito socialismo e libertà, ndr.) e due suoi colaboratori, Antonio Carlos de Andrade e Georgina Tolosa Galvao (Battisti mostra i biglietti da visita di tutti e tre, ndr.), oltre a un giornalista di cui non ricordo il nome. Io stesso quando sono andato là sono stato ospitato da una funzionaria del parlamento che si occupa di diritti civili. LEGGI ANCHE: Cesare Battisti, così uccideva il terrorista dei salotti buoni- Battisti: “I servizi segreti francesi mi consigliarono di fuggire” [...]
Il 27 Febbraio 2009 alle 12:58 Esclusivo: la lettera integrale di Battisti al Tribunale Supremo brasiliano » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Eccellentissimi Ministri del Supremo Tribunale Federale Gilmar Mendes-Presidente Cesar Peluso-Vice Presidente Celso de Mello Marco Aurélio Ellen Gracie Carlos Britto Joaquim Barbosa Eros Grau Ricardo Lewandowski Carmen Lucia Menezes Direito Signori Ministri, mi permetto di rivolgermi alle Vostre Eccellenze con la convinzione del fatto che per la prima volta posso avere l’opportunità di essere ascoltato appieno dall’alta Corte di questo paese, anche per esporre le ragioni per le quali mi è stato impedito di difendermi in modo adeguato nelle precedenti occasioni in cui sono stato giudicato. Voglio dire la verità sul mio caso e chiarire gli episodi relazionati alle terribili accuse lanciate contro di me. Non ho mai avuto la possibilità in Italia di difendermi. Mai un giudice o un poliziotto mi ha fatto una sola domanda sugli omicidi commessi dal gruppo a cui appartenevo, i Pac, Proletari armati per il Comunismo. Mai la giustizia italiana ha ascoltato la mia testimonianza. Mai un giudice mi ha chiesto: “lei ha ucciso?” (il motivo, semplicissimo, è perché era latitante, ndr). Oggi, trenta anni dopo, per la prima volta nella mia vita ho l’occasione di spiegarmi davanti ad una giustizia, la giustizia del Brasile. E credo sinceramente nella serietà e nella coscienza di questa giustizia. Ringrazio molto le Vostre Eccellenze per la disponibilità, Signori Ministri, di ascoltare la mia parola. Sono cresciuto in una famiglia comunista molto militante. Mio padre e i miei fratelli mi hanno portato molto giovane all’azione politica. A dieci anni mio padre già mi portava a scandire slogan di rivolta nelle strade. Ma a diciassette anni ho capito che l’uomo il cui è ritratto era appeso in casa era Stalin e l’ho buttato dalla finestra. Questo aprì una crisi politica con mio padre e lasciai la mia famiglia per unirmi alla strada con le centinaia di migliaia di persone in rivolta dal ’68 contro il binomio della politica italiana: “Democrazia Cristiana-Partito Comunista Italiano, DC-PCI”. Appartenevo all’epoca ad un gruppo di giovani autonomi che viveva in una comunità. Erano militanti non armati. E’ altresì vero che per finanziare la nostra attività militante, volantini, ecc. raccoglievamo risorse attraverso i furti. Per abbellire questi delitti che sono stati estremamente numerosi in questa epoca in Italia tutti i giovani chiamavano queste azioni non “furti” ma “espropri proletari”. E devo confessare che io detestavo queste azioni semplicemente perché avevo paura. Questa paura è continuata durante tutta la mia militanza, un tema su cui tornerò. Fu a causa di una di queste “espropriazioni proletarie” che venni incarcerato per la prima volta ma realmente ciò fu dovuto alla nostra vita di militanti senza soldi. In prigione ho incontrato un uomo più anziano, Arrigo Cavallina, appartenente ad un gruppo di lotta armata, i Pac. Non mi piaceva la sua personalità fredda e al tempo stesso febbrile ma mi impressionavano la sua cultura e le sue teorie rivoluzionarie anche se non capivo tutto ciò che diceva. Quando sono stato liberato nel 1976, sono tornato alla mia comunità: si era trasformata in un deserto. Alcuni compagni erano morti, morti per mano della polizia nelle manifestazioni. Gli altri erano devastati dalle droghe. A quell’epoca grandi quantità di droga a buon mercato furono distribuite massicciamente in tutte le grandi città per distruggere il movimento di rivolta. Immediatamente le consegne vennero sospese e tutti i giovani che erano caduti nella trappola dell’”eroina” si erano trasformati in fantasmi, in stato di “necessità”, preoccupati solo di trovare la droga e non più votati all’azione politica. Amareggiato da questo spettacolo feci il grande errore della mia vita: presi un treno per Milano ed entrai nel gruppo armato dei Pac. Senza comprendere a quel tempo che, anche là, sarei caduto in una trappola fatale. Il capo militare di questo gruppo era Pietro Mutti. Ma era importante anche Arrigo Cavallina. Ho descritto a lungo la strana personalità di Pietro Mutti nel libro che ho scritto in Brasile durante la mia fuga. “La mia fuga senza fine”. Questo lavoratore aveva avuto gravi problemi con la droga e ne era uscito grazie all’azione politica. Questo faceva di lui un fanatico, una vera macchina da guerra. Al di là del suo carattere molto timido diventammo amici. Ma Pietro Mutti mi supervisionava incessantemente per vedere se ero all’”altezza” e io cercavo di esserlo. I Pac erano specializzati in azioni sociali e nel miglioramento delle condizioni in carcere. Il gruppo commetteva regolarmente azioni di esproprio contro le banche per garantirsi il proprio finanziamento e anche azioni contro luoghi di “lavoro nero”, cioè lavoro senza carta di lavoro. Quello sì, io l’ho fatto. Tutto questo attivismo militante non l’ho mai negato. Pietro Mutti aveva sentito perfettamente la mia paura durante queste “azioni obbligatorie” che ho sempre detestato. Eravamo armati anche se una buona parte delle armi non funzionava. Avevo sempre paura che uno dei compagni sparasse ad una guardia della banca nel caso in cui questa guardia avesse alzato la mano con l’arma in pugno. Avevo sviluppato una tecnica per evitare questo timore: mi lanciavo a mani nude sulla guardia e la spingevo a terra di sorpresa. Perché sapevo che una volta a terra nessuno le avrebbe sparato. Ho fatto queste numerose volte. Racconto questa piccola storia che può sembrare aneddotica per assicurarvi, Signori Ministri, che non sono in nessun modo “un uomo sanguinario” come è stato scritto continuamente ma è vero il contrario. Vostre Eccellenze, potete anche chiedere informazioni ai miei fratelli Vincenzo e Domenico su come reagivo quando ero giovane mentre uccidevano un animale nella nostra piccola proprietà agricola, anche se era un pollo. Questa avversione al sangue non scema mai nella vita di un uomo. Anzi aumenta. E non ho mai ucciso né ho mai voluto uccidere nessuno. Voglio chiarire alle Vostre Eccellenze ciò che so sui quattro omicidi per i quali sono stato accusato in mia assenza con diverse accuse. Le accuse sono state che io avrei commesso gli assassini di Santoro e Campagna, che sarei stato complice nel caso della morte di Sabbadin e che avrei organizzato l’azione che uccise Torregiani, morto lo stesso giorno di Sabbadin. Sappiano, Signori Ministri, che sono stato arrestato nel 1979 con altri militanti clandestini e che sono stato giudicato in Italia nel primo processo dei Pac cui ero presente. Ci sono stati numerosi casi di tortura durante questo processo, con il supplizio dell’acqua ma io non sono stato torturato. In nessuna occasione durante questo processo mi hanno fatto una sola domanda in relazione agli omicidi. I poliziotti sapevano perfettamente che non li avevo commessi. Di conseguenza fui condannato nel 1981 per “sovversione contro l’ordine dello Stato” che corrispondeva a verità e che io non negai durante il processo. Sono stato condannato a 13 anni e 6 mesi di prigione, perché all’epoca le pene d’accordo con le allora nuove leggi d’urgenza venivano moltiplicate per tre per gli attivisti. Questo tempo fu poi ridotto a 12 anni. Il mio processo, l’unico vero processo al quale ebbi diritto in Italia fu così concluso. Mi trovavo in una delle “prigioni speciali” che erano state costruite per noi che venivamo definiti “terroristi”. Come prova del fatto che la giustizia italiana riconosceva in quell’epoca la mia innocenza riguardo alle accuse di omicidio, fui trasferito in un carcere per “coloro i cui atti non causarono morte”. Ma il procuratore Armando Spataro che capeggiava il sistema di torture nell’area di Milano, continuava a darmi fastidio e bloccò la mia corrispondenza con la mia famiglia. Seppi con tre mesi di ritardo da una visita di mia sorella che mio fratello Giorgio era morto in un incidente di lavoro. Lo choc per me è stato immenso. Quello e il fatto che ogni giorno nell’ora d’aria i prigionieri sparissero senza motivo, per ritornare in seguito mesi dopo abbrutiti e muti o addirittura senza far ritorno, mi fece prendere coscienza del fatto che le leggi per noi non sarebbero mai state normali. A causa di questo e solo per questo presi la decisione di fuggire. E non per “fuggire dalla giustizia” dato che il mio processo era terminato. Sono evaso il 4 ottobre del 1981 e lasciai fogli in bianco firmati ai miei vecchi compagni per il processo alla mia evasione. Me ne andai in Francia. Prima di andare, nel 1982, in Messico. E perché ignoravo completamente che la giustizia italiana stava muovendo un nuovo processo contro i Pac, questo famoso processo in mia assenza in cui sono stato condannato all’ergastolo. Appresi la notizia con stupore quando tornai in Francia, nella stessa data in cui seppi della morte di mio padre risalente a due anni prima. Questo fatto, la perdita di mio padre, fu più importante di qualsiasi decisione della Giustizia, poiché pensai che nessun giudice coscienzioso avrebbe potuto considerare con serietà un processo così. Devo ricominciare la mia storia nel 1978 quando ancora ero membro dei Pac. Chiedo scusa se mi sto prolungando, Signori Ministri, ma è la prima volta, ripeto, che posso spiegarmi davanti ad una giustizia degna di questo nome e desidero dire alle Vostre Eccellenze tutto ciò che so. Nel maggio del 1978, appresi, come tutti gli italiani e il mondo intero del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Guardavo con orrore questa immagine del portabagagli dell’auto in televisione e posso dire che quel giorno diventai un altro uomo. C’è nella mia vita un “antes Aldo Moro” e un “post Aldo Moro”. Quel giorno sentii due cose: l’orrore che quell’azione mi ispirava e la nausea di fronte a tutto quel sangue schizzato da tutte le parti. Compresi anche che l’uso delle armi era una trappola nella quale l’estrema sinistra era caduta. Quel giorno decisi di rompere con la lotta armata definitivamente. In tutta Italia la morte di Aldo Moro suscitò enormi discussioni in tutti i gruppi armati. Per quanto riguarda i Pac decidemmo per una nuova parola d’ordine, in base alla quale saremmo stati armati per difenderci ma mai per attaccare le persone. Stupidamente mi tranquillizzai per questa decisione votata dalla maggioranza. Ma un mese dopo, nel giugno 1978, un gruppo autonomo dei Pac, diretto da Arrigo Cavallina e comandato da Pietro Mutti, senza consultare la totalità dei membri responsabili, uccise il capo degli agenti penitenziari, Santoro. Ci fu immediatamente una riunione, molto agitata, Pietro Mutti e Arrigo Cavallina difesero questo omicidio con grande vigore. Quello stesso giorno lasciai il gruppo come una buona parte dei vecchi membri che si opponevano ad ogni attacco contro le persone. Pietro Mutti divenne furibondo con me, mi considerava un traditore. Mi unii dunque a quello che era chiamato “un collettivo di gruppi territoriali”. Ugualmente armati ma non offensivi. Vivevo come molti altri clandestini in un vecchio edificio di Milano. Sapevamo quasi tutto quello che accadeva e che si diceva in quella città ed è così che all’inizio dell’anno 1979 abbiamo saputo che i Pac stavano preparando un’azione contro uomini di estrema destra che praticavano autodifesa, che andavano sempre armati (una specie di milizia). Io non sapevo quale era la persona presa di mira e non sapevo che realmente i Pac avevano deciso di uccidere due di questi giustizieri di estrema destra, Torreggiani a Milano e Sabbadin nella regione di Venezia (l’avere reagito a due rapine a mano armata, questo il motivo alla base dei due omicidi, nella spiegazione di Battisti al Supremo Tribunale Federale trasforma un gioielliere e un macellaio, le due vittime, in giustizieri “di estrema destra”, ndr). Volevo impedire queste azioni, sanguinose, stupide e controproducenti per la resistenza (per la storiografia la resistenza finisce il 25 aprile del 1945, con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per lo meno ardito definire “resistenza” il terrorismo degli anni Settanta, ndr). Un vero suicidio politico oltreché indifendibile. Chiesi autorizzazione, a nome del “gruppo territoriale”, di poter partecipare ad una riunione dei Pac a casa di Pietro Mutti. Vi andai con altri due compagni. Lì c’erano molti membri nuovi che non conoscevo e che avevano sostituito quelli che l’anno precedente se ne erano andati. Spiegai a Pietro Mutti e agli altri la stupidità e la follia del suo progetto. Molto rapidamente la riunione volse al peggio e il tono si alzò moltissimo. I membri del Pac dissero che io non avevo più diritto di dare il parere dato che non appartenevo più al gruppo e la riunione terminò con molta tensione. Io non sapevo chi doveva essere ucciso. Circa un mese dopo, o meno, seppi dai giornali che Torreggiani era stato assassinato e che durante un attacco una pallottola del revolver di Torreggiani aveva colpito il figlio giovane Alberto. Ricordo che rimasi di sasso sul marciapiede nel vedere il giornale. Seppi anche che un altro membro della milizia era rimasto ucciso nello stesso giorno nella regione di Venezia, Sabbadin. Rimasi scioccato e anche pieno di vergogna, molto scosso, perché io avevo fatto parte di questo gruppo che si era trasformato in (un commando ndr) assassino. E due mesi dopo, in aprile –ma non ricordo la data- un poliziotto della Digos, Campagna, morì anche lui. Il senatore Suplicy mi ha interrogato per sapere se avevo alibi nelle date di questi omicidi. Ma penso che possiate comprendere, Signori Ministri, che proprio perché non li ho commessi sono incapace di ricordare le date di questi crimini. Oltretutto vivevamo nascosti negli appartamenti e i giorni erano vuoti, interminabili e molto simili. Mi è impossibile ricordare 30 anni dopo dove mi trovavo in quelle date, sicuramente nell’appartamento che non lasciavamo mai. In seguito d’estate ci fu una grande operazione nel Nord dell’Italia e fui catturato con tutti gli occupanti del palazzo. Sì, è esatto che lì ci fossero armi ma la stessa giustizia italiana stabilì, attraverso una valutazione balistica, che erano nuove, che nessuna di queste era stata usata per sparare un solo tiro. Molti dei fatti che sto per raccontare non li ho vissuti, dato che stavo in Messico. Seppi di essi nel 1990 in Francia, quando fui informato del contenuto del secondo processo che cominciò con la detenzione di Pietro Mutti nel 1982. Seppi, in Francia, che Pietro Mutti era stato torturato e che si era costituito come “pentito”, che accettava collaborare con la giustizia italiana in cambio della sua libertà e di una nuova identità. Seppi che lui stava per essere accusato, sulla base di indagini della polizia, di essere colui che aveva sparato su Santoro e che mi accusò al suo posto. Durante questo lungo processo Pietro Mutti fece tante accuse che molte volte inciampò nelle sue dichiarazioni impossibili o contraddittorie. Per esempio per salvare la sua fidanzata ha accusato un’altra donna, Spina, di essere complice nell’attentato contro Santoro. Ma nel 1993 la giustizia fu obbligata a riconoscere l’innocenza di Spina e a liberarla. Non ho i documenti con me e devo dire che la scrittrice e ricercatrice francese Fred Vargas conosce molto meglio il mio processo di quanto non lo conosca io. Ma io so che nel 1993, la stessa giustizia ha percepito, a mio avviso per i suoi atti e le sue parole, che Pietro Mutti era “abituato ai giochi di prestigio” e che frequentemente dava il nome di una persona al posto di un’altra. A parte la tortura l’unica discolpa che si può dare a Pietro Mutti per essersi assoggettato a fare le sue terribili e false accuse è che seguiva una regola:proteggere gli accusati presenti gettando la colpa sulle spalle degli assenti come quando ha accusato Spina, fino a quando non si riconobbe la sua innocenza nel 1993. Mutti non è stato l’unico pentito accusatore. Voglio spiegare ai Signori Ministri che a quell’epoca, durante i processi negli anni di piombo, il sistema delle torture e dei “pentiti” fu utilizzato correntemente (guardare il rapporto di Amnesty International e della Commissione Europea) e con un’intensità specifica dal procuratore Spataro. Tutti sapevamo che era terribile avere Spataro come procuratore. Il sistema dei “pentiti” non funzionava sull’unica testimonianza di un solo uomo. Era necessario ottenere altre “testimonianze” di pentiti in modo che l’accusa fosse “ confermata” e sembrasse solida. Ci furono di conseguenza altri membri dei Pac che mi hanno accusato assieme a Pietro Mutti come Memeo, Masala, Barbetta, eccetera. Tutti erano pentiti o “dissociati” e tutti hanno guadagnato riduzioni di pena o libertà immediata o hanno evitato l’ergastolo. Così per esempio Memeo, quello che ha ucciso Torregiani e Campagna, Cavallina “l’ideologo” dei gruppi dei duri, Fatone, Grimaldi, Masala che hanno fatto parte del commando contro Torreggiani, Diego Giacomini che uccise Sabbadin. Tutti questi hanno ottenuto la loro libertà in cambio delle conferme (delle accuse ndr) di Pietro Mutti. Per quanto concerne la morte di Santoro ho già parlato della riunione che seguì e che decise la mia uscita dal gruppo. So solo che Arrigo Cavallina e Pietro Mutti difesero con ardore questo crimine durante quella riunione e che la polizia li accusava di averlo commesso. Non appartenevo più al gruppo quando furono commessi gli altri tre omicidi, di conseguenza le mie conoscenze precise sono limitate. Ma i media che mi accusano incessantemente di avere volontariamente “sparato su Torreggiani” e persino “di avere sparato su suo figlio” sanno effettivamente che questo è totalmente falso (Nessuno in Italia ha mai accusato Battisti di avere partecipato fisicamente all’azione ma di averla organizzata, ndr). La giustizia italiana ha riconosciuto che i quattro uomini del commando erano Grimaldi, Fatone, Masala e Memeo il quale sparò sul gioielliere. E fu anche la giustizia a confermare che il proiettile che ferì il figlio Alberto proveniva dalla pistola di suo padre (anche questo è risaputo in Italia, ndr). Credo che all’inizio Mutti mi accusò di questo crimine. Ma dal momento che mi accusava anche dell’omicidio di Sabbadin commesso lo stesso giorno a centinaia di chilometri (da Milano a Mestre la distanza è di circa 260 Km, percorribili in meno di tre ore di auto, ndr), disse che io ero “l’organizzatore”. Ho già detto ciò che accadde nella riunione quando tentati di impedire questa azione. Quanto a Sabbadin, Giacomini “vicecapo per la regione di Venezia” confessò di avergli sparato. Visto che Mutti in un primo momento aveva fornito il mio nominativo come “killer” mi trasformò, dopo le confessioni di Giacomini, nell’autista di supporto. Solo che nemmeno così funzionò dal momento che poi risultò che “l’autista” era una donna. Signori Ministri, non so nemmeno dov’è questa città in cui è stato ucciso Sabbadin (Mestre, ndr). In ultimo so che Mutti mi ha anche di aver sparato a Campagna. All’epoca non seppi nulla sulla preparazione di questo crimine, non più di quanto sapessi di Sabbadin. Ciò che so è che una testimone oculare descrisse l’aggressore come un uomo molto alto, di 1 m 90 mentre io sono 20 cm più basso. Il resto me l’ha spiegato la scrittrice e ricercatrice Fred Vargas: la balistica ha provato che il proiettile proveniva dall’arma di Memeo, lo stesso che sparò a Torreggiani. E che una testimone disse che le era parso di capire dalle parole di Memeo che era lui ad avere sparato. Ma questa testimone è forse un pentito e non ho la certezza sul responsabile della morte di Campagna. Non sono responsabile di nessuno degli omicidi di cui sono accusato Signori Ministri. Sono stato usato continuamente nel processo come un capro espiatorio per i pentiti. La prova migliore del fatto che dico la verità è che sono state prodotte delle false procure come ha comprovato la perizia grafologica, affinchè gli avvocati Gabriele Fuga e Giuseppe Pelazza “ mi rappresentassero” nel processo in mia assenza. Perché? Di sicuro non per difendermi, di sicuro non per il mio bene, dato che sono stato condannato all’ergastolo. Ma certamente per trasformare l’accusa contro di me più accettabile e creare uno scenario favorevole per una pena più rigorosa. Fino a molto tempo dopo la farsa del processo io non sapevo che esistessero false procure. Questa scoperta la devo a Fred Vargas e alla mia avvocatessa francese Elisabeth Maisondieu Camus. E’ stata Fred Vargas che mi ha dato l’informazione quando venne a visitarmi in carcere in Brasile nel 2007. Un vecchio compagno (chi? Pietro Mutti? Bergamini? ndr) diede agli avvocati i fogli bianchi che avevo firmato nel 1981 prima della mia fuga. Due di questi fogli sono stati riempiti dopo, nel 1982, con “apparentemente la mia firma”. Fred Vargas mi ha spiegato che lo stesso testo, quello della vera procura che firmai nel 1979, venne copiato due volte e che i due testi sono sovrapposti in trasparenza dal momento che furono scritti con l’intervallo di due mesi, “datati” maggio e luglio 1982. Una perizia francese ha provato nel gennaio 2005 che le tre firme delle tre procure sono state apposte nello stesso momento e che, ad esempio, il testo della procura del 1990, ipoteticamente inviato dal Messico (ma la busta non esiste) fu dattilografato sopra una mia firma di 9 anni prima. La perizia ha provato anche che le date non sono state scritte di mio pugno così come quanto scritto nelle buste delle due prime “procure”. Quando i miei avvocati francesi hanno saputo questo lo hanno immediatamente comunicato nel gennaio 2005 al consiglio di stato francese. Hanno fatto questo perché la Francia non ha diritto di estradare un condannato in contumacia che non è stato informato del suo processo. Queste tre false procure hanno provato che io non ero stato informato (in caso contrario avrei scritto io stesso le procure). Purtroppo il Consiglio di Stato sottomettendosi alla volontà del Presidente Jacques Chirac si è rifiutato di esaminare la falsità delle procure. Accettarono l’estradizione affermando che “ero stato informato e rappresentato come se le procure fossero vere”. Subito i miei avvocati francesi presentarono la prova dei tre documenti falsi alla Corte Europea ma anche là fu inutile perché certamente per interferenza del governo francese come chiarirò di qui a poco, la Corte Europea chiuse gli occhi, ignorò la prova della perizia e sostenne che le procure erano vere. Il mio avvocato francese Eric Turcon mi ha informato a Brasilia che questa “Corte Europea” era costituita solamente da magistrati francesi molto legati a Jacques Chirac. Già solo questo fatto, Signori Ministri, prova che il mio processo italiano è stato falsato, essendo questo uno degli elementi riconosciuti dal Ministro Tarso Genro. E che l’approvazione del dell’estradizione dei tre Tribunali francesi e subito dopo della Corte Europea è sempre stata basata sull’esistenza di quelle procure che sono assolutamente false, cosa evidente anche ad un esame ad occhio nudo. Perché questi Tribunali, informati della falsificazione di questi documenti, si sono rifiutati di considerare questo punto di massima rilevanza? Il Segretario Nazionale della Giustizia del Brasile, Romeu Tuma Jr., sollecitato dal Ministro della Giustizia Tarso Genro, ha avuto l’opportunità di esaminare nel dettaglio i documenti presentati dalla storica e archeologa Fred vargas, durante un dialogo di due ore, in compagnia del senatore Eduardo Suplicy, documenti nei quali si evidenzia che c’è stata una falsificazione delle procure, in conformità con l’analisi tecnica riconosciuta ufficialmente fatta dalla responsabile per gli studi sulla grafologia in Francia, la signora Evelyn Marganne. Sarà molto importante che anche le Vostre Eccellenze possano esaminare con attenzione queste prove, che hanno contribuito molto per dare fondamento a quanto espresso nella decisione del Ministro Tarso Genro. Per questo motivo allego qui i documenti portati dalla ricercatrice Fred Vargas al Dottor Romeu Tuma Jr. e inoltrati al Ministro Tarso Genro, dal momento che mostrano l’evidenza della falsificazione delle procure e confermano le spiegazioni dettagliate dei giornali nelle conclusioni della Giustizia italiana riguardo il sottoscritto. Segnalo che tutti i testimoni raccolti che hanno raccontato che io avrei partecipato ai quattro omicidi sono stati beneficiati dalla “delazione premiata” con conseguente diminuzione delle loro pene e/o della loro liberazione. Il signor Walter Fanganiello Maierovitch afferma nei suoi articoli che la giustizia italiana non accetta la deposizione di un “pentito” che usi la delazione premiata se per caso non dicesse la verità. Comunque, la stessa giustizia italiana non ha invalidato la denuncia contro di me fatta da Pietro Mutti, nonostante le contraddizioni qui segnalate. Osservo anche che nell’intervista concessa da Pietro Mutti alla rivista Panorama sulla quale si è basata la “Rivista Veja” (il più importante settimanale brasiliana ndr) per concludere che io sono colpevole dei quattro omicidi, a differenza di quanto si è dato a intendere non c’è una foto recente di Pietro Mutti. La foto pubblicata da Panorama è dei tempi in cui vivevamo assieme e le sue parole sono esattamente le stesse che pronunciò all’epoca della denuncia (Battisti lascia intendere che Panorama si è inventato l’intervista a Mutti perché non ha pubblicato una sua foto recente e perché questi ha confermato quanto già detto anni fa, aggiungendovi tra l’altro dei dettagli inediti “di colore”, ndr). Da parte mia sono disposto a confermare personalmente, di fronte alle Vostre Eccellenze, tutto quanto sto dicendo. Così come sono disposto ad affermare ai famigliari delle quattro vittime, occhi negli occhi, che non ho ucciso i loro cari. So che la giustizia del Brasile terrà conto di tutti gli elementi che, messi assieme, provano la mia innocenza e il modo tremendo con cui sono stato usato a mo’ di capro espiatorio durante questo processo pieno di così tanti errori in Italia. La collera sproporzionata di alcuni settori in Italia (ieri la Camera ha votato all’unanimità una mozione che non lascia dubbi sull’aggettivo “alcuni, ndr) discende, in gran parte, dal fatto che non vogliono o non gli conviene riconoscere che il mio processo fu totalmente falsato, come tanti altri di quello stesso periodo. Spero, Signori Ministri, che mi abbiate capito, nonostante l’attacco irrazionale e vergognoso di settori molto influenti di un paese – l’Italia – contro la mia persona. Sulla mia vita e sul mio onore posso affermare che ho sempre lottato contro la violenza fisica durante la rivolta italiana e che non ho mai attentato contro la vita delle persone. Questa è la verità, che nessuna prova ha smentito. Sollecito alle Vostre Eccellenze, Signori Ministri, di ricevere le espressioni del mio rispetto e della mia più alta considerazione. Cesare Battisti [...]
Il 27 Febbraio 2009 alle 18:26 Download Esclusivo: la lettera integrale di Battisti al Tribunale Supremo brasiliano ha scritto:
[...] Eccellentissimi Ministri del Supremo Tribunale Federale Gilmar Mendes-Presidente Cesar Peluso-Vice Presidente Celso de Mello Marco Aurélio Ellen Gracie Carlos Britto Joaquim Barbosa Eros Grau Ricardo Lewandowski Carmen Lucia Menezes Direito Signori Ministri, mi permetto di rivolgermi alle Vostre Eccellenze con la convinzione del fatto che per la prima volta posso avere l’opportunità di essere ascoltato appieno dall’alta Corte di questo paese, anche per esporre le ragioni per le quali mi è stato impedito di difendermi in modo adeguato nelle precedenti occasioni in cui sono stato giudicato. Voglio dire la verità sul mio caso e chiarire gli episodi relazionati alle terribili accuse lanciate contro di me. Non ho mai avuto la possibilità in Italia di difendermi. Mai un giudice o un poliziotto mi ha fatto una sola domanda sugli omicidi commessi dal gruppo a cui appartenevo, i Pac, Proletari armati per il Comunismo. Mai la giustizia italiana ha ascoltato la mia testimonianza. Mai un giudice mi ha chiesto: “lei ha ucciso?” (il motivo, semplicissimo, è perché era latitante, ndr). Oggi, trenta anni dopo, per la prima volta nella mia vita ho l’occasione di spiegarmi davanti ad una giustizia, la giustizia del Brasile. E credo sinceramente nella serietà e nella coscienza di questa giustizia. Ringrazio molto le Vostre Eccellenze per la disponibilità, Signori Ministri, di ascoltare la mia parola. Sono cresciuto in una famiglia comunista molto militante. Mio padre e i miei fratelli mi hanno portato molto giovane all’azione politica. A dieci anni mio padre già mi portava a scandire slogan di rivolta nelle strade. Ma a diciassette anni ho capito che l’uomo il cui è ritratto era appeso in casa era Stalin e l’ho buttato dalla finestra. Questo aprì una crisi politica con mio padre e lasciai la mia famiglia per unirmi alla strada con le centinaia di migliaia di persone in rivolta dal ’68 contro il binomio della politica italiana: “Democrazia Cristiana-Partito Comunista Italiano, DC-PCI”. Appartenevo all’epoca ad un gruppo di giovani autonomi che viveva in una comunità. Erano militanti non armati. E’ altresì vero che per finanziare la nostra attività militante, volantini, ecc. raccoglievamo risorse attraverso i furti. Per abbellire questi delitti che sono stati estremamente numerosi in questa epoca in Italia tutti i giovani chiamavano queste azioni non “furti” ma “espropri proletari”. E devo confessare che io detestavo queste azioni semplicemente perché avevo paura. Questa paura è continuata durante tutta la mia militanza, un tema su cui tornerò. Fu a causa di una di queste “espropriazioni proletarie” che venni incarcerato per la prima volta ma realmente ciò fu dovuto alla nostra vita di militanti senza soldi. In prigione ho incontrato un uomo più anziano, Arrigo Cavallina, appartenente ad un gruppo di lotta armata, i Pac. Non mi piaceva la sua personalità fredda e al tempo stesso febbrile ma mi impressionavano la sua cultura e le sue teorie rivoluzionarie anche se non capivo tutto ciò che diceva. Quando sono stato liberato nel 1976, sono tornato alla mia comunità: si era trasformata in un deserto. Alcuni compagni erano morti, morti per mano della polizia nelle manifestazioni. Gli altri erano devastati dalle droghe. A quell’epoca grandi quantità di droga a buon mercato furono distribuite massicciamente in tutte le grandi città per distruggere il movimento di rivolta. Immediatamente le consegne vennero sospese e tutti i giovani che erano caduti nella trappola dell’”eroina” si erano trasformati in fantasmi, in stato di “necessità”, preoccupati solo di trovare la droga e non più votati all’azione politica. Amareggiato da questo spettacolo feci il grande errore della mia vita: presi un treno per Milano ed entrai nel gruppo armato dei Pac. Senza comprendere a quel tempo che, anche là, sarei caduto in una trappola fatale. Il capo militare di questo gruppo era Pietro Mutti. Ma era importante anche Arrigo Cavallina. Ho descritto a lungo la strana personalità di Pietro Mutti nel libro che ho scritto in Brasile durante la mia fuga. “La mia fuga senza fine”. Questo lavoratore aveva avuto gravi problemi con la droga e ne era uscito grazie all’azione politica. Questo faceva di lui un fanatico, una vera macchina da guerra. Al di là del suo carattere molto timido diventammo amici. Ma Pietro Mutti mi supervisionava incessantemente per vedere se ero all’”altezza” e io cercavo di esserlo. I Pac erano specializzati in azioni sociali e nel miglioramento delle condizioni in carcere. Il gruppo commetteva regolarmente azioni di esproprio contro le banche per garantirsi il proprio finanziamento e anche azioni contro luoghi di “lavoro nero”, cioè lavoro senza carta di lavoro. Quello sì, io l’ho fatto. Tutto questo attivismo militante non l’ho mai negato. Pietro Mutti aveva sentito perfettamente la mia paura durante queste “azioni obbligatorie” che ho sempre detestato. Eravamo armati anche se una buona parte delle armi non funzionava. Avevo sempre paura che uno dei compagni sparasse ad una guardia della banca nel caso in cui questa guardia avesse alzato la mano con l’arma in pugno. Avevo sviluppato una tecnica per evitare questo timore: mi lanciavo a mani nude sulla guardia e la spingevo a terra di sorpresa. Perché sapevo che una volta a terra nessuno le avrebbe sparato. Ho fatto queste numerose volte. Racconto questa piccola storia che può sembrare aneddotica per assicurarvi, Signori Ministri, che non sono in nessun modo “un uomo sanguinario” come è stato scritto continuamente ma è vero il contrario. Vostre Eccellenze, potete anche chiedere informazioni ai miei fratelli Vincenzo e Domenico su come reagivo quando ero giovane mentre uccidevano un animale nella nostra piccola proprietà agricola, anche se era un pollo. Questa avversione al sangue non scema mai nella vita di un uomo. Anzi aumenta. E non ho mai ucciso né ho mai voluto uccidere nessuno. Voglio chiarire alle Vostre Eccellenze ciò che so sui quattro omicidi per i quali sono stato accusato in mia assenza con diverse accuse. Le accuse sono state che io avrei commesso gli assassini di Santoro e Campagna, che sarei stato complice nel caso della morte di Sabbadin e che avrei organizzato l’azione che uccise Torregiani, morto lo stesso giorno di Sabbadin. Sappiano, Signori Ministri, che sono stato arrestato nel 1979 con altri militanti clandestini e che sono stato giudicato in Italia nel primo processo dei Pac cui ero presente. Ci sono stati numerosi casi di tortura durante questo processo, con il supplizio dell’acqua ma io non sono stato torturato. In nessuna occasione durante questo processo mi hanno fatto una sola domanda in relazione agli omicidi. I poliziotti sapevano perfettamente che non li avevo commessi. Di conseguenza fui condannato nel 1981 per “sovversione contro l’ordine dello Stato” che corrispondeva a verità e che io non negai durante il processo. Sono stato condannato a 13 anni e 6 mesi di prigione, perché all’epoca le pene d’accordo con le allora nuove leggi d’urgenza venivano moltiplicate per tre per gli attivisti. Questo tempo fu poi ridotto a 12 anni. Il mio processo, l’unico vero processo al quale ebbi diritto in Italia fu così concluso. Mi trovavo in una delle “prigioni speciali” che erano state costruite per noi che venivamo definiti “terroristi”. Come prova del fatto che la giustizia italiana riconosceva in quell’epoca la mia innocenza riguardo alle accuse di omicidio, fui trasferito in un carcere per “coloro i cui atti non causarono morte”. Ma il procuratore Armando Spataro che capeggiava il sistema di torture nell’area di Milano, continuava a darmi fastidio e bloccò la mia corrispondenza con la mia famiglia. Seppi con tre mesi di ritardo da una visita di mia sorella che mio fratello Giorgio era morto in un incidente di lavoro. Lo choc per me è stato immenso. Quello e il fatto che ogni giorno nell’ora d’aria i prigionieri sparissero senza motivo, per ritornare in seguito mesi dopo abbrutiti e muti o addirittura senza far ritorno, mi fece prendere coscienza del fatto che le leggi per noi non sarebbero mai state normali. A causa di questo e solo per questo presi la decisione di fuggire. E non per “fuggire dalla giustizia” dato che il mio processo era terminato. Sono evaso il 4 ottobre del 1981 e lasciai fogli in bianco firmati ai miei vecchi compagni per il processo alla mia evasione. Me ne andai in Francia. Prima di andare, nel 1982, in Messico. E perché ignoravo completamente che la giustizia italiana stava muovendo un nuovo processo contro i Pac, questo famoso processo in mia assenza in cui sono stato condannato all’ergastolo. Appresi la notizia con stupore quando tornai in Francia, nella stessa data in cui seppi della morte di mio padre risalente a due anni prima. Questo fatto, la perdita di mio padre, fu più importante di qualsiasi decisione della Giustizia, poiché pensai che nessun giudice coscienzioso avrebbe potuto considerare con serietà un processo così. Devo ricominciare la mia storia nel 1978 quando ancora ero membro dei Pac. Chiedo scusa se mi sto prolungando, Signori Ministri, ma è la prima volta, ripeto, che posso spiegarmi davanti ad una giustizia degna di questo nome e desidero dire alle Vostre Eccellenze tutto ciò che so. Nel maggio del 1978, appresi, come tutti gli italiani e il mondo intero del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Guardavo con orrore questa immagine del portabagagli dell’auto in televisione e posso dire che quel giorno diventai un altro uomo. C’è nella mia vita un “antes Aldo Moro” e un “post Aldo Moro”. Quel giorno sentii due cose: l’orrore che quell’azione mi ispirava e la nausea di fronte a tutto quel sangue schizzato da tutte le parti. Compresi anche che l’uso delle armi era una trappola nella quale l’estrema sinistra era caduta. Quel giorno decisi di rompere con la lotta armata definitivamente. In tutta Italia la morte di Aldo Moro suscitò enormi discussioni in tutti i gruppi armati. Per quanto riguarda i Pac decidemmo per una nuova parola d’ordine, in base alla quale saremmo stati armati per difenderci ma mai per attaccare le persone. Stupidamente mi tranquillizzai per questa decisione votata dalla maggioranza. Ma un mese dopo, nel giugno 1978, un gruppo autonomo dei Pac, diretto da Arrigo Cavallina e comandato da Pietro Mutti, senza consultare la totalità dei membri responsabili, uccise il capo degli agenti penitenziari, Santoro. Ci fu immediatamente una riunione, molto agitata, Pietro Mutti e Arrigo Cavallina difesero questo omicidio con grande vigore. Quello stesso giorno lasciai il gruppo come una buona parte dei vecchi membri che si opponevano ad ogni attacco contro le persone. Pietro Mutti divenne furibondo con me, mi considerava un traditore. Mi unii dunque a quello che era chiamato “un collettivo di gruppi territoriali”. Ugualmente armati ma non offensivi. Vivevo come molti altri clandestini in un vecchio edificio di Milano. Sapevamo quasi tutto quello che accadeva e che si diceva in quella città ed è così che all’inizio dell’anno 1979 abbiamo saputo che i Pac stavano preparando un’azione contro uomini di estrema destra che praticavano autodifesa, che andavano sempre armati (una specie di milizia). Io non sapevo quale era la persona presa di mira e non sapevo che realmente i Pac avevano deciso di uccidere due di questi giustizieri di estrema destra, Torreggiani a Milano e Sabbadin nella regione di Venezia (l’avere reagito a due rapine a mano armata, questo il motivo alla base dei due omicidi, nella spiegazione di Battisti al Supremo Tribunale Federale trasforma un gioielliere e un macellaio, le due vittime, in giustizieri “di estrema destra”, ndr). Volevo impedire queste azioni, sanguinose, stupide e controproducenti per la resistenza (per la storiografia la resistenza finisce il 25 aprile del 1945, con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per lo meno ardito definire “resistenza” il terrorismo degli anni Settanta, ndr). Un vero suicidio politico oltreché indifendibile. Chiesi autorizzazione, a nome del “gruppo territoriale”, di poter partecipare ad una riunione dei Pac a casa di Pietro Mutti. Vi andai con altri due compagni. Lì c’erano molti membri nuovi che non conoscevo e che avevano sostituito quelli che l’anno precedente se ne erano andati. Spiegai a Pietro Mutti e agli altri la stupidità e la follia del suo progetto. Molto rapidamente la riunione volse al peggio e il tono si alzò moltissimo. I membri del Pac dissero che io non avevo più diritto di dare il parere dato che non appartenevo più al gruppo e la riunione terminò con molta tensione. Io non sapevo chi doveva essere ucciso. Circa un mese dopo, o meno, seppi dai giornali che Torreggiani era stato assassinato e che durante un attacco una pallottola del revolver di Torreggiani aveva colpito il figlio giovane Alberto. Ricordo che rimasi di sasso sul marciapiede nel vedere il giornale. Seppi anche che un altro membro della milizia era rimasto ucciso nello stesso giorno nella regione di Venezia, Sabbadin. Rimasi scioccato e anche pieno di vergogna, molto scosso, perché io avevo fatto parte di questo gruppo che si era trasformato in (un commando ndr) assassino. E due mesi dopo, in aprile –ma non ricordo la data- un poliziotto della Digos, Campagna, morì anche lui. Il senatore Suplicy mi ha interrogato per sapere se avevo alibi nelle date di questi omicidi. Ma penso che possiate comprendere, Signori Ministri, che proprio perché non li ho commessi sono incapace di ricordare le date di questi crimini. Oltretutto vivevamo nascosti negli appartamenti e i giorni erano vuoti, interminabili e molto simili. Mi è impossibile ricordare 30 anni dopo dove mi trovavo in quelle date, sicuramente nell’appartamento che non lasciavamo mai. In seguito d’estate ci fu una grande operazione nel Nord dell’Italia e fui catturato con tutti gli occupanti del palazzo. Sì, è esatto che lì ci fossero armi ma la stessa giustizia italiana stabilì, attraverso una valutazione balistica, che erano nuove, che nessuna di queste era stata usata per sparare un solo tiro. Molti dei fatti che sto per raccontare non li ho vissuti, dato che stavo in Messico. Seppi di essi nel 1990 in Francia, quando fui informato del contenuto del secondo processo che cominciò con la detenzione di Pietro Mutti nel 1982. Seppi, in Francia, che Pietro Mutti era stato torturato e che si era costituito come “pentito”, che accettava collaborare con la giustizia italiana in cambio della sua libertà e di una nuova identità. Seppi che lui stava per essere accusato, sulla base di indagini della polizia, di essere colui che aveva sparato su Santoro e che mi accusò al suo posto. Durante questo lungo processo Pietro Mutti fece tante accuse che molte volte inciampò nelle sue dichiarazioni impossibili o contraddittorie. Per esempio per salvare la sua fidanzata ha accusato un’altra donna, Spina, di essere complice nell’attentato contro Santoro. Ma nel 1993 la giustizia fu obbligata a riconoscere l’innocenza di Spina e a liberarla. Non ho i documenti con me e devo dire che la scrittrice e ricercatrice francese Fred Vargas conosce molto meglio il mio processo di quanto non lo conosca io. Ma io so che nel 1993, la stessa giustizia ha percepito, a mio avviso per i suoi atti e le sue parole, che Pietro Mutti era “abituato ai giochi di prestigio” e che frequentemente dava il nome di una persona al posto di un’altra. A parte la tortura l’unica discolpa che si può dare a Pietro Mutti per essersi assoggettato a fare le sue terribili e false accuse è che seguiva una regola:proteggere gli accusati presenti gettando la colpa sulle spalle degli assenti come quando ha accusato Spina, fino a quando non si riconobbe la sua innocenza nel 1993. Mutti non è stato l’unico pentito accusatore. Voglio spiegare ai Signori Ministri che a quell’epoca, durante i processi negli anni di piombo, il sistema delle torture e dei “pentiti” fu utilizzato correntemente (guardare il rapporto di Amnesty International e della Commissione Europea) e con un’intensità specifica dal procuratore Spataro. Tutti sapevamo che era terribile avere Spataro come procuratore. Il sistema dei “pentiti” non funzionava sull’unica testimonianza di un solo uomo. Era necessario ottenere altre “testimonianze” di pentiti in modo che l’accusa fosse “ confermata” e sembrasse solida. Ci furono di conseguenza altri membri dei Pac che mi hanno accusato assieme a Pietro Mutti come Memeo, Masala, Barbetta, eccetera. Tutti erano pentiti o “dissociati” e tutti hanno guadagnato riduzioni di pena o libertà immediata o hanno evitato l’ergastolo. Così per esempio Memeo, quello che ha ucciso Torregiani e Campagna, Cavallina “l’ideologo” dei gruppi dei duri, Fatone, Grimaldi, Masala che hanno fatto parte del commando contro Torreggiani, Diego Giacomini che uccise Sabbadin. Tutti questi hanno ottenuto la loro libertà in cambio delle conferme (delle accuse ndr) di Pietro Mutti. Per quanto concerne la morte di Santoro ho già parlato della riunione che seguì e che decise la mia uscita dal gruppo. So solo che Arrigo Cavallina e Pietro Mutti difesero con ardore questo crimine durante quella riunione e che la polizia li accusava di averlo commesso. Non appartenevo più al gruppo quando furono commessi gli altri tre omicidi, di conseguenza le mie conoscenze precise sono limitate. Ma i media che mi accusano incessantemente di avere volontariamente “sparato su Torreggiani” e persino “di avere sparato su suo figlio” sanno effettivamente che questo è totalmente falso (Nessuno in Italia ha mai accusato Battisti di avere partecipato fisicamente all’azione ma di averla organizzata, ndr). La giustizia italiana ha riconosciuto che i quattro uomini del commando erano Grimaldi, Fatone, Masala e Memeo il quale sparò sul gioielliere. E fu anche la giustizia a confermare che il proiettile che ferì il figlio Alberto proveniva dalla pistola di suo padre (anche questo è risaputo in Italia, ndr). Credo che all’inizio Mutti mi accusò di questo crimine. Ma dal momento che mi accusava anche dell’omicidio di Sabbadin commesso lo stesso giorno a centinaia di chilometri (da Milano a Mestre la distanza è di circa 260 Km, percorribili in meno di tre ore di auto, ndr), disse che io ero “l’organizzatore”. Ho già detto ciò che accadde nella riunione quando tentati di impedire questa azione. Quanto a Sabbadin, Giacomini “vicecapo per la regione di Venezia” confessò di avergli sparato. Visto che Mutti in un primo momento aveva fornito il mio nominativo come “killer” mi trasformò, dopo le confessioni di Giacomini, nell’autista di supporto. Solo che nemmeno così funzionò dal momento che poi risultò che “l’autista” era una donna. Signori Ministri, non so nemmeno dov’è questa città in cui è stato ucciso Sabbadin (Mestre, ndr). In ultimo so che Mutti mi ha anche di aver sparato a Campagna. All’epoca non seppi nulla sulla preparazione di questo crimine, non più di quanto sapessi di Sabbadin. Ciò che so è che una testimone oculare descrisse l’aggressore come un uomo molto alto, di 1 m 90 mentre io sono 20 cm più basso. Il resto me l’ha spiegato la scrittrice e ricercatrice Fred Vargas: la balistica ha provato che il proiettile proveniva dall’arma di Memeo, lo stesso che sparò a Torreggiani. E che una testimone disse che le era parso di capire dalle parole di Memeo che era lui ad avere sparato. Ma questa testimone è forse un pentito e non ho la certezza sul responsabile della morte di Campagna. Non sono responsabile di nessuno degli omicidi di cui sono accusato Signori Ministri. Sono stato usato continuamente nel processo come un capro espiatorio per i pentiti. La prova migliore del fatto che dico la verità è che sono state prodotte delle false procure come ha comprovato la perizia grafologica, affinché gli avvocati Gabriele Fuga e Giuseppe Pelazza “ mi rappresentassero” nel processo in mia assenza. Perché? Di sicuro non per difendermi, di sicuro non per il mio bene, dato che sono stato condannato all’ergastolo. Ma certamente per trasformare l’accusa contro di me più accettabile e creare uno scenario favorevole per una pena più rigorosa. Fino a molto tempo dopo la farsa del processo io non sapevo che esistessero false procure. Questa scoperta la devo a Fred Vargas e alla mia avvocatessa francese Elisabeth Maisondieu Camus. E’ stata Fred Vargas che mi ha dato l’informazione quando venne a visitarmi in carcere in Brasile nel 2007. Un vecchio compagno (chi? Pietro Mutti? Bergamini? ndr) diede agli avvocati i fogli bianchi che avevo firmato nel 1981 prima della mia fuga. Due di questi fogli sono stati riempiti dopo, nel 1982, con “apparentemente la mia firma”. Fred Vargas mi ha spiegato che lo stesso testo, quello della vera procura che firmai nel 1979, venne copiato due volte e che i due testi sono sovrapposti in trasparenza dal momento che furono scritti con l’intervallo di due mesi, “datati” maggio e luglio 1982. Una perizia francese ha provato nel gennaio 2005 che le tre firme delle tre procure sono state apposte nello stesso momento e che, ad esempio, il testo della procura del 1990, ipoteticamente inviato dal Messico (ma la busta non esiste) fu dattilografato sopra una mia firma di 9 anni prima. La perizia ha provato anche che le date non sono state scritte di mio pugno così come quanto scritto nelle buste delle due prime “procure”. Quando i miei avvocati francesi hanno saputo questo lo hanno immediatamente comunicato nel gennaio 2005 al consiglio di stato francese. Hanno fatto questo perché la Francia non ha diritto di estradare un condannato in contumacia che non è stato informato del suo processo. Queste tre false procure hanno provato che io non ero stato informato (in caso contrario avrei scritto io stesso le procure). Purtroppo il Consiglio di Stato sottomettendosi alla volontà del Presidente Jacques Chirac si è rifiutato di esaminare la falsità delle procure. Accettarono l’estradizione affermando che “ero stato informato e rappresentato come se le procure fossero vere”. Subito i miei avvocati francesi presentarono la prova dei tre documenti falsi alla Corte Europea ma anche là fu inutile perché certamente per interferenza del governo francese come chiarirò di qui a poco, la Corte Europea chiuse gli occhi, ignorò la prova della perizia e sostenne che le procure erano vere. Il mio avvocato francese Eric Turcon mi ha informato a Brasilia che questa “Corte Europea” era costituita solamente da magistrati francesi molto legati a Jacques Chirac. Già solo questo fatto, Signori Ministri, prova che il mio processo italiano è stato falsato, essendo questo uno degli elementi riconosciuti dal Ministro Tarso Genro. E che l’approvazione del dell’estradizione dei tre Tribunali francesi e subito dopo della Corte Europea è sempre stata basata sull’esistenza di quelle procure che sono assolutamente false, cosa evidente anche ad un esame ad occhio nudo. Perché questi Tribunali, informati della falsificazione di questi documenti, si sono rifiutati di considerare questo punto di massima rilevanza? Il Segretario Nazionale della Giustizia del Brasile, Romeu Tuma Jr., sollecitato dal Ministro della Giustizia Tarso Genro, ha avuto l’opportunità di esaminare nel dettaglio i documenti presentati dalla storica e archeologa Fred vargas, durante un dialogo di due ore, in compagnia del senatore Eduardo Suplicy, documenti nei quali si evidenzia che c’è stata una falsificazione delle procure, in conformità con l’analisi tecnica riconosciuta ufficialmente fatta dalla responsabile per gli studi sulla grafologia in Francia, la signora Evelyn Marganne. Sarà molto importante che anche le Vostre Eccellenze possano esaminare con attenzione queste prove, che hanno contribuito molto per dare fondamento a quanto espresso nella decisione del Ministro Tarso Genro. Per questo motivo allego qui i documenti portati dalla ricercatrice Fred Vargas al Dottor Romeu Tuma Jr. e inoltrati al Ministro Tarso Genro, dal momento che mostrano l’evidenza della falsificazione delle procure e confermano le spiegazioni dettagliate dei giornali nelle conclusioni della Giustizia italiana riguardo il sottoscritto. Segnalo che tutti i testimoni raccolti che hanno raccontato che io avrei partecipato ai quattro omicidi sono stati beneficiati dalla “delazione premiata” con conseguente diminuzione delle loro pene e/o della loro liberazione. Il signor Walter Fanganiello Maierovitch afferma nei suoi articoli che la giustizia italiana non accetta la deposizione di un “pentito” che usi la delazione premiata se per caso non dicesse la verità. Comunque, la stessa giustizia italiana non ha invalidato la denuncia contro di me fatta da Pietro Mutti, nonostante le contraddizioni qui segnalate. Osservo anche che nell’intervista concessa da Pietro Mutti alla rivista Panorama sulla quale si è basata la “Rivista Veja” (il più importante settimanale brasiliano, ndr) per concludere che io sono colpevole dei quattro omicidi, a differenza di quanto si è dato a intendere non c’è una foto recente di Pietro Mutti. La foto pubblicata da Panorama è dei tempi in cui vivevamo assieme e le sue parole sono esattamente le stesse che pronunciò all’epoca della denuncia (Battisti lascia intendere che Panorama si è inventato l’intervista a Mutti perché non ha pubblicato una sua foto recente e perché questi ha confermato quanto già detto anni fa, aggiungendovi tra l’altro dei dettagli inediti “di colore”, ndr). Da parte mia sono disposto a confermare personalmente, di fronte alle Vostre Eccellenze, tutto quanto sto dicendo. Così come sono disposto ad affermare ai famigliari delle quattro vittime, occhi negli occhi, che non ho ucciso i loro cari. So che la giustizia del Brasile terrà conto di tutti gli elementi che, messi assieme, provano la mia innocenza e il modo tremendo con cui sono stato usato a mo’ di capro espiatorio durante questo processo pieno di così tanti errori in Italia. La collera sproporzionata di alcuni settori in Italia (ieri la Camera ha votato all’unanimità una mozione che non lascia dubbi sull’aggettivo “alcuni, ndr) discende, in gran parte, dal fatto che non vogliono o non gli conviene riconoscere che il mio processo fu totalmente falsato, come tanti altri di quello stesso periodo. Spero, Signori Ministri, che mi abbiate capito, nonostante l’attacco irrazionale e vergognoso di settori molto influenti di un paese – l’Italia – contro la mia persona. Sulla mia vita e sul mio onore posso affermare che ho sempre lottato contro la violenza fisica durante la rivolta italiana e che non ho mai attentato contro la vita delle persone. Questa è la verità, che nessuna prova ha smentito. Sollecito alle Vostre Eccellenze, Signori Ministri, di ricevere le espressioni del mio rispetto e della mia più alta considerazione. Cesare Battisti Per leggere tutto articolo vai al sito ufficale Categoria : Settimanali - Tag: crisi, euro, Milano [...]
Il 2 Marzo 2009 alle 11:03 Il senatore brasiliano: “Perché chiedo verità sul caso Battisti” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
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Il 2 Marzo 2009 alle 11:04 Il senatore brasiliano: “Perché chiedo verità sul caso Battisti” | Greg Notizie - agGREGatore ha scritto:
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