Cesare Battisti, ex leader dei Proletari armati per il comunismo (Pac) il 19 marzo 2007 a Brasilia
“Non sono responsabile per nessuna delle morti di cui sono accusato e so che il dolore che hanno causato è immenso ancora oggi”: dal carcere di Papuda, vicino Brasilia, dove è detenuto, Cesare Battisti si dichiara innocente e, in una lettera resa nota dai suoi avvocati, fa i nomi di quelli che indica come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. La lettera (quattro pagine, scritta a mano in portoghese, con qualche errore di grammatica e qualche cancellatura) ha la data odierna e porta la firma dello stesso ex terrorista, sia in corsivo sia in stampatello.
La lettera. Il testo si apre in questo modo: ”Amici giornalisti, sono sicuro che comprendete la mia difficile situazione che sto vivendo da quando ho saputo della concessione dell’asilo politico in Brasile e sono rimasto agli arresti”. Nella lettera l’ex terrorista afferma che i responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato sarebbero quattro suoi ex compagni dei Pac (Proletari armati per il comunismo), con lui condannati, mentre lui stesso sarebbe innocente. Il colpo che ferì e rese invalido il figlio del gioielliere Torregiani, sempre secondo Battisti, sarebbe partito invece dall’arma del padre del ragazzo. Dopo aver ribadito i principali punti della linea difensiva adottata dai suoi legali, l’ex terrorista afferma che “è provata la responsabilità degli omicidi, specialmente quello del gioielliere Pier Luigi Torregiani”, del quale - scrive - “sappiamo dalle autorità italiane che gli autori sono le seguenti persone: Memeo, Fatone, Masala e Grimaldi, tutti collaboratori di giustizia, ‘pentiti’, e che la pallottola che colpì il figlio del gioielliere Torregiani proveniva dalla pistola di suo padre”. I quattro chiamati in causa da Battisti sono Gabriele Grimaldi, Sebastiano Masala, Giuseppe Memeo e Sante Fatone, processati con lui per omicidio a banda armata. “La persona che mi ha accusato è stata torturata”, scrive ancora Battisti, senza farne il nome. Nella lettera, l’ex membro dei Pac ringrazia ”lo sforzo del senatore (Eduardo) Suplicy, della mia amica Fred Vargas e dei miei avvocati per avermi messo in contatto con la stampa”. Battisti esprime infine sentimenti di “ansietà , tensione e nervosismo” a causa - spiega - della “difficile situazione che sto vivendo dal momento che ho saputo della concessione dell’asilo politico in Brasile e continuo agli arresti”. “Spero che la mia situazione venga compresa” conclude Battisti nella lettera “e che io possa vivere in liberta, con la mia famiglia gli ultimi anni della mia vita”.
Gli accusati. I quattro, in particolare - in qualità di componenti dei Pac, i Proletari armati per il comunismo - sono stati definitivamente condannati quali responsabili dei quattro omicidi attribuiti a Battisti e ai Pac: quelli del gioielliere Pierluigi Torregiani e del macellaio Lino Sabbadin, avvenuto nello stesso giorno, il 16 febbraio 1979, il primo a Milano ed il secondo a Mestre (Venezia) e quelli del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, e dell’agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. Torregiani e Sabbadin furono condannati a morte dai Pac perché entrambi, reagendo a tentativi di rapina, avevano ucciso due banditi.
Grimaldi, Memeo, Masala e Fatone (quest’ultimo gravemente ferito alla testa in uno scontro a fuoco con i carabinieri il 15 giugno 1984) sono stati condannati a pene variabili dopo una lunga vicenda processuale: hanno poi ottenuto la semilibertà , essendosi alcuni pentiti (in particolare Fatone), altri dissociati dalla lotta armata.
La sentenza dell’omicidio Torregiani. Nel verdetto è fornita anche una ricostruzione del delitto e del ruolo svolto da alcuni degli imputati citati oggi dall’ex terrorista che si trova in Brasile. “Alle ore 15 del 16 febbraio 1979″ si legge nella sentenza “mentre a piedi in compagnia dei due figli minori si dirigeva verso il proprio negozio, Pierluigi Torregiani cade vittima di un agguato. Due giovani (Memeo e Grimaldi) che lo precedevano, voltandosi improvvisamente, sparano due colpi contro di lui; il giubbotto antiproiettile, attutendo l’impatto, gli consente di difendersi a sua volta. Viene nuovamente colpito, questa volta al femore, e crolla a terra. Spara ancora contro gli aggressori, ma un proiettile colpisce il figlio, ferendolo gravemente; il gioielliere viene infine colpito alla testa. Trasportato all’ospedale, vi arriverà cadavere; il figlio resterà paraplegico ed incapace di camminare” per le conseguenze di un colpo di pistola partito dall’arma del padre nel tentativo di difendersi, circostanza ribadita da Battisti.
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Lettere dal fronte dei nostri soldati














Commenti
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Il 31 Gennaio 2009 alle 0:51 alenoah ha scritto:
Scomunicare tutto il popolo brasiliano, terra di peccato, lussuria e transessuali.
Che Dio li maledica..
Battisti brucerà all’Inferno come tutti coloro che lo hanno appoggiato.
W il Papa Re.
Il 31 Gennaio 2009 alle 20:35 Caso Battisti, rispondono gli accusati: “Abbiamo già pagato” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Alla lettera di Cesare Battisti dal carcere di Rio de Janeiro rispondono gli ex terroristi chiamati in causa: “Per i drammatici fatti che ci videro coinvolti 30 anni fa venimmo condannati e abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri. Troviamo infamante che Cesare Battisti ci qualifichi come collaboratori di giustizia o pentiti”. Così scrivono gli ex Pac (Proletari armati per il comunismo) Sebastiano Masala e Giuseppe Memeo, insieme alla moglie di Gabriele Grimaldi (morto nel 2006), Pia Ferrari, replicando alla lettera, diffusa ieri, in cui Battisti li indica come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. La dichiarazione non è sottoscritta da Sante Fatone, che diventò collaboratore di giustizia. “Siamo stati condannati a 30 anni di reclusione ciascuno, a differenza dei pentiti che se la cavarono con qualche annetto di protezione da parte dello Stato”, aggiungono nella dichiarazione gli ex Pac. “Abbiamo scontato la pena fino all’ultimo minuto - spiegano - usufruendo dei benefici, previsti dall’ordinamento penitenziario per tutti i detenuti”. [...]
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