Gioacchino Genchi, consulente del magistrato Luigi De Magistris per le inchieste Why not e Poseidon
Può lo Stato essere messo sotto controllo? Eccome se può. Il ministero degli Esteri, per esempio: due utenze sottoposte a monitoraggio del traffico. Attività produttive: un’utenza. Trasporti: un’utenza. Comunicazioni: un’utenza. Difesa: due utenze. Marina mercantile: un’utenza. Presidenza del Consiglio: sei utenze. Una decina per il ministero della Giustizia. Va peggio di tutti al regno della sicurezza, il Viminale: decine di utenze controllate. Non si salvano la presidenza della Camera e quella del Senato. La Guardia di finanza è auscultata in tutta Italia. Non sono sicuri i telefoni di Margherita, Udc, Ds, Forza Italia.
L’elenco bipartisan dei parlamentari senza privacy, presenti e passati, va da Clemente Mastella (Udeur) a Gianni Pittelli (Forza Italia), da Giovanni Kessler e Marco Minniti (Pd) a Beppe Pisanu (Forza Italia). Neppure i servizi segreti sfuggono al Grande fratello: sei utenze del Sismi osservate speciali, tra cui quelle del direttore Nicolò Pollari, del responsabile dei centri Sismi del Nord Italia Marco Mancini e del generale dei carabinieri (ora defunto) Gustavo Pignero. Non sfugge alla rete la Direzione nazionale antimafia: controllato il numero del procuratore nazionale Piero Grasso, come quelli dei magistrati Alberto Cisterna, Nicola Gratteri ed Emilio Ledonne. Tenuto d’occhio il sostituto procuratore Francesco Mollace. Ispezionato telefonicamente il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller. Nella categoria avvocati troviamo Massimo Dinoia. Naturalmente in questa galleria non può mancare l’Autorità del garante della privacy rappresentata dal vicepresidente Giuseppe Chiaravalloti. Ciliegina sulla torta di “Interceptor”, ecco spuntare il nome di Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza Telecom, e i numeri telefonici della Pirelli.
“Il più grande scandalo della storia della Repubblica” l’ha definito Silvio Berlusconi. Scorrendo l’elenco dei nomi e delle istituzioni sotto controllo, di cui Panorama rivela alcuni dettagli, il presidente del Consiglio non ha tutti i torti. Anche Francesco Rutelli, presidente del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), è preoccupato. Le istituzioni scoprono di essere vulnerabili: politici, magistrati, alte cariche dello Stato, uomini dei servizi e della Guardia di finanza sono monitorati nei loro contatti telefonici, nei loro scambi per via elettronica e nei loro spostamenti. Al centro di tutta questa attività ci sono un uomo, Gioacchino Genchi, un magistrato, Luigi De Magistris, e un metodo investigativo che è dilagato al punto da assumere la forma sinistra di una ragnatela nella quale perfino lo Stato è impigliato.
Da Castelbuono alla Rete
Genchi Gioacchino da Castelbuono (Palermo) non è un investigatore di paese. Vicequestore in aspettativa sindacale alla questura di Palermo, 49 anni, uomo di grande sicurezza ed ego smisurato, è probabilmente il più abile e intelligente detective informatico d’Italia. Il suo pensiero è sofisticato, la sua conoscenza del software e dell’hardware sorprendente. Il suo talento micidiale ha cominciato a rivelarsi fin dagli anni Ottanta, quando “smanettava” sui primi pc in commercio. Nel 1985 entra in polizia e già dopo tre anni il capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, lo mette alla testa della direzione telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Carriera fulminante.
Nel 1996 diventa consulente tecnico dell’autorità giudiziaria. Su incarico del Csm tiene corsi di formazione e aggiornamento per magistrati e uditori giudiziari. In breve, Genchi diventa un punto di riferimento: “I risultati del mio lavoro sono consacrati in centinaia di ordinanze, di sentenze e di pronunce alla Corte di cassazione” si vanta sul suo sito web. È vero, ma la sua attività vista in controluce ha più di una zona oscura. Tanto che già nel 1993 Ilda Boccassini, allora sostituto procuratore di Caltanissetta, drizza le antenne e si scontra con Genchi, che all’epoca è il tecnico del pool investigativo sulla strage di Capaci e vuole allargare l’indagine ai contatti telefonici privati e alle carte di credito di Giovanni Falcone. O me o lui, dice “Ilda la rossa”. E la spunta.
Questione di metodo
De Magistris, sostituto procuratore a Catanzaro, non si pone tutti questi dubbi e ricorre al “metodo Genchi” per le sue inchieste Why not e Poseidon. Così il lavoro dell’uomo venuto da Castelbuono esce dal cono d’ombra. Le indagini partono da presunti casi di malaffare locale e si allargano a macchia di leopardo fino a toccare le più alte istituzioni dello Stato.
Nel 2005 l’inchiesta Poseidon, nata su un uso illecito dei fondi europei, accende i fari su Walter Cretella-Lombardo, ufficiale della Guardia di finanza, consigliere dell’allora commissario europeo Franco Frattini, e tocca Lorenzo Cesa (segretario Udc) e Giuseppe Chiaravalloti, presidente della Regione Calabria e oggi commissario del garante della Privacy. Nel 2007 l’inchiesta Why not ha il colpo d’ala quando De Magistris, seguendo le tracce (informatiche e telefoniche) di Antonio Saladino, presidente della Compagnia delle opere in Calabria, arriva fino a Romano Prodi e Clemente Mastella (per entrambi è giunta l’archiviazione).
La pesca a strascico
È durante queste indagini che Genchi dispiega il suo metodo: la pesca a strascico per via elettronica. Una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel suo raggio d’azione. Genchi, su autorizzazione del magistrato, chiede ai gestori della telefonia italiana i dati anagrafici di migliaia di utenze e i tabulati del traffico in entrata e in uscita. Organizza il monitoraggio dei numeri sospetti e ricostruisce, attraverso un’analisi incrociata delle telefonate, i rapporti fra i titolari. Usa le connessioni telefoniche per consentire alla magistratura di fare connessioni investigative. Perché Genchi è più che un mero fornitore di tabulati: è l’eminenza grigia delle indagini.
Su autorizzazione del solo De Magistris, Genchi accumula 578 mila schede anagrafiche e 1.042 tabulati, controlla 390 mila persone e 1 milione di contatti telefonici. Non sappiamo quali dati abbia archiviato attraverso altre consulenze e soprattutto chi conservi oggi questi dati.
Genchi sostiene che non ci sono intercettazioni, soltanto analisi dei tabulati telefonici. Il problema è che i dati del traffico sono come un pedinamento: attraverso il sistema delle celle si è in grado di controllare non solo le chiamate in entrata e in uscita, ma gli spostamenti del titolare del telefonino e ovviamente gli sms e la posta elettronica. Lecito e illecito, mogli, mariti ed eventuali amanti, amici, affari, passioni, odi, gioia e dolore. Tutto finisce nel calderone elettronico. L’Italia, vale la pena di ricordarlo, è uno dei paesi con la massima diffusione di telefonini nel mondo. Ma c’è un orwelliano Grande fratello che tutto vede e tutto sa. Genchi non è il solo a svolgere quest’attività di pesca: i consulenti delle procure sono centinaia e a questi bisogna aggiungere i detective privati e i responsabili della sicurezza delle aziende in stile Tavaroli.
Chi controlla Interceptor?
Perfino i dati raccolti lecitamente sono a rischio. “Un consulente dell’autorità giudiziaria, secondo la legge, è equiparabile a un pubblico ufficiale e quindi è tenuto a rispettare gli stessi obblighi che vigono in un ufficio giudiziario” ricorda l’avvocato Giovanni Guerra, 43 anni, otto anni di lavoro all’Autorità sulla privacy, uno dei massimi esperti di nuove tecnologie, diritti della persona e comunicazioni elettroniche. Perfetto, ma, chiuso il rapporto di consulenza con i magistrati, siamo certi che i dati vengano conservati secondo quanto dispone la legge? O la tentazione di farsi un backup (salvataggio dei dati) illecito su un server delle Isole Cayman è troppo forte? Siamo certi che le informazioni delicate non finiscano nelle mani di qualche ricattatore o vengano utilizzate per fini illeciti? Guerra spiega che “per finalità di giustizia penale i dati devono essere conservati in strutture di massima sicurezza. Anche gli accessi ai dati da parte degli amministratori di sistema devono essere tracciati. In America c’è stato un adeguamento dopo l’11 settembre”. E in Italia? Le norme ci sono, ma sui controlli il dubbio è più che lecito.
Si è disquisito sulla differenza sostanziale tra intercettazioni e il semplice tracciamento dei dati. In realtà un tabulato senza conversazioni può fornire un sacco di notizie private e per niente neutre, soprattutto se consideriamo l’intestatario delle utenze, i suoi contatti e i suoi spostamenti. Secondo Guerra, intercettazioni e traffico dati “in sostanza sono equiparati: c’è una lesività maggiore nell’intercettazione, ma un’altrettanto grave lesione c’è quando si pongono sotto monitoraggio gli spostamenti telefonici. Esistono software in grado di ricostruire la tua posizione geografica mentre sei al telefono”. È sicuro un Paese dove i membri della Direzione nazionale antimafia possono essere localizzati quando e come si vuole? È sicuro un paese dove il Parlamento e il governo sono sotto scacco telefonico? È sicuro un Paese dove il direttore del servizio segreto non ha più un segreto? Semplicemente: è un Paese?
LEGGI ANCHE: Le toghe rilanciano: le intercettazioni sono fondamentali e partecipa al FORUM: “Silvio, sbrigati a vietare le intercettazioni telefoniche!”
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Commenti
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Il 1 Febbraio 2009 alle 13:12 nhico ha scritto:
Su “ il Giornale. it” il 10.06.08 alle ore 9:01 scrivevo: La magistratura è ancora convinta di potere contare più del parlamento italiano. Di continuare ad amministrare la giustizia secondo i suoi tempi e le sue ideologie e di imporre i suoi desiderata al popolo italiano. E da dentro la sua torre d’avorio, sfogliando il ricco ventaglio dei suoi privilegi, dà la colpa della sua inefficienza, dei ritardi non più digeribili, degli errori madornali che sempre più spesso commette, al governo. A quel governo, di destra o di sinistra, che sempre ricatta e ammonisce tutte le volte che non accoglie le sue richieste. Ma i tempi sono cambiati e l’Anm e il CSM devono capire che l’Italia non può continuare ad essere intercettata sempre e comunque. Non solo per gli eccessivi costi, ma perché è anche anticostituzionale. Con le intercettazioni a tappeto, infatti, ciascuno di noi viene indagato non sull’ipotesi di un possibile reato commesso, ma a prescindere. La pesca a strascico deve finire. Invece, le intercettazioni a macchia d’olio si sono allargate fino a mettere sotto ascolto le più alte istituzioni. Perché? Semplice. I magistrati sono viziati, strapagati e senza responsabilità, ma pensarli soltanto come una casta di parassiti è riduttivo. La magistratura è un organismo infetto, i cui anticorpi non riescono a frenare l’avanzamento della malattia. E prima i politici, tutti i politici, se ne renderanno conto e meglio è. Per neutralizzare quest’arma letale che sta, forse anche con un pizzico di consapevolezza, portando la società a cominciare a pensare di farsi giustizia da sola. Una regressione che va scongiurata, pena il caos.
Il 3 Febbraio 2009 alle 0:04 100spiare ha scritto:
Caso Genchi: nella rete di Interceptor…
Può lo Stato essere messo sotto controllo? Eccome se può. Il ministero degli Esteri, per esempio: due utenze sottoposte a monitoraggio del traffico. Attività produttive: un’utenza. Trasporti: un’utenza. Comunicazioni: un’utenza. Difesa: due ut…
Il 4 Febbraio 2009 alle 14:14 Intercettazioni: Napolitano non firmi la legge » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “E’ a dir poco sgradevole il fatto che ancora una volta il signor Di Pietro stia cercando di intimidire il Capo dello Stato, o comunque di trascinarlo impropriamente nell’arena politica” ha detto Daniele Capezzone, Pdl, portavoce di Forza Italia, commentando l’invito alla riflessione rivolto dal leader dell’Idv al Capo dello stato. Sullo stesso tema è intervenuto stamattina il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel corso di un’intervista a Youdem, la tv del Partito Democratico, sostenendo che “è giusto impedire ai giudici la cosiddetta ‘pesca a strascico’ e limitare il ricorso a questo strumento”. ‘Ad un magistrato - ha spiegato La Russa - è ora consentito di fare pesca a strascico, cioédi dire ‘io ho l’impressione che lì ci sia un reato ed allora mettiamo sotto intercettazione tutti i telefoni di tutte le persone che hanno contatti con questo ambiente e lasciamoli lì un anno per vedere cosa viene fuori’. Noi invece pensiamo che sia giusto dire ‘io ho indizi che lì’ ci sia la possibilità di un reato, quelle persone sono indiziate, per un breve periodo di tempo intercettiamole’’. Il ministro ha poi sottolineato che ‘’la posizione di An, secondo cui, a fronte di un abuso delle intercettazioni, non fosse necessario toglierle come strumento di indagine, alla fine è stata ascoltata’’. LEGGI ANCHE: Intercettazioni, Berlusconi chiede una stretta - Caso Genchi, nella rete di Interceptor e partecipa al FORUM [...]
Il 25 Marzo 2009 alle 17:03 Tredici milioni di utenze telefoniche nell’archivio di Genchi » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Nell’archivio di Gioacchino Genchi, il consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris (sospeso in questi giorni dalla Polizia), i carabinieri del Ros avrebbero individuato 13 milioni di intestatari di utenze telefoniche, le cosiddette “anagrafiche”. Tra il materiale sequestrato nel corso delle recenti perquisizioni disposte dalla procura di Roma nell’ufficio di Genchi a Palermo, attualmente al vaglio degli investigatori, anche dati relativi a un milione e 160 mila persone ricavati delle anagrafi di Palermo, di Mazara del Vallo e di alcuni comuni calabresi ancora in corso di identificazione che sarebbero state letteralmente copiate, forse per consentire al consulente di effettuare dei collegamenti con gli intestatari delle utenze telefoniche. Il totale dei tabulati acquisiti da Genchi ammonterebbe, infine, a 350 milioni di righe di traffico telefonico, ognuna delle quali contiene un chiamante, un chiamato, data, ora, durata e ubicazione della cella telefonica. Durante le inchieste Poseidone e Why Not condotte dalla procura di Catanzaro, Genchi avrebbe acquisito - secondo gli accertamenti del Ros, citati nella relazione del Copasir sui “rischi per i servizi segreti derivanti dall’acquisizione e mancata distruzione di dati sensibili” - le ‘anagrafiche’ di circa 392mila soggetti, sia persone fisiche che giuridiche: un numero che ora lievita addirittura a 13 milioni, dopo l’esame del materiale sequestrato dai carabinieri a Palermo. Materiale, viene sottolineato da fonti investigative, che infatti non riguarda più solo le due indagini di Catanzaro, ma tutti i numerosi procedimenti penali di cui Genchi si è occupato come consulente. [...]
Il 22 Giugno 2009 alle 13:48 Politici emergenti: de Magistris il magistrato che fa ombra a Di Pietro » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Why not e la svolta politica Nel 2007 inizia il capitolo più noto della carriera di de Magistris. A marzo un’imprenditrice calabrese, Caterina Merante, dopo aver subito una perquisizione da parte dei carabinieri, decide di collaborare con la procura e redige un memoriale in cui rivela i meccanismi con cui un presunto comitato d’affari gestirebbe in modo illecito i finanziamenti dell’Unione Europea. [...]
Il 22 Giugno 2009 alle 20:07 de Magistris « Sottoosservazione’s Blog ha scritto:
[...] Why not e la svolta politica Nel 2007 inizia il capitolo più noto della carriera di de Magistris. A marzo un’imprenditrice calabrese, Caterina Merante, dopo aver subito una perquisizione da parte dei carabinieri, decide di collaborare con la procura e redige un memoriale in cui rivela i meccanismi con cui un presunto comitato d’affari gestirebbe in modo illecito i finanziamenti dell’Unione Europea. Il pm quando legge quelle pagine diventa impaziente: per lui il comitato è senza dubbio una loggia massonica. Nel documento si parla di Prodi e della Repubblica di San Marino. De Magistris chiede di incontrare subito la donna in un luogo segreto. Ma la signora rifiuta le accelerazioni. Solo alcuni giorni dopo, il 26 marzo, viene redatto un verbale con la testimonianza di Merante. Per de Magistris al vertice di questo giro di denari ci sarebbe una nuova P2. Decolla l’inchiesta Why not (qui tutti gli articoli che Panorama h dedicato alla vicenda e qui un blog sull’inchiesta), anche grazie alle prime perquisizioni: il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti riceve la visita degli investigatori nel giorno dell’insediamento del nuovo comandante generale. Ma il botto deve ancora arrivare, Il 13 luglio de Magistris iscrive Prodi sul registro degli indagati. Palazzo Chigi fibrilla, ma lui vola a Eurodisney con la famiglia. I giornali si accorgono di questo sostituto procuratore e gli dedicano pagine e copertine. Lui organizza conferenze stampa volanti in spiagge e giardini con alcuni giornalisti (uno ha scritto un libro con lui, un altro si è candidato alle europee nella stessa lista). Risultato: finisce sotto inchiesta per le fughe di notizie. L’accusa non gli è nuova e si smarca in fretta. Non riescono a fare altrettanto i suoi collaboratori, accusati in passato persino con lettere anonime. Negli anni un capitano e un maggiore dei carabinieri sono stati trasferiti, diversi militari si sono trovati indagati. De Magistris procede senza rallentamenti, sostenuto nelle indagini da Gioacchino Genchi, consulente esperto di tabulati telefonici e poliziotto in aspettativa (oggi indagato dalla procura di Roma per il suo database). Il pm gli concede persino di condurre parte degli interrogatori. “Sono stato sentito come persona informata sui fatti, ma sono uscito con la mente devastata” ricorda l’assessore all’Ambiente di Catanzaro Lorenzo Costa. “Le domande? Sì, le poneva anche Genchi”. L’avvocato generale Dolcino Favi avoca a sé l’inchiesta di de Magistris e lui si rivolge alla procura di Salerno da dove fa la guerra al suo vecchio ufficio, sequestri compresi (come ha appena riconosciuto la Corte di cassazione). Nel gennaio 2008 il Csm lo trasferisce al tribunale di Napoli come giudice del riesame. Termina qui la storia del pm moralizzatore (”interpreta il ruolo in modo distorto, in un’ottica missionaria” gli è stato contestato in un procedimento disciplinare) e inizia la sua seconda carriera. [...]
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