Archivio di Gennaio, 2009

Maroni: in Italia traffico di organi di minori

Roberto Maroni

“Abbiamo delle evidenze di traffici” di organi “di minori che sono presenti e sono stati rintracciati in Italia’”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, intervenendo all’assemblea annuale dell’Unicef a Roma.
Maroni ha parlato dei mezzi di contrasto del fenomeno: “uno dei mezzi più efficaci che useremo adesso sarà l’attuazione di un accordo internazionale, quello di Prum, che istituisce in Italia la banca dati nazionali del Dna, come anche negli altri paesi europei. Potremo contrastare meglio il fenomeno con questi strumenti”.
Parlando poi dei giovanissimi immigrati sbarcati a Lampedus, il ministro ha aggiunto: “Tutti i minori che sono sbarcati a Lampedusa sono già stati prelevati e portati nelle comunità”.
Il ministro ha spiegato che tra ministero dell’Interno e Comuni italiani c’è “una collaborazione molto efficace per assegnare questi minori a comunità familiari che li tengono, accudiscono, e li fanno crescere. Nessuno di loro - ha concluso - viene espulso e vengono tutti accolti con grande ospitalità dalle famiglie italiane”.

Le evidenze del traffico si spiegano secondo Maroni con l’analisi incrociata dei dati sui ragazzi extracomunitari scomparsi dopo esser arrivati a Lampedusa e le segnalazioni relative al traffico d’organi inviate dai paesi d’origine alla polizia italiana tramite Interpol. La traccia del traffico d’organi, ha aggiunto Maroni, è rintracciabile “negli esposti provenienti da diversi paesi del mondo che nel corso degli anni, e anche nel 2008, sono stati portati all’attenzione della polizia italiana, che ha iniziato un’attività di indagine”. Evidenze, inoltre, che “si incrociano con un dato che è assolutamente negativo e molto preoccupante e che riguarda i minori extracomunitari che spariscono ogni anno in Italia”. Il titolare del Viminale cita il dato relativo al 2008: “su 1.320 minori approdati a Lampedusa l’anno scorso, ovviamente portati da qualcuno, circa 400 sono spariti. Di loro non abbiamo più notizie. Incrociando questo dato con alcuni esposti sul traffico di organi, arrivati dai paesi d’origine di questi minori, possiamo ritenere che il fenomeno tocchi anche il nostro paese”.
Per questo Maroni ha ribadito che solo con la banca dati del Dna si può affrontare e risolvere il problema. “Oggi gli strumenti a disposizione non ci consentono di accertare se effettivamente la scomparsa di questi minori sia da mettere in relazione ad un traffico di organi” spiega il ministro “Saremo in grado di farlo appena il Parlamento approverà il trattato di Prum, già approvato al Senato: l’istituzione della banca dati del dna ci consentirà di prelevare il codice genetico ai minori in modo da poter incrociare i dati con certezza e proteggerli meglio”.

La rete trapiantologica italiana è “sicura ed estranea al fenomeno del traffico di organi, ma è stata allertata” alla luce di traffici connessi a paesi extraeuropei. Questa la risposta del direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), Alessandro Nanni Costa alle affermazioni del ministro Maroni. “Nessun organo con provenienza sconosciuta può entrare nella rete trapiantologica italiana”. “Tutti gli organi prelevati nelle rianimazioni italiane e utilizzati nei centri trapianto hanno un percorso dal donatore al ricevente chiaramente definito e immediatamente rintracciabile”. La rete è stata però allertata, ha aggiunto il direttore del Cnt, proprio alla luce del fenomeno del traffico di organi a a livello internazionale: “Abbiamo avvisato i centri trapianto di mettersi in contatto immediatamente con le autorità competeneti e il Cnt qualora si presentassero pazienti richiedenti cure con organi già trapiantati in stati fuori dall’Europa e di provenienza incerta”.

12 domande e 12 risposte per capire il caso Eluana

Papà Englaro con la foto di Eluana
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Divide l’Italia il caso di Eluana Englaro, in stato di incoscienza da 17 anni dopo un incidente. Suscita discussioni accese: da un lato chi appoggia la battaglia del padre Beppino per lasciar morire una figlia che non avrebbe voluto una vita come questa; dall’altro chi ritiene che anche lo stato di incoscienza sia vita e rifiuta l’idea che vi si possa porre fine. Panorama in queste pagine ha cercato di rispondere ai quesiti più importanti sollevati dalla vicenda.

Che cosa dice la legge italiana?

«Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». L’articolo 32 della Costituzione è chiarissimo. Ma su come applicarlo (eutanasia, testamento biologico, alimentazione e idratazione assistite, trattamenti sanitari irrinunciabili) in Italia c’è il vuoto legislativo. Anche per questo la vicenda di Eluana è diventata dirompente. Per sospendere i trattamenti sanitari alla figlia, Beppino Englaro si è rivolto alla magistratura. Tribunali di ogni ordine e grado gli hanno finora dato ragione: ultima la Corte di cassazione, che con la pronuncia numero 27145 del 13 novembre 2008 ha confermato il diritto per chiunque di rifiutare le cure sanitarie, alimentazione e idratazione comprese. È diventato così definitivo il decreto della Corte d’appello di Milano che autorizzava, in luglio, l’interruzione dei trattamenti. Interruzione mai resa effettiva: la Regione Lombardia ha negato il ricovero di Eluana in una propria struttura per eseguire la sentenza, costringendo Englaro a cercare altrove. Il 22 gennaio il tar lombardo ha annullato il provvedimento regionale. Il 27 gennaio il governatore Roberto Formigoni ha annunciato un ricorso al Consiglio di Stato. (Laura Maragnani)

Cosa chiede il padre? Perché, dato che per Eluana è stato autorizzato all’interruzione dei trattamenti, non lo fa in casa propria?
«Ora, come sempre, chiediamo il diritto di rifiutare le terapie» dice Englaro. «Chiediamo la libertà di cura». Tanto più ora, «dopo la decisione di luglio della Corte d’appello di Milano» chiarisce Vittorio Angiolini, legale della famiglia, «non resta che il sistema sanitario faccia il suo dovere, secondo le disposizioni del tutore e come autorizzato dal decreto». Eluana, racconta il padre, aveva spesso discusso in famiglia il tema delle terapie terminali, anche perché era stata toccata dalla vicenda di un suo amico, Alessandro, finito in rianimazione. Ne aveva orrore, tanto da dire che non le avrebbe mai accettate: «Noi speriamo che sia arrivato il momento di liberarla». Perché allora non a casa? «Perché Eluana è stata tenuta artificialmente in vita, invasa corporalmente senza il suo consenso da terapie attuate sempre e solo in strutture cliniche adeguate» aggiunge Englaro. «La logica conseguenza è che la cura imposta cessi in un’altrettanto adeguata struttura confacente al percorso clinico previsto». Aggiunge Angiolini: «In casa, oltretutto, non sarebbe più semplice né più sicuro». (Donatella Marino)

Perché Eluana non viene portata all’estero, in paesi dove l’eutanasia è consentita? «In primo luogo perché non è eutanasia e tale non l’ha classificata nemmeno la Cassazione » afferma il legale degli Englaro, Angiolini. «Poi perché c’è una decisione della giustizia italiana che per questo va attuata in Italia. Oltretutto, secondo il diritto internazionale non sarebbe comunque una procedura automatica: per il trattamento sanitario la legge applicabile è quella del luogo dove viene erogato». Il punto di vista del padre di Eluana è questo: «Un paese non può squalificarsi al punto da non poter mettere in pratica un decreto definitivo della magistratura». Ma anche per Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, l’ipotesi estero non sarebbe praticabile: «Servirebbe un consenso informato, firmato dalla persona in questione. L’anomalia del caso Eluana è proprio questa: non esiste alcun documento del genere, nulla di scritto. La sua volontà è stata ricostruita su base indiziaria». (D.M.)

A che punto è il dibattito sulla legge?
Raffaele Calabrò, 62 anni, cardiologo di Lucera, tre figli, quattro nipoti: la legge sul testamento biologico è nelle mani di questo senatore del Pdl, vicino all’Opus Dei. Martedì 27 gennaio ha presentato in commissione Sanità al Senato il testo di maggioranza sui Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) messo a punto con il governo. Articolo 1: «La Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile e indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza ». E dunque: divieto di accanimento terapeutico, ma anche di «ogni forma, sia attiva che omissiva, di eutanasia». Divieto di suicidio assistito. Istituzione di un registro nazionale per la raccolta dei Dat, che vanno firmati davanti al notaio alla presenza di un medico e durano 3 anni. «Idratazione e alimentazione non sono considerate terapie, bensì forme di sostegno vitale» precisa Calabrò. «Non è possibile rifiutarle». «Un testo lontano dalle sofferenze dei pazienti » per Ignazio Marino, capogruppo del Pd in commissione Sanità. Invece «una buona proposta che coniuga difesa della vita e libertà della persona» secondo nove senatori pd vicini ai teodem che non condividono la posizione prevalente del partito, così riassunta da Marina Sereni: «Rivendichiamo la possibilità di dire no ai trattamenti sanitari, comprese idratazione e alimentazione forzata ». Se questa legge fosse stata in vigore prima della sentenza della Cassazione, Eluana non potrebbe essere lasciata morire. (L.M.)

Perché gli ospedali che si erano offerti di sospendere i trattamenti a Eluana hanno fatto retromarcia?
«La casa di cura Città di Udine comunica di trovarsi costretta a ritirare la propria disponibilità». È il 16 gennaio quando Claudio Riccobon, amministratore delegato della clinica, spiega così la marcia indietro: «Il ministro Sacconi potrebbe assumere provvedimenti che metterebbero a rischio l’operatività della struttura, e quindi il lavoro di più di 300 persone». A muoversi liberamente possono essere solo strutture non convenzionate come l’hospice La Quiete di Udine, di proprietà comunale, che sta ora discutendo con Beppino Englaro le modalità di un prossimo ricovero. (L.M.)

Può in questo caso un medico fare obiezione di coscienza?
La legge prevede l’obiezione di coscienza, ovvero l’esonero dal prestare un servizio pubblico, in casi come aborto, fecondazione assistita, sperimentazione su animali. Negli altri casi, come quello di Eluana, l’obiezione invocata dall’arcivescovo di Torino Severino Poletto per «i medici cattolici che si trovassero a lavorare nell’ospedale dove si intendono interrompere alimentazione e idratazione» può presupporre una disobbedienza civile? Anche accettando l’idea che nessuno può essere costretto a fare qualcosa che non condivide, la clausola di coscienza non esime la struttura sanitaria dal fornire i trattamenti richiesti o previsti, trasferendo la responsabilità a un altro medico. «Se la Regione Lombardia è rispettosa della coscienza dei suoi medici, deve provvedere a far sì che alcuni di essi garantiscano le prestazioni dovute» sostiene il magistrato Amedeo Santosuosso. «Diversamente dall’aborto, dove il medico non compie un atto che non si sente di condividere, in questo caso l’obiezione di coscienza invade la libertà personale, non rispetta la volontà, la dignità di un individuo e le sue convinzioni culturali» dice Ignazio Marino. «Compito del medico, che sia di tradizione laica o cristiana, è assistere il malato, anche se questi rifiuta le cure che lui in scienza e coscienza vuole prestargli ». (Gianna Milano)

Quello di Eluana si può considerare accanimento terapeutico?
L’articolo 32 della Costituzione dice che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E l’articolo 13 garantisce l’inviolabilità della libertà personale, quindi del proprio corpo. Si potrebbe perciò definire accanimento terapeutico qualsiasi trattamento attuato senza l’esplicito assenso della persona e percepito come sproporzionato alle condizioni in cui si trova. «Una legge dello Stato non può definirlo perché dipende da un sentire individuale, dal contesto culturale e dalla fede. Ciò che per me può essere accanimento terapeutico per un’altra persona può non esserlo» risponde Ignazio Marino. Il codice italiano di deontologia medica definisce l’accanimento terapeutico come l’irragionevole «ostinazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per il malato o un miglioramento della qualità di vita». E nell’Enciclica Evangelium vitae Giovanni Paolo II definisce accanimento terapeutico certi «interventi non più adeguati alla reale situazione del malato perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o perché troppo gravosi per lui e per la famiglia».

La commissione dell’Istituto superiore della sanità cui l’ex ministro della Salute Livia Turco chiese di stabilire se nel caso di Piergiorgio Welby si dovesse parlare di accanimento terapeutico concluse di no, e quindi non si poteva interrompere la ventilazione artificiale. «Anche mezzi di sostegno vitale, se usati contro la mia volontà, sono un accanirsi terapeutico. Che probabilità ha Eluana di uscire dal coma?» si chiede Maurizio Mori, della Consulta di bioetica di Milano. (G.M.)

Ci si può risvegliare da uno «stato vegetativo persistente»?
Non esiste una risposta univoca a questa domanda, perché la definizione stessa di stato vegetativo persistente (Svp) è oggetto di ampio dibattito, così come ciò che si intende per «risveglio». Uno studio effettuato nel 1998 dal Royal College of physicians britannico afferma che il 43 per cento dei pazienti ricoverati con diagnosi di Svp sarebbe in realtà in stato di minima coscienza, una forma più lieve di alterazione della coscienza stessa. Recentemente, inoltre, sono stati pubblicati i risultati di diverse sperimentazioni su pazienti in stato vegetativo persistente che hanno subito un intervento neurochirurgico per l’impianto di stimolatori cerebrali: piccoli apparecchi che, come il pacemaker cardiaco, inviano stimoli elettrici a determinate aree del cervello. In alcuni di essi (tra cui una paziente torinese) si è assistito a un miglioramento che i giornali hanno chiamato risveglio, ma che equivale, in effetti, al passaggio da Svp a stato di minima coscienza, con un’interazione con l’ambiente molto limitata. (Daniela Ovadia)

Quanto costa tenere in vita Eluana? Quanti sono in Italia i malati come lei? Eluana non è mai tornata a casa. Ha trascorso i primi due anni dopo l’incidente fra rianimazione e lungodegenza riabilitativa, fino alla diagnosi-prognosi definitiva di stato vegetativo. È seguito il ricovero nella casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco, struttura privata convenzionata con il sistema sanitario dove è rimasta per un totale di 17 anni («Più di 6.219 giorni» puntualizza il padre). Secondo i dati dell’assessorato alla Famiglia della Regione Lombardia, delegato alla gestione di hospice, case di cura e di riposo, mantenere Eluana costa 82 euro al giorno, poco meno di 30 mila euro l’anno, contro una media di 160 euro per analoghe situazioni. In tutto in Lombardia ci sono 481 casi (dati ad agosto 2008). Non esiste un censimento nazionale: l’ultima indicazione ministeriale, ferma al 2006, parla di circa 1.500 persone in Italia. (D.M.)

Perché il ministero della Salute è intervenuto con un atto di indirizzo, e cosa dispone?
L’atto di indirizzo del 16 dicembre 2008, firmato dal ministro Maurizio Sacconi, è stato inviato ai presidenti delle regioni. Sacconi ha spiegato in una recente nota che «in assenza di una disciplina legislativa dedicata alla regolazione della fine della vita, a questo punto da sollecitare al Parlamento, la generale applicazione del dovere di alimentazione e idratazione non poteva non essere accompagnata da un atto di ricognizione dei principi generali in materia». Due i punti cardine del dispositivo, sintetizzati a Panorama dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, presidente della Commissione ministeriale sugli stati vegetativi: il parere del Comitato nazionale per la bioetica («massima autorità in materia, oltre che organo consultivo della presidenza del Consiglio»), che già nel 2005 sancì che alimentazione e idratazione non sono terapie, ma atti indispensabili per garantire condizioni base per vivere; la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità in particolare l’articolo 25 contro le discriminazioni, applicabile anche agli stati vegetativi. Testo sottoscritto dall’Italia «con sostegno bipartisan» e in corso di ratifica dopo l’approvazione a novembre del Consiglio dei ministri. Aggiunge Roccella: «La sanità è materia concorrente fra Stato e regioni, l’atto d’indirizzo serve a garantire uniformità nazionale. Non solo, il nostro sistema sanitario, orientato alla cura e non al suo contrario, non dispone in caso di morte assistita né dei protocolli essenziali d’assistenza né di dimissione». (D.M.)

Perché è stato contestato il provvedimento del ministro Sacconi?
«Inidoneo», «illegittimo», «abnorme», «nullo»: i giudizi di costituzionalisti sull’atto di indirizzo del ministro, che ha aperto un fronte nuovo nella vicenda Englaro, un possibile conflitto tra poteri dello Stato. Un atto amministrativo, secondo i critici di Sacconi, non può vanificare una sentenza definitiva della magistratura. Può per di più un ministro definire illegale l’operato di chi si appresta a eseguirla? No, secondo Alessandro Pace, presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti: «L’atto di indirizzo del ministro è scorretto. Spetta al Parlamento fare le leggi e ai giudici applicarle». La direttiva del ministero sarebbe addirittura «tre volte incostituzionale» secondo il costituzionalista Michele Ainis, il primo a censurare Sacconi, sulla Stampa del 18 dicembre: l’atto di indirizzo a suo parere offende «le competenze regionali» perché «gli atti di indirizzo e coordinamento sono vietati nel campo della sanità », «calpesta la sovranità del Parlamento » (soltanto una legge statale di principio può intervenire in materia sanitaria) e «viola le attribuzioni del corpo giudiziario » (sul caso Eluana c’è ormai una sentenza definitiva della Cassazione). (L.M.)

Qual è la posizione della Chiesa italiana?
Da sempre contraria all’eutanasia, la Cei ha aperto alla possibilità di una legge sulla fine della vita dopo il provvedimento della Corte d’appello di Milano su Eluana, nel luglio scorso. La Chiesa teme che il vuoto legislativo possa essere colmato solo dalla magistratura. Pertanto una legge che autorizzi le dichiarazioni anticipate di volontà viene considerata il male minore. I vescovi però non accettano che si parli di testamento biologico: preferiscono chiamarla «legge sul fine vita». Chiedono infatti che la norma non affronti solo la questione delle dichiarazioni anticipate di volontà di trattamento ma, più in generale, promuova le cure palliative, l’apertura di hospice dove accogliere persone in coma irreversibile o stato di incoscienza, l’assistenza domiciliare e gli aiuti alle famiglie di malati terminali. In concreto, per la Chiesa le dichiarazioni anticipate devono essere volontarie, devono avere validità di tempo limitata, vanno sottoscritte davanti al medico o a un pubblico ufficiale e possono prevedere la nomina di un fiduciario del paziente con il compito di vigilare sull’attuazione delle sue volontà. Categorico il no alla sospensione di idratazione e alimentazione poiché per la Chiesa non sono trattamenti terapeutici ma sostegni vitali. I vescovi chiedono pure che venga rispettata l’autonomia del medico nel valutare il quadro clinico al di là della volontà espressa dal malato. E va sempre fatto salvo il diritto all’obiezione di coscienza dei sanitari. (Ignazio Ingrao)

Latitanti italiani: Battisti e i suoi fratelli

Cesare Battisti

In molti a Parigi hanno applaudito l’asilo politico concesso dal Brasile a Cesare Battisti, fuggito dalla Francia nel 2004 alla volta di Copacabana. Tomàs, 20 anni, studente in legge, è uno di loro. Ha gli occhi chiari della madre e vive in un palazzo liberty sulla Rive gauche. Scende di corsa lo scalone di marmo con in corrimano in ferro e raggiunge il cronista alla porta. Lo squadra come se fosse un fantasma: «È la prima volta da quando sono nato che qualcuno tira fuori il passato di mia madre. Quella pagina per noi è girata».
La madre è Paola Filippi, 56 anni, padovana, «emigrata» a Parigi nel 1982, ex compagna di lotta di Battisti, condannata in via definitiva dal tribunale di Milano a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio. Oggi fa l’interprete e l’aiuto-psicologa negli ospedali (ha dato qualche esame ai tempi della lotta armata). Nella capitale francese gli ex terroristi sono una piccola comunità: in base agli elenchi più aggiornati (qui sotto quello del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) i latitanti di estrema sinistra residenti in Francia e incolpati di reati legati all’eversione sono una quarantina. Per dieci di loro lo Stato italiano ha in corso una richiesta di estradizione.
Dunque non c’è solo il caso Battisti. Per esempio Oltralpe vivono alcuni suoi vecchi compagni dei Proletari armati per il comunismo che hanno preferito la fuga al carcere. Tra questi Luigi Bergamin, ideologo dei Pac, condannato a 26 anni di reclusione. La Francia ha rifiutato la sua estradizione e lui continua a fare il traduttore a Metz. Non rischia il rimpatrio neppure Filippi, naturalizzata francese grazie al matrimonio. Secondo la giustizia italiana, questa signora di mezza età, il 16 febbraio 1979 partecipò insieme con Battisti e con l’allora fidanzato Diego Giacomini all’omicidio di Lino Sabbadin, macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia), condannato a morte per aver ucciso un rapinatore. Paola e Diego, autonomi duri, all’epoca erano soprannominati Bonnie e Clyde, a causa della passione per le rapine e per il tiro a segno con la pistola. Scrisse di lei Pietro Forno, giudice istruttore nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti».
Il figlio, vittima di anni che non ha mai vissuto, non crede ai magistrati: «Mia madre mi ha assicurato che le accuse sono false. Ora non intende più parlarne, ha cancellato tutto. Vive nel futuro». Difficile spiegarlo ai parenti delle vittime. «La sua pena è l’esilio» ribatte Tomàs. «Per non essere arrestata non ha potuto partecipare neppure ai funerali dei genitori». Era un bimbo di 7 anni quando ha chiesto per la prima volta alla madre perché non tornasse mai in Italia: «Da allora, ne abbiamo riparlato solo quando sono diventato maggiorenne, poi basta». Il ragazzo conosce le vicende dei Proletari armati per il comunismo attraverso i giornali francesi e dice con tono fermo: «Sono contento che il Brasile non abbia concesso l’estradizione per Battisti. Contro di lui ci sono solo le dichiarazioni dei pentiti». Probabilmente ripete la versione della madre, che al figlio non ha mai confidato il suo pentimento. Dice il ragazzo: «Quella è la sua storia, non la mia»
La stessa di altri latitanti, fuggiti a Parigi quando il presidente François Mitterrand concesse asilo ai protagonisti degli anni di piombo in cambio della buona condotta. Un patto che ha resistito sino al 2002, quando è stata concessa l’estradizione dell’ex Br Paolo Persichetti. In altri 15 casi è stata rifiutata: 4 richieste riguardavano latitanti condannati all’ergastolo. Nel 2008 Marina Petrella si è salvata dall’espulsione per «ragioni umanitarie», minacciando il suicidio dopo aver perso in prigione quasi 20 chili.
Nello stanzino al secondo piano del ministero della Giustizia francese, in place Vendôme, Teresa Angela Camelio, magistrato di collegamento italiano ed esperta di terrorismo (in Toscana ha combattuto nuove Brigate rosse e anarcoinsurrezionalisti), mette a punto le richieste. La sua scrivania, dopo il trasferimento del predecessore Stefano Mogini, era rimasta vuota per quasi due anni: ora ha ripreso a funzionare a pieno ritmo. Le posizioni dei latitanti italiani sono di nuovo sotto esame. Non è facile riportarli in patria: nonostante l’età, la dottrina Mitterand sopporta bene gli assalti dei magistrati italiani. Come la recente richiesta di fermo per Bergamin da parte della procura di Milano. Anche perché in Francia il mandato di arresto europeo è applicabile solo per i reati successivi all’agosto del 1993, ponendo di fatto gli anni di piombo sotto l’egida dell’istituto dell’estradizione e quindi del potere politico anziché di quello giudiziario.
E quando l’Italia bussa, la Rive gauche ribolle: nel caso Petrella si è mobilitata persino Valeria Bruni Tedeschi, cognata del presidente Nicolas Sarkozy. Ecco perché molti latitanti restano a invecchiare in Francia e, magari, ad attendere la prescrizione della pena: «Non sono più ricercata dal marzo scorso» esulta con Panorama, per esempio, l’ex brigatista torinese Olga Girotto. Non hanno la stessa fortuna i suoi dieci ex compagni per cui è in corso la richiesta d’estradizione.
Cinque di loro vivono a Parigi, tre nell’hinterland, gli altri due a Montpellier e Duisans. Hanno tutti cambiato vita. Giovanni Alimonti, 53 anni, fa l’insegnante di italiano; Massimo Carfora, 52, è titolare di una società che organizza fiere e saloni; Giorgio Pietrostefani, 65, accusato dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, fa l’editore; Vincenzo Spanò, cinquntaduenne reggino, ha un ristorante. In cima alla lista dei super ricercati ci sono Roberta Cappelli, 53 anni, commerciante, e l’ex marito Enrico Villimburgo, 54, tecnico informatico, condannati all’ergastolo ed ex componenti della sanguinaria colonna romana delle Br (rapimento e uccisione di Aldo Moro, omicidi Bachelet, Minervini, Galvaligi…). Villimburgo risulta domiciliato in una viuzza a pochi passi dalla chiesa di Notre-Dame-de Lorette. Sulle cassette della posta il nome non c’è e nel cortile del caseggiato nessuno lo ricorda. Nella vicina pizzeria «Cantina clandestina» non l’hanno mai visto. Il proprietario, un piccolo editore, informa che, in compenso, ha conosciuto il fondatore delle Br Renato Curcio.
Cappelli vive, invece a est, in rue Reulley, a pochi passi dalla Camera del lavoro. Il palazzo dove risiede sembra una prigione: è un parallelepipedo di cemento alto 11 piani con 330 finestre tutte uguali sulla facciata. Lei non si nasconde: il nome è sull’elenco telefonico da quando si è rifugiata Oltralpe, nel 1993. Se la Francia concedesse l’estradizione, tornerebbe in Italia a scontare la pena o scapperebbe all’estero come Battisti? Cappelli, con voce stanca, risponde: «Mi scusi signore, è talmente evidente: se sono rimasta qua con tutte queste bufere, che cosa vuol dire secondo lei?». Battisti nega di aver commesso quello di cui lo accusano, l’ex Br, sceglie un’altra linea: «Io mi assumo tutta responsabilità di quella storia». Quindi aggiunge con leggerezza un «voilà», quasi a significare: ecco, mi sono tolta un peso.
Nella lista dei dieci per cui l’Italia ha chiesto l’estradizione c’è anche chi la prende con allegria: «Sono temutissimo: non si sa mai che cosa potrei preparare tra un piatto di pasta e un tiramisù» scherza Maurizio Di Marzio, romano, ex terrorista e oggi ristoratore. Da maggio, dopo la nascita del figlio, ha aperto una piccola brasserie poco distante da piazza della Bastiglia: «Qui vengono a mangiare pure diversi amici poliziotti» assicura. Il suo locale è un punto di riferimento per alcuni latitanti. Di Marzio è fuggito in Francia nel 1994, prima di essere condannato definitivamente a 18 anni per due ferimenti, una rapina e un tentato sequestro. La sua richiesta di estradizione è pronta da 14 anni, ma la Francia non l’ha mai firmata. Lui si sente un perseguitato: «In Italia ho trascorso sei anni in prigione, me ne restano da scontare altri cinque: perché continuo a essere inserito nella lista dei super ricercati? Non ho mai ucciso, al contrario di pentiti come Savasta, Segio, Peci, che mettevano le tacche sulle pistole».
Di Marzio dice i non aver fiducia nella giustizia italiana: «Nei processi sono emerse un sacco di fandonie e se Cesare dice che è innocente gli credo». Parla di Battisti, di cui ricorda le serare passate insieme con Cappelli e Villimburgo a discutere di estradizione, ma anche di politica, «magari prima delle elezioni italiane». Cita Karl Marx, però giura di essere cambiato: «Qui lo siamo tutti. Io sono persino diventato un padrone» prova a sdrammatizzare. Al figlio non sa cosa racconterà della sua storia e si capisce che non ha ancora metabolizzato il passato: «Ho fatto un mare di sciocchezze e non ripeterei l’esperienza della lotta armata, ma prima di giudicare bisogna considerare il contesto, il clima degli anni ‘70». Vuole dire qualcosa ai parenti delle vittime? «Che li capisco, ma mi chiedo anche perché non intervistino mai quelli di chi è morto nelle stragi di Stato». Sembra di riascoltare un vecchio 45 giri: l’orologio di Parigi è fermo al 1993. Chissà se il ministero della Giustizia italiano riuscirà a sbloccarlo. Sarkozy e Lula permettendo.

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Passa alla Camera il ddl anti-Stalking, pene da 4 a 6 anni

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Tutta la Camera (salvo rare eccezioni) d’accordo: lo stalking é un reato da punire con pene piú severe. Stalking, ossia persecuzione, pedinamento, ossessione. Quegli atteggiamenti insomma, tenuti da chi affligge un’altra persona, spesso di sesso opposto, perseguitandola e generando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianitá. I casi sono migliaia, dalle stupidaggini tipo sms ossessivi alle vere e proprie persecuzioni che spesso sfociano in casi da cronaca nera (il 5% degli omicidi é preceduto da atti di questo tipo). E’ proprio per evitare di arrivare a quel punto e dare la possibilitá alle forze dell’ordine di intervenire prima, che è stato necessario arrivare a una legge. Il ministro Mara Carfagna incassa così un successo personale su un tema su cui la convergenza con l’opposizione è stata totale. 379 i voti a favore, 3 astenuti e 2 contrari. ”Votiamo sì non per l’emozione suscitata dagli atroci recenti fatti, ma perché è una legge attesa che colma una grave lacuna.” ha spiegato l’ex ministro delle Pari opportunitá Barbara Pollastrini, del Pd “Tuttavia non possiamo accontentarci” ha aggiunto “Non rinunciamo a traguardi piú ambiziosi”.
Il testo approvato alla Camera con gli emendamenti introduce pene severe per i molestatori: Chiunque minacci o compia atti persecutori nei confronti di qualcuno rischia il carcere fino a quattro anni. Se poi a molestare è il coniuge (anche separato o divorziato), il convivente o il fidanzato e se la molestia ad oggetto una donna incinta la detenzione puó durare fino a sei anni. Nel codice penale, se il ddl proseguirá il suo cammino al Senato, lo stalking sará inserito nell’articolo 612-bis, con il nome di “Atti persecutori”. Per le vittime di stalking sará istituito un numero verde nazionale per fornire una prima assistenza psicologica e giuridica e per indirizzarle presso gli sportelli allestito nelle questure.
Protagoniste in Parlamento, senza distinzioni di parte, le donne: dalla ministra Carfagna alla relatrice Giulia Bongiorno, da Pina Picierno, ministro ombra delle politiche giovanili del Pd, ad Alessandra Mussolini che ha chiesto e ottenuto l’aggravante per le molestie alle donne incinte. E Carolina Lussana, della Lega, dice che ora il parlamento deve pensare a ”rendere ancora piú incisivo il contrasto alla violenza sessuale”. Gli unici due no al ddl sono venuti dal piccolo gruppo dei Liberaldemocratici (centrodestra) il cui presidente Daniela Melchiorre ha così commentato: “Si tratta di un provvedimento illiberale perché lascia al magistrato una eccessiva discrezionalià e introduce delle pene che non sono proporzionate rispetto al fatto che costituisce reato. Non avevamo bisogno di una nuova norma, ma si sarebbe dovuto invece lavorare affinché le norme già contenute nel nostro codice penale potessero trovare una piú puntuale e corretta applicazione”.

Violenza di Guidonia, i blogger romeni: “Castrare i colpevoli”

arrestati gli stupratori

In seguito alla violenza sessuale di Guidonia, che ha visto coinvolti sei cittadini romeni, la tv privata romena Realitatea ha rivolto agli utenti sul proprio sito, sotto il titolo “Delinquenti con passaporto romeno”, la domanda “che misure dovrebbe prendere lo Stato romeno contro gli stupratori e ladri all’estero?”. Durissime nella stragrande maggioranza le risposte dei bloggers contro quei criminali che danneggiano l’immagine della Romania all’estero. Alcuni accolgono favorevolmente la proposta del ministro Roberto Calderoli di una castrazione chimica per gli stupratori, altri auspicano i lavori forzati.

“Che siano castrati e poi condannati all’ergastolo”, chiede un romeno, convinto che in carcere gli stupratori verrebbero a loro volta sottoposti a violenze sessuali. Un altro è del parere che andrebbero mandati a costruire autostrade in Romania, di cui comunque il Paese ha bisogno. Un altro blogger propone come pena “i lavori forzati” o “la condanna a morte, seguita dall’invio dei loro organi in una banca”.

Un connazionale che lavora da anni in Occidente è convinto che i delinquenti fanno in Italia quello che facevamo prima anche in Romania. “Non è colpa dello Stato italiano se non hanno un posto di lavoro, non vanno all’estero per lavorare ma solo per fare soldi a tutti i costi”, commenta il blogger, osservando: “che c’è di più facile che rubare e uccidere? Gli italiani ne hanno abbastanza”. Per un altro, “dato il gran numero di delinquenti romeni nella Penisola, la polizia italiana dovrebbe essere affiancata in certe città da colleghi romeni per cacciare i criminali, ripristinare la calma e rimediare l’immagine della Romania”. Solo così gli italiani vedranno che “non stiamo con le mani in mano e che siamo preoccupati”, conclude il blogger.

Altri ritengono che “serve una legge che vieti ai delinquenti di viaggiare nei Paesi Ue” e che i criminali “rispondano negli Stati in cui commettono dei reati alle leggi locali”. In pochi credono invece che si tratti di “una campagna anti-romena, volta ad aumentare la tiratura dei giornali”.

Intanto stanotte una bomba carta è stata lanciata contro una macelleria gestita da un cittadino romeno a Villalba di Guidonia. L’esplosione ha divelto la serranda del negozio, in via Toscani, e ha mandato in frantumi l’intera vetrina. L’attentato incendiario è avvenuto poco prima della mezzanotte.

Il trans Patrizia al processo a Corona: “Mi organizzò un incontro con Lapo”

Fabrizio Corona torna in tribunale con un nuovo look

“Corona contattò un mio amico per farmi fare una serata in discoteca a Milano dove c’era anche Lapo, dopo la brutta vicenda che lo aveva riguardato”. Lo ha affermato, sentito come testimone nel processo in corso a Milano a carico di Fabrizio Corona, il transessuale Donato Brocco, detto Patrizia, facendo riferimento ad una serata organizzata dal titolare della Corona’s nella quale il transessuale avrebbe dovuto farsi fotografare in compagnia di Lapo Elkann, dentro un locale, dopo l’episodio dell’overdose.

“La cosa è fallita”, ha spiegato Patrizia, “perché non si poteva entrare dentro quella discoteca”. Il transessuale, che nell’ottobre del 2005 era in compagnia di Elkann la notte dell’overdose, ha spiegato inoltre che: “Io dovevo avvicinarlo chiedendogli perché nei miei confronti era così scontroso dopo che gli avevo salvato la vita, perché lui era in debito con me e poi sarei stato fotografato con lui, ma questo l’ho saputo soltanto dopo”.

Patrizia ha raccontato anche di aver ricevuto 15 mila euro “in malo modo, in due tranche” da Corona per un’intervista con Alfonso Signorini, allora vicedirettore di Chi. “Alfonso Signorini”, ha aggiunto il transessuale, “mi ha detto che l’intervista era stata pagata dal settimanale a Corona 70 mila euro”. Corona, ha spiegato Patrizia, “non mi chiese i particolari di quella notte, mi propose un’offerta allettante di 50 mila euro, ma alla fine me ne diede soltanto 15 mila”.

Il transessuale Patrizia ha raccontato inoltre, davanti ai giudici della quinta sezione penale, che Corona gli aveva spiegato che “nell’intervista non si poteva parlare dei particolari di quella notte, ma che si sarebbe trattato della mia biografia e di tutto il resto”. Patrizia ha aggiunto che “il signor Elkann era un buon cliente, è andato con tanti transessuali a Torino”. Rispondendo alle domande del pm sull’ipotesi dell’esistenza di un’ulteriore intervista a un altro transessuale che era quella notte in compagnia di Elkann, Patrizia ha risposto: “No, non so nulla dell’esistenza di questo video”.

Fabrizio Pensa, fotografo e ex collaboratore del titolare della Coronas, ha invece dichiarato che “Corona esibiva nel suo ufficio come un trofeo una fattura intestata a Silvio Berlusconi di 20 mila euro”. Il fotografo, detto Bicio, ha fatto riferimento alle foto da lui scattate all’uscita di una discoteca milanese che ritraevano Barbara Berlusconi, figlia del premier. Quegli scatti, come ha raccontato in aula nelle precedenti udienze la responsabile della comunicazione della famiglia Berlusconi, Matilde Simonetto, vennero acquistate dalla famiglia dopo una proposta di Fabrizio Corona.

“Per quelle foto scattate da me”, ha raccontato Bicio, non presi mai un soldo, perché Corona le vendette privatamente. Presi solo dal suo ufficio la fattura intestata a Berlusconi che lui esibiva come un trofeo”. Il fotografo ha spiegato inoltre di aver avuto “molti problemi con Corona riguardo i pagamenti che mi doveva” e si è lamentato di essere stato “letteralmente derubato da lui che non mi pagava”. Bicio ha spiegato inoltre, rispondendo alle domande del pm Frank Di Maio, di aver ricevuto da Corona istruzioni per andare a fotografare Lapo Elkann dopo il suo ricovero per overdose. “Incontrai il transessuale Patrizia”, ha spiegato Bicio, “e dovevo, d’accordo con lei, fare una foto di loro due, quando Lapo fosse uscito dall’ospedale”.

Brunetta vara una “Linea Amica” per le relazioni con il pubblico

Renato Brunetta
Arriva Linea Amica, il più grande network europeo di relazioni con il pubblico, che metterà in rete tutti gli Urp (uffici per le relazioni con il pubblico) italiani. Un progetto ambizioso per una pubblica amministrazione “unitaria, gentile, trasparente e valutabile”. L’iniziativa è stata presentata oggi dal ministro per la Funzione Pubblica, Renato Brunetta, in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte i vertici di Inps, Inpdap, Inail, Agenzie delle Entrate, Anci, Formez. Ma anche l’Autorità per la privacy perché il tutto, come ha tenuto a sottolineare lo stesso Brunetta, sarà “nel pieno rispetto della privacy”. No, quindi, a qualsiasi ipotesi di “grande fratello”.
“Ogni giorno arrivano a questi urp ben 500 mila telefonate, ma nessuno sa se questi 500 mila sono soddisfatti o no a livello globale, le domande che rivolgono, come si risponde. Noi metteremo insieme tutti questi urp, con report periodici e tra qualche mese anche giornalieri”. Per arrivare a una “enciclopedia” della soddisfazione del cliente, delle domande e delle risposte.
D’altronde il costo attuale di tutti gli urp italiani non è insignificante. La stima è di circa un miliardo. Che, dunque, va messa a profitto. Solo all’Inps la spesa è di circa cento milioni, quasi 40 mila le telefonate. Il network Linea Amica, il numero verde 803.001, inizialmente dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17) è un progetto messo in piedi a risorse date pari a circa 4/5 milioni euro, ma l’auspicio è, se avrà successo, che si possa mettere qualche risorsa nella prossima Finanziaria.

Intecettazioni, scontro sui “gravi indizi di colpevolezza”

Intercettazioni telefoniche

“L’intesa della maggioranza sulle intercettazioni è stata confermata ed è stata tradotta in un emendamento che ora si sta scrivendo materialmente a macchina perché venga presentato nel primo pomeriggio a Montecitorio”. Il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio Giulia Bongiorno sintetizza così quanto avvenuto nella riunione dei tecnici della Giustizia di Lega e Pdl conclusasi a palazzo Grazioli.

Secondo quanto si apprende nella proposta di modifica che il governo dovrebbe presentare in commissione nel pomeriggio resta la parte che prevede la presenza di “gravi indizi di colpevolezza” per intercettare. Una misura, questa, molto contestata dal centrosinistra. “Se è vero che verrà lasciata questa previsione nel testo”, commenta il capogruppo del Pd in commissione Donatella Ferranti, “significa che il centrodestra non vuole che si facciano le intercettazioni”. Ed era questo uno dei principali paletti che il Pd chiedeva venisse rimosso per poter esprimere almeno un’astensione in sede di votazione del provvedimento.

Sempre secondo quanto si apprende nell’emendamento del governo si prevederebbe anche la possibilità di utilizzare i tabulati in presenza di reato per indagini contro ignoti. Confermata, quindi, la durata delle intercettazioni che non potrà essere per più di 30 giorni prorogabili di 15, più 15 giorni. Alcuni esponenti della maggioranza che hanno preso parte alla riunione di palazzo Grazioli avvertono che sono stati recepiti numerosi emendamenti del centrosinistra, “soprattutto dell’Udc”.

La seduta della commissione Giustizia, che era stata sospesa in attesa della consegna materiale dell’emendamento da parte del governo, è prevista nel pomeriggio, dopo l’esame in Aula del provvedimento sullo stalking.

“Se non ci sarà una marcia indietro del governo” sulle intercettazioni, il voto del Pd “non potrà che restare contrario”, perché le “differenze sono insanabili”. Così Lanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia nel governo ombra del Pd, al termine della riunione del governo ombra che si è svolta oggi, presieduta da Dario Franceschini, dal momento che Walter Veltroni è impegnato in Sardegna.

“Sulle intercettazioni le differenze con il governo rimangono insanabili”, spiega, “perché riteniamo che le indagini vadano svolte a 360 gradi e senza limitazioni, per contrastare la criminalità e garantire al meglio la sicurezza dei cittadini. Noi”, aggiunge Tenaglia, “siamo favorevoli ad evitare abusi nella pubblicazione delle intercettazioni e a tutelare la privacy dei cittadin”.

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