
Si potranno intercettare tutti i reati con pene superiori ai cinque anni, come prevede la legge attuale, ma la durata dell”ascoltò non potrà superare i 45 giorni, prorogabili per altri 15. Per i magistrati responsabili di aver violato il segreto istruttorio, inoltre, scatterà la responsabilità disciplinare e potranno essere trasferiti.
La maggioranza, dopo giorni di confronti e riunioni fiume, trova la famosa “quadra” sulle intercettazioni, così come annunciato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano la settimana scorsa. E si prepara a ritirare molti degli emendamenti presentati in commissione al disegno di legge del governo. Il vertice convocato a Palazzo Grazioli tra i “tecnici” della giustizia del centrodestra alla fine si dimostra risolutivo: non ci sarà nessuna “lista” per quanto riguarda i reati che si potranno intercettare, ma si introdurrà un principio che potrebbe cambiare volto all’intero sistema. I magistrati, per chiedere di poter fare delle intercettazioni, non dovranno più avere tra le mani solo “gravi indizi di reato”, come prevedeva il testo Alfano, ma dovranno basarsi su “gravi indizi di colpevolezza”.
Su questo punto, spiega il responsabile Giustizia della Lega Matteo Brigandì, uno dei protagonisti della trattativa, l’accordo “è stato praticamente unanime”. “Se la legge attuale sulle intercettazioni infatti fosse stata rispettata e applicata alla lettera” sottolinea il deputato leghista “non ci sarebbe stato alcun bisogno di modificare la normativa. E invece siccome non siamo in una situazione fisiologica, ma patologica, la riforma si è dovuta fare. Perché vogliamo fare del tutto per evitare che continuino gli abusi”. Nel corso della riunione alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini, il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il capogruppo del Pdl in commissione Enrico Costa, si è deciso anche di accogliere il principio contenuto nell’emendamento presentato da Francesco Paolo Sisto (Pdl) secondo il quale non si potrà in alcun modo pubblicare il nome del magistrato titolare dell’indagine.
Poi si è stabilito di fissare un tetto al budget di spesa visto che, anche oggi, il Guardasigilli, nella sua relazione sulla Giustizia alla Camera, ha ricordato che i costi delle intercettazioni sono ormai fuori controllo. E su questo fronte è stato accolto un emendamento dell’Udc che prevede la possibilità per ogni Procura di avere un suo budget: finito quello, finita ogni possibilità di “ascoltare” gli accusati. “Volevamo evitare in questo modo” commenta il deputato centrista Roberto Rao “la cosiddetta ‘pesca a strascico’ e cioè ho tutti i soldi che voglio intercetto tutto. In questo modo, invece, si sarà costretti a fare le cose in modo più razionale e mirato”. Se poi verrà aperto un procedimento a carico di ignoti per una fuga di notizie, questo, come competenza, passerà al distretto di Corte d’Appello più vicino. “Presenterò” ha annunciato Alfano “un emendamento per togliere dal ddl la previsione del carcere per i giornalisti”. Anche se, ha avvertito, “si affermerà comunque il principio di responsabilità del giornale, cioé dell’editore”.
Particolarmente soddisfatto il ministro La Russa, che ha parlato di “una decisione comune che va nella direzione che abbiamo sempre sostenuto e cioè di non impedire che le intercettazioni possano essere utilizzate come strumento di indagine, ma di evitare al tempo stesso abusi sia nella loro pubblicazione che nella loro durata”. Marina Sereni, vice capogruppo del Pd a Montecitorio, esprime interesse per la posizione della maggioranza sulle intercettazioni perché il suo partito non ècontrario a una loro regolamentazione. Negativo invece il giudizio di Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, che annuncia una ferma opposizione.
- Mercoledì 28 Gennaio 2009
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